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in difesa dell’ironia

In a spasso tra i libri, attitudine popular, educazione, repubblica delle lettere, this is the end of the world on novembre 19, 2012 at 10:56 pm

Parodia di Hipster. Fonte: Chicagoshows.wordpress.com

Alcuni giorni fa, sulla rubrica The opinionator, il New York Times ha pubblicato un lungo e polemico articolo contro l’ironia di Cristy Wampole, Assistant Professor di Francese a Princeton. L’autrice denuncia in modo appassionato e retoricamente efficace l’attitudine alla distanza dei suoi coetanei, e auspica che ci si liberi dall’ironia, dalla tendenza a evitare qualsiasi presa di posizione seria, tornando a un ethos non più ‘reattivo’ ma ‘attivo’. Si può capire come queste parole, che suonano come un incitamento al rigore e all’impegno, siano suonate condivisibili e persino ‘rinfrescanti’ nel gruppo di coetanei (per lo più con aspirazioni intellettuali) che frequento. Pur condividendo l’assunto etico di fondo, nel proseguire la lettura non ho però potuto reprimere un crescente senso di perplessità.

Sarà che il mio è un osservatorio limitato, per cui non conosco molti hipsters. Sarà che leggo molte notizie di politica, sia italiana sia internazionale, per cui mi pare che ‘disperazione’ e ‘incazzatura’ siano termini più accurati di ‘ironia’ e ‘presa di distanze’ per descrivere l’atteggiamento della generazione mia coetanea. Probabilmente il mio punto di vista è provinciale; ma a me pare che occuparsi in tale dettaglio di come una certa ironia (falsa ironia, la chiamerei io) ci impedisca di prendere posizione sul presente sia una contraddizione in termini.

Più precisamente, a me sembra che l’ironia descritta dall’autrice sia un atteggiamento molto diffuso all’interno di una data cerchia o di una precisa classe sociale, ma non rappresentativo di un’intera generazione – cosa che diversi lettori non hanno mancato di notare nella sezione dei commenti. Con buona pace dei pochi di noi che abitano una bolla accademico-artistico-culturale oppure hanno la fortuna di svolgere lavori creativi (il pubblicitario, il ricercatore universitario, il giornalista e consimili), la maggior parte delle persone vive senza necessariamente simulare, si preoccupa per il proprio presente e futuro, ascolta la musica che ritiene di trovare gradevole e, se parla, pensa di dire ciò che sta dicendo (anche quando in realtà sta dicendo qualcos’altro). E non perché siano ‘infantili’; al contrario, perché a differenza di noi sono “adulti veri” che vivono nel “mondo reale”. Ma questo non è necessariamente un bene, come la stessa retorica del “mondo reale” (usata per incolpare intere classi sociali del loro destino) dimostra.

***

Personalmente amo l’ironia, e non credo che tutte le risate siano ridanciane, inutili o idiote. Ci sono risate che feriscono e risate che mordono. Se così non fosse, ad esempio, il sarcasmo non sarebbe considerato un peccato capitale (come invece è, almeno qui in Nordamerica, e comprensibilmente: perché il sarcasmo è un modo di mostrare i muscoli, sia pure quelli del cervello). C’è una grande enfasi, nella cultura letteraria di oggi, sul bisogno di ‘serietà’. Così, mentre il web pullula di meme e immagini assurdamente ridanciane, mentre il potere governa mediante un uso oppressivo della risata, e mentre la continua osmosi tra lavoro e piacere rende alcuni di noi incapaci di rendersi conto della reale abolizione di diritti e tutele, la parte più “consapevole” della nostra società si dà da fare per promuovere forme pulite e quasi edulcorate di humour. Nel frattempo, tra gli intellettuali si predica a gran voce la morte del postmoderno e il ritorno dell’impegno: a volte in via solo teorica e intellettuale, a volte anche in modo concreto, piantando gazebi e dipingendo cartelli. Pur riconoscendo il valore culturale di alcune battaglie (quella per il politically correct, ad esempio) io non credo che un’eventuale vittoria della serietà e della correttezza ci renderebbe necessariamente più liberi o consapevoli.

A mio avviso l’autrice pecca di ingenuità quando identifica l’ironia con un particolare tipo di ironia: quella che lei esemplifica con la posa artefatta dei nuovi “hipster”. Credo che in questo senso la sua formazione letteraria, di studiosa della narrativa post-moderna, possa essere fuorviante. Perché quando leggo una frase come “It stems in part from the belief that this generation has little to offer in terms of culture, that everything has already been done, or that serious commitment to any belief will eventually be subsumed by an opposing belief, rendering the first laughable at best and contemptible at worst,”* mi ritrovo immediatamente trasportata in un ethos filosofico politico di vent’anni fa, dove il picco petrolifero non è nemmeno contemplato, il debito non esiste e il radicalismo politico nemmeno. Siamo ancora dalle parti del dibattito sul postmoderno: un dibattito formulato a livello internazionale (penso alla mostra londinese Postmodernism: Style and Subversion 1970–1990, tenuta nell’autunno del 2011 al Victoria and Albert Museum), e che, nel nostro piccolo, è arrivato anche in Italia, dal dibattito sul New Italian Epic (2008-2010) al dibattito filosofico sul New Realism recentemente animato da Ferraris e Vattimo.

Io credo che non si debba rigettare l’ironia, ma fare qualche utile distinzione, perché nell’appropriazione ridanciana di miti e modelli consumisti non c’è nulla di profondamente ironico. Quella che Wampole descrive nel suo articolo non è ironia, ma una perversione dell’ironia. La caricature di hipster che abita il nuovo secolo (di cui si può leggere un profilo tanto caustico quanto famoso qui) deve prendersi gioco della musica commerciale perché la ama, o perché a dispetto della sua costosa educazione, è culturalmente succube della cultura pop. I nuovi hipster che affollano le strade di Williamsburg e che si considerano trendsetter sono consumatori culturali all’ennesima potenza; ma oggi siamo tutti consumatori culturali, a vari livelli, ed è per questo che il loro atteggiamento estremo ci risulta tanto familiare.

In questo contesto, l’ironia è, o forse dovrebbe essere, la capacità di dirsi produttori, anziché consumatori, di cultura. Di cambiare non il canale, ma il terreno della ricezione. Di usare i linguaggi correnti per formulare un nuovo linguaggio. Non un nuovo messaggio, si badi: questo lo fanno tutti, anche i pubblicitari. Formulare un nuovo linguaggio è, invece, una cosa difficilissima, che è riuscita a pochissimi, solo ai più grandi tra gli scrittori. Italo Calvino, per dirne uno.

***

E in Italia? Nel Bel Paese, si sa, siamo malati di umorismo, di macchiettismo, di ironia. Alle peggiori schifezze della nostra classe dirigente reagiamo facendo ‘battute’, sentendoci dei tanti piccoli Totò. La classe politica a propria volta non ritiene di dover governare, assumendosi apertamente la responsabilità della propria macelleria sociale, ma si esprime per battute, scatenando ondate di indignazione a costo zero – dai bamboccioni ai choosy, perfetti equivalenti culturali del ‘que se jodan’ spagnolo.

Se c’è un paese dove in apparenza il Governo Della Risata si è esercitato con pervasiva violenza, questo paese è l’Italia. C’è stato un periodo in cui addirittura si decretava la morte della satira che – si diceva – sarebbe stata superata dalla realtà (effettivamente scene come quelle di un Calderoli che, nel 2006, definiva la propria legge elettorale “una porcata” sembravano tratte dal “Cuore” dei tempi d’oro).

Vignazia ’12

A volte mi capita di chiedermi se l’ironia (o l’antifrasi, che dell’ironia è parente stretta) sia inadeguata a descrivere la repressione delle piazze nel 14 novembre, o l’arroganza della classe dirigente italiana. E credo che nella loro forza comica, le forme di  satira non siano inadeguate, a differenza delle tante petizioni e forme varie di clicktivismo e indignazione mediata. Perché denunciano, tra le altre cose, uno stato di linguaggio in cui “le cose non sono le cose,” per cui

l’antifrasi diventa l’unico modo possibile di relazionarsi al potere. Certo non basta fare battute e scrivere satire. Ma nella satira si può annidare un profondo germe di ribellione, e sarebbe ingenuo – oltre che controproducente – volersene privare.  E penso al senso di sconcerto che ho provato la prima volta che ho visto una finta pubblicità di Adbusters. Me lo ricordo: fu a Firenze, alla Fortezza da Basso, nei giorni del FSE del 2002 (un luogo non particolarmente ironico, bisogna riconoscerlo). Guardando gli enormi banner finti di Mc Donald’s sventolare dal soffitto, mi ci vollero un paio di secondi per capire che si trattava di una parodia, eppure mi rimase un senso di disagio addosso ancora per qualche minuto.

Siamo sicuri che questa ironia sia la stessa dell’hipster che se ne va in giro con la maglietta di Justin Bieber, si veste da SuperMario per Halloween e afferma di amare la musica di Katy Perry perché è, oh, so shitty? Ne dubito fortemente.

Io credo che alcune di queste rappresentazioni antifrastiche, ironiche o parodiche siano  frutto di impotenza – la stessa impotenza che ha animato per secoli le pasquinate, i carnevali, e persino le uccisioni in effigie di tiranni, duci e ducetti. Ma l’impotenza di chi subisce la violenza della storia e non ha altro rifugio che lo sberleffo non è necessariamente la stessa di chi si immagina inerte e passivo, e usa l’ironia come una coperta per continuare a nascondersi. Gridare che i lacrimogeni non rimbalzano su Marte è gridare che il re è nudo: vuol dire denunciare l’assurdità che è già al potere e che ci governa, pretendendo di farci dire che due più due fa cinque.

Per questo anche noi italiani non dobbiamo essere per forza contro l’ironia: ci basterebbe liberarla dall’autocommiserazione, dalla passività, dal narcisismo generazionale e dalla mercificazione, per tornare a usarla come uno strumento verace, violento, disarmonico. Perché l’ironia non è accettazione ridanciana del reale. Questo è ciò di cui ci hanno convinto per vent’anni. Ma l’ironia è altro. È soprattutto distanza: e come tale è una difesa potentissima da quel meccanismo di commercializzazione che, a ritmo sempre più vertiginoso, si appropria di tutte le narrazioni, e soprattutto di quelle serie, ontologicamente ingenue, e cioè di quelle con un messaggio sociale chiaro, rassicurante, impegnato e inquadrabile.

Se un dovere hanno oggi gli artisti e gli intellettuali, è precisamente quello di produrre opere brutte, dissacranti, urticanti, opere che facciano letteralmente schifo –   non in qualche modo esteticamente accettabile, ma che ci disgustino e ci rivoltino nell’intimo, che ci sveglino e impediscano in ogni modo di provare piacere. Opere che suscitino in noi un senso di terrore e di violazione, opere che ci spingano a dubitare, con un brivido, della loro finzionalità, invece di presentarsi arrogantemente, e contraddittoriamente, come “reali”. Opere che siano imprendibili, immistificabili, proteiformi. E quindi sì, anche ironiche, se ciò serve a evitarne il consumo.

Guardatevi, piuttosto, dalle narrative ‘impegnate’: producono assuefazione.

***

*Traduzione: [questo atteggiamento deriva, almeno in parte, dalla convinzione che questa generazione abbia ben poco da offrire in termini culturali, che tutto sia già stato fatto, o che qualsiasi impegno serio sarà, alla fine dei conti, inglobato da una convinzione di segno opposto, che trasformerà l’ideale di partenza in un oggetto ridicolo (nella migliore delle ipotesi) o disprezzabile (nella peggiore)]

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“non vestitevi come delle troie” (cit.)

In dododonne, educazione on agosto 31, 2012 at 10:32 pm

Le ragazze sono sulla metropolitana. Hanno entrambe i capelli acconciati in due trecce, una gonna marrone, un improbabile corpetto alla tirolese color cipria e un finto paniere di vimini con un noto marchio aziendale. Sono state tutto il giorno in strada come promoter e sono svaccate sui sedili della metro, i piedi sollevati e – presumibilmente – in fiamme.
Un ragazzo dall’aria volpina si avvicina e cerca di stabilire una conversazione con una delle due. La ragazza sulle prime risponde con gentilezza, come a tutte noi verrebbe spontaneo fare perché da piccole ci hanno insegnato che si risponde sempre educatamente, soprattutto se si è femmine. Poi il ragazzo si fa insistente e lei diventa elusiva.
Il ragazzo fa commenti sulla lunghezza delle loro gonne e l’amica spiega che si tratta di un costume per una promozione commerciale.
Il ragazzo si protende verso la bionda e le chiede se quella sera è libera. Le due, ritraendosi, dicono che sono stanche morte dopo una giornata di lavoro e vogliono solo andare a dormire.
Il ragazzo, sempre più vicino, insiste per farsi lasciare il numero di telefono, finché la ragazza presa di mira non dice rapida che ha un fidanzato. Le due lasciano improvvisamente il vagone, con uno scatto felino che lascia il tipo di stucco e che mi fa pensare che siano state infastidite molte altre volte.
Quando le due ragazze sono ormai sparite, il molestatore si volta verso un gruppo di maschi – evidentemente degli amici che gli tenevano bordone – e commenta l’episodio. Cominciano una cagnara rivoltante da cui si evince che, chiaramente, le due erano troie [slut], che avevano fame di eccetera eccetera, che se solo fossero rimaste sul mezzo per un’altra fermata la bionda sicuramente gli avrebbe dato il numero, e che comunque è da troie aspettare la fine della conversazione per tirare fuori la scusa del moroso. Li sento ancora berciare a Union Station, dove il treno si svuota. Sto bene attenta a infilare un’uscita completamente diversa dalla loro, anche a costo di dovermi fare un chilometro e mezzo di strada in più.

Mi capita spesso di pensare che cosa induca gli uomini a pensare che atteggiamenti simili possano essere graditi o anche solo socialmente accettabili. Poi leggi una cosa così e capisci che non c’entra niente il desiderio, la voglia, o anche la disperazione di qualcuno che non ha la morosa dai tempi del primo esecutivo Berlusconi. Capisci, insomma, che non c’è niente di capire.

Poi leggi che nel quartiere dove hai abitato per due anni, vicino al parco dove sei solita andare ad allenarti la domenica, nella strada dove c’era il tuo caffè preferito e dove andavi a correre anche alle otto-otto e mezza di sera, ci sono stati sette stupri consecutivi nell’ultimo mese e mezzo, presumibilmente seriali. E che altre donne stanno cominciando a parlare, dopo la conferenza stampa della polizia, per cui il numero delle violenze non è ancora definitivo. E che lo stupratore non è stato ancora identificato. E ti caghi in mano pensando che in quella strada, in quel cespuglio, ci potevi finire tu.

Fonte: The Spec.

Per finire leggi che un’altra donna, nipote del sindaco di Toronto e figlia di un altro consigliere comunale, sul suo account di Twitter ha commentato la notizia invitando le donne a “girare in gruppo, portarsi dietro il Mace (uno spray al peperoncino che tra parentesi è pure proibito NDR), prendere lezioni di autodifesa e non vestirsi come delle ‘troie’”. Notare che, tra tutte le parole che l’inglese ha per esprimere il concetto, l’eloquente twitteratrice ha usato la più pesante. “Whore”. Non per nulla siamo a Toronto, la città dove è nata l’idea delle ‘slut walk’, in risposta a un episodio simile (l’ufficiale di polizia che, in una conferenza stampa, invitava le ragazze a non vestirsi come delle “sluts”, appunto). Una delle vittime ha risposto pubblicamente alla twitteratrice, con un coraggio e una lucidità notevoli, mentre le dichiarazioni di quest’ultima (de cuyo nombre no quiero acordarme) sono rimbalzate un po’ ovunque, associate alla spazzatura cui evidentemente appartengono.

Sono una ragazza carina, giro sempre sola, e non ho un fisico che incuta timore. Ma non è per questo che mi è capitato di essere infastidita da perfetti sconosciuti, qualche volta al punto da averne paura. È perché c’è una cultura di maschilismo che giustifica, se non lo stupro, le sue premesse. Non voglio indulgere alla pratica (invalsa in certi ambienti femministi nordamericani) di equiparare tutto a uno stupro, perché se c’è una categoria comunemente abusata in questi anni è quella di trauma, e invece penso si debba avere l’onestà intellettuale di separare i traumi veri da quelli simulati, o metaforici. Ma penso che sia troppo comodo pensare che lo stupratore sia solo il maniaco che si nasconde dietro la siepe, o, eventualmente, il poliziotto conservatore ancora convinto che la minigonna sia, se non proprio una “giustificazione”, una “provocazione”.

Ho lavorato, per un periodo abbastanza lungo, in ambienti dove la molestia era quasi una malattia professionale. Alle prime sessioni eravamo istruite su tutti i comportamenti provocatori da non tenere, sull’abbigliamento da evitare, sul fatto che qualsiasi gesto familiare o amichevole avrebbe potuto provocare una molestia. Effettivamente io andavo in giro con uno scafandro addosso. Il mio moroso di quel periodo non sapeva se ridere o piangere quando mi vedeva uscire di casa. Il fuoco della formazione, ovviamente, eravamo noi ragazze, e in parte si tratta di un atteggiamento comprensibile: se sai che vivi in un mondo di merda ti proteggi, cerchi di non dare alibi, di non diventare un’esca. Ma il passo da “meglio essere prudenti perché questo è un brutto mondo” a “se ti succede vuol dire che te la sei cercata” è sempre breve, troppo breve. Del resto, quando episodi spiacevoli avvenivano (di qualsiasi livello o “gravità”), a farne le spese era più spesso l’operatrice (o la volontaria) che il diretto responsabile.
Stupro?
No.
Maschilismo, e una cultura che colpevolizza, biasima ed emargina sempre e comunque la donna?
Sì. Decisamente.

Mi è anche capitato di essere infastidita in occasioni che volevano essere sociali o divertenti, dove qualche persona con evidenti turbe psichiche mi ha fatto pentire di non essere rimasta a casa (il posto dove, evidentemente, una donna che non abbia un compagno o marito pronto a proteggerla deve starsene rintanata). E mi è anche capitato che gli amici che mi accompagnavano non si siano resi conto del mio disagio ma anzi, mi abbiano preso in giro per le mie “conquiste”, tra fragorose pacche sulle spalle e risate complici”, come se essere smanazzata da un estraneo su una pista da ballo o sentirmi alitare in faccia da un ubriaco costituisca chissà quale balsamo per la mia già fragile autostima.
Stupro?
No.
Maschilismo, e una cultura che emargina e colpevolizza la donna?
Sì. Decisamente sì.

Perché l’implicazione, condivisa anche da tanti uomini e donne che si ritengono di sinistra colti e scafati, è che se uno ci prova in fondo ti sta facendo un complimento, e che l’attenzione sessuale sia sempre un gentile omaggio e debba essere sempre e comunque gradita. Che se ti infastidisce è perché ci hai dei problemi. E che comunque sono cose di poco conto, che in fondo se ti poni correttamente certe cose non succedono, che se ti vesti decentemente certa gente non ti nota.

E il problema non è solo lo stupratore (anche perché, come sappiamo, lo stupro non è un atto sessuale, è un atto predatorio), il problema sono tutte quelle persone, lì attorno, che pensano che urlare qualcosa a una donna dai finestrini di un’auto o farle un apprezzamento viscido in fila dal macellaio, o sedersi di fianco a lei mentre scrive in un bar senza essere invitati e cominciare a farle domande insistenti siano comportamenti tollerabili, o comunque non così gravi. Sono tutte quelle persone, donne e uomini, che dicono che l’uomo è cacciatore, che se esci e ti ubriachi lo fai apposta per farti trombare contro un muro mezza tramortita, che se sei svenuta e qualcuno ti violenta te la sei cercata, che se il tuo partner, anche occasionale, insiste per avere un secondo rapporto non protetto e lo fa a tradimento mentre dormi, te la sei cercata perché prima hai avuto un rapporto consensuale e protetto (mi riferisco alle disgustose dichiarazioni di questo parlamentare inglese, che sono gravi indipendentemente da come la si pensi sul caso Assange. Una frase come «I mean, not everybody needs to be asked prior to each insertion» si commenta da sola).
Tutti stupratori?
No.
Tutti complici di una cultura di maschilismo che permette lo stupro?
Forse.

Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II, Napoli, venerdì 29 giugno 2012

In a spasso tra i libri, educazione, repubblica delle lettere on giugno 30, 2012 at 1:14 pm

La ragazza è carina, con una massa di capelli lisci castano scuro che le si sciolgono sulla schiena. Ha un sorriso fresco, un corpo appesantito ma sodo, lineamenti belli e generosi. Si fa largo indossando shorts mozzafiato (con questo caldo ci può anche stare) e una borsa da mare di stoffa celeste, grande, che non capisco come sia stata autorizzata all’interno di una Biblioteca  Nazionale, e specificamente di una sezione contenente libri pregiati, cataloghi, manoscritti e rari. Poi mi ricordo che, a differenza dell’ingresso, il passaggio dallo stanzino con gli armadietti alle sale di consultazione non è sorvegliato, per cui il rispetto delle regole enunciate è affidato al buon cuore dell’utente (il che, devo dire, solitamente funziona).

Trascinandosi per la sala, si rivolge in tono lagnoso agli addetti: “Devo fare un’analisi di un film…”

L’addetto, che già di suo non sprizza entusiasmo, la guarda con fare interrogativo.

“Non so proprio cosa devo fare,” finisce di articolare lei.

Il bibliotecario, per fortuna, è uno di quelli all’antica, e non un semplice distributore di libri e giornali. Uno di quelli che magari, di solito, hanno i tempi di reazione di un orso in letargo, ma all’occorrenza si trasformano in supereroi capaci di indirizzare e consigliare anche l’utente più smarrito. “Guardi nella sezione recensioni”, dice alla ragazza, “qui abbiamo un catalogo per soggetto e anche un catalogo di recensioni ordinato per titolo”. Il titolo, già, ammesso che uno se lo ricordi. La ragazza estrae laboriosamente un foglietto con un titolo scarabocchiato. “Sentieri selvaggi”, sillaba. “John Ford”, aggiunge poi.

Vaga tra le diverse cassettiere del catalogo cartaceo per alcuni minuti, con l’aria sperduta. “Allora signorina, ha trovato qualcosa”, domanda il bibliotecario che è tornato dentro a controllare. “No, non trovo niente,” dice lei, contemplando le mattonelle del pavimento.

“Aspè, jà”, esordisce lui. E di sua iniziativa le trova due titoli di critica su John Ford di cui è al corrente. Glieli molla sul tavolo e le manda una collega che l’aiuti a cercare tra i periodici e a compilare i moduli di richiesta. A un certo punto la ragazza, che ha preso confidenza con le cassette, ci espone il problema: “Qui ci sono solo libri con la V e la VU doppia”. Io e un’altra utente ci guardiamo costernate. “Ma scusa, guarda nelle cassettiere di fianco.” “Ah. Non c’è!” risponde stizzita, prima che l’altra utente (che sta evidentemente facendo ricerche su Vittorio Pica e il decadentismo napoletano) si alzi ad additarle, tre cassetti più in là, la cassettiera che inizia per F, effe come Ford.

Entra in azione la seconda bibliotecaria, quella dei periodici. Insieme scoprono che su un qualche numero di Ciak! il film è stato recensito. Casomai, dopo, dice il primo bibliotecario, ritornando. “Comincia da questi”, ordina alla ragazzetta indicandole i libri da lui trovati, “che sono di base”.

La compilazione delle carte (il tutto, s’intende, a toni di voce da pescherie generali), avviene con modalità simili: lei che fa la svampita e gnola rifiutandosi persino di provare a leggere, i bibliotecari che finiscono per compilarle loro carta d’ingresso, moduli e già che ci sono anche la dichiarazione dei redditi per l’anno prossimo. Per tutto il tempo dell’operazione, a tratti lei riprende la tiritera: “Devo fare un’analisi di un film… non so come fare…” e la bibliotecaria le risponde di sì.

Finalmente tutto tace. La ragazza è alle prese con il suo libro. Dopo tre minuti dà di mano al cellulare. “Pronto… Sì sto qui alla Nazionale… guarda, già ho malditesta… una cosa complicatissima… Sì… Sì…”.

La telefonata si interrompe. Altri cinque minuti, un’altra telefonata. “Sì, sto già qua. No, aspè è complicatissimo. Chiamami quando arrivi che ti vengo a prendere io. Sì. Sì. Mamma mia. Vabbùo.” Mette via il telefono. Dopo tre pagine si volta verso di me e mi chiede, “Scusa, posso chiederti una cosa?”.

“Dimmi”.

“Sai se i libri si possono sottolineare?”

Osservo con un’occhiata preoccupata gli evidenziatori multicolori che prorompono dall’astuccio Hello Kitty. “No, assolutamente”, dico io. “Infatti, mi sembrava.” E tira fuori la matita. Intervengo, da brava maestra che non stacca mai: “Scusa ma ti ho appena detto che non vanno sottolineati!”.

“Nemmeno con la matita? Ma perché?” domanda con gli occhi sgranati.

Indovina, mi verrebbe da dire.

“E io come faccio?”

“Prendi appunti. O ti fotocopi le pagine che ti servono. O scendi al piano di sotto e vedi se lo stesso libro da un’altra collezione te lo danno in prestito.” Gli occhi una girandola. “Come, te lo danno in prestito?” (Ricordo che siamo in una biblioteca) “Sei residente?” “Sì”. “Allora chiedi ai bibliotecari, ti spiegano loro come fare”.

“Stai facendo gli orali?”, chiedo poi, per mitigare il teutonico rigore di prima. Sperduta com’è, sembra una ragazzina alle prese con la maturità. Avrei detto l’esame di terza media, se non fosse già quasi luglio.

“No… sono al secondo anno di università,” aggiungendo il nome di una triennale che riguarda, a quanto capisco, le arti, la fotografia e il cinema.

Capitombolo dalla sedia. Al secondo anno di università e non hai mai messo piede in una biblioteca? Non hai mai compilato una scheda di consultazione? Mai usato un catalogo? Ma come si fa a uscire indenni dal primo anno di università senza mai, dico, mai passare da una biblioteca, leggendo solo dispense e appunti evidentemente presi da qualcun altro? Possibile che una persona esca così da tredici anni di scuola (elementare, media, superiore) e almeno uno di università?

La ragazza, che ormai vede in me un volto amico, ne approfitta per sfogarsi e gnolare anche con me.  “Devo fare quest’analisi di un film per un professore… ma lui è pignolo proprio… non vuole che si copi da internet”.

Eh, le tragedie della vita.

Poi un lampo. “Ma tu? La sai fare un’analisi di un film? Mi aiuti tu?”

No, guarda, mi dispiace. Ho da fare. E poi forse non te l’ho detto, ma studio chimica.

PS: Ho trovato, per un euro, a una bancarella, Le parole sono pietre [1955] di Carlo Levi. Bellissimo e a tratti commovente. L’edizione è un tascabile Einaudi, classificata tra le “Letture per la scuola media“. Ricordando che in quella scuola media la maggioranza dei ragazzi italiani non ci imparava molto (nel 1997, quando mi iscrissi alle superiori, l’obbligo scolastico era ai 14 anni e il 40% della popolazione scolastica si fermava al diploma delle medie inferiori), mi rifiuto di far l’elogio dei bei tempi andati o delle scuola di una volta. Ma c’è una forbice, un divario tra la realtà dei molti e l’utopia dei pochi, che se pur ridotta nominalmente, non è stata colmata appieno, dal 1963 ad oggi.

se la lotta di classe comincia in classe

In educazione, lavori pieghevoli, lifestyle, repubblica delle lettere on gennaio 7, 2012 at 10:34 pm

Su indicazione di un amico, leggo il post di Lisa Roscioni apparso su «TQ» prima e su «Alfabeta2» poi, relativo all’annosa questione della crisi delle Humanities (“Humanities: informazione o conoscenza?”). Il pezzo è interessante, ben documentato, profondo, ma dà la stessa sensazione di tutti i pezzi usciti in Italia sul tema: descrivono un sistema diverso dal nostro senza menzionare tale differenza, affrontano una crisi di saperi e discipline senza entrare nel merito delle strutture economiche che la sostanziano.

 In the Basement of the Ivory Tower, l’interessante libro scritto dall’anonimo Professor X e citato nel post di TQ, è, come correttamente afferma Roscioni, una lamentazione sulla preparazione penosa degli studenti americani, e in particolare di quegli studenti che, vedendosi precluso l’accesso a un’educazione superiore di qualità, finiscono in college privati di terz’ordine o in Community College dal forte orientamento tecnico e professionale. Ma è soprattutto la dimostrazione di un mostruoso meccanismo economico, quello che potremmo definire uno Schema di Ponzi interno all’istruzione superiore.

Il sistema universitario descritto da In the Basement of the Ivory Tower è basato su due cardini: l’indebitamento (sotto forma di prestito per accedere all’università) e la precarizzazione di massa dell’insegnamento (sotto forma di moltiplicazione di posizioni a tempo determinato, precarie, i cosiddetti adjuncts). Si tratta di due fenomeni collegati tra di loro. Per lo stesso professor X, docente a contratto di corsi introduttivi alla letteratura e alla composizione di testi, l’insegnamento è un secondo lavoro accettato per far fronte a un altro indebitamento, quello per una casa al di là delle proprie possibilità. Nel libro, del resto, si stabilisce una sistematica equivalenza tra la crisi dei mutui subprime esplosa nel 2008 e l’analoga inflazione di titoli di studio (e di occupazioni che li richiedono, anche in mancanza di una reale necessità) paventata nell’era di Obama. E mentre imperversa la polemica sul fatto che la popolazione americana sia effettivamente sovra-qualificata (come sostiene Professor X) o sotto-qualificata (come sostengono diversi suoi avversari, come il prof Anthony P. Carnevale della Georgetown University), matura una delle possibili crisi speculative dei prossimi anni. Come ha scritto di recente Keli Goff sull’Huffington Post, “l’indebitamento da prestito studentesco ha assicurato che tutti gli altri potessero solo prendere temporaneamente in affitto il Sogno Americano, senza mai davvero comprarlo. Esattamente come le carte di credito, il credito allo studio ha permesso a molti di noi di far finta di tenere il passo con i vicini**, ma quando il conto finalmente arriva, si ristablisce la realtà, e cioè che non hai mai davvero tenuto il passo, ma solamente fatto finta – il che ha spesso esiti disastrosi. Circa mille miliardi di debito più tardi, il conto sta arrivando al tavolo della nostra nazione”.

Lo sbarramento all’istruzione di livello universitario è infatti duplice: a una barriera culturale, costituita dalla mancanza preparazione stigmatizzata dal professor X e sempre più frequente anche in molte blasonate università italiane, se ne affianca una economica, in una misura che qui da noi è ancora sconosciuta (ma già il sistema britannico, dopo l’eliminazione dei tetti massimi alle tasse universitarie, potrebbe presto diventare uno scomodo gemello di quello americano). Non a caso, una delle richieste che il movimento OWS sta avanzando è la remissione dell’indebitamento universitario, proposta come una misura di rilancio all’economia. Si tratta di una questione politica ed economica di importanza capitale. Il debito medio contratto nel 2010 supera, infatti i 25,000$ procapite, con una distribuzione ineguale sia rispetto agli stati (il New Hampshire è il più indebitato, con il 74% di indebitati e un debito medio di 31,000 $, lo Utah il meno indebitato con una media di 15,000$ per il 44% degli studenti), sia rispetto alle istituzioni (con alcune università for profit che si aggiudicano mostruosi record di indebitamento). Per capire l’entità della catastrofe, basta un solo dato: nel giugno del 2010, il debito da prestito universitario (allora calcolato nella cifra di 829.785 miliardi di dollari) superava l’indebitamento complessivo da carta di credito negli Stati Uniti (Fonte: WSJ). Un’anomalia dovuta senz’altro ad alcuni fattori contingenti (per esempio la stretta sul debito da carte di credito, dopo il tracollo finanziario del 2008, e il conseguente aumento dei pagamenti minimi richiesti) e ad abitudini di spesa (dovendo scegliere, lo studente ottempera al pagamento minimo della carta di credito, anziché del debito da prestito universitario), ma che dà la misura di una situazione preoccupante. Sono cifre, queste, che i liberali di casa nostra farebbero bene a tenere a mente, quando parlano di “prestiti d’onore” e dell’intraprendenza dei giovani stranieri: indebitarsi per 50,000 dollari a 18 anni non è intraprendenza, è incoscienza.

Il dibattito sulla crisi delle Humanities e quello, ad esso collegato, sul declino delle Lingue Moderne (cui nel 2010 è stato dedicato addirittura un panel nella convention annuale della prestigiosa MLA) non possono dunque essere colti appieno fuori da questo panorama terrificante: un contesto in cui lo studente , spesso indebitato per i prossimi vent’anni e posto di fronte a un mercato del lavoro nerissimo, deve “ripagare” gli enormi costi sostenuti per la propria educazione. E non possono essere colti appieno neanche al di fuori del paradosso per cui sono proprio i requisiti umanistici (l’obbligo di sostenere almeno un esame di inglese, l’obbligo, laddove c’è, di sostenere un esame di lingua straniera) a tenere in piedi dipartimenti umanistici altrimenti falcidiati dai tagli.

Ed ecco che si arriva al paradosso storico attuale, per cui l’accesso all’istruzione è contemporaneamente ‘venerato’ come un obiettivo di per sé degno e criticato come un’utopia irresponsabile, contemporaneamente dileggiato come una mitologia delle classi medie impoverite e osannato come un biglietto di sola andata per chi fugge dall’inferno delle classi svantaggiate. Contestualmente, lo scorso 19 ottobre, Nicholas Kristof invitava a Occupare le aule dalle colonne del «New York Times», rivendicando l’importanza di programmi pubblici tesi a diminuire le differenze tra i più svantaggiati e i privilegiati sui banchi di scuola. Ma non mancano i fautori della tesi opposta: in L’education suffira-t-elle?, un articolo apparso su «Le monde diplomatique» di questo gennaio 2012, John Marsh sostiene che le differenze sociali siano il più forte indicatore della performance scolastica, a fronte di qualsiasi altro fattore. Aumentare l’accesso all’istruzione – sostiene sempre Marsch – può al limite frenare e contenere le disuguaglianze, non certo ridurle.

Certo, gli anni di Ivan Illich e del suo Deschooling Society sono lontani, e mentre si continua a rivendicare – giustamente – l’accesso all’istruzione come un fattore di emancipazione personale, manca una riflessione sulla natura elitaria e iniqua di questo “mercato” accademico. Un’istruzione concepita come un business dai costi e dai profitti illimitati, infatti, non può in sé abbattere le differenze, ma finirà inevitabilmente per consolidarle – e questo sarebbe vero anche se l’accesso all’accademia garantisse automaticamente un miglioramento sociale a tutti gli individui che vi pervengono. Un paradosso che lo stesso Professor X (anche se da un punto di vista diverso dal nostro, perché sostanzialmente conservatore) non manca di notare, quando, in un articolo apparso nuovamente su «The Atlantic», paragona la corsa al titolo di studi alla folla che si alza in piedi durante un concerto, migliorando sì a propria visuale, ma costringendo tutti ad alzarsi in piedi. Una situazione scomoda per tutti, salvo, ça va sans dire, che per chi vende i biglietti.

[Grazie a Jumpinshark per avermi segnalato un refuso e una traduzione poco chiara]

una nota di Gramsci su quella che potremmo definire la preistoria della letteratura del lavoro [27 ottobre 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, lavori pieghevoli on novembre 16, 2011 at 5:30 am

«Per quali forme di attività hanno “simpatia” i letterati italiani? Perché l’attività economica, il lavoro come produzione individuale e di gruppo non li interessa? Se nelle opere d’arte si tratta di argomento economico, è il momento della “direzione”, del “dominio”, del “comando” di un eroe sui produttori che interessa. Oppure interessa la generica produzione, il generico lavoro in quanto generico elemento della vita e della potenza nazionale, e quindi motivo di volate oratorie. La vita dei contadini occupa un maggior spazio nella letteratura, ma anche qui non come lavoro e fatica, ma dei contadini come “folclore”, come pittoreschi rappresentanti di costumi e sentimenti curiosi e bizzarri: perciò la “contadina” ha ancora più spazio, coi suoi problemi sessuali nel loro aspetto più esterno e romantico e perché la donna con la sua bellezza può facilmente salire ai livelli superiori. Il lavoro dell’impiegato è fonte inesausta di comicità: in ogni impiegato si vede l’Oronzo E. Marginati del vecchio “Travaso”. Il lavoro dell’intellettuale occupa poco spazio, o è presentato nella sua espressione di “eroismo” e di “superumanismo”, con l’effetto comico che gli scrittori mediocri rappresentano geni della loro propria taglia, e, si sa, se un uomo intelligente non può fingersi sciocco, uno sciocco non può fingersi intelligente». Gramsci, Antonio. Letteratura e vita nazionale. Roma: Editori Riuniti, 1979, 15-16.

ancora dalla parte delle racchie [31 maggio 2011]

In dododonne, educazione on novembre 16, 2011 at 5:11 am

Qualsiasi persona dotata di buon senso si innervosisce se, all’ora di cena, mentre fa zapping tra un tiggì e un documentario, vede far capolino dalla propria tv una donna in tanga avvinghiata al palo della lap dance. Uno dei tanti motivi del crollo elettorale nella destra è da ricercarsi, probabilmente, nella nausea provocata da mesi di bunga bunga, Nicole Minetti, Ruby e minestre (o ministre) varie: un balletto che rappresenta non solo un’offesa alla dignità delle donne e uomini del Paese, ma anche uno schiaffo alle tante persone che si arrabattano tra problemi materiali e alle tante giovani plurilingui, laureate e disperate che si sentono proporre, quando va bene, stage gratuiti o lavoretti, se non addirittura l’umiliante invito a “sposare un milionario”.

Alle donne “quarto di macelleria” stiamo finalmente cominciando a reagire, eppure altri stereotipi resistono inossidabili. Quello della “bruttina stagionata”, per esempio, anche nelle sue numerose varianti: ad esempio quello delle “single che se le guardi capisci perché sono single” (su cui ebbi un giorno a redarguire un giovane redattore on-line), o quello della “racchia che diventa scopabile all’ottava birra”. Certo, in molti ci siamo indignati quando Mr. B. ha dato ripetutamente della ‘racchia‘ a Rosi Bindi, ma la tentazione di farlo a nostra volta (uomini o donne che si sia), magari verso una ‘rivale’ in amore o verso una collega che non stimiamo è dura da estirpare. E mentre per le battute più volgari esiste un codice di riprovazione condiviso, le reazioni difensive in questo caso sono più alte: ci si nasconde dietro la scusa della mancanza di senso dell’umorismo (“è solo una battuta”), dietro al topos del “così fan tutte” (“anche le donne lo fanno sui maschi”), se proprio non si persevera nell’insulto (i.e. “te la prendi perché sei una racchia pure te”). Non che ne senta la mancanza – anzi… –, ma non riesco a trovare un equivalente prettamente maschile per termini quali “racchia” e “cozza” (“cesso” essendo usato in funzione aggettivale ma per entrambi i generi, i.e. nella frase “quella ragazza è un cesso”; ci sarebbe “rospo”, al limite, ma fateci caso, i ‘rospi’ maschi trovano sempre qualche principessa che si offre volontaria per baciarli.). E soprattutto, non riesco a trovare un motivo per cui si debba far ricorso allo stesso immaginario per spiegare un triste intreccio di gelosie e patologie in un ambiente malato e oppressivo sfociato in un tanto noto quanto tragico delitto familiare.

Parlo dell’articolo “Gli sms, i flirt e le grinfie della madre”, uscito su Il corriere della sera il 28 maggio 2011, a firma Goffredo Buccini. Lo dico a scanso di equivoci: di solito cambio pagina quando mi imbatto nel nome proprio di luogo “Avetrana”, perché a leggere tutti quei morbosi dettagli avrei la sensazione di profanare un cadavere. Ho letto questo articolo perché l’ho trovato segnalato in un commento (indignato, ça va sans dire) a un post di Lipperatura, all’interno di una discussione OT. Avendo letto l’articolo, capisco il motivo dell’indignazione. Scrive infatti il giornalista: «Lei è la ragazza del dopo mezzanotte, grassottella, collo taurino, braccia da camallo, quella con cui non ti faresti mai vedere in pizzeria ma che dopo la terza birra a ora tarda non ti dispiace più come prima».

Picture 3Leggere una frase del genere mi ha riportato indietro di quasi quindici anni, in quel mondo di paturnie per gli apparecchi dentali, i brufoli, le andature storte dettate dall’atroce moda della fornarina e i gonfiori vari che funestavano la nostra prima adolescenza. Ricordo ad esempio la battuta di un mio compagno di quarta ginnasio, orecchiata durante l’intervallo, che proponeva di mettere un “cartone in faccia” alle più bruttine della classe per renderle “scopabili”. Il problema è che qui non siamo in uno spogliatoio di quindicenni frastornati dalle loro prime tempeste ormonali. Siamo sulle colonne del Corriere della Sera. Il giornalista fa indiscutibilmente appello a un mondo condiviso («Lui cammina sul filo dell’amicizia ambigua, fanfarone come siamo noi maschi», scrive ad esempio, con un tono che vorrebbe suonare critico), e dipinge una mentalità che effettivamente esiste ed è radicata, ma il risultato non cambia: nella presentazione di una vicenda di sangue, si insiste sull’avvenenza dei protagonisti, presentata secondo gli immancabili cliché del bar. E, nel momento in cui questi termini, senza l’impiego di virgolette o altre strategie citazionali che rendano chiaro un distanziamento da parte di chi scrive, appaiono sulla cronaca di un quotidiano “autorevole” e “moderato” come il Corriere della Sera, a me vien da dire che lo sfondamento è totale.

Ora, abbiamo scoperto l’acqua calda, lo so. Che il “delitto di Avetrana” sia, in quanto narrazione condivisa, la negazione del giornalismo e di una qualsivoglia deontologia professionale, non è certo una gran novità. Narrazioni simili (perché questo è diventato il delitto, in seguito alla sua crassa spettacolarizzazione) si nutrono non solo della morbosità condivisa, ma anche di paure e isterismi collettivi, oltre che di una certa noia e oziosità da parte di chi le segue per passatempo. I cliché hanno una funzione strutturante, in questo tipo di rappresentazioni che si servono di tipi fissi, di stereotipi e di una palette predefinita di “tinte fosche”. Su questo aspetto talora gioca anche la satira, come per esempio in un recente pezzo degli immensi Lia Celi e Roberto Grassilli, apparso su Il Misfatto. Avverto i lettori che il link è decisamente alieno a qualsiasi misura e senso di politically correct, e richiede la consueta dose di cinismo, ma se vi piace lo humour nerissimo, ne vale la pena.

Il mio può sembrare un commento frivolo, rispetto alle questioni di più stretta attualità, o anche un po’ ideologico (di una certa ideologia femminista d’antan) e invece non lo è. Non lo è perché alle donne (a cominciare dalla bolognese Amelia Frascaroli, che con la sua dignità e competenza si è rivelata la più votata d’Italia con 3.941 preferenze) spetta un ruolo importante nell’attuale risveglio politico, al di là di qualsiasi retorica da “quote rosa”: non si può pensare di cambiare il modo di far politica senza coinvolgere le donne e le loro pratiche, non in uno spazio di separatismo ma in piena dialettica e confronto con le altre istanze e con tutti i soggetti in gioco. E non lo è perché l’ossessione per il possesso di carni fresche e giovani (fatto che non ha niente a che vedere con la bellezza, ma semmai con un consumo e quasi un divoramento dei corpi) è un’ossessione del potere maschile di questi anni: che poi, è questo il vero punto di contatto tra il Puttanaio di Stato che siamo diventati e la vicenda di Dominique Strauss-Kahn, al di là delle vignette idiote e delle battute stupide che – soprattutto all’estero – ci sono piovute addosso. Stupro di stato, impunità che si erge a sfidare lo stesso senso delle convenzioni e del ridicolo così care alla vecchia etica borghese, nuova etica della volgarità e dell’ostentazione, dilagante a negare qualsiasi confine tra il “dentro” e il “fuori”, ancor più che tra il “pubblico” e il “privato”: sono questi gli elementi di un fascismo del corpo, che è un architrave psichico del sistema politico finora vigente. Del resto il bunga bunga, nelle sue implicazioni storiche e presenti, ha una fortissima dimensione di pratica “coloniale”, e non è un caso che lo ritroviamo a far da pilastro all’immagine della sovranità assoluta di questi anni, il Re ed il suo Harem. Se non cominciamo a far piazza pulita ANCHE di queste cose, di Mr B. e del suo impero mentale non ci libereremo mai.

Detto questo, il vento sta cambiando: e non lo dimostra solo la débacle dei vecchi leoni, o la freschezza di chi neo-eletto, promette di dare spazio a donne e giovani ma soprattutto a rigore e competenza (aspettiamo i fatti, però, e restando vigili…); ma lo dimostrano anche i commenti indignati dei lettori che, finalmente, hanno cominciato a saltare sulle sedie e sulle poltrone girevoli, protestando contro il maschilismo palpabile di certi stereotipi e luoghi comuni. Il fulcro della questione non sta nell’indignazione fine a se stessa o nei “processi alle intenzioni” del giornalista; sta nel fatto che certe modalità, certi toni e certe metafore siano avvertite come ‘connotate’ e non passino come elementi neutri (nulla è più ideologico della “neutralità”), che suonino ‘stridenti’ e non passino inosservate amalgamandosi, come componenti inoffensivi, al linguaggio d’ogni giorno. Certo, sono smottamenti piccoli, in confronto alle rivoluzioni che ci fanno sognare (e dove, ricordiamolo, alle dimostranti viene imposta la tortura fisica e psicologica del test di verginità, altro che maschilismo….): pure, è nei piccoli passi che si cambiano le cose.

tigri, pecore e altri animali, ovvero: “la mia famiglia 2.0” [3 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, educazione, generazioni on novembre 16, 2011 at 5:06 am

Seguo spesso La ventisettesima ora, il blog che Il corriere della sera dedica ai rapporti tra generi e a riflessioni che potremmo definire “al femminile”. Non perché mi piaccia , anzi, ma perché mi pare sia indicativo di come temi e riflessioni che in altri anni avrebbero trovato uno spazio naturale nel femminismo siano, nel nostro clima culturale, “stemperate” e decolorate fino a diventare semplici riflessioni di costume. Più precisamente, trovo questa rubrica indicativa di un certo surrogato liberale al femminismo”, o talora di una sua parodica reductio ad “Sex and the city”, di cui si son visti parecchi esempi anche altrove, in occasione del 13 febbraio.

Tra i più letti del mese scorso (sì, lo so, il mio tasso di aggiornamento lascia un po’ a desiderare), sta un post relativo alla vicenda della Mamma Tigre, intitolato “Confessioni di una mamma pecora”.

Il riferimento, per chi se lo fosse perso, è a una polemica divampata negli Stati Uniti a seguito della pubblicazione, in anteprima, di un estratto del romanzo di Amy Chua, madre di tre figlie e a propria volta figlia di emigranti cinesi, che raccomanda l’estrema severità del proprio metodo educativo rispetto alle “mollezze” delle famiglie occidentali. Come accade spesso, le discussioni nate altrove, si trasformano in qualcosa di diverso quando varcano la frontiera italiana: mai come in questo caso, la traduzione è una traduzione culturale.

“Sto dunque contribuendo a creare una generazione di maleducati / fastidiosi / capricciosi / viziati / prepotenti piccoli individui, che è come la maggior parte degli italiani (e parte non indifferente di chi commenta i post della 27esimaora) vede i ragazzini di oggi”, scrive Paola di Caro, che si definisce orgogliosamente una “mamma pecora”, e che tesse l’elogio della serenità (o indulgenza che dir si voglia) nei confronti dei bambini. Si può essere più o meno d’accordo con la filosofia genitoriale della giornalista, ma ad essere precisi, la fenomenologia della Tiger Mom è un po’ diversa e ha sicuramente poco a che vedere con dita nel naso, gomiti sul tavolo e gimcane tra le sedie del ristorante.

Ho seguito bene la vicenda, che per mesi è stata argomento di conversazione qui in Nordamerica. Dalle colonne del Wall Street Journal, dove la dottrina educativa della “Tiger Mom” è stata presentata per la prima volta, la discussione è infatti rimbalzata sui principali giornali statunitensi prima e canadesi poi. Altre mamme di origine cinese hanno criticato la loro conterranea (di origine) Amy Chua, denunciando la natura violenta e manipolatrice di questo sistema di aspettative, mentre madri di altre provenienze etniche hanno puntualizzato la severità del loro metodo educativo, non certo inferiore a quello di Mamma Tigre. Tuttavia, è davvero difficile capire il senso di questo dibattito se lo si priva di rapporti con la questione di un razzismo anti-cinese sempre più evidente e strillato – benché nessuno si periti di stigmatizzarlo con formule politiche come quella di “hate speech”.

Il richiamo all’odio può sembrare eccessivo: eppure è parte integrante del problema. La contrapposizione, infatti, non è tra bravi e cattivi genitori, ma tra genitorialità occidentale e orientale. La stessa autrice insiste continuamente su questo elemento, il che spiega l’aggressività con cui molte mamme “bianche” le hanno risposto, o l’arrendevolezza con cui altre mamme – quasi sempre “occidentali” – hanno rivendicato la loro stessa severità, non certo appannaggio di una sola etnia. Chua, almeno nel ristretto brano che ha dato fuoco alle polemiche, precisa più volte che il suo obiettivo è dimostrare la “superiorità” delle mamme cinesi, un’affermazione che ha in seguito cercato di attenuare, sottolineandone l’ironia, evidentemente difficile da cogliere. “Sulle prime ho pensato che fosse uno scherzo”, è stato del resto il commento a caldo di un’altra mamma di origini cinesi, “una di quelle barzellette razziste del tipo: perché alle analisi del sangue hai preso B e non A?”. Le madri cinesi sono superiori, argomenta Chua, perché non permettono ai loro figli di cedere e lasciar perdere, ma li obbligano a riuscire; perché pretendendo il massimo insegnano ai bambini la vera e profonda auto-stima; perché non dipendono dalla libertà lasciata al bambino (chiunque, a nove anni, preferirebbe il luna park a studiare pianoforte, è la premessa non dichiarata del ragionamento), e impediscono a ragazzi e adolescenti immaturi di sprecare energie e tempo in attività inutili e diseducative, dagli “sleepovers” (fermarsi a dormire a casa di un’amica) alla commedia della scuola allo sport. Ed è proprio per questo che il suo ‘metodo’ spaventa: perché avvalora una serie di paure e di luoghi comuni ampiamente diffusi e sempre più percepiti come realtà. Nel malcelato senso di inferiorità delle mamme “americane” rispetto a quelle “cinesi” si riverbera una competizione che è percepita sia su scala globale (la ‘spaventosa’ crescita economica della Cina), sia su scala nazionale, all’interno delle proprie società.

Nel frattempo, il razzismo dilaga. Basti pensare che a Toronto, città che da sempre si fa si va vanto della propria natura multietnica, lo scorso ottobre hanno eletto sindaco uno come Rob Ford, che in campagna elettorale dichiarò pubblicamente: “I cinesi lavorano come muli, ci stanno sorpassando”. Sempre restando da questa parte del confine, è dalla fine degli anni 70 che ciclicamente riemerge sulle pagine di giornali come “MacLean” la questione della presunta “Asianness” di alcuni campus, dove la competizione con gli studenti “asiatici” mette in difficoltà i ragazzi bianchi di buona famiglia, solitamente più propensi a sbevazzare e a impegnarsi nelle attività atletiche (senza scomodare john belushi, bastano i proverbiali 4 anni di partite di football di Forrest Gump).

Naturalmente, non ha la minima importanza che l’identità Asian sia uno stereotipo razzista, incapace di descrivere differenze nazionali e anche di generazione (nel mucchio sono compresi anche i ragazzi di terza e quarta generazione, compresi quelli che vengono spregiativamente chiamati “banane”, gialli fuori e bianchi dentro… è un termine orripilante, lo so, ma non l’ho inventato io). Quel che conta è la ‘verità’ percepita, ripetuta tante volte da diventare ‘dato oggettivo’: i cinesi sono macchine da lavoro, sono inumani, sono una massa informe destinata a conquisteranno il mondo. Il passo alla disumanizzazione è breve, potenziale ma terribilmente breve. È un fenomeno semplice, si chiama razzismo.

Da questo punto di vista, la vicenda di Amy Chua è abbastanza indicativa di come uno stereotipo culturale, intrinsecamente razzista in quanto spiega un dato culturale e sociale mediante i tratti somatici di una presunta “comunità”, sia assunto come proprio da quella stessa minoranza, che ne fa un apparente punto di forza. Un gioco pericoloso, perché – e noi italiani lo sappiamo bene – degli stereotipi, una volta radicati, non ci si libera più.

Come si vede, siamo lontani anni luce dalla consueta diatriba su figli viziati, a letto senza cena e rimettiamogli il grembiulino. Se mai una qualche forma di traduzione culturale è possibile, tra il mondo delle Chinese Moms di terza e quarta generazione, e le mamme milanesi di estrazione borghese che forse leggono la ventisettesima ora, è proprio in questa pianificazione estrema del futuro. Non sono Mamme Tigri, le mamme che piantate su tacchi a spillo portano il pupo infante a danza e musica-col-metodo-Suzuki, tra un corso di inglese e una lezione di scherma. Non sono Mamme Tigri, ma ci assomigliano molto, così pronte a sbranare chiunque metta in dubbio il talento del loro pargolo, o l’insegnante colpevole di non “stimolarlo” abbastanza. Del predatore, certi genitori hanno la competitività vissuta di riflesso, e la consapevolezza che tutto si giochi nei primi anni di vita (ma è poi vero, questo?), nei quali procacciarsi le migliori “opportunità”, nel tentativo spasmodico di programmare l’Erede perfetto. E da questo punto di vista, sarò impopolare, ma preferisco le mamme cinesi. Che di fronte a una pagella sgangherata, spezzano le gambe ai figli, e non ai loro professori.

frammenti di un’educazione antifascista [27 febbraio 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:47 am

imageHo da poco terminato la lettura de Il nome delle parole, autobiografia intellettuale di Guglielmo Petroni, autore quasi totalmente dimenticato, attivo come poeta e come narratore negli anni Trenta e nel secondo Dopoguerra. È un libro che si legge in un’ora, e che per scrittura e contenuto mi ha ricordato I piccoli maestri di Luigi Meneghello. Entrambi, infatti, sono biografie intellettuali di ragazzi che furono vestiti da avanguardisti, ma che maturando presero parte alla rinascita antifascista dell’Italia, rischiando la pelle in prima persona: Meneghello con le armi in pugno nelle fila della Resistenza, anche se, come dirà a guerra finita a una giovane amica, “San Piero fa dire il vero. […] Non eravamo mica buoni di fare la guerra”. Petroni, passato all’antifascismo attivo solo dopo l’otto settembre (“Tra il 25 luglio e l’8 settembre la mia più che trentennale incubazione era finita; uscivo dal bozzolo, c’era da lavorare allo scoperto, cioè segretamente” , p. 135) fu arrestato e torturato fisicamente e psicologicamente, con la triplice simulazione di una esecuzione. Un colloquio con la morte che scava nella sua mente un “prima” e un “dopo”, quasi epitome del valore che lo stesso impegno antifascista doveva assumere nell’esperienza del molti che ne furono partecipi.

Quelle di Meneghello e quelle di Petroni sono due “educazioni” atipiche, pur separate per educazione, vicende ed età: Petroni, classe 1911, non è interamente prodotto culturale del regime, come è invece Meneghello, nato l’anno della marcia su Roma. Del resto, se quella di Meneghello è una vicenda esemplare per precocità intellettuale e politica, di segno opposto è la biografia di Petroni: bocciato e ritirato da scuola per mancanza di rendimento, messo giovanissimo a lavorar dietro al bancone della bottega paterna, e rinato alla cultura attraverso uno spontaneo e tortuoso percorso di letture personali, Petroni trascorrerà gli anni della giovinezza a convincersi d’esser poeta, a dispetto e forse persino in virtù di una formazione da autodidatta.

La vita e la prima maturazione dei due giovani si svolge in piena età fascista, ed essi seguono le tappe di un regime che, fino a tutti i pieni anni ’30, e all’impresa coloniale d’Africa, godette del supporto quasi unanime nella “repubblica” delle patrie lettere. Così, nei primi tempi della propria vita da giovane intellettuale romano, Petroni racconta addirittura di un colloquio con l’allora ministro fascista Bottai, mentre è ambigua e sfumata la valutazione di alcuni autori indelebilmente compromessi col regime, come Malaparte o Soffici, di cui, quasi in un tentativo quasi di riabilitazione, scrive:

Proprio lui, che ci affascinava con quel cipiglio e quel tipo di coraggio civile; l’unico di tanti noi coi quali ci si vedeva , a quei tempi, al Forte, che affrontasse gli argomenti della vita politica, dei diritti umani, della libertà, è stato l’unico che, ad un certo punto, abbiamo dovuto guardare come un nemico, un proimages-2tettore di quello che ci aveva indicato come la nefandezza della vita civile. Ci aveva tradito? Aveva tradito se stesso? Resta il fatto che quello che sapeva ergersi come un poderoso gigante, è stato l’unico privo delle semplici virtù che salvarono, nei momenti difficili, la maggior parte degli altri intellettuali che sedevano tutte le estati con lui sotto al Quarto Platano.
Che la retorica, quando sopraggiunge, sia come una malattia che uccide il senso comune? (Petroni, 69)

Alla presa di coscienza Petroni arriva per gradi e conscio di un terribile ritardo; arriva grazie alla propria istintiva avversione per i cori di guerra e ai gagliardetti degli avanguardisti (da cui verrà espulso come renitente), o per quella predisposizione all’agire politico maturata nell’educazione fiorentina, “quel tipo di raffinata apparente estraneità alla vita, che conteneva quasi l’iunica via d’accesso, via segreta per il rifiuto di tanta ignoranza, di tanto cattivo gusto, dietro cui si nascondevano, infine, ferocia e indifferenza per i diritti dell’uomo”. (119). Ma l’odio per il cattivo gusto, come scrive lo stesso Petroni, non basta, e dovrà cedere il passo all’impegno attivo e consapevole:

In me, per quello che ho potuto comprendere dopo, c’era un profondo fastidio per la sicumera che veniva dagli uomini che detenevano il potere, un fastidio che proveniva dal cattivo gusto d’ogni espressione che scendeva sulle nostre teste dalle manifestazioni del regime, dal portamento quasi più che dal comportamento di coloro che potevano fare e disfare. […] Ne nasceva tra noi strafottenza, fastidio, satira e disprezzo: ma ancora molti di noi non sapevano bene che dietro a tutto ciò c’era qualche cosa che avremmo dovuto avversare anche a costo dello scontro […]. (120-121)

Più deciso e consapevole il taglio col passato operato Luigi Meneghello, che conscio dei propri limiti e dei propri adolescenziali compromessi, all’indomani della liberazione rifiuta di scrivere il fondo del “primo giornale libero del Veneto”:

“Io e Marietto, qui, siamo diseducati”, dissi.
“Cosa siete?”
“Diseducati, politicamente diseducati. Non abbiamo niente da dire a nessuno. Non possiamo educarci per iscritto a spese del pubblico. Questa è roba per una persona matura”
L’uomo invece di arrabbiarsi si rattristò.
“Ma sono cose da dire in un momento come questo?”
“Noi abbiamo bisogno di studiare, non di scrivere articoli”, dissi. “Gli articoli li abbiamo già scritti sui giornali fascisti, almeno io, perché lui era troppo giovane”.
La sua faccia diceva: che tristezza! I suoi occhi contrariati cercavano qualcosa di meno sconsolante su cui posarsi. (Luigi Meneghello, I piccoli maestri, in Id. Opere scelte, Milano, Mondadori, p. 608)

In misura diversa, tanto la posizione di Meneghello quanto quella di Petroni nascono dalla stessa estraneità alla cultura ‘ufficiale’, e del suo sistema di nozioni, basato sull’arrogante predominio della scrittura (“Guarda un po’ i libri, guarda i giornali: è fatto così o no il Mondo? Possono sbagliare i libri? possono sbagliare i giornali?”, si chiede Meneghello rievocando la propria infanzia, Pomo pero, in Opere scelte, 652). Privilegio di pochi, in un’Italia che in gran parte si ferma alle prime classi delle elementari.

Quella di Petroni è allora una storia di anticonformismo rispetto a due dei regimi autocratici della modernità: quello dell’alfabeto, e quello del fascismo, allora saldamente intrecciati (anche nel progetto di educazione gentiliana). Rifiutando il conformismo che identifica la cultura con la regolarità degli studi, il poeta autodidatta scopre un valore intrinsecamente anticonformista del proprio linguaggio, per quanto destinato a una lunga latenza e a un’altrettanto lunga gestazione; mentre Meneghello si salva anche grazie alla percezione dello sberleffo, alla sua anima di parlante nativo del dialetto, che lo porterà, in anni ben più tardi, a smascherare la retorica nazionalistica delle patrie lettere:

Nazario Sauro ti ammonisce nel suo alfabeto, sulla copertina del quaderno in cui scrivi: “Tu forse comprendi, o comprenderai tra qualche anno, quale era il mio dovere di italiano. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi rimane la Patria che di me farà le veci, e su questa Patria giura, o Nino, e farai giurare i tuoi fratelli, quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani”.
È un giuramento straordinario, elettrizzante. Essere sempre e ovunque italiani. La faccenda è certamente associata alla scrittura. (‘Cari i me tusiti, juré ca sarì senpre italiani’: chi mai si sognerebbe di dire una cosa simile?) (Meneghello, Jura, in Opere scelte, 984-985).

Una sensibilità che viene dal rapporto, ancora vivo e modesto, con la parola viva, con i suoni e gli odori , con la parola orale e il suo correr di lepre, che ancora negli anni ’60 le fiabe urbane di Calvino e gli altri esperimenti narrativi col “parlar basso”, cercheranno invano di acchiappare. Una simile vocazione alla conquista della parola – conquista non imperialista ma, anzi, quasi “campesina” – suona forse esotica per la “letteratura italiana”, come la intendiamo di default: al contrario, per la scrittura femminile essa è quasi la norma. Basta pensare a Teresa Noce, che lascia il banco delle ‘povere infelici’ conquistando la grammatica dalla passione spontanea e continua per la lettura. Ma persino a Goliarda Sapienza, educata in casa, in quella che il suo compagno e curatore Angelo Maria Pellegrino definisce come “un’oasi di libertà”; più tardi, la scelta di non terminare il ginnasio per entrare alla Regia Accademia d’Arti Drammatiche, per quanto pericolosa e discutibile, sottrarrà la giovanissima donna al veleno della retorica.

Qual è, dunque, la particolarità di libri come I piccoli maestri e, forse in subordine, Il nome delle parole? Quella di dimostrare come un’auto-educazione all’anticonformismo e all’antifascismo siano possibile anche partendo dal “ventre” del regime, lentamente mettendo in discussione le parole da cui veniamo parlati, e imparando a porsi domande. Quella di dimostrare che anche dal disgusto per i doppiopetti, per l’arroganza del “corpo di stato” può maturate una giusta insofferenza – purché essa spinga all’azione, alla partecipazione, e non a un raffinato snobismo entre nous. Questi libri (e i molti altri casi che si potrebbero citare, da Mario Lodi a Vittorini) tessono quindi un elogio dell’autodidattismo come fonte di emancipazione: il chiamare a sé i propri modelli, eletti fuori dei conformismi nazional-popolari e modaioli (fossero pure le mode del parterre militante e alternativo…). Due storie da rileggere anche oggi, nell’opacità culturale e morale dell’italia berlusconiana, così ricca di corpi limati dal denaro e sagomati dal potere. Con una differenza: che se allora esisteva una parola viva e della strada, cui rivolgersi per cercare un discorso anti-conformista, oggi l’unica strada possibile è quella del ritorno ai saperi complessi, alle letture difficili, al duro cimento della critica. E forse, per ritrovare una possibile distanza e alterità di “discorso subalterno”, dobbiamo imparare a ritornare al silenzio di biblioteche semideserte.

tornare a scuola: riflessioni di Primo Levi [10 giugno 2010]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 3:29 am

A proposito di età e di generazioni, ho da poco letto alcuni pensieri illuminanti di Primo Levi racchiusi ne L’altrui mestiere, la raccolta di scritti e saggi da lui dedicata alla professione di letterato – che, come è noto, egli abbracciò tardi, dopo una carriera di chimico, e che continuò a lungo a percepire come “cosa d’altri”.

In Tornare a scuola, (pp. 27-30 della mia edizione: Torino, Einaudi 1985), Levi prende spunto da una propria esperienza di apprendimento tardivo: un corso di perfezionamento di una lingua (presumibilmente il tedesco, anche se lui non lo dice), che lo riporta sui banchi di scuola in età più che matura. Testimone, scrittore, grande esperto nella trasmissione della propria esperienza storica alle generazioni successive (cosa che non mancava di dargli ansia, come si evince dalle riflessioni sulla banalizzazione cinematografica della Shoah ne I sommersi e i salvati), Levi non parte dall’assunto che i giovani siano naturalmente superficiali e vuoti. Al contrario, ne apprezza le doti intellettuali, prima fra tutte la freschezza e l’agilità:

Gli steccati mentali tra le generazioni cadono; si è costretti a mettere da parte la noiosa autorità degli anziani, e si è portati a rendere omaggio alle superiori risorse mentali dei giovani, che ti siedono accanto senza irrisione, commiserazione né disprezzo, e ti si fanno amici. (30)

Una conclusione che pare quasi un idillio, e invece è frutto di fatica e di sforzo. Mentale, prima di tutto. Nel ri-analizzare la propria esperienza, Levi infatti parte dalla sensazione di estraneità («sono un allogeno, un marziano: questo non è il mio luogo», 27), forse – aggiungo io – acuita dal trovarsi a ricevere anziché a dare, e dal trovarsi a riapprendere in un contesto tanto nuovo un lingua udita, secondo una perifrasi eufemistica, «in condizioni disagiate» (27).

Ci sono mille modi di apprendere, e non solo di apprendere una lingua. Partendo dai secondi, Levi ci illumina sui primi. Più capace di richiamare e collegare le nozioni apprese, la mente dell’anziano è meno ricettiva, quasi refrattaria al nuovo. Perciò bisogna «imparare ad imparare» (29), ci dice Levi, scegliendo prima una formula che suona batesoniana ma senza inutili enfasi, e poi una metafora da topiche rinascimentali:

[…] non basta più lasciare che la nozione arrivi per conto suo al magazzino e ci si depositi. Non ci rimane, o non a lungo: entra ed esce immediatamente; si volatilizza, lasciando dietro di sé solo una traccia irritante e indistinta. Si deve imparare a intervenire con la forza, ad incastrarla nella sua nicchia come un martello: si fa, ma ci vuole tempo, fatica. (29).

Per contro, anche i giovani possono apprendere qualcosa dal faticoso “imparare ad imparare” dei vecchi; l’arte della gratuità, l’apprendere disinteressato che sembra così lontano dalla vera motivazione e che, invece, ne costituisce il presupposto. Libero dalla motivazione contingente – anche quella, più lungimirante, di costruirsi un futuro o una carriera – l’anziano riesce a guardare alla trasmissione del sapere come a un dono: «il far dono a se stessi di un’attività gradevole e priva di uno scopo immediato è un lusso che costa poco e rende molto: è come ricevere, gratis, un oggetto raro e bello» (30).

Regalo che, invitando a rileggere queste pagine così vere e così piene di grazia, spero di aver fatto a mia volta, a coloro che passeggeranno ancora tra le righe di questo blog.

squali, squaletti e piranha

In educazione, facebbok, smanettare on novembre 16, 2011 at 2:55 am

Ho appreso dalla rete (nella fattispece tramite Facebook, dalla pagina dello scrittore Giuseppe Genna) la triste vicenda di Daniel, un enfant prodige della rete passato abbastanza rapidamente dalle stalle alle stelle della rete. Non riporto il cognome, benché sia ampiamente risaputo, perché è un ragazzino di cui la famiglia ha giustamente chiesto di rispettare il silenzio.

Il ragazzino è uno che smanetta forte. Fosse nato in Italia, la mamma gli metterebbe il modem sotto chiave, ma siccome è nato nella Silicon Valley, si è trovato nel mondo delle start-up ad appena sedici anni. Esempio tipico dei “Nativi Digitali” (alla cui kermesse romana è stato invitato poche settimane or sono), ma più ancora della categoria dei teenager di cui fa parte, Daniel ha reagito come qualsiasi ragazzino: si è montato la testa. Così ha accettato una regalìa (nella fattispecie un MacBookAir) in cambio di una recensione positiva da scrivere sul sito di TechCrunch, un colosso dell’informatica che aveva arruolato il promettente giovane come “stagista”. Beh, in Italia nessuno si scandalizzerebbe, sotto sotto tutti pensiamo che i recensori di qualunque cosa, dai ristoranti ai vini ai pc agli aspirapolveri, siano in combutta con le aziende che producono gli oggetti recensiti; ma siccome negli USA le cose vanno diversamente, il povero Daniel è stato sbattuto fuori per direttissima, con tanto di scuse ufficiali da parte dell’azienda e si è visto tutti i precedenti articoli cancellati dal web – una scelta che gli ha, di fatto, sottratto l’anonimato. Una punzione dura, per un ragazzo tanto giovane. E mentre sul sito dell’azienda le tempeste di commenti si addensano intorno a pochissimi pensieri ricorrenti (“Colpa vostra se assumete i ragazzini”), anche il diretto interessato è costretto a scusarsi, annunciando pubblicamente che tornerà a fare l’adolescente. Scuola, compiti, ragazzine e gelati. Che non sono poi del tutto fuori luogo, se hai sedici anni.

La punizione cui il pargolo è stato sottoposto è smisurata almeno quanto i guadagni, la visibilità e il credito a cui è stato esposto, in un’età in cui ci si dimentica troppo facilmente qual è la linea da non travalicare. Un’età insomma, in cui le indubbie capacità intellettive di alcuni ragazzi (e di Daniel sicuramente) non sono sempre supportate da un’adeguata maturità. Sta di fatto che ora il giovane rischia di vedersi bruciata in partenza la carriera da un errore che non verrà giudicato come la sbandata di un ragazzino, ma come il fallo etico di un professionista. Sempre che l’incredibile ammontare di informazione, entertainement, stupidario blogghettaro non sommerga per sempre il ricordo di quel Daniel e dei suoi post – cosa che ci si augura di cuore. In fondo, nessuno studio legale rifiuterebbe di assumere un avvocato di 28 anni perché, quando era in seconda liceo, ha falsificato il libretto delle assenze o ha dilapidato in fumetti e gelati la cassa del giornalino scolastico: azioni riprovevoli, da punire severamente ma che via, restano confinate agli anni difficili dell’adolescenza.

In tutto questo, però, una nota degna di attenzione viene proprio dal blog del sedicenne, che qualche mese fa – quando era ancora sulla cresta dell’onda – si interrogava pubblicamente sull’eventualità di andare al college o meno. Ha senso – si chiedeva il ragazzino – sprecare 4 anni della tua vita in un’Università dalla quale, verosimilmente non puoi imparare niente di utile per il mondo delle startup, o più in generale per diventare imprenditore? Cosa ancor più inquietante, quasi tutti i commenti (di studenti di college terribilmente intimiditi di fronte al tecno-teenager) puntavano sul lato umano dell’esperienza universitaria, dalla possibilità di incontrare le amicizie e le reti di una vita a quella, più prosaica, di “rimorchiare”. La storia dimostra che ci sono cose che non si possono rimpiazzare. Cose che non servono a creare uno start-up, ma sono molto più importanti. Non lasciamo che un’intera generazione di ragazzini dotati rovini il suo talento esponendolo precocemente all’arena della comunicazione globale, quando addirittura non alla gogna. Adulfriendfinder non potrà mai sostituire le persone reali, le sofferenze e i piaceri che ci danno e l’educazione relazionale che ne ricaviamo in così giovane età. Il blogging, per quanto intelligente e stimolante, non potrà mai sostituire lo studio e l’ascolto. Wikipedia non può sostituire né la scuola né l’educazione, che è un concetto globale e riguarda la persona nel suo complesso. Abbiamo più bisogno di scuole che di startup, perché i bambini del futuro sappiano comportarsi da uomini e non da piranha, precocemente anestetizzati dall’abitudine a trovarsi dietro agli schermi degli acquari globali.