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La strage di Montréal: un ‘femminicidio’ di vent’anni fa (6 dicembre 1989).

In dododonne, la memoria e l'oblio on dicembre 6, 2012 at 2:02 pm

Oggi è il 6 dicembre 2012. Sono passati esattamente 23 anni dal Montreal Massacre, quando il 25enne Marc Lépine (un canadese di origini franco-algerine) irruppe nelle sale del Polytechnique e aprì il fuoco su una massa di aspiranti ingegneri. A differenza dei molti stragisti di questo tipo, però, Lepine era selettivo. Il suo obiettivo era colpire quante più studentesse possibili. Donne. Colpevoli di essersi iscritte a ingegneria e di aver voluto occupare un territorio “maschile.” Per questo, nell’aula universitaria, separò i maschi dalle femmine prima di aprire il fuoco, selettivamente, su queste ultime. “Voi siete femministe, e io odio le femministe,” spiegò prima di toccare il grilletto. E poco valsero le parole con cui Natalie Provost, una delle studentesse lì presenti, cercò di salvare se stessa e le proprie compagne di classe: “Non siamo femministe.”

Delle 27 donne colpite dal fuoco, 14 persero la vita. Si chiamavano Genevieve Bergeron, Nathalie Croteau, Anne-Marie Edward, Maryse Laganiere, Anne-Marie Lemay, Michele Richard, Annie Turcotte, Helene Colgan, Barbara Daigneaul, Maud Haviernick, Maryse LeClair, Sonia Pelletier, Annie St-Arneault e Barbara Klucznik-Widajewicz. Altre, come la stessa Natalie Provost (cui il Toronto Star dedica un interessante articolo in occasione del 20º anniversario della strage, tre anni fa), proseguirono la propria carriera, contribuendo a combattere stereotipi e ineguaglianze con il loro esempio.

La storia della strage di Montreal non è molto conosciuta in Italia, dove di femminicidio si parla molto, e spesso a sproposito. Sicuramente Marc Lépine sarebbe un caso da manuale. Chissà se i vari “esperti” italiani, pronti a negare valore alla categoria in nome del preteso universalismo dell’essere umano, riuscirebbero a negare lo status di ‘femminicidio’ anche a un massacro come quello. Nella sua psiche minata da abusi infantili e traumi (dico questo per comprendere, non per giustificare), le donne erano diventate responsabili dei suoi fallimenti personali. Nella nota suicida si dichiarava fieramente anti-femminista, e nel suo “Annex” (allegato) arrivava a stilare una lista di 19 donne, colpevoli, col loro successo, di aver ‘derubato’ gli uomini del loro legittimo rango. La sua nota suicida, pubblicata pochi giorni dopo la strage su La Gazette e successivamente ristampata molte volte, è illuminante:

“Dato che, scienza a parte, sono un retrogrado per natura, le femministe hanno sempre avuto un talento speciale nel farmi infuriare. Pretendono di mantenere i vantaggi che derivano dall’essere donne (come assicurazioni più economiche, o il diritto a una lunga maternità preceduta da una lunga aspettativa) mentre cercano di arraffare anche quelli degli uomini. Per esempio, è auto-evidente che se si eliminasse la distinzione maschile/femminile alle Olimpiadi, non ci sarebbero più donne, salvo che negli eventi decorativi. Perciò le femministe si guardano bene dal cercare di rimuovere quella barriera. Sono talmente opportuniste che non vogliono nemmeno trarre vantaggio dalla conoscenza accumulate dagli uomini attraverso i secoli. E cercano sempre di rappresentarli negativamente, ogni volta che ne hanno l’opportunità.”

Il punto è che, come Breivik, Lépine non era un folle isolato. Lo scrive lui stesso:

“Anche se i media mi attribuiranno la qualifica di ‘Folle Omicida’, io mi considero una persona razionale ed erudita, che solo la Morte [Grim Reaper] ha costretto a intraprendere atti estremi.”

E mentre la società piangeva il lutto di una strage senza precedenti, il movimento femminista tentò di indicare il vero mostro, riconoscendo nell’episodio una forma estrema, ma non isolata, di violenza contro le donne – anche attirandosi altre accuse di opportunismo, nel voler ‘politicizzare’ una tragedia.
Come scriveva, in un articolo di 3 anni fa,  la militante Judy Repin:

“Noi non fummo sorprese. Conoscevamo benissimo quella rabbia. Le femministe ne parlavano da decenni. La violenza contro le donne era un’epidemia in corso: ma fu solo il 6 dicembre 1989 che il velo sulla misoginia fu sollevato, e con un atto di tale odio e furia da rendere impossibile qualsiasi altra spiegazione. Quel tremendo atto di violenza premise a molti di noi di ricordare, o di ammettere la verità con noi stesse, o di parlare finalmente ad altri della violenza subita per mano maschile.”

Contrariamente ai desideri di Marc Lepine, negli anni successivi al suo massacro l’iscrizione femminile alle facoltà di Ingegneria è cresciuta dal 13% al 19% (ma ora i tassi sono nuovamente in calo). Nel 1991 venne lanciato un movimento contro la violenza di genere (White Ribbon, dai nastri bianchi che lo simboleggiavano), ma ci sono voluti vent’anni perché fosse istituito un registro delle armi da fuoco, allo scopo di controllarne la circolazione e prevenire stragi come quella di Montreal (l’opposizione dei conservatori è venuta meno solo in tempi recentissimi). La strada da fare è ancora lunga, e non solo in Canada.

Fonti citate:

[en] Judy Repin sulla strage di Montreal (Rabble.ca)
[en] La nota suicida di Marc Lepine (City TV)
[en] Lezioni a vent’anni dal Montreal Massacre (Toronto Star)

Tutte le traduzioni dall’inglese sono mie.

noterella lessicale non oziosa (leggete fino in fondo e capirete perché)

In la memoria e l'oblio, malatempora, taking action on marzo 2, 2012 at 8:30 pm

Mi è stato da poco spiegato un concetto dell’etica marziale giapponese, per cui il massimo principio del combattente sarebbe il “cuore benevolo”. Certo, di primo acchito la connessione tra il “cuore” e la preparazione, l’abilità o la volontà di combattere pare azzardata o astrusa – specialmente a inizio marzo, quando ancora la memoria di San Valentino, tra coltri di tulle rosa non ancora completamente sbaraccate e tubi di Baci Perugina in offerta speciale, tarda a spegnersi.  Eppure non si tratta di un concetto estraneo alla nostra cultura, o quantomeno al nostro vocabolario.

Anche se ne abbiamo perso la memoria, in italiano la parola «coraggio» ha la stessa radice di «cuore». Non si tratta un’etimologia popolare, o di giochini post-strutturalisti o di atteggiarsi a filosofo-che-finge-di-sapere-il-tedesco-scrivendo-coi-trattini. Lo dice il dizionario.

Secondo il TLIO [alias Tesoro della Lingua Italiana delle Origini: uno strumento indispensabile per il linguista e lo studioso di letteratura antica], ‘coraggio’, anche sotto diverse grafie come ‘coraio’, ‘corazo’, ecc., indica, nell’ordine: (1) «Il cuore inteso come sede dei sentimenti e della volontà» (attorno al secolo XI); passa poi  per sineddoche, a designare «il sentimento stesso che il cuore contiene; ciò che il cuore desidera e agogna, il suo intendimento» (1.1). Di qui il significato (2), poi affermatosi nella lingua corrente: «forza d’animo nell’affrontare situazioni difficili e pericolose».

Coraggio da cuore, dunque, una radice che si trova in molte lingue (*k’r.d- da cui il latino cor, cordis, il greco kárdios); e non penso serva un dottorato in indoeuropeistica per sentire la stessa radice stia anche in Heart e Herz – sotto una diversa veste fonetica. Certo, pensando all’inglese, a tutti viene in mente un’espressione come “Lionheart” o magari quel Braveheart reso popolare da Mel Gibson (che brutta sorte, detto tra noi). In queste espressioni, però, il cuore è un conto, il coraggio o la voglia di combattere un altro, e si esprime con una radice diversa, “brave”. (Sì, lo so che l’inglese ha anche ‘courage’ ma, come appare evidente dalla grafia, tale radice rientra nella lingua molto più tardi, inseguito alla ri-latinizzazione della lingua, quando il nesso semantico originario tra ‘heart’ e ‘courage’ non si vede più nemmeno col binocolo).

L’italiano, peraltro, ha anche questa radice, ma ne dà un’evoluzione completamente diversa. Sempre per il TLIO (che data le prime attestazioni al XIV secolo), «bravo» significa infatti:

  1. [Rif. agli uomini:] ardito, coraggioso, temerario; feroce, crudele
  2. [Rif. alle onde:] agitato, burrascoso
  3. [Rif. ad un animale:] selvaggio, non domato o addomesticato.
  4. Vizioso, sfrenato

Da questa radice si diramano due filoni – l’idea della ‘bravura’, come abilità, agilità anche fisica, o capacità specializzata – e l’idea della ‘bravata’, il falso coraggio dell’esibizione che sconfina fatalmente nell’incoscienza o nell’arroganza. Bravi manzoniani compresi.

Anche il GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana) conferma questo lignaggio, riportando come primo significato: «1. Coraggioso, animoso, ardito (non senza una certa ostentazione); sicuro di sé; spavaldo». Così, in epoca rinascimentale «Fare il bravo» vuol dire «ostentare coraggio, fare lo spavaldo, lo spaccone»; o «fare millanterie, far bravate (sfidando senza necessità i pericoli); comportarsi da smargiasso». Il nostro significato attuale, più comune, di «esperto, capace, abile (nel proprio lavoro, nell’attività abituale», appare solo come terzo significato, e ancora dopo appare il significato morale di “bravo” (as in “una brava persona”, un “brav’uomo”, o nell’orripilante «perché è un bravo ragazzo» che si sente ancora intonare a certe feste di compleanno). Il termine, insomma, non è inizialmente positivo e rimanda piuttosto alla sfera dell’ardire, della “matta bestialitade”, o dell’azzardo che spinge a trasgredire.

La nostra lingua separa e distingue così i due ambiti del coraggio inteso come forza d’animo e come prova di sé, e della violenza cieca e fine a se stessa: quel che qualcuno (qualcuno, specifichiamolo, che in un paese normale non dovrebbe potersi nemmeno definire ‘giornalista’) ha definito, con perifrasi degna del Völkischer Beobachter, agire da «cretinetti». Ma io voglio invece parlare col cuore, e non curarmi dell’arroganza di chi spadroneggia da bravaccio su carta male inchiostrata, di chi alza la voce con comodo perché è stipendiato per farlo – o perché crede che non verrà mai il momento di render conto del proprio agire. Vorrei solo ricordare che davvero, difendere ciò a cui si tiene è vero “coraggio” e mai “bravata”, perché sotto qualsiasi cielo, ad ogni latitudine, in qualsiasi lingua o dialetto lo si voglia dire, c’è bisogno di un supplemento di cuore per stare dalla parte di ciò che si ritiene giusto, o per difendere la terra che calpestiamo dall’ingordigia e dalla speculazione.

E allora coraggio, Luca Abbà.

la legge (del) Reale [18 ottobre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, repubblica delle lettere, taking action on novembre 16, 2011 at 5:27 am

Mi scrive mia madre – il che di per sé è un evento – dicendomi preoccupata che in Italia vogliono rimettere in vigore la Legge Reale. Lo so già. Ho letto la notizia un’ora dopo che era uscita sui giornali, e non mi stupisce, nel clima del mio Paese.

Non ho MAI dico MAI pensato che Di Pietro fosse di sinistra ed questo è il motivo per cui MAI, dico MAI, l’ho votato. Ho fatto cose di cui mi sono pentita, in cabina elettorale, ma MAI dico MAI ho votato Di Pietro, anche quando ci sono stati compagni che si sono lasciati abbindolare dalla sirena dei vari Giulietti Chiesa e delle varie Franche Rame candidati nelle fila di IDV.

Il punto è che a me (classe 1983), la Legge Reale, in barba al suo spettrale nome lacaniano, evoca determinate cose. Per esempio, gente morta sparata (uso il verbo transitivamente in barba alla grammatica) per non essersi fermata a un posto di blocco. Un’infrazione, certo, ma passibile di morte? Invece a molti viene in mente solo il desiderio (quanto, esso stesso borghese o, come si sarebbe detto un tempo, “benpensante”), di tracciare contorni, di dormire sogni tranquilli, senza il rischio che qualcuno venga a tingerli di nero.

È normale che, quando le leggi vigenti (quelle della democrazia) sono screditate, si affermi il desiderio di nuove leggi. Così, quando un cantante viene diffamato da un sito che è una fogna a cielo aperto, si invocano leggi restrittive contro la Rete nonostante esistano già strumenti legali atti allo scopo. Quando vengono commesse delle azioni criminose (per le quali la magistratura e le forze dell’ordine hanno già la possibilità, il diritto e direi il dovere di acquisire prove, filmati, etc, senza lanciare idiote quanto disinformate cacce alle streghe in rete), si invocano leggi speciali. Senza comprendere che la trasformazione dell’ordinamento politico e giudiziario è l’istituzione di una nuova realtà, storica e sociale, da cui non sempre è facile tornare indietro.

Le coltri di fumo nero che avvolgono l’Italia sono molte, oggi. Sono quelle di chi ragiona dal punto di vista dei propri personalismi, di chi ragiona per “bianchi” e neri”, alla comoda di ricerca di un altro su cui scaricare il proprio odio. Misseri, Vasco, il banchiere di merda, lo sbirro di merda, il blackbloc di merda. Va bene tutto.

Sono quelle di chi parla a nastro, essenzialmente, perché a gridare oscenità dietro uno schermo (magari domandando a gran voce di sapere i “nomi e cognomi” dei colpevoli, o presunti tali) ci vuol poco, e ci si sente grandi. Sono quelle di una sinistra che ha perso talmente tanto il senso della propria identità da confondere piani e situazioni storiche, per cui la mafia, gli anni di piombo, tutto stesso case impasto verbale. Legge Reale, DASPO, intercettazioni. Tutto uguale. L’importante è chiedere scusa, possibilmente in diretta.

Ed è questo che porta a dire che il berlusconismo (ma il termine da usare sarebbe un altro, perché non si trova Berlusconi solo in Italia) ha fatto presa nelle menti. In quelli che sfasciano una vetrina pensando alla foto che li inquadrerà, senza sapere di posare secondo un cliché ormai buono per i fotografi di moda (e se fossi una critica letteraria direi, con Lacan, che appagano il desiderio del Grande Altro, ma aver letto Lacan non ha mai salvato nessuno da se stesso). Ha fatto presa in quelli che si sentono (come scriveva qualcun altro meglio di me), più “sfigati” e più “disoccupati” degli altri, chiunque siano, questi altri. Magari perché non sono davvero pronti a mettere in discussione le tante cose inutili che costellano il nostro stile di vita. Ma ha fatto presa anche tra quelli che si classificano aprioristicamente e apoliticamente tra i pacifisti, dimenticando che anche il pacifismo è costruzione, è complessità, è lotta nonviolenta che mette in gioco il corpo.

Essere davvero pacifisti è cosa che richiede un coraggio infinito. Voglio essere onesta ed ammettere che non so se trovo in me un grammo di questo coraggio. Non lo si trova da soli, il coraggio di durare, di essere “responsabili” di un metro quadrato. E non ha niente a che vedere con il fatto (sempre discendente dalla stessa logica legalitaria e tardo-illuministica) di esporre il proprio nome e cognome. A volte è politico negare il cognome, per esempio coprendolo con una X. Il corpo conta molto più del nome.

Il punto è che non basta sostituire Paolo Bonolis con Beppe Grillo, Rete 4 con Facebook, Ambra Angiolini con V for Vendetta (e nemmeno Microsoft con Mac, se è per questo) per cessare di essere spettatori e consumatori. Invece c’è un’intera generazione che si sta formando alla politica solo su Facebook (ed equivalenti). Forse è anche per questo che, di fronte alla Legge Reale, e alla delirante proposta di un partito che oltretutto sarebbe l’opposizione, non tutti saltano sulla sedia. E anzi, alcuni continuano imperterriti a cliccare “like”.

pietà l’è morta [24 settembre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, taking action on novembre 16, 2011 at 5:23 am

Mi piacerebbe che il video in cui le forze dell’ordine sgomberano un gruppo di tunisini a Lampedusa costringendoli a saltare da tre metri d’altezza fosse stato condiviso, ricliccato e spammato quanto il filmato dell’oscena intervista a Terry de Niccolò – un’intervista peraltro importante, perché nel masticamento verbale della escort si declinano i termini di un nuovo fascismo light, tra il paillettismo del sogno berlusconiano e il fascismo da uni-posca di frasi come ‘meglio un giorno da leone che cento giorni da pecora’, eternata sulle porte di migliaia di cessi.

Invece, per la maggior parte dei miei connazionali, pare che il corpo possa costituire corpo di scandalo solo quando, perfettamente depilato e lucidato, esso si offre in pasto al drago, e non quando esso è vittima di violenza, di fame, di malnutrizione, quando sopporta le tempeste e rischia la morte, quando è oggetto di manganellate e sassate (chi è senza peccato, diceva qualcuno…).

Guardavo quei corpi saltare dalla balaustra, indistinti, ridotti a numero, a quantità, a esubero. Maschi e femmine indistinguibili, il semplice ritmo delle persone costrette a lanciarsi nel vuoto e saltare, senza il tempo di prendere la mira, salvare gambe e braccia un lusso che non viene concesso. Persone che cadono come pezzi di legno.

Non era diversa da altre scene che ci commuovono in film, fumetti o libri, questa immagine: solamente, era vera e ci riguardava da vicino. Ma l’Italia sembra aver voltato la testa da altre parti, attenta ad altri corpi, ad altre vittime.

In tutto questo mi viene in mente un episodio accaduto nel lontano 1999. Pochi anni dopo il grande esodo dall’Albania (e dalla strage di Otranto, che portò Moretti a criticare una generazione di politici cresciuti con Happy Days), e pochi mesi dopo l’invereconda espulsione di Ocalan dall’Italia, ci fu, in Calabria, a Soverato, uno sbarco di curdi. Ricordo nitidamente, al telegiornale, le inquadrature della nave che si accostava a riva mentre decine di abitanti sulla spiaggia applaudivano il salvataggio di tante vite umane. Ricordo la mobilitazione popolare che portò a raccogliere coperte, generi di soccorso e alimentari per “i curdi del palasport” (uno di quei paesi era cui quello dei miei nonni: ho una nitida memoria delle casse di succhi di frutta raccolte nei locali della Pro Loco). E ricordo la nostra sorpresa (e, devo dire, il nostro orgoglio) quando il sindaco di un comune povero e spopolato come Badolato Superiore aprì le porte ai nuovi arrivati, invitandoli a rianimare le strade di un paese fantasma. Molti sono poi ripartiti, vuoi perché fin dall’inizio avevano come meta la Germania, vuoi perché in una regione povera c’è poco altro da fare se non le valigie, indipendentemente che si sia curdi o italiani.

Mi piace ricordare quell’Italia come si ricorda un parente caro scomparso da anni. Perché è evidente che quella parte di Italia è morta – quella parte, dico, capace di accogliere nonostante l’ignoranza o la diffidenza che pure ci dovevano essere, capace di ricordare i tempi in cui ad accalcarci sui bastimenti per Buenos Aires o Nuova York eravamo noi, capace di distinguere il momento delle legge, col suo inevitabile rigore, da quello dell’umanità che va custodita e salvaguardata prima di ogni cosa.

Pietà, l’è morta, e con la pietà l’Italia.

buon non-compleanno italia [17 marzo 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 4:53 am

Non oso immaginare l’aspetto delle strade della mia città stanotte, tra le coccarde tricolori delle celebrazioni per il 150º anniversario dell’Unità d’Italia e il verde brillante dei seguaci nostrani di St. Patrick. Le strade non ancora ripulite di quello sporco tutto particolare (uno sporco fatto di cartacce, plastica ed entropia) che segue le manifestazioni politiche o istituzionali, e subito invase dal sudore acido dei tanti giovani che questa notte la passeranno a ballare.

L’Unità d’Italia come tema del discorso politico e San Patrizio sono due cose che non c’erano durante la mia adolescenza. Per la verità, quando ero alle superiori, cominciava a vedersi in giro qualche matto che andava a spaccarsi di birre e di balli in qualche palazzetto dello sport di provincia. Quanto all’unità di Italia, ricordo che l’allora Capo di Stato Carlo Azeglio Ciampi, in un’inaugurazione dell’anno scolastico (2000/2001, credo) ci fece su un bel pistolotto retorico, peraltro adatto alla cornice (la cerimonia si teneva al Vittoriano). Un fatto che mi costò il voto più basso mai appioppatomi ad un tema in classe, per manifesto anti-patriottismo.

Questo 17 marzo conguaglia solo due tra le tante feste artificiali o commemorazioni ufficiali che visto spuntare come funghi nell’ultimo decennio. Anche se non è una festa, penso ad esempio alla Giornata della Memoria (iniziativa nel complesso meritoria, che rischia di non servire se ci si limita a portare la scolaresca al cinema per una mattinata, senza un adeguato percorso, ma che alcuni insegnanti sanno davvero trasformare in un’occasione di apprendimento e di civismo), e il Giorno del Ricordo, istituito per una volontà di inversione resa evidente fin dal passaggio di genere grammaticale (memoria → ricordo; giornata → giorno); ancora, sono stata testimone dello scandaloso ripristino delle parate militari il 2 giugno, in barba al vilipeso articolo 11 della nostra Costituzione. L’elenco potrebbe continuare, numeroso quasi quanto quello delle beatificazioni di Papa Woytila: a testimoniare di uno Stato (l’Italia) talmente in crisi da continuare a compattarsi su eventi pubblici destinati a generare ondate di retorica sempre più corte.

Che il nostro sia il tempo della celebrazione continua, non sono certo io la prima a dirlo: Meschonnic, ad esempio, dedica a questa constatazione financo banale diverse pagine del suo Pour en sortir du post-moderne (Paris 2009; non ho idea se sia stato pubblicato in Italia). Nell’epoca della mediocrità elevata a sistema di vita e del privato come unico orizzonte dell’informazione, tutti possiamo diventare supereroi, e per la stessa ragione ogni gruppo e ogni identità ha il proprio giorno, quasi un certificato di esistenza nel mondo.

La continua proliferazione di festività, giornate di lutto e celebrazioni, con la sua pomposità di fascismo post-moderno, trova poi un’eco nel continuo proliferare del discorso in ondate, anch’esse sempre più corte, fatto patente a chi si aggira per la blogosfera. Ogni settimana ha il suo piccolo epicentro, fatto di garriti e barriti telematici, fatto di copiaincolla compulsivi e di piccoli isterismi collettivi, che producono picchi di produzione verbale ma non sedimentano mai in discorso, secondo una logica, a cui, per essere amor di verità, nemmeno il qui presente blog e la qui presente blogger sfuggono – la logica è nel mezzo, non nelle persone che credono di usarlo e ne vengono fatalmente usate.

Viviamo in un perenne funerale di stato, e non ne siamo nemmeno consapevoli. Tutto è celebrazione e tutto è trauma. L’imperativo di ricordo (di per sé un controsenso, peraltro) è esteso ad ogni sfera del vivere, trasformata in atto pubblico proprio mentre l’informazione è sempre più ridotta a mostruoso allagamento del privato nelle nostre vite (il privato di alcuni, naturalmente, lasciato dilagare senza più alcun confine tra notizia, gossip e velinismo di stato). L’equazione tra storia e narrazione è pertanto implicita nel suo contenuto reazionario, senza quasi alcun bisogno che tale vocazione politica sia ribadita esplicitamente: già questo continuo trapasso dell’effimero è una forma di manipolazione. E anche quando ci illudiamo di usare le occasioni per rilanciare il “nostro” discorso politico, ne siamo fatalmente risucchiati – sono icone ready made, si portano addosso valori fabbricati da altri.

Perché si fa presto a mettere una bandiera come avatar nei propri profili, e a dire che l’Unità d’Italia è un valore della Sinistra: ma che cosa scegliamo, quando facciamo del 17 marzo (e non, poniamo, del 25 aprile) il cuore del discorso politico, compreso quello che vorrebbe dirsi “altro”, antagonista e alternativo? Scegliamo di ribadire che l’Italia in cui viviamo è quella dei Savoia, monarchica e oligarchica insieme, fondata per un atto di RealPolitik, sulla cui retorica si sono giustificate le peggiori porcherie (perché l’auto-proclamazione del Fascismo come compimento del Risorgimento è, tra le tante mitologie e mistificazioni di quel regime, una delle più potenti e velenose, almeno secondo Luigi Salvatorelli; per una dimostrazione “iconografica” di tale costrutto, si veda il film di Alessandro Blasetti, 1860, nel doppio finale, quello fascista che si chiude con la sfilata delle camicie nere, e quello dell’edizione rimontata del 1951). È l’Italia colonialista e borghese che va dal 1861 alla Guerra di Libia, passando per Adua e ripartendo per arrivare ad Assis Abeba e all’Amba Aradàn – che non è, come pensano a Bologna, un “casino terrificante”, ma uno dei massacri in cui il nostro Regio Esercito fece impiego di iprite. È quell’Italia che il colonialismo ce l’aveva all’interno dei propri confini, e che del meridione ha fatto una “questione”, applicando ai suoi abitanti, per oltre un secolo, quella retorica di ‘denigrazione’ e di ‘squalificazione’ che piace tanto alla Lega, e che in un paese civile risponde al nome di “razzismo”: eppure continuiamo a chiudere gli occhi, pensando che ammantarci di un tricolore in funzione anti-leghista basti a risolvere il problema di uno sciagurato colonialismo intero, e di una sciagurata “fuga dei cervelli” interna, su cui si fonda di fatto la nostra unificazione culturale. Scegliendo la data del 17 marzo, si sceglie la continuità con la Destra e la Sinistra Storiche (ah! Il pareggio del bilancio!), con lo squallore di lunga durata del ‘trasformismo”, e con quella Belle époque italiana che fu tanto bella da regalarci D’Annunzio e Mussolini; e si sceglie una – in barba al suffragio universale MASCHILE, conquistato sul Piave, quello sì, a forza di cannonate e di carne da cannone.

Da persona che è stata portata in piazza a ogni 25 aprile a stringere la mano ai “vecchietti dell’ANPI”, mi piacerebbe pensare di appartenere a un altro Stato, quello nato dalla Resistenza, quello nato il 2 giugno 1946, quello in cui anche noi donne possiamo votare; eppure, comincio a pensare proprio ora che il 17 marzo sia, in fondo, l’anniversario più adatto per questa orrenda Italia, incapace di riscatto e di sollevazione, incapace di memoria vera e condannata, per questo, a ripetere il proprio destino.

frammenti di un’educazione antifascista [27 febbraio 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:47 am

imageHo da poco terminato la lettura de Il nome delle parole, autobiografia intellettuale di Guglielmo Petroni, autore quasi totalmente dimenticato, attivo come poeta e come narratore negli anni Trenta e nel secondo Dopoguerra. È un libro che si legge in un’ora, e che per scrittura e contenuto mi ha ricordato I piccoli maestri di Luigi Meneghello. Entrambi, infatti, sono biografie intellettuali di ragazzi che furono vestiti da avanguardisti, ma che maturando presero parte alla rinascita antifascista dell’Italia, rischiando la pelle in prima persona: Meneghello con le armi in pugno nelle fila della Resistenza, anche se, come dirà a guerra finita a una giovane amica, “San Piero fa dire il vero. […] Non eravamo mica buoni di fare la guerra”. Petroni, passato all’antifascismo attivo solo dopo l’otto settembre (“Tra il 25 luglio e l’8 settembre la mia più che trentennale incubazione era finita; uscivo dal bozzolo, c’era da lavorare allo scoperto, cioè segretamente” , p. 135) fu arrestato e torturato fisicamente e psicologicamente, con la triplice simulazione di una esecuzione. Un colloquio con la morte che scava nella sua mente un “prima” e un “dopo”, quasi epitome del valore che lo stesso impegno antifascista doveva assumere nell’esperienza del molti che ne furono partecipi.

Quelle di Meneghello e quelle di Petroni sono due “educazioni” atipiche, pur separate per educazione, vicende ed età: Petroni, classe 1911, non è interamente prodotto culturale del regime, come è invece Meneghello, nato l’anno della marcia su Roma. Del resto, se quella di Meneghello è una vicenda esemplare per precocità intellettuale e politica, di segno opposto è la biografia di Petroni: bocciato e ritirato da scuola per mancanza di rendimento, messo giovanissimo a lavorar dietro al bancone della bottega paterna, e rinato alla cultura attraverso uno spontaneo e tortuoso percorso di letture personali, Petroni trascorrerà gli anni della giovinezza a convincersi d’esser poeta, a dispetto e forse persino in virtù di una formazione da autodidatta.

La vita e la prima maturazione dei due giovani si svolge in piena età fascista, ed essi seguono le tappe di un regime che, fino a tutti i pieni anni ’30, e all’impresa coloniale d’Africa, godette del supporto quasi unanime nella “repubblica” delle patrie lettere. Così, nei primi tempi della propria vita da giovane intellettuale romano, Petroni racconta addirittura di un colloquio con l’allora ministro fascista Bottai, mentre è ambigua e sfumata la valutazione di alcuni autori indelebilmente compromessi col regime, come Malaparte o Soffici, di cui, quasi in un tentativo quasi di riabilitazione, scrive:

Proprio lui, che ci affascinava con quel cipiglio e quel tipo di coraggio civile; l’unico di tanti noi coi quali ci si vedeva , a quei tempi, al Forte, che affrontasse gli argomenti della vita politica, dei diritti umani, della libertà, è stato l’unico che, ad un certo punto, abbiamo dovuto guardare come un nemico, un proimages-2tettore di quello che ci aveva indicato come la nefandezza della vita civile. Ci aveva tradito? Aveva tradito se stesso? Resta il fatto che quello che sapeva ergersi come un poderoso gigante, è stato l’unico privo delle semplici virtù che salvarono, nei momenti difficili, la maggior parte degli altri intellettuali che sedevano tutte le estati con lui sotto al Quarto Platano.
Che la retorica, quando sopraggiunge, sia come una malattia che uccide il senso comune? (Petroni, 69)

Alla presa di coscienza Petroni arriva per gradi e conscio di un terribile ritardo; arriva grazie alla propria istintiva avversione per i cori di guerra e ai gagliardetti degli avanguardisti (da cui verrà espulso come renitente), o per quella predisposizione all’agire politico maturata nell’educazione fiorentina, “quel tipo di raffinata apparente estraneità alla vita, che conteneva quasi l’iunica via d’accesso, via segreta per il rifiuto di tanta ignoranza, di tanto cattivo gusto, dietro cui si nascondevano, infine, ferocia e indifferenza per i diritti dell’uomo”. (119). Ma l’odio per il cattivo gusto, come scrive lo stesso Petroni, non basta, e dovrà cedere il passo all’impegno attivo e consapevole:

In me, per quello che ho potuto comprendere dopo, c’era un profondo fastidio per la sicumera che veniva dagli uomini che detenevano il potere, un fastidio che proveniva dal cattivo gusto d’ogni espressione che scendeva sulle nostre teste dalle manifestazioni del regime, dal portamento quasi più che dal comportamento di coloro che potevano fare e disfare. […] Ne nasceva tra noi strafottenza, fastidio, satira e disprezzo: ma ancora molti di noi non sapevano bene che dietro a tutto ciò c’era qualche cosa che avremmo dovuto avversare anche a costo dello scontro […]. (120-121)

Più deciso e consapevole il taglio col passato operato Luigi Meneghello, che conscio dei propri limiti e dei propri adolescenziali compromessi, all’indomani della liberazione rifiuta di scrivere il fondo del “primo giornale libero del Veneto”:

“Io e Marietto, qui, siamo diseducati”, dissi.
“Cosa siete?”
“Diseducati, politicamente diseducati. Non abbiamo niente da dire a nessuno. Non possiamo educarci per iscritto a spese del pubblico. Questa è roba per una persona matura”
L’uomo invece di arrabbiarsi si rattristò.
“Ma sono cose da dire in un momento come questo?”
“Noi abbiamo bisogno di studiare, non di scrivere articoli”, dissi. “Gli articoli li abbiamo già scritti sui giornali fascisti, almeno io, perché lui era troppo giovane”.
La sua faccia diceva: che tristezza! I suoi occhi contrariati cercavano qualcosa di meno sconsolante su cui posarsi. (Luigi Meneghello, I piccoli maestri, in Id. Opere scelte, Milano, Mondadori, p. 608)

In misura diversa, tanto la posizione di Meneghello quanto quella di Petroni nascono dalla stessa estraneità alla cultura ‘ufficiale’, e del suo sistema di nozioni, basato sull’arrogante predominio della scrittura (“Guarda un po’ i libri, guarda i giornali: è fatto così o no il Mondo? Possono sbagliare i libri? possono sbagliare i giornali?”, si chiede Meneghello rievocando la propria infanzia, Pomo pero, in Opere scelte, 652). Privilegio di pochi, in un’Italia che in gran parte si ferma alle prime classi delle elementari.

Quella di Petroni è allora una storia di anticonformismo rispetto a due dei regimi autocratici della modernità: quello dell’alfabeto, e quello del fascismo, allora saldamente intrecciati (anche nel progetto di educazione gentiliana). Rifiutando il conformismo che identifica la cultura con la regolarità degli studi, il poeta autodidatta scopre un valore intrinsecamente anticonformista del proprio linguaggio, per quanto destinato a una lunga latenza e a un’altrettanto lunga gestazione; mentre Meneghello si salva anche grazie alla percezione dello sberleffo, alla sua anima di parlante nativo del dialetto, che lo porterà, in anni ben più tardi, a smascherare la retorica nazionalistica delle patrie lettere:

Nazario Sauro ti ammonisce nel suo alfabeto, sulla copertina del quaderno in cui scrivi: “Tu forse comprendi, o comprenderai tra qualche anno, quale era il mio dovere di italiano. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi rimane la Patria che di me farà le veci, e su questa Patria giura, o Nino, e farai giurare i tuoi fratelli, quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani”.
È un giuramento straordinario, elettrizzante. Essere sempre e ovunque italiani. La faccenda è certamente associata alla scrittura. (‘Cari i me tusiti, juré ca sarì senpre italiani’: chi mai si sognerebbe di dire una cosa simile?) (Meneghello, Jura, in Opere scelte, 984-985).

Una sensibilità che viene dal rapporto, ancora vivo e modesto, con la parola viva, con i suoni e gli odori , con la parola orale e il suo correr di lepre, che ancora negli anni ’60 le fiabe urbane di Calvino e gli altri esperimenti narrativi col “parlar basso”, cercheranno invano di acchiappare. Una simile vocazione alla conquista della parola – conquista non imperialista ma, anzi, quasi “campesina” – suona forse esotica per la “letteratura italiana”, come la intendiamo di default: al contrario, per la scrittura femminile essa è quasi la norma. Basta pensare a Teresa Noce, che lascia il banco delle ‘povere infelici’ conquistando la grammatica dalla passione spontanea e continua per la lettura. Ma persino a Goliarda Sapienza, educata in casa, in quella che il suo compagno e curatore Angelo Maria Pellegrino definisce come “un’oasi di libertà”; più tardi, la scelta di non terminare il ginnasio per entrare alla Regia Accademia d’Arti Drammatiche, per quanto pericolosa e discutibile, sottrarrà la giovanissima donna al veleno della retorica.

Qual è, dunque, la particolarità di libri come I piccoli maestri e, forse in subordine, Il nome delle parole? Quella di dimostrare come un’auto-educazione all’anticonformismo e all’antifascismo siano possibile anche partendo dal “ventre” del regime, lentamente mettendo in discussione le parole da cui veniamo parlati, e imparando a porsi domande. Quella di dimostrare che anche dal disgusto per i doppiopetti, per l’arroganza del “corpo di stato” può maturate una giusta insofferenza – purché essa spinga all’azione, alla partecipazione, e non a un raffinato snobismo entre nous. Questi libri (e i molti altri casi che si potrebbero citare, da Mario Lodi a Vittorini) tessono quindi un elogio dell’autodidattismo come fonte di emancipazione: il chiamare a sé i propri modelli, eletti fuori dei conformismi nazional-popolari e modaioli (fossero pure le mode del parterre militante e alternativo…). Due storie da rileggere anche oggi, nell’opacità culturale e morale dell’italia berlusconiana, così ricca di corpi limati dal denaro e sagomati dal potere. Con una differenza: che se allora esisteva una parola viva e della strada, cui rivolgersi per cercare un discorso anti-conformista, oggi l’unica strada possibile è quella del ritorno ai saperi complessi, alle letture difficili, al duro cimento della critica. E forse, per ritrovare una possibile distanza e alterità di “discorso subalterno”, dobbiamo imparare a ritornare al silenzio di biblioteche semideserte.

on the way back home (Bologna – Milano Linate) [27 agosto 2010]

In generazioni, la memoria e l'oblio, lavori pieghevoli, partire o restare on novembre 16, 2011 at 4:05 am

Partire con l’Intercity notturno è un modo forte di ricordarti la natura brutale dei viaggi, delle partenze, quel che usavamo fare pochi anni fa, prima dell’era i-tech, prima dei low cost, prima dei web-check in e dell’adsl che ha trasformato ogni laptop in una potenziale agenzia di viaggi. Parlo di quando il mezzo più low cost era il treno espresso, senza limiti di peso per i bagagli, se non quello – assai ampio – della tenuta delle rastrelliere in ferro, o quello – per alcuni assai ridotto – della tenuta della propria schiena. È un modo, forte e secco come un whisky, di ricordarti la realtà delle migrazioni, non quelle intellettuali ma quelle interne che per decenni hanno scavarla l’italia, e continuano a farlo; e proprio come il primo whisky nella gola morbida di un ragazzo, fa tossire, sputare e lacrimare.

Il treno notturno è un mondo dove la ‘stampata’ della prenotazione è solo un pezzo di carta. Qui la logica implacabile e serena dei numeri, coesiste, senza per forza prevalere, con l’altra logica, quella del morto di sonno che ha preso il posto prima di te, cinquecento o ottocento chilometri a monte, e non c’è modo di fargli capire che una ‘transazione elettronica’ è un’altra forma di priorità. E spesso prevale infatti l’altra logica, quella del passeggero che, semplicemente, non si sveglia, non risponde agli stimoli, resiste abbarbicato al proprio scampolo di sonno.

C’è la ragazza in giubbotto di renna chiaro, salita quasi quattro ore prima a Vasto-San Salvo, che a Modena si sveglia e si stropiccia gli occhi perché tra un’ora va a lavorare; e vorresti bucare il suo silenzio per sapere dove, se in un supermercato, in un ufficio, o in un ospedale.

C’è la famiglia scesa per le vacanze, che ha prenotato sedili opposti da Bari a Milano e stendendo i piedi, mamma contro figlia, papà contro figlio, riesce a farsi una mezza notte di sonno.

C’è la bambina con il suo primo giubbotto di jeans, che confonde Reggio Emilia e Reggio Calabria.

C’è il ventenne che dorme piegato sul sedile del corridoio, la testa pesante tra le cosce fasciate dal jeans tarocco, e a ogni fermata gli amici lo svegliano, ‘Pasquà, t’ô faciste nu bello sonnariello?”

C’è la donna africana buttata a dormire come un sacco direttamente sul pavimento sporco, solo le scarpe alte e le unghie laccate che sbucano dalla coperta che qualcuno le ha steso addosso, e le treccine, gettate in terra, a pochi millimetri dai tacchi di chi passa lungo il corridoio.

C’è il cinquantenne dal collo taurino, strizzato nella maglietta Emporio Armani, che malgrado l’ora non toglie dal telefonino la suoneria, e lo scompartimento si riempie del suono di una chitarra, a metà tra un jazz rifatto e Pino Daniele.

C’è il padre premuroso, che trova un posto per sé e per la figlia piccola, e ripercorre l’intero vagone a ritroso per recuperarle il cuscino scordato in chissà che valigia, e poi si addormenta sfinito, finché la bambina lo sveglia a Rogoredo credendo che siano arrivati.

Ragazzi di Napoli davanti ai portelloni ridono forte, sollevando borsoni militari sdruciti e sgargianti trolley di chissà quale sottomarca, mentre nell’aria livida delle sei di mattina il treno già sfila, lentissimo, sotto i ferri liberty della Stazione Centrale.

il trentesimo anno [2 agosto 2010]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora on novembre 16, 2011 at 3:54 am

I bolognesi io li distinguo da due cose. La prima, se son nati alla vecchia maternità o a quella del S.Orsola. La seconda, se il due agosto scendono in piazza. Io sono figlia di calabresi e non ho nemmeno un morto seppellito alla Certosa: ma sono nata alla Maternità e scendo in piazza ogni due agosto. Beh, non proprio tutti, per la verità. Per qualche anno, ho saltato il rito: complice il lavoro estivo, che mi costringeva a fissare le ferie nei pochi giorni disponibili, quasi sempre nella prima metà del mese. Ma salvo cause esterne, il corteo verso la stazione è il mio appuntamento fisso, l’ultimo impegno dopo il quale si può anche partire.

Sono passati trent’anni esatti da quella strage. Quello che allora era il delfino di Giorgio Almirante, è oggi impegnato in uno scontro al vertice con il presidente del Consiglio, del quale ha denunciato la mentalità illiberale e aziendale. Molti – a mio avviso peccando di ingenuità e di scarsa memoria storica – lo considerano l’ultimo baluardo della democrazia. Tra le continuità e le fratture storiche, non so che cosa preferire.

I giovani nati nel 1980 sono oggi i protagonisti della cerimonia. Sono loro, oggi, a leggere i nomi delle 85 vittime. Protagonisti di una commemorazione, ma non delle loro vite. Me li figuro, alle prese con contratti precari dalle scadenze sempre più ravvicinate, questi giovani che a trent’anni suonati continuano a esser percepiti come “ragazzi”. E la memoria di questa strage è ahimè precaria come la generazione nata in quegli anni. Molti giovani di Bologna (studenti di scuole medie inferiori e superiori) credono che a far saltare in aria la stazione siano state le BR, o magari la mafia. Che ci sia stata un’eversione nera, un terrorismo neo-fascista, uno stragismo “di stato”, pare un capitolo di storia dimenticato. Del resto, a che servono le differenze?

Viviamo in un universo di segni. E da qualche mese, i segni delle stragi mi si affollano intorno in una maniera che definirei inquietanti. Uno degli ultimi libri che ho letto (Milano è una selva oscura, di Laura Pariani) si chiude sullo scoppio di Piazza Fontana. Meno di un mese fa mi sono trovata in Piazza della Loggia, di fronte al luogo dell’esplosione. E non ho potuto fare a meno di deglutire quando – è un’altra cosa, lo so – mi è stato proposto un volo di rientro per Bologna il 27 giugno. Ho deglutito a vuoto, prima di chiedere all’addetta di cercarmi un’altra data. Quasi che tutte le strade, tutti i binari portassero lì, a quella pista eversiva, a quel progetto di attentato alle istituzioni democratiche di cui oggi Paolo Bolognesi ha parlato con grande e coraggiosa chiarezza. A un piano di eversione in cui ancor oggi viviamo.

Tutte le strade portano alla stessa stazione, allo stesso centro nero. Che però sembra sepolto dalla dimenticanza, dal segreto di stato, dal velo delle impunità. Per la prima volta dal 1993 manca sul palco un rappresentante del governo. Bologna non è più quella città dove ci si rifiutava di dare “un panino o una goccia di benzina” ad Almirante (era il 1971 quando sedici dipendenti del Cantagallo, autogrill vicinissimo ai luoghi della strage di Marzabotto, improvvisarono uno sciopero per protestare contro la presenza del segretario del M.S.I.): ma persino una mezza manciata di fischi e di contestazioni sono troppe per Cesare e i suoi servi. Il “cerimoniale” è stravolto. Ma per una volta, non ci sono ipocrisie. Alla lettura del messaggio del Capo dello Stato (che non è il Presidente del Consiglio, come molti sembrano credere) segue l’intervento del Presidente dell’Associazione delle Vittime. Punto per punto, si sentono i nomi e i cognomi, le trame, le complicità, le protezioni reiterate ancora nel presente. E, per una volta, nella piazza volano solo applausi.

Avevo 21 anni quando mi sono resa conto, per la prima volta in modo cosciente, che preferivo sedermi su una valigia al primo binario, stravaccarmi nell’atrio, o persino in terra tra chiazze di aranciata colata e fazzoletto sporchi; ovunque, purché non su una poltrona della sala d’aspetto. La persona con cui viaggiavo, una ragazza del centro Italia, non capiva, insisteva per aspettare al chiuso, al caldo; ma, io al pensiero di sedermi in quella Sala d’aspetto, mi sentivo qualcosa sul gozzo. Non credo, a tutt’oggi, di esserci mai stata per più di due minuti, sicuramente mai da sola.

La commemorazione funebre è un rituale. Un rituale funebre, che ci rende tutti testimoni di un trauma, anche chi non l’ha direttamente vissuto – perché non era ancora a Bologna, perché non era ancora nato. Dire che siamo tutti sopravvissuti non rende l’idea. Anzi, è una frase irrispettosa verso i sopravvissuti veri, i 200 feriti lasciati dall’esplosione, un tipico esempio di quella retorica che annulla le differenze. Forse si potrebbe dire che siamo tutti potenziali vittime. Sarebbe più corretto. Per ogni bolognese, la bomba alla sala d’aspetto è una morte potenziale. Un alito nero, che ha sfiorato un parente, un amico, un genitore, la propria stessa esistenza. Nel 1980 mia madre era una matricola universitaria. Quasi ogni sabato si recava a Ravenna con il treno di mezza mattina, a trovare una coppia di parenti. Come in uno scambio ferroviario, una diversa coincidenza dei destini e io oggi non sarei, semplicemente.

Avevo 6 anni, forse 7. Sapevo già leggere, di questo son sicura, ma non sempre riuscivo a comprendere quello che leggevo. Che cosa volevano tutti quei grandi arrabbiati? Gridavano forte: c’era forse da aver paura? E quella scritta rossa, enorme, a lettere di fuoco, “Bologna non dimentica“: che cosa non dimentica, Bologna? “Hanno ragione”, rispose laconica la mia mamma. E cominciò a raccontarmi una strana, confusa storia di treni e di bugie. Oggi, nel corteo vedo sfilare una nonna, che tiene per mano i suoi due nipoti. Molti altri piccoli, protetti da cappellini di colori chiari, sfilano in braccio ai papà e alle mamme, o fanno cenni buffi dai sellini delle biciclette. Che cosa ricorderanno di questa giornata? Chissà se a trent’anni ricorderanno di aver sfilato, oggi 2 agosto 2010?

Il corteo è un rituale, un rituale funebre, ma non nel senso in cui lo vorrebbe chi ha disertato la piazza per sottrarsi ai fischi. Non nel senso in cui lo vorrebbe chi richiama la piazza al vittimismo, a un vuoto e indistinto cordoglio che appiattisce insieme vittime e carnefici in una indiscriminata retorica. Quel senso che trasforma tutti in vittime, incapaci di reagire, di rialzare la testa. Di colpo realizzo che l’assenza dei rappresentanti istituzionali – la piazza finalmente lasciata a chi la sente, la piazza non più oltraggiata dalle parole false di chi non ha mai rinnegato il proprio passato – è un falso problema. Sbagliano se vengono, sbagliano se non vengono. E’ la loro posizione, ad essere sbagliata. Nessun “discorso”, nessuna “parola” può contornare quel vuoto, può riparare dall’abisso. Non esiste una modalità di discorso possibile, in assenza di verità.

Fa caldo, nel piazzale, e diverse barelle si avvicinano verso l’atrio. Una, in particolare, porta una borsa nera. Penso a una valigia incustodita, e un brivido mi corre per la schiena. Mi rendo conto che è attrezzatura medica, e mi riscuoto. Mi rendo conto che fa strano, vedere un’ambulanza nel luogo dove, trent’anni fa, gli autobus divennero improvvisati pronto-soccorsi, sentire una sirena (polizia? pompieri? pronto soccorso?) in quello spazio-tempo che per noi esiste sotto forma di fotogrammi e di voci registrate, “Una bomba…”. Mi rendo conto che agiamo in base a riflessi scontati, a conseguenze implicite di una parola, di un gesto, di un’istruzione sedimentata in qualche angolo di cervello (‘Non lasciare il tuo bagaglio incustodito, potrebbe essere una bomba…’). Continuiamo a vivere di traumi, un segno sovrapposto a un altro segno.

tornare a scuola: riflessioni di Primo Levi [10 giugno 2010]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 3:29 am

A proposito di età e di generazioni, ho da poco letto alcuni pensieri illuminanti di Primo Levi racchiusi ne L’altrui mestiere, la raccolta di scritti e saggi da lui dedicata alla professione di letterato – che, come è noto, egli abbracciò tardi, dopo una carriera di chimico, e che continuò a lungo a percepire come “cosa d’altri”.

In Tornare a scuola, (pp. 27-30 della mia edizione: Torino, Einaudi 1985), Levi prende spunto da una propria esperienza di apprendimento tardivo: un corso di perfezionamento di una lingua (presumibilmente il tedesco, anche se lui non lo dice), che lo riporta sui banchi di scuola in età più che matura. Testimone, scrittore, grande esperto nella trasmissione della propria esperienza storica alle generazioni successive (cosa che non mancava di dargli ansia, come si evince dalle riflessioni sulla banalizzazione cinematografica della Shoah ne I sommersi e i salvati), Levi non parte dall’assunto che i giovani siano naturalmente superficiali e vuoti. Al contrario, ne apprezza le doti intellettuali, prima fra tutte la freschezza e l’agilità:

Gli steccati mentali tra le generazioni cadono; si è costretti a mettere da parte la noiosa autorità degli anziani, e si è portati a rendere omaggio alle superiori risorse mentali dei giovani, che ti siedono accanto senza irrisione, commiserazione né disprezzo, e ti si fanno amici. (30)

Una conclusione che pare quasi un idillio, e invece è frutto di fatica e di sforzo. Mentale, prima di tutto. Nel ri-analizzare la propria esperienza, Levi infatti parte dalla sensazione di estraneità («sono un allogeno, un marziano: questo non è il mio luogo», 27), forse – aggiungo io – acuita dal trovarsi a ricevere anziché a dare, e dal trovarsi a riapprendere in un contesto tanto nuovo un lingua udita, secondo una perifrasi eufemistica, «in condizioni disagiate» (27).

Ci sono mille modi di apprendere, e non solo di apprendere una lingua. Partendo dai secondi, Levi ci illumina sui primi. Più capace di richiamare e collegare le nozioni apprese, la mente dell’anziano è meno ricettiva, quasi refrattaria al nuovo. Perciò bisogna «imparare ad imparare» (29), ci dice Levi, scegliendo prima una formula che suona batesoniana ma senza inutili enfasi, e poi una metafora da topiche rinascimentali:

[…] non basta più lasciare che la nozione arrivi per conto suo al magazzino e ci si depositi. Non ci rimane, o non a lungo: entra ed esce immediatamente; si volatilizza, lasciando dietro di sé solo una traccia irritante e indistinta. Si deve imparare a intervenire con la forza, ad incastrarla nella sua nicchia come un martello: si fa, ma ci vuole tempo, fatica. (29).

Per contro, anche i giovani possono apprendere qualcosa dal faticoso “imparare ad imparare” dei vecchi; l’arte della gratuità, l’apprendere disinteressato che sembra così lontano dalla vera motivazione e che, invece, ne costituisce il presupposto. Libero dalla motivazione contingente – anche quella, più lungimirante, di costruirsi un futuro o una carriera – l’anziano riesce a guardare alla trasmissione del sapere come a un dono: «il far dono a se stessi di un’attività gradevole e priva di uno scopo immediato è un lusso che costa poco e rende molto: è come ricevere, gratis, un oggetto raro e bello» (30).

Regalo che, invitando a rileggere queste pagine così vere e così piene di grazia, spero di aver fatto a mia volta, a coloro che passeggeranno ancora tra le righe di questo blog.

dal fondo delle campagne all’estremo della città: leggendo Mario Luzi [16 maggio 2010]

In canadian bacon, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 3:17 am

Mario Luzi è un poeta che ho sempre faticato a leggere. Forse per l’architettura vagamente “tassiana” dei suoi versi, o, più probabilmente, perché il suo mondo mi appariva estraneo, distante. L’ho aperto più volte senza mai finirlo; e quel poco, mai capito, masticato più che letto, per nulla assimilato. Non mi vergogno a dirlo. Come molti umanisti di mestiere, ho letto molto, ma quel molto non sarà mai abbastanza: preferisco ammettere l’entità delle mie lacune, invece di nascondermi dietro all’ipocrita frase “Sto rileggendo…” (certa gente sembra che i classici non li legga, ma li rilegga direttamente; io ho invece il sospetto che, se esistesse uno scanner adatto allo scopo, la presunta preparazione di molti rivelerebbe tutto intero il catalogo dei modi di “non-leggere” teorizzato, pochi anni fa, da Pierre Bayard). Ad ogni modo, Mario Luzi non è uno di quegli autori “ignorati” per assenza di tempo, ma un autore affrontato a più riprese e sempre rigettato dal mio corpo. Che, evidentemente, non aveva ancora raggiunto la maturità necessaria. Pare uno scherzo del destino che io lo debba scoprire qui, in Nord America: mi ci è voluto il salto di un oceano per cominciare ad apprezzare i versi di uno dei massimi poeti del “mio” Novecento.

Eccomi, dunque, a varcare l’inferno urbano della metropolitana con l’edizione Einaudi 1965 di Dal fondo delle campagne che mi spunta dalle tasche della zimarra (chi ha familiarità con la Bohème riconoscerà la citazione). L’ho portato con me per una non troppo accidentale distrazione; mi renderò presto conto che Luzi è un’eccellente guida al tour che mi sono proposta, ossia una camminata di poco più di 5 km sul lungofiume di Toronto: il cosiddetto recreational trail che, costeggiando il corso del Don River, si snoda fino alla riva del lago, nella parte orientale della città.

I versi di questa plaquette sono stati composti tra il 1956 e il 1960; parlano di un’Italia sepolta sotto le macerie di due miracoli economici, quello industriale e quello del terziario avanzato. Tra le righe si scorgono costole brulle di Appennini e sobbalzi di corriere, la polvere di strade percorse a poco più di 50km/h e svolazzanti grembiuli di cretonne. Questo volumetto smilzo è anch’esso in dismissione, esattamente come il mondo che racconta. È infatti uno dei tanti libri che ho comprato per mezzo dollaro canadese, tra i vecchi libri dati via dalla Kelly Library, proprio di fronte al mio dipartimento. Scartabellando tra le tante porcherie, ci ho trovato delle occasioni uniche , tra cui spicca, oltre a un Bigongiari e a un Croce d’annata, una spettacolare edizione autografata di Letteratura e mito, di Furio Jesi. Tutti buttati su un tavolaccio, alla mercé dei passanti, tra Rosamund Pilcher e le ricette di Suor Germana (sia detto col dovuto rispetto per entrambe).

Sono fra la seconda e la terza fermata di metropolitana, quando comincio a leggere. Mi aspetto l’Appennino, i dolci avvallamenti toscani, le reminiscenze dantesche, e trovo invece versi che fendono il cuore come questo vento che ci insegue fin sottoterra:«Di che soffri, per chi ti dai pensiero / Fece un cenno d’addio verso l’Europa, sparì sotto coperta. / Non so dove, / ma è lontana. S’è fatta un’altra vita» (12). Una pagina dopo, alla terza poesia: “Non ho altro canto che questa tenerezza disarmata / mentre canta l’America il suo canto / dal suo mulino d’uomini Brodway:/ vivere, vivere, non cercare scampo” (13). Una geografia irreale – appena immaginata, di “città non viste ma note” (13): non sono forse questo le città straniere, per chiunque peregrini fuori dalla sua casa? Fantasmi di un nordamerica immaginario – e per questo più reale della realtà vista e toccata con mano – guidano in anticipo le nostre visioni, orientano i nostri passi.

Lungo il fiume. Edere selvagge e graminacee senza gloria si intrecciano a palizzate arrugginite, colonizzano vecchi ponti sbarrati. Il verderame di lamiere ormai inservibili compete a stento con il verde luminescente di alberi trapassati dal sole. Un cartello mi informa del tentativo di ricostruire the original Don River forest, la foresta che costeggiava anticamente il secondo fiume di Toronto, e che ricomincia, con difficoltà, a lussureggiare qui, svariati metri sotto il livello di strade e ponti. La foresta riprende a pulsare ma è una foresta matta e degenere. Alla selva degli alberi fa ancora da contrappunto quella dei tralicci dell’alta tensione, mentre, tra le erbe infestanti, i teschi strillano intatto il loro urlo di pericolo. Sembra un presagio del mondo post-umano, il mondo che verrà dopo la nostra fine: ma la dismissione di alcune strutture industriali non deve trarre in inganno. Sono ancora arroganti i segni di BMW, di Volvo, di Audi, le strutture di vetro e cemento che permettono di attraversare in sicurezza questo fiume dismesso. Di foreste è piena la letteratura italiana che – come ogni scolaretto sa più o meno fin dalla terza elementare – si apre sull’oscura selva del peccato. Da questi tralicci vegetali, da questi alberi elettrici con troppa linfa, non vedo però pendere fantasmi di suicidi. Sento piuttosto riecheggiare i versi di un altro grandissimo poeta italiano, il Montale della Bufera: “[…] Troppo / straziato è il bosco umano, troppo sorda / quella voce perenne, troppo ansioso / lo squarcio che si sbiocca sui nevati / gioghi di Lunigiana” (Personae Separatae, vv. 15-19). Non siamo in Lunigiana, ma mai come tra queste piante, in questo silenzio continuamente rotto dal ronzio di biciclette da corsa e dall’eco dei tram, ho sentito che la selva umana è qualcosa di profondamente rotto e violentato. La selva degli alberi, e quella delle parole, in cui alcuni di noi amano perdersi.

Versi che prima restavano muti, cominciano a rivelare il loro spessore solo alla distanza. Sono a metà del mio percorso, e dall’incavo dell’ennesimo cantiere vedo lo skyline della città, rovesciato. È l’icona di Toronto, con la CN Tower a demarcare l’identità di questa metropoli, che altrimenti potrebbe sembrare uno dei tanti volti di città chiamati a specchiarsi su una massa d’acqua: ma questa, così grigia e sinistra, è l’immagine che non apparirà mai su nessuna cartolina. Resa pregnante dalla distanza, è concava come il vuoto che la fa risuonare. Mi rendo conto che ho bisogno di distanze: capire, in fondo, non è che colmare di parole uno spazio vuoto. Condizione comunemente umana, ma che i parolai di mestiere sentono più acuminata degli altri, vivendo spesso per interposta persona. Le parole, il viaggio, la distanza che ci separa da chi amiamo: sono tutte sfaccettature di un unico discorso; sono tutti modi per prendere tempo; offrono uno spazio in cui distendere l’arco del senso. Ancora una volta, mi rivolgo ai versi di Luzi: “Sediamo qui, persone nel viaggio / smaniosi alcuni dell’arrivo, alcuni / volti tutti all’indietro, chi sospeso. […] // Chiudo e apro gli occhi sopra questo lembo / di patria, stretto contro lo schienale / ascolto questa gente, questo vento, / vivo per mediazione dei miei simili / più di quanto lo sia in carne ed ossa.” (43).

Sono le 5:20, come mi fa notare la sveglia – puntata due settimane fa per una ragione contingente, e non ancora disattivata per la mia solita incuria. Di alberi non c’è più l’ombra. Lasciato alle spalle il rombo delle strade di scorrimento e delle sopraelevate, sorpassati gli scambi del GO-Train, continuo la mia marcia tra ghiaia fluviale e recinzioni, mentre tutto intorno escavatrici e gru tentano di cambiare incessantemente il volto della Toronto portuale. È l’ora in cui i turni di lavoro finiscono, e costeggiando uno dei cantieri racimolo un improvvisato invito a cena da un operaio in casco e pettorina arancio. Declino educatamente l’offerta, e accelero il passo. Il bosco post-umano è finito, si torna alla città.