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Archive for the ‘canadian bacon’ Category

Dio benedica l’America. Oppure la salvi.

In attitudine popular, canadian bacon, cinema, recensioni di recensioni, this is the end of the world on dicembre 5, 2012 at 10:12 pm
Un fotogramma da "Detropia"

Un fotogramma da “Detropia”

Un mese fa mi trovavo a Detroit, in Michigan, per una giornata di studi sulla letteratura apocalittica alla Wayne State University. Lo so, la location non poteva essere più adatta all’argomento. Quasi tutti i miei conoscenti, canadesi e americani, hanno già fatto questa battuta, resi edotti – più che da Michael Moore – da documentari come Detropia. Sia detto per inciso, a me Detroit è piaciuta. L’ho trovata una città complessa e viva, e contrariamente al resto del Michigan, in risalita (semmai a rischio di gentrificazione, dato il numero di artisti che la crisi immobiliare ha attratto da 4 o 5 anni a questa parte). E poi ha una delle più importanti collezioni di arte di tutti gli Stati Uniti, che risale ai tempi in cui il famoso 1%, dopo aver sfruttato generazioni di operai, comperava quadri di Bruegel e Matisse a paccate per regalarvi città. Ancora oggi i residenti possono entrare gratis al Detroit Institute of Art, dove, tra le altre cose, ho potuto coronare il sogno di una vita vedendo dal vero le matrici di Sogno e menzogna di Franco” e diverse matrici di Jazz di Matisse. Certo, che le sale di arte afroamericana siano sponsorizzate da General Motors, fa un bell’effetto. Ma non è di questo che vorrei parlare, anche se questa contraddizione è indicativa delle mille complessità di una cultura troppo spesso liquidata con un’alzata di spalle e ridotta, da chi non la conosce, allo stereotipo di Coca Cola e Mc Donald’s.

Durante una pausa del seminario, chiacchierando, uno dei docenti intervenuti si è messo a parlare di The Hunger Games e del fatto che i suoi studenti ne abbiano immediatamente assimilato l’idea in modo commerciale, per esempio esibendo le ‘unghie smaltate’ a tema, a riprova del fatto che qualsiasi critica al sistema viene immediatamente assorbita e resa innocua. Posto che The Hunger Games mi pare già in partenza più assimilabile al mainstream che alla critica del mainstream, la discussione mi è tornata in mente ieri sera, guardand

Unghie a tema - The Hunger Games

Unghie a tema – The Hunger Games

o un altro film: Good Bless America, uscito la scorsa primavera nelle sale americane e diretto dallo stand-up comedian Robert “Bobcat” Goldthwait.

God bless America è un film discutibile da tutti i punti di vista. Discutibile la sua trama, che, come ha notato il recensore John Patterson sulle colonne del Guardian, sembra scritta sul retro di un tovagliolo; discutibile la sua coerenza narrativa, che sfida spesso il senso della logica; discutibile il suo contenuto (per lo più scene di violenza estrema o di volgarità televisiva) e il suo senso dello humor, che definire ‘nero’ è dire poco. Un film irrisolto, ma che a mio avviso vale la pena di guardare – sempre che si abbia lo stomaco di farlo.

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La trama si riassume facilmente: Frank (interpretato da Joel Murray), un colletto bianco di Syracuse, NY, vive una vita grama e solitaria, scandita da emicranie invalidanti, dalle urla dei vicini di casa e dagli atteggiamenti manipolatori dell’ex-moglie, una deficiente capace di regalare un blackberry a una bambina di sette anni. Tutto questo è acuito dalla consapevolezza di una volgarità dilagante, che i media (in particolare tv e internet) stanno elevando a nuovo stile di vita americano. Fin qui, Frank è solo il tipo un po’ strambo e fuori moda che i colleghi trattano con sussiego, ma nel giro di 24 ore, la sua vita cambia completamente. Perde il lavoro (dopo che un suo corteggiamento all’antica, con tanto di fiori mandati a casa, viene interpretato come molestia sessuale) e si vede diagnosticare un tumore al cervello nell’indifferenza più completa. La sera, a casa, mentre medita di farla finita, la consueta volgarità televisiva gli schiude un’epifania: invece di uccidersi, ruba la Camaro gialla del vicino di casa e si dirige alla volta della Virginia, per uccidere a pistolettate Chloe, l’adolescente più viziata d’America, appena vista in televisione. Dopo l’assassinio, si unisce a lui Roxy (interpretata da Tara Lynn Barr), un’adolescente con una chiara predisposizione all’ADD e all’omicidio di massa. I due proseguono la loro fuga indisturbati, facendo le vendette di celebrità da talk-show, estremisti di destra e fanatici religiosi, maleducati da cinema e da parcheggio, anchorman di estrema destra e promotori della cultura d’odio, fan di Mixed Martial Arts (su questo potrei persino essere d’accordo) e giudici di talent show: insomma, chiunque promuova attivamente la bruttura, il fanatismo, la violenza psicologica verso il più debole e l’esibizionismo attualmente dominanti nella pop culture americana.

Per quanto la sua violenza venga attenuata dal filtro della satira e della finzione, God Bless America è un film dove si spara e si ammazza a ripetizione, in modo prima disturbante, poi dissacrante, quindi anestetico. Per capire la portata liberatoria di questa ecatombe, bisogna aver visto almeno qualche ora di televisione americana. So che i miei connazionali alzano le ciglia (dopotutto noi abbiamo avuto Berlusconi), ma la sensazione di shock e direi quasi di terrore che si prova a fare un’ora di zapping sulla televisione americana non è esprimibile con parole umane e non è comprensibile a chi non ne abbia fatta esperienza diretta. Per questo, i venti minuti di satira televisiva che scatenano la follia omicida di Frank valgono da soli il prezzo del biglietto (o della sottoscrizione a Netflix). Capisaldi della trash tv americana come American Idol, The Bad Girls Club e My Super Sweet Sixteen sono parodiati in versioni appena più estreme, ma ben riconoscibili. Le finte clip sembrano, a volte, debitrici delle ‘vere’ clip pescate nel mare magnum di YouTube, quasi a dirci che la realtà della trash tv americana è ben più estrema di qualsiasi parodia. Chloe, la teenager viziata della finzione, parla con parole della (?) realtà. In questo modo il film assume il linguaggio della clip, dello spot o del frammento di tv verità che vuole criticare; allo stesso modo, la completa nonchalance con cui i personaggi uccidono ricorda quella di un videogame. God bless America mi ha ricordato, guardandolo, gli adolescenti di The Hunger Games (che, a detta della sua autrice, è stato concepito proprio in una seduta di zapping, nello straniante contrasto tra scene di guerra e scene di reality show); o il bellissimo e spietato protagonista di We need to talk about Kevin (2012), forse il film che ha trattato con maggior complessità e profondità il tema delle sparatorie di massa americane.

Per questo, nonostante la sottigliezze narrative (tra cui il sottotesto di riferimenti cinematografici e letterari, compresa una doppia citazione di Lolita, una delle quali implicita) e le battute fulminanti, il film di Goldthwait non mi ha convinto. E il motivo non è solo la sua continua, martellante, esasperante brutalità; e nemmeno, problema ben più grave, la superficialità con cui affronta un tema molto delicato (nel guardare la pioggia di pallottole del film tornano in mente le sparatorie di Columbine, di Aurora in Colorado, del Virgina Tech: tragedie autentiche che forse meriterebbero un po’ più di rispetto); ma la completa, contraddittoria circolarità tra il mondo che critica e la sua possibile alternativa, quasi a significare che ogni battaglia è persa in partenza e che ogni possibile opposizione contiene in sé il germe della propria capitolazione al nemico. Del resto, come si diceva, di contraddizioni è piena l’America.

lo scrittore, il futuro, la speranza. un talk di william gibson

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, this is the end of the world on gennaio 12, 2012 at 11:27 pm

Si parla di fine del mondo e la sala ride. Succede quando l’autore di fantascienza che, per molti, è semplicemente colui che “previde Internet” invita la platea a non attendersi risposte, programmi politici o soluzioni da uno scrittore. Un autore di genere che invita il pubblico a non prenderlo sul serio, e ne viene puntualmente obbedito: cose che succedono solo a Toronto, forse l’unico angolo del globo dove ancora si nasconde, ormai braccato, un po’ di postmoderno.

A conversare con William Gibson, alla Toronto Reference Library, c’è Robert J. Sawyer, e l’incontro diventa subito un “confronto” amichevole tra due pesi massimi della fantascienza nazionale – anche se, per la verità, Gibson è nato in South Carolina (ma non lo dà a vedere) ed è emigrato in Canada negli anni ’60 per sfuggire al draft.

Gibson presenta la sua ultima opera, Distrust That Particular Flavor, una raccolta di saggi pubblicati nel corso della sua attività. Scritti d’occasione o “fallimenti”, come l’introduzione mai consegnata a La macchina del tempo di H. G. Wells («era troppo personale, parlava di me e non di Wells»), per tutti gli scritti Gibson confessa di sentirsi a disagio: si tratta di violazioni all’unica regola che abbia mai davvero osservato, quella di scrivere solo fiction. Eppure l’aspetto autobiografico (che, fra tutti i registri della non-fiction, è quello verso cui l’autore si dichiara maggiormente in imbarazzo) affiora spesso nel corso della conversazione, per esempio quando Gibson fa risalire le origini della propria fascinazione per il genere a un’infanzia costellata di fantascienza, sia scritta, sia narrata dalle immagini (video, packaging, fumetti).

L’intera conversazione è ingombra dei molti futuri che le precedenti generazioni si sono lasciate le spalle. Si va dalla fantascienza anni ‘40 (ancora legata a doppio filo alle memorie della guerra appena combattuta) al terrore nucleare degli anni ’80 («è incredibile la rapidità con cui l’abbiamo dimenticato»). Del resto, ci dice Gibson, la fantascienza parla sempre del particolare futuro dell’epoca che l’ha prodotta: non c’è futuro più credibile di quello che viviamo, o che abbiamo già vissuto. A titolo di esempio, lo scrittore riporta le invenzioni del suo libro più famoso, le cui strutture socio-economiche sono una Reaganomics portata alle estreme conseguenze («a Reaganomics with volume turned 11») e la cui organizzazione malavitosa è modellata sul sottobosco criminale d’epoca vittoriana, col suo “apprendistato” e le sue “gilde”.

In questa rassegna di futuri arrugginiti, la tecnologia è sempre l’elemento dominante: “i cambiamenti culturali sono una conseguenza di quelli tecnologici”, afferma Gibson, quasi riecheggiando McLuhan. E ancora, il padre dello steampunk prende ad esempio l’invenzione del motore a due tempi (1881) per dimostrare come nel nostro mondo la tecnologia (intesa come applicazione concreta, avulsa da qualsiasi riflessione sulle sue possibili conseguenze) prevalga su qualsiasi regolamentazione e normatività.

Ma a chi gli chiede se l’avvento dello sprawl sia inarrestabile, o come salvarsi dalla nuova minaccia apocalittica del riscaldamento globale, Gibson risponde col rifiuto di ruoli messianici e salvifici. Così come rifiuta l’etichetta di autore distopico: «I miei lavori sono pieni di ottimismo. Negli anni Ottanta, pensavamo che il mondo fosse sull’orlo dell’olocausto nucleare, eppure io ho deliberatamente scelto di ambientare Neuromancer in un continuum dove ciò non fosse accaduto», dichiara scatenando l’ilarità generale. Ma lo scrittore è velocissimo a riportare il silenzio in sala: «molta gente oggi vive – e trascorrerà la totalità della propria breve e miserabile vita – in condizioni di gran lunga peggiori di qualsiasi “distopia” io possa mai aver immaginato». E conclude, dopo una pausa: «La vera distopia è proprio questa».

Una scrittura consapevole, insomma, della propria distanza dalla realtà, e poco incline a trasformarsi – malgrado l’insistenza di chi la vorrebbe futurologia a tutti i costi – nella promessa di una salvezza o nello spettacolo di un vaticinio. Perciò, al ragazzo che, un po’ enfaticamente, gli chiede di dare alla sua generazione qualunque cosa utile a sopravvivere, Gibson replica: «Sono uno scrittore. Tutto quel che posso darti è un po’ di speranza».

motivational speech [1 dicembre 2011]

In attitudine popular, canadian bacon, lifestyle on dicembre 1, 2011 at 10:26 pm

Ascoltare musica elettronica in tedesco.

Scrivere di qualcosa che appassiona e riuscire a non pensare a nient’altro per ore.

Ascoltare musica sperimentale in tedesco.

Rendersi conto fino a che punto è maschilista la cultura da cui vieni, e capire che hai finalmente gli strumenti per decostruirla.

Ascoltare musica di merda in tedesco.

Camminare su Harbord Street, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi stagione dell’anno.

Girare con il giubbotto aperto e senza guanti a una temperatura che un tempo ti avrebbe ucciso.

Improvvisare una festa di compleanno alla caffetteria della biblioteca.

Flirtare con un bambino di anni 2 sulla metropolitana.

Essere in grado di montare e smontare le cose da soli.

Avere amici a cui chiedere aiuto per quelle poche cose che non si sa come smontare da soli.

Aver finito gli esami, almeno fino al prossimo.

Scambiare battute con la cameriera cecoslovacca che serve gli hamburger.

Vincere uno strike vote con il 91% dei sì.

Sentire bambine che da grandi vogliono diventare “Medical Doctor”, o pilota di aerei.

Potersi permettere un posto da soli col proprio stipendio, e interamente col proprio stipendio.

Riuscire a scrivere 5 pagine di inglese scorrevole in un’ora.

Perdersi sulla tangenziale ed essere fermata solo per sentirsi domandare se serve aiuto, e ricevere effettivamente l’aiuto offerto.

Poter scegliere quale lingua vuoi ascoltare quando sintonizzi il canale radio.

Pensare, Oggi non fa così freddo, siamo ancora a 2 Cº.

Essere contattati per il proprio lavoro, e nessun’altra ragione.

Non riuscire a finire una frase in una lingua sola, ma doverne per forza mescolarne due.

botte da orbi e lacrime di coccodrilo: ovvero, dell’eroe destituito [17 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, cinema, generazioni on novembre 16, 2011 at 5:10 am

51wJBjgCO+L«Uno non ci pensa, ma che razza di telenovela sono i campionati di seconda serie. Immaginate il mix: una vagonata di giovanotti il cui unico obiettivo è di andarsene da qualche altra parte, e che, se sono al terzo o quarto anno di seconda serie, stanno cominciando a contemplare una vita da falliti in tutto il suo splendore. E poi le donne, che, anche se non sono tecnicamente delle groupies, sono attratte da questi ragazzi solo per il loro fisico e per il fatto che bisogna pagare per guardarli. E poi le ore in autostrada, e i bar, e quelle donne che sono un po’ più “groupies”, e i tipi da motel, giovanotti instancabili che si affidano al silenzio omertoso della squadra. Non è facile dire che le storie da campionato siano fondate su qualcosa di solido, durezza del materasso a parte.
Una telenovela. Se ne vedono di belle prima delle trasferte, fuori dallo stadio, mentre l’autobus fermo manda il suo impaziente fumo di diesel, coi portelloni del carico ancora aperti. Gare a chi urla di più, richieste fatte in pubblico, occhi impiastricciati di mascara. Uno che mette dentro la sua sacca in silenzio, la sua ragazza vistosamente assente, i pettegolezzi bisbigliati. Poi sì, ci sono le coppie che sulla crisi ci marciano, ma molto di quel che si vede è dolorosamente vero.» (Bill Gaston, The good body, 2000, p. 220. Traduzione mia)

Questa mezza paginetta viene da The good body, un romanzo dello scrittore canadese Bill Gaston che parla di hockey (mai tradotto in italiano, a quanto ne so). Di una serie minore del campionato, per l’esattezza, lontanissima dunque dai riflettori della NHL e dai suoi eroi. Malgrado la scelta di un tono (e di una lega) ‘minore’, quella che viene raccontata è un’epica e una ‘telenovela’ al tempo stesso: l’epica di un eroe sconfitto (l’ex giocatore di hockey Bob Bonaduce, costretto al ritiro dopo una lunga carriera da professionista nelle serie minori), e la telenovela di un padre (lo stesso Bonaduce, che smessa la casacca ridiventa Robert, plagia un po’ di poesie a caso per guadagnarsi l’ammissione a un Master in Creative Writing e cerca di riallacciare i rapporti familiari, con esiti prevedibilmente disastrosi)

Mi pare che ultimamente questo genere di storie stiano diventando una moda. C’è l’epica dello sport minore (definizione che non si adatta certo all’hockey in Canada, ma serve benissimo altre discipline) e c’è l’epica delle seconde categorie, con le loro interminabili trasferte e la loro variegata umanità. C’è il duro che rivela le proprie miserie e la propria fragilità, e c’è lo sportivo di professione che ha abbandonato la propria famiglia e vorrebbe recuperare il tempo perduto.

507A raccontare il lato intimista di sport “violenti”, ci aveva già provato ad esempio Dan Aronofsky in un bel film di qualche anno fa, The Wrestler. Disciplina a parte, le due trame si somigliano molto, e ancor più simili sono i loro eroi, giocatori professionisti costretti dalla malattia (infarto in un caso, sclerosi multipla nell’altro) ad abbandonare la carriera e ad affrontare i fallimenti di un’intera vita. Ma ci sono anche casi più estremi, quelli in cui lo sport violento — per dirne uno, sempre il wrestling — è addirittura il veicolo del riscatto, permettendo quella trasformazione del “loser” (fallito, perdente, sfigato…) in “eroe” tipica della Commedia da Sundance (chi ha visto film come Miss Little Sunshine, sa di che parlo). E’ quel che accade in Win Win (USA 2011, diretto da Thomas Mc Carthy), brillante commedia e — parlo per esperienza diretta — micidiale relationship-killer. Agli scenari più consueti del degrado americano (i quartieri malfamati o “tough”, il distretto automobilistico falcidiato dalla saturazione del mercato, le cittadine assolate in the middle of nowhere in stile Hopper o in stile Ang Lee), si sostituisce addirittura il New Jersey dei colletti bianchi: ecco, se non è crisi questa… . Madri tossiche e nonni con l’Alzheimer, casalinghe del New Jersey piene di stereotipi ma che, all’occorrenza, si riscoprono fan di Jon Bon Jovi, avvocati sull’orlo della bancarotta: gli ingredienti della sfiga ci sono tutti. In questo insieme non poteva mancare il ragazzino problematico, che nonostante le apparenze è però un adolescente modello: pronto a non sprecare la seconda chance che la vita gli offre, divide i pomeriggi tra gli allenamenti e i compiti fatti a casa dei nonni, fa giocare le bambine di casa e spinge il carrello per la mamma, redimendosi attraverso la passione per il wrestling. Qui la sfida è all’apparenza più facile, perché non parliamo di lottatori professionisti, con costumi sbrilluccicanti da Captain America e lucidante per muscoli in abbondanza, ma di wrestler adolescenti, che si allenano sul linoleum verde della palestra scolastica; ma per certi versi l’operazione risulta ancora più strana ed ostica, almeno ai miei occhi italiani, ché il wrestling come terapia davvero, qui si fatica a immaginarlo (terapia d’urto, al limite).

In questi lavori, hockey e wrestling non sono solo sport “violenti”, ma sport che della violenza o, comunque, del confronto fisico, fanno spettacolo: una dimensione tutta “esteriore” del vivere che contrasta con l’assoluta incapacità di confrontarsi con le proprie debolezze, o anche solo con i propri sentimenti. La dimensione ‘intimista’ – si intreccia per altro alla rivalutazione degli sport tradizionalmente considerati violenti – basti pensare al vero culto che in Italia alcuni hanno del rubgy — o di quegli sport tradizionalmente considerati popolari (persino il calcio, ovviamente attraverso la mediazione di Soriano). Tanto il lottatore costretto al ritiro da un infarto, quanto il giocatore di hockey consumato dalla malattia incarnano il tipo dell’eroe destituito, il supereroe paralizzato e ormai incapace di volare e di illuderci: un supereroe sfigato, pronto a tradire le nostre infantili aspettative eppure, proprio per questo, capace di riscattare i nostri fallimenti di adulti.

Nella potenza scenografica dei propri muscoli il wrestler mantiene le sembianze di quelle action figures che ne sono l’icona più scontata — non a caso Aronofsky gioca su questo tema, con continui scarti di prospettiva tra l’eroe Randy the Ram e il suo pupazzetto, che finisce, come è giusto che sia, tra le mani di un bambino vero. Allo stesso tempo, però l’eroe si mostra sofferto e consumato, costretto a confrontarsi con il fantasma della propria vecchiaia senza mai esser passato per l’età adulta: in tutto e per tutto un eroe destituito. Anziché incarnare la trasformazione dell’uomo qualunque a potenziale eroe, questi lavori mostrano la riduzione dell’eroe a nullità, e la caduta del mito infantile (la figurina del giocatore, il pupazzo miniatura del wrestling) costretto a confrontarsi con le durezze della vita adulta: una tragedia, secondo le più classiche definizioni del genere, che diventa eloquente rispetto alla nostra contemporaneità proprio in virtù del suo rapporto con forme di ‘intrattenimento’ di massa.

Se su un piano esteriore essi rappresentano una “caduta degli dei” in piccolo, nella loro vita privata questi personaggi appartengono al più tradizionale tipo della ‘trasformazione del loser in persona decete, recuperando una dimensione affettiva, riallacciando rapporti con i familiari dimenticati, riscoprendo il valore delle piccole cose e diventando ‘persone decenti’ – salvo scontrarsi, nel finale, con l’impossibilità di riscattare la lunga serie di errori seminati nel corso della propria vita. Una duplicità che si mostra anche nello sdoppiamento tra la persona creata dal nome di battaglia e quello anagrafico-ortografico (Randy/Robin nel film, Bob/Robert nel libro). Ed è prorio questa doppia natura di winners e di losers (vincenti e falliti), che rende i personaggi qui dipinti, o le loro storie, interessanti e, quel che più importa, significativi di un’epoca. All’alba del nuovo secolo, un’America sempre più triste e depressa cerca invano di ritrovare un briciolo di umanità nei propri eroi dai muscoli lucidi e sgonfi, e cerca invano di imparare a “perdere” senza lasciarsi sopraffare dalla barbarie.

il ritorno delle tigri della malaysia [4 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, canadian bacon, recensioni di recensioni on novembre 16, 2011 at 5:08 am

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Agli appassionati italiani di Paco Ignacio Taibo II verrà forse spontaneo leggere la sua ultima fatica (il seguito salgariano “non autorizzato” El retorno de las Tigres de la Malaysia) alla luce del confronto con l’autore italiano che gli è più vicino, Valerio Evangelisti: una vicinanza che non si esprime solo nel progetto di recupero politico della paraletteratura e, specialmente, della narrativa d’investigazione, ma in una venatura insurrezionale che attraversa i loro lavori.

Fin dalle prime pagine, ho perciò avuto fortissima la sensazione di trovarmi in una di quelle ibridazioni – tipiche appunto dell’autore nostrano – tra romanzo storico (specialmente messicano), avventura piratesca stile Tortuga e orrore alla Black Flag. Questa sensazione trasmettono, ad esempio, le immagini di guerra dei primi capitoli, in cui misteriose nubi verdi accompagnano l’orrore dispiegato da un progetto imperialista, e ‘cani’ mai visti prima terrorizzano una popolazione incline alla leggenda e alla fantasticheria. Ma non c’è traccia di zombi e di mostri, in questa narrazione, in cui l’orrore non appartiene alla fantasia comune ma alla razionalità scientifica della cultura borghese ottocentesca e al suo ‘civilissimo’ imperialismo. Di simili trompe-l’oeil narrativi è intessuto l’intero romanzo, ricco di reti e labirinti in cui agli stessi eroi salgariani, ormai invecchiati, piace indugiare.

El retorno de las Tigres de la Malaysia è compiutamente e consapevolmente una macchina narrativa, un ordignoJules Verne e a Edgar Allan Poe, a Conan Doyle e alle serie dei romanzi di Karl May – così popolari, se non sbaglio, anche durante il nazismo: ma l’eroe più potente è forse quell’anonimo dal corpo istoriato, Histórias, che entra nelle ultime pagine del romanzo come un muto omaggio all’universo dei fumetti.

In questa esaltazione del racconto sta la forza, ma anche il limite, del racconto di Taibo, che denuncia lo scacco della propria narrazione ma ne fa derivare anche la propria inesauribile energia: di qui l’impossibilità di concludersi, chiaramente l’effetto di questa struttura a incassamenti imperfetti, o narrazione a spirale. Il racconto continua dove finisce l’azione, ci suggerisce il romanziere, e viceversa: ma non c’è il rischio che il racconto subentri all’azione, in un’appagante quanto sterile auto-celebrazione?

Alla luce di questa ambivalenza si comprende la poetica della duplicità che soggiace all’intero racconto, in cui ogni segno porta il marchio del proprio tradimento. Il lettore è costretto a inseguire una nave di carta che reca il nome della menzogna, La Mentirósa. Il vero scarto che Taibo II propone è proprio questo allargamento di orizzonti, in cui ogni cosa è insieme se stessa e qualcos’altro: così la bandiera messicana, da lontano, diventa quella dell’Italia (e sono molti i luoghi in cui, forse omaggiando l’inventore dei suoi “eroi”, Taibo II gioca tra le omofonie apparenti dello spagnolo e dell’italiano), il mito ottocentesco della tecnologia è adoperato tanto in funzione rivoluzionaria quanto contro-rivoluzionaria; l’unico “europeo” della nave diventa, egli stesso, avvocato dei colonizzati; più in generale, l’alleato diventa nemico e il nemico alleato, in un continuo gioco di labirinti e trappole destinate a chiudersi l’una sull’altra.

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Ora, se fosse stato pubblicato negli anni in cui Taibo II ne aggrediva la composizione (nel 2000-2001 a Città del Messico: tempi e luoghi di lotte durissime, trasversali alle più diverse espressioni sociali), non avremmo esitato a definirlo un romanzo “post-moderno”, per il suo uso di strutture cognitive piegate a funzioni narrative, per il suo uso della citazione, per questa poetica della duplicità, per la sua riflessione sull’iconografia e la narrazione popolare, presente anche in altri lavori della decade or ora conclusa (La misteriosa fiamma della regina Loana di Eco, per esempio). Per non parlare di quella nuova forma di ‘intertestualità’ genettiana adombrata dall’etichetta della “collaborazione involontaria dell’Autore”…. Labirinti e tigri di carta non devono però ingannarci: l’ambivalen

za è narrativa, non.ideologica. Le tigri sono “anti-imperialiste” senza ombre e confusioni e nella loro geografia (costruita a tavolino e per fonti bibliografiche proprio come quella di Salgari) non si scrive più la voglia di ‘esotismo’ di una generazione impiegatizia proto-fascista, bensì la denuncia di un progetto di rapina e oppressione durato

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secoli, su una mappa di riferimenti che va dalla sanguinosa repressione della Comune di Parigi alle guerre cinesi dell’oppio. La ‘duplicità’ diventa allora il mezzo necessario per liberare energie potenzialmente ‘progressiste’ in personaggi come quelli di Salgari, che non erano certo “anti-imperialisti” all’origine (anzi…) ma che, nella loro eccedenza, hanno finito per diventarlo, almeno nell’immaginario di quattro generazioni di lettori.

Da questo punto di vista, la scelta del rallentamento estremo, della ‘rinuncia all’azione’, concentrata in pochi inevitabili momenti, e l’enfasi sempre più forte sulla natura meta-narrativa del romanzo, non è solo una scelta anti-retorica: è una scelta politica, forse l’unica possibile al giorno d’oggi.

In questo modo Paco Ignacio Taibo incontra il passaggio – a mio avviso diffuso nelle trasposizioni degli ultimi vent’anni – dall’enfasi sul ribellismo dell’azione alla potenza liberatrice dell’immaginazione letteraria. Un passaggio che la piena acquisizione delle poetiche post-moderne ha reso possibile, rischiando però di annichilire l’energia e la potenza delle narrazioni originarie, facendone una figurina d’epoca buona al massimo per farci il découpage. Anche senza scomodare l’elefante nella stanza (la trasposizione televisiva di Sergio Sollima, di cui non parlo e non voglio parlare), è evidentissima la distanza e la mutazione di valori che corre tra l’attuale passione per i vecchi eroi e supereroi della nostra (o dell’altrui) infanzia e le trasposizioni salgariane degli anni ’60 (penso a quella radiofonica del 1969, o a quella, poi rimasta inedita ma realizzata negli stessi anni, di Mino Milani e Hugo Pratt, che nella voce targata EIAR e nella dinamica pulizia di quello stile fumettistico trovavano un equivalente dell’azione salgariana) ; per non parlare di quel capolavoro dimenticato che fu l’adattamento teatrale di Aldo Trionfo e Tonino Conte nel 1972, un grande atto di denuncia dell’avventurismo coloniale e dell’esotismo nevrotico della Belle époque italiana, con chiarissimi riferimenti alla pesante cappa del tradizionalismo educativo italiano (di quello spettacolo scrive cose illuminanti Franco Quadri, nel suo L’avanguardia teatrale in Italia; ne è stata fatta di recente una ‘ripresa’ parziale al genovese Teatro della Tosse, proprio in coincidenza con le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia).

Con la sua sapienza narrativa, Taibo II disinnesca la retorica roboante e proto-fascista, ma allo stesso tempo usa la precisione storica e la sua immediatezza di narratore popolare per tenersi lontano dall’intellettualismo di un puro gioco di ‘riscritture’: parla chiaro, in tal senso, l’orrore dei suoi “carnai” – che arrivano tardi nel romanzo ma non hanno più niente di metaforico o immaginario: macellerie ispirate alla cronaca di guerra più che allo splatter. Mantenere viva l’urgenza, e il piacere del racconto senza dimenticarci il puzzo e l’orrore dei cadaveri: è questo, più ancora che l’invito alla ‘rivoluzione’ permanente, il vero valore della continua ripresa di icone come Sandokan e Yanez, e del loro racconto infinito.

tigri, pecore e altri animali, ovvero: “la mia famiglia 2.0” [3 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, educazione, generazioni on novembre 16, 2011 at 5:06 am

Seguo spesso La ventisettesima ora, il blog che Il corriere della sera dedica ai rapporti tra generi e a riflessioni che potremmo definire “al femminile”. Non perché mi piaccia , anzi, ma perché mi pare sia indicativo di come temi e riflessioni che in altri anni avrebbero trovato uno spazio naturale nel femminismo siano, nel nostro clima culturale, “stemperate” e decolorate fino a diventare semplici riflessioni di costume. Più precisamente, trovo questa rubrica indicativa di un certo surrogato liberale al femminismo”, o talora di una sua parodica reductio ad “Sex and the city”, di cui si son visti parecchi esempi anche altrove, in occasione del 13 febbraio.

Tra i più letti del mese scorso (sì, lo so, il mio tasso di aggiornamento lascia un po’ a desiderare), sta un post relativo alla vicenda della Mamma Tigre, intitolato “Confessioni di una mamma pecora”.

Il riferimento, per chi se lo fosse perso, è a una polemica divampata negli Stati Uniti a seguito della pubblicazione, in anteprima, di un estratto del romanzo di Amy Chua, madre di tre figlie e a propria volta figlia di emigranti cinesi, che raccomanda l’estrema severità del proprio metodo educativo rispetto alle “mollezze” delle famiglie occidentali. Come accade spesso, le discussioni nate altrove, si trasformano in qualcosa di diverso quando varcano la frontiera italiana: mai come in questo caso, la traduzione è una traduzione culturale.

“Sto dunque contribuendo a creare una generazione di maleducati / fastidiosi / capricciosi / viziati / prepotenti piccoli individui, che è come la maggior parte degli italiani (e parte non indifferente di chi commenta i post della 27esimaora) vede i ragazzini di oggi”, scrive Paola di Caro, che si definisce orgogliosamente una “mamma pecora”, e che tesse l’elogio della serenità (o indulgenza che dir si voglia) nei confronti dei bambini. Si può essere più o meno d’accordo con la filosofia genitoriale della giornalista, ma ad essere precisi, la fenomenologia della Tiger Mom è un po’ diversa e ha sicuramente poco a che vedere con dita nel naso, gomiti sul tavolo e gimcane tra le sedie del ristorante.

Ho seguito bene la vicenda, che per mesi è stata argomento di conversazione qui in Nordamerica. Dalle colonne del Wall Street Journal, dove la dottrina educativa della “Tiger Mom” è stata presentata per la prima volta, la discussione è infatti rimbalzata sui principali giornali statunitensi prima e canadesi poi. Altre mamme di origine cinese hanno criticato la loro conterranea (di origine) Amy Chua, denunciando la natura violenta e manipolatrice di questo sistema di aspettative, mentre madri di altre provenienze etniche hanno puntualizzato la severità del loro metodo educativo, non certo inferiore a quello di Mamma Tigre. Tuttavia, è davvero difficile capire il senso di questo dibattito se lo si priva di rapporti con la questione di un razzismo anti-cinese sempre più evidente e strillato – benché nessuno si periti di stigmatizzarlo con formule politiche come quella di “hate speech”.

Il richiamo all’odio può sembrare eccessivo: eppure è parte integrante del problema. La contrapposizione, infatti, non è tra bravi e cattivi genitori, ma tra genitorialità occidentale e orientale. La stessa autrice insiste continuamente su questo elemento, il che spiega l’aggressività con cui molte mamme “bianche” le hanno risposto, o l’arrendevolezza con cui altre mamme – quasi sempre “occidentali” – hanno rivendicato la loro stessa severità, non certo appannaggio di una sola etnia. Chua, almeno nel ristretto brano che ha dato fuoco alle polemiche, precisa più volte che il suo obiettivo è dimostrare la “superiorità” delle mamme cinesi, un’affermazione che ha in seguito cercato di attenuare, sottolineandone l’ironia, evidentemente difficile da cogliere. “Sulle prime ho pensato che fosse uno scherzo”, è stato del resto il commento a caldo di un’altra mamma di origini cinesi, “una di quelle barzellette razziste del tipo: perché alle analisi del sangue hai preso B e non A?”. Le madri cinesi sono superiori, argomenta Chua, perché non permettono ai loro figli di cedere e lasciar perdere, ma li obbligano a riuscire; perché pretendendo il massimo insegnano ai bambini la vera e profonda auto-stima; perché non dipendono dalla libertà lasciata al bambino (chiunque, a nove anni, preferirebbe il luna park a studiare pianoforte, è la premessa non dichiarata del ragionamento), e impediscono a ragazzi e adolescenti immaturi di sprecare energie e tempo in attività inutili e diseducative, dagli “sleepovers” (fermarsi a dormire a casa di un’amica) alla commedia della scuola allo sport. Ed è proprio per questo che il suo ‘metodo’ spaventa: perché avvalora una serie di paure e di luoghi comuni ampiamente diffusi e sempre più percepiti come realtà. Nel malcelato senso di inferiorità delle mamme “americane” rispetto a quelle “cinesi” si riverbera una competizione che è percepita sia su scala globale (la ‘spaventosa’ crescita economica della Cina), sia su scala nazionale, all’interno delle proprie società.

Nel frattempo, il razzismo dilaga. Basti pensare che a Toronto, città che da sempre si fa si va vanto della propria natura multietnica, lo scorso ottobre hanno eletto sindaco uno come Rob Ford, che in campagna elettorale dichiarò pubblicamente: “I cinesi lavorano come muli, ci stanno sorpassando”. Sempre restando da questa parte del confine, è dalla fine degli anni 70 che ciclicamente riemerge sulle pagine di giornali come “MacLean” la questione della presunta “Asianness” di alcuni campus, dove la competizione con gli studenti “asiatici” mette in difficoltà i ragazzi bianchi di buona famiglia, solitamente più propensi a sbevazzare e a impegnarsi nelle attività atletiche (senza scomodare john belushi, bastano i proverbiali 4 anni di partite di football di Forrest Gump).

Naturalmente, non ha la minima importanza che l’identità Asian sia uno stereotipo razzista, incapace di descrivere differenze nazionali e anche di generazione (nel mucchio sono compresi anche i ragazzi di terza e quarta generazione, compresi quelli che vengono spregiativamente chiamati “banane”, gialli fuori e bianchi dentro… è un termine orripilante, lo so, ma non l’ho inventato io). Quel che conta è la ‘verità’ percepita, ripetuta tante volte da diventare ‘dato oggettivo’: i cinesi sono macchine da lavoro, sono inumani, sono una massa informe destinata a conquisteranno il mondo. Il passo alla disumanizzazione è breve, potenziale ma terribilmente breve. È un fenomeno semplice, si chiama razzismo.

Da questo punto di vista, la vicenda di Amy Chua è abbastanza indicativa di come uno stereotipo culturale, intrinsecamente razzista in quanto spiega un dato culturale e sociale mediante i tratti somatici di una presunta “comunità”, sia assunto come proprio da quella stessa minoranza, che ne fa un apparente punto di forza. Un gioco pericoloso, perché – e noi italiani lo sappiamo bene – degli stereotipi, una volta radicati, non ci si libera più.

Come si vede, siamo lontani anni luce dalla consueta diatriba su figli viziati, a letto senza cena e rimettiamogli il grembiulino. Se mai una qualche forma di traduzione culturale è possibile, tra il mondo delle Chinese Moms di terza e quarta generazione, e le mamme milanesi di estrazione borghese che forse leggono la ventisettesima ora, è proprio in questa pianificazione estrema del futuro. Non sono Mamme Tigri, le mamme che piantate su tacchi a spillo portano il pupo infante a danza e musica-col-metodo-Suzuki, tra un corso di inglese e una lezione di scherma. Non sono Mamme Tigri, ma ci assomigliano molto, così pronte a sbranare chiunque metta in dubbio il talento del loro pargolo, o l’insegnante colpevole di non “stimolarlo” abbastanza. Del predatore, certi genitori hanno la competitività vissuta di riflesso, e la consapevolezza che tutto si giochi nei primi anni di vita (ma è poi vero, questo?), nei quali procacciarsi le migliori “opportunità”, nel tentativo spasmodico di programmare l’Erede perfetto. E da questo punto di vista, sarò impopolare, ma preferisco le mamme cinesi. Che di fronte a una pagella sgangherata, spezzano le gambe ai figli, e non ai loro professori.

saturday night blues [5 settembre 2010]

In canadian bacon, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:07 am

C’è chi ha i Sunday blues; io le domeniche le reggo bene, sarà che a me della famiglia riunita attorno al tavolo a mangiare il pollo arrosto non me ne può fregar di meno, o sarà che tutte le domeniche li sento via skype, i miei; sta di fatto che le domeniche vanno, quel che proprio non reggo sono i sabati. Che poi, non è che, prima, il sabato fosse ‘sta botta di vita, ma insomma, è sempre il momento dei contatti umani, in cui letteralmente stacchi la spina e ti ricordi di essere vivo, vedi gente, scambi qualche battuta, qualche risata, qualche chiacchiera, cose così. Qui zero: tizio è partito, caio pure, sempronio non ne parliamo, e rieccomi di nuovo sola, in attesa di ricostituire fragili e precari legami, in una città più grande (e più fredda) della media. Mi consolo al pensiero che i miei coetanei in Italia probabilmente hanno qualcuno con cui uscire, ma la birra la pagano coi soldi della mamma, coi tempi che corrono. Io ho il problema opposto, che è comunque meno grave. Mi vengono in mente svariati proverbi, persino. Non fosse che per fortuna mi trovo sempre del lavoro da fare, sarei una di quelle figure tristi che passano il sabato sera a spammarsi da sole il profilo di facebook.

Oggi pomeriggio ho deciso di prendere in contropiede la mia vita – no more laundry saturdays! – e di partire per un’esplorazione a Est, la parte della città dove non vado mai, dove ho cominciato timidamente ad avventurarmi in primavera avanzata. La mia non è proprio una flânerie alla Baudelaire, sto cercando la French Bookstore di Toronto che dovrebbe stare da quelle parti, e la sto cercando per un motivo preciso, cioè che per la prima volta in un anno non ho trovato un libro alla Robarts, un libro che tra l’altro è pure di un autore importante, quasi incredibile, anche se bisogna ammettere che è uscito fuori catalogo più o meno una settimana dopo la pubblicazione, tra l’altro a casa a Bologna avevo la traduzione italiana, quindi non intendo ricomprarlo, giusto fare così un tentativo a caso, poco speranzoso, di quelli che non si sa mai, magari mi scrocco la citazione al volo su uno scaffale e sennò, ho comunque fatto un giro. Salgo sullo streetcar 501 (come i jeans, sì) più o meno a Queen W/Beverley. Appena una controllatina e sì, i locali dell’ex-miglior-libreria-di-Toronto sono ancora vuoti. Penso con un ghigno ai proprietari dell’immobile, che hanno di fatto cacciato la libreria aumentandole l’affitto in maniera improponibile, e che da più di un anno hanno i locali sfitti, che se li tengano penso, ci possono sempre fare una bella esposizione dei loro bilanci.

Il 501 va verso est, passa il teatro d’opera, le piazze con le fontane, il fashion district: le strade della moda, e alla moda. Appena fuori Yonge street, a pochi isolati dalla cattedrale commerciale dell’Eaton Centre, la città comincia a mutare. Spiazzi di parcheggi in rovina, facciate scalcinate, picccole insegne che nessuno ridipinge da anni: questa è una zona dove la gente vive e lavora, nessuno spettacolo da esibire. Anch’io vivo in un quartiere così, ma questo ha un’aria strana, per strada non c’è nessuno, solo gente in tuta e ciabatte, mentre altrove la città letteralmente scoppia di persone nell’immediato pre-festivo. A Queen/Parliament sale una coppia, uno è un nero obeso con un cartoccio di patatine di McDonalds e se fosse uno spot sui pericoli della pessima alimentazione, non potrebbe essere più credibile. L’altro, sempre nero, allampanatissimo, letteralmente vestito di stracci, i capelli stretti in quelli che un tempo devono essere stati rasta e negli occhi una disperazione nervosa. Si fruga nelle tasche a lungo davanti all’autista, estrae una manciata di monete sperando che basti, l’autista fa segno che i soldi non bastano, i 3 dollari li vuole tutti fino all’ultimo centesimo, l’altro tipo intanto continua a mangiare e visti assieme sembrano Sancho Panza e Don Chisciotte. Li vedo scendere e avviarsi insieme confabulando, poi, al 500 di Queen East scendo anch’io. È tutto chiuso, non c’`e niente di niente. O ho sbagliato qualcosa io, o ha sbagliato qualcosa google. Provo a rifare un pezzo di strada a ritroso, tra una palazzina prefabbricata, un’officina e un grande centro presidiato da una guardia giurata. Incontro gli occhi inespressivi di un gruppo di alcolisti, o forse ex, appoggiati al muro di un Salvation Army Shelter, il quale peraltro non ha l’aria molto accogliente, giusto qualche vetrina vuota e un cartello che invita a non bivaccare sotto gli occhi delle telecamere. Se qualcosa vendono da queste parti, di sicuro non sono dei libri.

Mi rimetto ad aspettare il tram nel senso opposto a quello da cui sono venuta, con la vaga sensazione di star perdendo il mio tempo, alla pensilina con me c’è un vecchio tossico di quelli DOC, le braccia scheletriche la bocca sdentata e tutto il resto, poi arriva un nonnetto che chiama la moglie per dirle che sta per prendere il tram (“I am about to get on the streetcar”) ed esulto pensando che finalmente ho sentito un vero canadese pronunciare il famigerato “Abùt”, con la ‘u’, che poi in realtà sarebbe un arretramento del dittongo, ma adesso non sottilizziamo.

A Parliament e Queen risale pure il Don Chisciotte rasta, senza Sancho però, e mentre perde un altro quarto d’ora a cercare i tre dollari della corsa, noto che ai piedi porta un paio di gazzelle nere completamente sfondate. All’incrocio successivo, vedo una donna sul marciapiede, accovacciata sui cartoni, il busto leggermente piegato in avanti come quello di una bambola, il volto chino, immobile, i capelli color paglia, e dritti davanti a lei due uomini che le parlano, le espressioni dure, poi se ne vanno, mentre il semaforo continua a non scattare. La ragazza rimane immobile, talmente immobile che mi chiedo se le stia succedendo qualcosa, poi, mentre ormai il tram riparte, la vedo che solleva il volto e manda fuori la boccata di fumo di una sigaretta. Ha due occhi, come se tutto quello che le passa attorno fosse normale.

Non riesco a orientarmi, finché non riconosco un pezzo di strada, uno spiazzo di parcheggio, e mi rendo conto che siamo due isolati a nord di Ryerson University, la nuova sede che in teoria dovrebbe aver ‘ripulito’ la zona di Yonge dal degrado, e infatti è pur riuscita a spostarlo tre metri più in là, fuori dall’area glamour dei negozi delle vetrine delle trasgressioni ‘legali’.

Scendo, cambio, prendo la metro e tutta la meglio gioventù di Toronto sembra si sia data appuntamento su questo vagone, una specie di incrocio tra il vernissage di una mostra underground e una serata disco particolarmente trash. A quanto pare la gente ha approfittato dei primi freschi (parlare di freddi ancora sembra esagerato) per sfoderare stivali e giubbotti di pelle, quelli che tra due mesi, col freddo vero, possono avere una funzione al massimo decorativa. Del resto, è anche il sabato prima di Labour Day, che bene o male, per molti è l’ultima vacanza estiva: normale che per il W/E ci si prepari a far sfracelli. Di fronte a me, un ragazzo asian dagli zigomi larghi continua a lisciarsi il ciuffo con il viso incollato al blackberry, ma talmente incollato che per un attimo ho il dubbio si tratti di uno specchietto per il trucco. Del resto almeno tre donne qua intorno si stanno truccando, e noto che gli specchietti si aprono proprio come i cellulari di ultima generazione. Una donna in particolare mi colpisce. Pare sbiancata con la candeggina. Letteralmente. Ha i lineamenti inequivocabilmente africani, un naso e delle labbra bellissime, gli occhi scuri, i capelli ossigenati e la pelle di un colore quasi rosa che però non ha niente di sano, sembra davvero artificiale. Mi vengono in mente tutte le storie che ho letto sulle lozioni sbiancanti e sui loro effetti pericolosi, spesso permanenti, non ricordo di preciso quali però. La donna si trucca bene, a lungo e con cura, forse un po’ troppo secondo. Quando scendo dalla metro, sta ancora rincarando la dose del fard sugli zigomi.

Sono le sei, cammino su St. Patrick St., sembra che stia per piovere e in fondo non è successo niente. Avrei voglia di una birra, con tutto che sono da sola. Davanti al pub, invece, decido di tornare a casa. Che tanto qualcosa da fare la trovo.

riding the rocket [29 agosto 2010]

In canadian bacon on novembre 16, 2011 at 4:06 am

Se il tuo primo impatto con una città avviene dai finestini di una navetta di quelle, generalmente private, che collegano l’aeroporto al centro cittadino o a una qualche stazione periferica, per tutta la vita manterrai quell’immagine da scorrimento di titoli di testa, quell’imprinting di capannoni e hinterland, nella lenta transizione da un paesaggio (de-? post-?)-industriale a qualcosa che sembra una periferia, o dei sobborghi, e finalmente a una città. È lo sprawl, l’interregno urbano: l’interstizio che si mangia il centro, l’intercapedine cavo che resiste alla pressione dei muri. Così è per me Parigi, o Berlino, in piena sindrome Ryan Air. E così è anche Milano: è su navette del genere che rientro e riparto, da e verso l’Italia, cambiando città per risparmiare qualche centinaio di dollari. Roma invece no, la associo allo scorrere lento del treno lungo il vasto alveo di venti e passa binari: un ritmo da cinema, non da Disneyland.

Il bus che collega il Pearson International Airport alla città di Toronto dice già molto di questa metropoli e del paese che la circonda. È un mezzo pubblico, una corsa per $3: un prezzo caro per un biglietto dell’autobus, ma basso per una navetta da Aeroporto. È un mezzo rapido, che infatti si fregia del titolo di rocket: altro che shuttle, noi saettiamo a bordo di un razzo: we ride the rocket.

Ho percorso già tante volte questo tragitto, negli stati d’animo più vari. L’ho fatto ridendo e scherzando, in compagnia di amici, nello stato di esultanza che precede il ritorno a casa o l’inizio delle ferie. L’ho fatto con l’anima ingombra dalla paura, il fiato sospeso per l’avventura che mi si apriva davanti. L’ho fatto con l’ansia dei ritardi, del traffico, della valigia pesante che si incastrava a ogni gradino. L’ho fatto in preda al panico generato dalla solitudine, oppure in preda alla mortale tristezza per la partenza, irrimediabile e definitiva, di qualche amico.

Ogni volta il tragitto cambia, esattamente come il mio stato d’animo. Il tratto di strada si complica, diventa più lungo e profondo, un po’ come questo jet lag che si fa più devastante a ogni ritorno. Cantieri, fabbriche, capannoni, rampe, deviazioni, fermate aggiunte o soppresse: al punto che, a volte, mi afferra il panico, credendo di aver perso una fermata chiave – la mia – o non ricordando quale dei due terminal venga prima, se l’uno o il tre.

Il razzo si lancia con stile, sorpassa i taxi, mangia metri di corsie che si direbbero preferenziali, scivola indifferente lungo la prima panoramica della città che appare, il lago lontano, e in fondo la sagoma del financial district, la cn tower. Non riesco a provare alcuna emozione. Sto passando da una casa all’altra, con la differenza che in inglese ‘home’ vuol dire anche patria, e questo no, in italiano non sarebbe esatto.

In lontananza il bagliore di automobili luccicanti di calore e sole, parcheggiate su spazi immensi di parcheggi, o incollate nelle code ai vari raccordi. La strada corre veloce e dolce tra immensi cubi dai colori accesi, decine di metri quadri stampati di parole e immagini nemmeno fossero vestitini di cretonne, tubi innocenti che sembrano quasi nuovi elementi razionalisti, e invece sono i nervi di un nuovo palazzo messi a nudo, e ovunque si scava e si freme, sembra quasi di vedere le pettorine arancio infuocate dai raggi del sole morente.

La Cina sovrasta il mondo con la forza della propria demografia, ma qui in Canada, forse ancor più che nel resto del Nordamerica, percepisci che è lo spazio la materia prima inesauribile, infinitamente commerciabile, risorsa dall’espansione apparentemente illimitata; e viene quasi voglia di pesare l’aria a metri cubi, di stiparla nei container ed esportarla. Non escludo che lo facciano, prima o poi.

Il TTC rocket, come un fulmine sulla 220, striscia lungo rampe trapezoidali di cemento, in rovina come i templi maya cui si ispirano, supera i palazzi costruiti come bunker dei b-movie e oggi altrettanto fuori moda, costeggia ormai a passo lento le velature e le bombature di cemento armato, erte a riparare dal vento pendolari e viaggiatori. Per la seconda volta, entro alla Kipling station, i gesti resi automatici dal jet-lag (sono in piedi da quasi 24 ore e le sento tutte, e le sentirei anche se non ci fossero i km e il viaggio e le valigie), trascino zaino e borsa via dalla scala mobile che, per la seconda volta, va nella direzione opposta alla mia, ascolto nel dormiveglia la cantilena delle fermate, nel dormiveglia riconosco la mia e come uno zombi cammino fino alla porta, e penso che la stanchezza è il miglior analgesico che esista al mondo, neutralizza la paura e la nostalgia e l’assenza, che è quanto rimane, dopo un anno sospeso tra due mondi, due case, due terreferme.

dal fondo delle campagne all’estremo della città: leggendo Mario Luzi [16 maggio 2010]

In canadian bacon, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 3:17 am

Mario Luzi è un poeta che ho sempre faticato a leggere. Forse per l’architettura vagamente “tassiana” dei suoi versi, o, più probabilmente, perché il suo mondo mi appariva estraneo, distante. L’ho aperto più volte senza mai finirlo; e quel poco, mai capito, masticato più che letto, per nulla assimilato. Non mi vergogno a dirlo. Come molti umanisti di mestiere, ho letto molto, ma quel molto non sarà mai abbastanza: preferisco ammettere l’entità delle mie lacune, invece di nascondermi dietro all’ipocrita frase “Sto rileggendo…” (certa gente sembra che i classici non li legga, ma li rilegga direttamente; io ho invece il sospetto che, se esistesse uno scanner adatto allo scopo, la presunta preparazione di molti rivelerebbe tutto intero il catalogo dei modi di “non-leggere” teorizzato, pochi anni fa, da Pierre Bayard). Ad ogni modo, Mario Luzi non è uno di quegli autori “ignorati” per assenza di tempo, ma un autore affrontato a più riprese e sempre rigettato dal mio corpo. Che, evidentemente, non aveva ancora raggiunto la maturità necessaria. Pare uno scherzo del destino che io lo debba scoprire qui, in Nord America: mi ci è voluto il salto di un oceano per cominciare ad apprezzare i versi di uno dei massimi poeti del “mio” Novecento.

Eccomi, dunque, a varcare l’inferno urbano della metropolitana con l’edizione Einaudi 1965 di Dal fondo delle campagne che mi spunta dalle tasche della zimarra (chi ha familiarità con la Bohème riconoscerà la citazione). L’ho portato con me per una non troppo accidentale distrazione; mi renderò presto conto che Luzi è un’eccellente guida al tour che mi sono proposta, ossia una camminata di poco più di 5 km sul lungofiume di Toronto: il cosiddetto recreational trail che, costeggiando il corso del Don River, si snoda fino alla riva del lago, nella parte orientale della città.

I versi di questa plaquette sono stati composti tra il 1956 e il 1960; parlano di un’Italia sepolta sotto le macerie di due miracoli economici, quello industriale e quello del terziario avanzato. Tra le righe si scorgono costole brulle di Appennini e sobbalzi di corriere, la polvere di strade percorse a poco più di 50km/h e svolazzanti grembiuli di cretonne. Questo volumetto smilzo è anch’esso in dismissione, esattamente come il mondo che racconta. È infatti uno dei tanti libri che ho comprato per mezzo dollaro canadese, tra i vecchi libri dati via dalla Kelly Library, proprio di fronte al mio dipartimento. Scartabellando tra le tante porcherie, ci ho trovato delle occasioni uniche , tra cui spicca, oltre a un Bigongiari e a un Croce d’annata, una spettacolare edizione autografata di Letteratura e mito, di Furio Jesi. Tutti buttati su un tavolaccio, alla mercé dei passanti, tra Rosamund Pilcher e le ricette di Suor Germana (sia detto col dovuto rispetto per entrambe).

Sono fra la seconda e la terza fermata di metropolitana, quando comincio a leggere. Mi aspetto l’Appennino, i dolci avvallamenti toscani, le reminiscenze dantesche, e trovo invece versi che fendono il cuore come questo vento che ci insegue fin sottoterra:«Di che soffri, per chi ti dai pensiero / Fece un cenno d’addio verso l’Europa, sparì sotto coperta. / Non so dove, / ma è lontana. S’è fatta un’altra vita» (12). Una pagina dopo, alla terza poesia: “Non ho altro canto che questa tenerezza disarmata / mentre canta l’America il suo canto / dal suo mulino d’uomini Brodway:/ vivere, vivere, non cercare scampo” (13). Una geografia irreale – appena immaginata, di “città non viste ma note” (13): non sono forse questo le città straniere, per chiunque peregrini fuori dalla sua casa? Fantasmi di un nordamerica immaginario – e per questo più reale della realtà vista e toccata con mano – guidano in anticipo le nostre visioni, orientano i nostri passi.

Lungo il fiume. Edere selvagge e graminacee senza gloria si intrecciano a palizzate arrugginite, colonizzano vecchi ponti sbarrati. Il verderame di lamiere ormai inservibili compete a stento con il verde luminescente di alberi trapassati dal sole. Un cartello mi informa del tentativo di ricostruire the original Don River forest, la foresta che costeggiava anticamente il secondo fiume di Toronto, e che ricomincia, con difficoltà, a lussureggiare qui, svariati metri sotto il livello di strade e ponti. La foresta riprende a pulsare ma è una foresta matta e degenere. Alla selva degli alberi fa ancora da contrappunto quella dei tralicci dell’alta tensione, mentre, tra le erbe infestanti, i teschi strillano intatto il loro urlo di pericolo. Sembra un presagio del mondo post-umano, il mondo che verrà dopo la nostra fine: ma la dismissione di alcune strutture industriali non deve trarre in inganno. Sono ancora arroganti i segni di BMW, di Volvo, di Audi, le strutture di vetro e cemento che permettono di attraversare in sicurezza questo fiume dismesso. Di foreste è piena la letteratura italiana che – come ogni scolaretto sa più o meno fin dalla terza elementare – si apre sull’oscura selva del peccato. Da questi tralicci vegetali, da questi alberi elettrici con troppa linfa, non vedo però pendere fantasmi di suicidi. Sento piuttosto riecheggiare i versi di un altro grandissimo poeta italiano, il Montale della Bufera: “[…] Troppo / straziato è il bosco umano, troppo sorda / quella voce perenne, troppo ansioso / lo squarcio che si sbiocca sui nevati / gioghi di Lunigiana” (Personae Separatae, vv. 15-19). Non siamo in Lunigiana, ma mai come tra queste piante, in questo silenzio continuamente rotto dal ronzio di biciclette da corsa e dall’eco dei tram, ho sentito che la selva umana è qualcosa di profondamente rotto e violentato. La selva degli alberi, e quella delle parole, in cui alcuni di noi amano perdersi.

Versi che prima restavano muti, cominciano a rivelare il loro spessore solo alla distanza. Sono a metà del mio percorso, e dall’incavo dell’ennesimo cantiere vedo lo skyline della città, rovesciato. È l’icona di Toronto, con la CN Tower a demarcare l’identità di questa metropoli, che altrimenti potrebbe sembrare uno dei tanti volti di città chiamati a specchiarsi su una massa d’acqua: ma questa, così grigia e sinistra, è l’immagine che non apparirà mai su nessuna cartolina. Resa pregnante dalla distanza, è concava come il vuoto che la fa risuonare. Mi rendo conto che ho bisogno di distanze: capire, in fondo, non è che colmare di parole uno spazio vuoto. Condizione comunemente umana, ma che i parolai di mestiere sentono più acuminata degli altri, vivendo spesso per interposta persona. Le parole, il viaggio, la distanza che ci separa da chi amiamo: sono tutte sfaccettature di un unico discorso; sono tutti modi per prendere tempo; offrono uno spazio in cui distendere l’arco del senso. Ancora una volta, mi rivolgo ai versi di Luzi: “Sediamo qui, persone nel viaggio / smaniosi alcuni dell’arrivo, alcuni / volti tutti all’indietro, chi sospeso. […] // Chiudo e apro gli occhi sopra questo lembo / di patria, stretto contro lo schienale / ascolto questa gente, questo vento, / vivo per mediazione dei miei simili / più di quanto lo sia in carne ed ossa.” (43).

Sono le 5:20, come mi fa notare la sveglia – puntata due settimane fa per una ragione contingente, e non ancora disattivata per la mia solita incuria. Di alberi non c’è più l’ombra. Lasciato alle spalle il rombo delle strade di scorrimento e delle sopraelevate, sorpassati gli scambi del GO-Train, continuo la mia marcia tra ghiaia fluviale e recinzioni, mentre tutto intorno escavatrici e gru tentano di cambiare incessantemente il volto della Toronto portuale. È l’ora in cui i turni di lavoro finiscono, e costeggiando uno dei cantieri racimolo un improvvisato invito a cena da un operaio in casco e pettorina arancio. Declino educatamente l’offerta, e accelero il passo. Il bosco post-umano è finito, si torna alla città.

verso toronto [25 aprile 2010]

In canadian bacon, repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 3:10 am

Non è un atteggiamento razionale, ma ogni volta che vedo la foglia d’acero salendo dal confine americano – cosa che poi mi è successa solo due volte – provo un’assurda sensazione di sollievo. I primi tempi che la vedevo svettare, provavo un senso di disorientamento (mi aspettavo quella a stelle e strisce, ma che ci faccio in Canada?, mi chiedevo), ora invece mi sembra “quella giusta”. Toronto non è casa mia, è una città straniera come e forse più di qualsiasi città americana (ad eccezione di Boston, dove invece ho famiglia e connections), però, volente o nolente, ci abito… O forse, come gli amici “expats” cominciano a farmi notare con malizia, sto assumendo la forma mentis dell’assimilato, che replica i pregiudizi del paese in cui vive per essere accettato più facilmente. Così sto facendo mie tutte le c.d. bullshit (che non è una marca di whisky, ma una specie particolare di cazzate) sul fatto che i canadesi siano più aperti, liberal e tolleranti degli statunitensi. Cosa che, mi dicono, non è vera, anche se a giudicare da come gestiscono le frontiere semberebbe di sì: verso Sud, a Detroit, eravamo stati scortati a vista da un agente in una stanza chiusa senza bagno (e i bambini?, mi ero chiesta), che nessuno aveva potuto lasciare fino al completamento della pratica da parte di tutti i membri del gruppo, procedura che mi aveva ricordato da vicino le trafile di un’istituzione carceraria; per rientrare in Canada, a Windsor, son bastate due domande e una controllatina ai visti.

Ad ogni modo, non sono ancora abbastanza assimilata da condividere l’entusiasmo dell’autista, che appena varcata la frontiera parcheggia e invita tutti a bere un vero “canadian coffee” da Tim Hortons. Evidentemente di “canadesi veri” ce ne sono pochi, perché la proposta cade nel vuoto. Ora, io premetto che non l’ho mai assaggiato, ma ho una vaga idea che il piscio di gatto potrebbe fornire un termine di confronto adeguato al caffé di Tim Hortons: una specie di broda caldissima, che se presa amara è completamente imbevibile, e che in versione double double (= doppio zucchero e doppia panna) è efficacissima come emetico. Non me ne vogliano i canadesi veri; si sa che qui in nordamerica ‘coffee’ è decisamente un blanket term, ma di sicuro per un italiano quello di tim hortons non è un “caffé prototipico”.

L’unica persona che ha accolto il consiglio dell’autista è la signora zoppicante e con l’occhio pesto, che ha guadagnato l’ingresso del locale con la sua consueta andatura fiacca e strascinata. Ci toccherà, infatti aspettarla per ben più dei cinque minuti regolamentari di pausa previsti. Andamento che manterrà per tutto il viaggio, puntualmente perdendosi nella stazione delle corriere e scendendo a ogni pausa per controllare ossessivamente che nessuno le abbia rubato il bagaglio – un bustone di plastica cerata stile ikea, arrotolato alla menefrego. Certe situazioni parlano da sole, parlano di disagio, di mal di vivere, o forse non parlano perché non c’è niente da dire, qualsiasi parola è fuori posto.

Il pullmann, partito semivuoto alla stazione di Detroit (cinque passeggeri, tra cui la mia collega scesa subito dopo la frontiera), si riempie ben presto in quelle successive, di Windsor prima e di London poi. Non rimane neanche un posto libero, a Windsor. Facce stanche popolano il pullmann, e nell’attesa orecchio brani di conversazioni, cronache del week-end, scampoli di crisi familiari, nonni che tirano le cuoia, madri che fanno incazzare i figli e viceversa, mentre una fitta pioggia lava il ritmo, sempre uguale, delle conversazioni. Partiamo dopo un periodo che a me pare interminabile, tra borse piene di panni stirati e mutande pulite per la settimana. A London siamo fuori dalla crisi, invece, e cominciano a salire i ragazzi, per lo più studenti universitari, a giudicare dalle felpe e dagli stemmi stampati un po’ ovunque. Un odore acre si spande dal cartoccio di una ragazza Asian, mentre un’altra, con immancabile hoodie e due shorts decisamente inadeguati alla pioggia battente, sembra non perdere la sua aria da cheerleader nemmeno dopo due ore di corriera. Io ho piantati nelle costole i sacchi e i pacchi della studentessa a me vicina che rifiuta di riporre i bagagli nelle apposite scansie per timore di dimenticarseli, come le è già capitato. Il pullmann si svuota di persone e si riempie di zaini, da cui pendono, legati malamente, skateboard e sneakers. Una coppia estemporanea sembra formarsi nella conversazione, lo evinco dal giusto ritmo nelle domande e di risposte – Do you have facebook?, sentirò chiedere a lui verso la fine del viaggio. Sale, quasi per ultima, una coppia di backpackers, depositati nel ventre dell’automezzo due enormi zaini ricoperti di stemmi da tutto il mondo. Lei, pantaloni pakistani larghissimi rosso scuro e sandali tanto artigianali da parere finti, tiene tra le braccia un bongo più alto di lei; il compagno, in t-shirt azzurrina e bermuda, regge per un angolo un gran cuscino verde che mi fa pensare a Linus, non so perché…

L’autista, a London, ha finito il turno. Quando ritorno a bordo dopo una breve visita alla toilette, sta mettendo da parte le sue cose prima di staccare. Mi squadra sospettoso, poi mi riconosce come una dei passeggeri saliti a inizio corsa: “Now I remember, you are the Italian one”. Avrebbe potuto dire “the clumsy Italian”, l’italiana pasticciona, ma non lo dice, e invece sorride, e mi fa la solita domanda di rito, quella che ormai, da agosto, ho sentito un milione di volte: “How do you like it here?”, ti piace il Canada? Sì, rispondo, e la conversazione potrebbe anche chiudersi qui, ma invece c’è un altra parte del rituale, un’altro scambio impresciindibile nell’interazione tra migrante e nativo, devo dirgli qualcosa nella mia lingua. “How do you say “Hi” in Italian?”, mi chiede, e io sorrido, perché “Ciao” qui è una parola comune, la usano anche tra di loro, in inglese, per salutarsi, ma glielo dico lo stesso, “It’s “ciao”. Ma lui scuote la testa, deluso. “No”, commenta, “that’s goodbye”, quello vuol dire arrivederci. E scende.