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Archive for the ‘lavori pieghevoli’ Category

se la lotta di classe comincia in classe

In educazione, lavori pieghevoli, lifestyle, repubblica delle lettere on gennaio 7, 2012 at 10:34 pm

Su indicazione di un amico, leggo il post di Lisa Roscioni apparso su «TQ» prima e su «Alfabeta2» poi, relativo all’annosa questione della crisi delle Humanities (“Humanities: informazione o conoscenza?”). Il pezzo è interessante, ben documentato, profondo, ma dà la stessa sensazione di tutti i pezzi usciti in Italia sul tema: descrivono un sistema diverso dal nostro senza menzionare tale differenza, affrontano una crisi di saperi e discipline senza entrare nel merito delle strutture economiche che la sostanziano.

 In the Basement of the Ivory Tower, l’interessante libro scritto dall’anonimo Professor X e citato nel post di TQ, è, come correttamente afferma Roscioni, una lamentazione sulla preparazione penosa degli studenti americani, e in particolare di quegli studenti che, vedendosi precluso l’accesso a un’educazione superiore di qualità, finiscono in college privati di terz’ordine o in Community College dal forte orientamento tecnico e professionale. Ma è soprattutto la dimostrazione di un mostruoso meccanismo economico, quello che potremmo definire uno Schema di Ponzi interno all’istruzione superiore.

Il sistema universitario descritto da In the Basement of the Ivory Tower è basato su due cardini: l’indebitamento (sotto forma di prestito per accedere all’università) e la precarizzazione di massa dell’insegnamento (sotto forma di moltiplicazione di posizioni a tempo determinato, precarie, i cosiddetti adjuncts). Si tratta di due fenomeni collegati tra di loro. Per lo stesso professor X, docente a contratto di corsi introduttivi alla letteratura e alla composizione di testi, l’insegnamento è un secondo lavoro accettato per far fronte a un altro indebitamento, quello per una casa al di là delle proprie possibilità. Nel libro, del resto, si stabilisce una sistematica equivalenza tra la crisi dei mutui subprime esplosa nel 2008 e l’analoga inflazione di titoli di studio (e di occupazioni che li richiedono, anche in mancanza di una reale necessità) paventata nell’era di Obama. E mentre imperversa la polemica sul fatto che la popolazione americana sia effettivamente sovra-qualificata (come sostiene Professor X) o sotto-qualificata (come sostengono diversi suoi avversari, come il prof Anthony P. Carnevale della Georgetown University), matura una delle possibili crisi speculative dei prossimi anni. Come ha scritto di recente Keli Goff sull’Huffington Post, “l’indebitamento da prestito studentesco ha assicurato che tutti gli altri potessero solo prendere temporaneamente in affitto il Sogno Americano, senza mai davvero comprarlo. Esattamente come le carte di credito, il credito allo studio ha permesso a molti di noi di far finta di tenere il passo con i vicini**, ma quando il conto finalmente arriva, si ristablisce la realtà, e cioè che non hai mai davvero tenuto il passo, ma solamente fatto finta – il che ha spesso esiti disastrosi. Circa mille miliardi di debito più tardi, il conto sta arrivando al tavolo della nostra nazione”.

Lo sbarramento all’istruzione di livello universitario è infatti duplice: a una barriera culturale, costituita dalla mancanza preparazione stigmatizzata dal professor X e sempre più frequente anche in molte blasonate università italiane, se ne affianca una economica, in una misura che qui da noi è ancora sconosciuta (ma già il sistema britannico, dopo l’eliminazione dei tetti massimi alle tasse universitarie, potrebbe presto diventare uno scomodo gemello di quello americano). Non a caso, una delle richieste che il movimento OWS sta avanzando è la remissione dell’indebitamento universitario, proposta come una misura di rilancio all’economia. Si tratta di una questione politica ed economica di importanza capitale. Il debito medio contratto nel 2010 supera, infatti i 25,000$ procapite, con una distribuzione ineguale sia rispetto agli stati (il New Hampshire è il più indebitato, con il 74% di indebitati e un debito medio di 31,000 $, lo Utah il meno indebitato con una media di 15,000$ per il 44% degli studenti), sia rispetto alle istituzioni (con alcune università for profit che si aggiudicano mostruosi record di indebitamento). Per capire l’entità della catastrofe, basta un solo dato: nel giugno del 2010, il debito da prestito universitario (allora calcolato nella cifra di 829.785 miliardi di dollari) superava l’indebitamento complessivo da carta di credito negli Stati Uniti (Fonte: WSJ). Un’anomalia dovuta senz’altro ad alcuni fattori contingenti (per esempio la stretta sul debito da carte di credito, dopo il tracollo finanziario del 2008, e il conseguente aumento dei pagamenti minimi richiesti) e ad abitudini di spesa (dovendo scegliere, lo studente ottempera al pagamento minimo della carta di credito, anziché del debito da prestito universitario), ma che dà la misura di una situazione preoccupante. Sono cifre, queste, che i liberali di casa nostra farebbero bene a tenere a mente, quando parlano di “prestiti d’onore” e dell’intraprendenza dei giovani stranieri: indebitarsi per 50,000 dollari a 18 anni non è intraprendenza, è incoscienza.

Il dibattito sulla crisi delle Humanities e quello, ad esso collegato, sul declino delle Lingue Moderne (cui nel 2010 è stato dedicato addirittura un panel nella convention annuale della prestigiosa MLA) non possono dunque essere colti appieno fuori da questo panorama terrificante: un contesto in cui lo studente , spesso indebitato per i prossimi vent’anni e posto di fronte a un mercato del lavoro nerissimo, deve “ripagare” gli enormi costi sostenuti per la propria educazione. E non possono essere colti appieno neanche al di fuori del paradosso per cui sono proprio i requisiti umanistici (l’obbligo di sostenere almeno un esame di inglese, l’obbligo, laddove c’è, di sostenere un esame di lingua straniera) a tenere in piedi dipartimenti umanistici altrimenti falcidiati dai tagli.

Ed ecco che si arriva al paradosso storico attuale, per cui l’accesso all’istruzione è contemporaneamente ‘venerato’ come un obiettivo di per sé degno e criticato come un’utopia irresponsabile, contemporaneamente dileggiato come una mitologia delle classi medie impoverite e osannato come un biglietto di sola andata per chi fugge dall’inferno delle classi svantaggiate. Contestualmente, lo scorso 19 ottobre, Nicholas Kristof invitava a Occupare le aule dalle colonne del «New York Times», rivendicando l’importanza di programmi pubblici tesi a diminuire le differenze tra i più svantaggiati e i privilegiati sui banchi di scuola. Ma non mancano i fautori della tesi opposta: in L’education suffira-t-elle?, un articolo apparso su «Le monde diplomatique» di questo gennaio 2012, John Marsh sostiene che le differenze sociali siano il più forte indicatore della performance scolastica, a fronte di qualsiasi altro fattore. Aumentare l’accesso all’istruzione – sostiene sempre Marsch – può al limite frenare e contenere le disuguaglianze, non certo ridurle.

Certo, gli anni di Ivan Illich e del suo Deschooling Society sono lontani, e mentre si continua a rivendicare – giustamente – l’accesso all’istruzione come un fattore di emancipazione personale, manca una riflessione sulla natura elitaria e iniqua di questo “mercato” accademico. Un’istruzione concepita come un business dai costi e dai profitti illimitati, infatti, non può in sé abbattere le differenze, ma finirà inevitabilmente per consolidarle – e questo sarebbe vero anche se l’accesso all’accademia garantisse automaticamente un miglioramento sociale a tutti gli individui che vi pervengono. Un paradosso che lo stesso Professor X (anche se da un punto di vista diverso dal nostro, perché sostanzialmente conservatore) non manca di notare, quando, in un articolo apparso nuovamente su «The Atlantic», paragona la corsa al titolo di studi alla folla che si alza in piedi durante un concerto, migliorando sì a propria visuale, ma costringendo tutti ad alzarsi in piedi. Una situazione scomoda per tutti, salvo, ça va sans dire, che per chi vende i biglietti.

[Grazie a Jumpinshark per avermi segnalato un refuso e una traduzione poco chiara]

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ditemi che non è vero [29 ottobre 2011]

In lavori pieghevoli, malatempora on novembre 16, 2011 at 5:30 am

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Scorro – per motivi che non è importante riferire in questa sede – un aggregatore di annunci di lavoro e mi imbatto nella seguente perla: “Cercasi rumeno con ottima resistenza fisica.”
In altri tempi avrei pensato a una bufala nello stile di “NON PIU’” (penso alla fortunata campagna della CGIL su lavori non pagati, stage e altre condizioni umilianti), ma il contesto non pare adeguato, e poi, come si diceva sere fa con un amico, le “hoax” andavano bene ai tempi del postmoderno, sarebbe ora di finirla con gli scherzi e le risatine, che si è visto dove ci han portato.
L’annuncio mi lascia assolutamente basita. Tanto valeva scrivere, “Cercasi bestia da soma”. O anche, “cercasi schiavo”.
Che cosa si intende per “ottima resistenza fisica”? Che lavorerà come uno schiavo senza lamentarsi, ovviamente in nero e senza alcuna tutela? Che si pretenderà che lavori 14 ore al giorno, finendo in 3 giorni un lavoro che richiederebbe magari una settimana? Che se gli crolla in testa una parete non si fa niente? E poi, perché “rumeno”? Possibile che non ci si renda conto che un annuncio di lavoro del genere è una forma di volgare, bestiale razzismo? Possibile che certi atteggiamenti siano ormai così acquisiti da venir pensati come pretese del tutto lecite, legittime, da potersi richiedere alla luce del sole?
In tutto questo, l’immancabile bottoncino blu “mi piace” in basso a sinistra appare particolarmente infernale.

una nota di Gramsci su quella che potremmo definire la preistoria della letteratura del lavoro [27 ottobre 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, lavori pieghevoli on novembre 16, 2011 at 5:30 am

«Per quali forme di attività hanno “simpatia” i letterati italiani? Perché l’attività economica, il lavoro come produzione individuale e di gruppo non li interessa? Se nelle opere d’arte si tratta di argomento economico, è il momento della “direzione”, del “dominio”, del “comando” di un eroe sui produttori che interessa. Oppure interessa la generica produzione, il generico lavoro in quanto generico elemento della vita e della potenza nazionale, e quindi motivo di volate oratorie. La vita dei contadini occupa un maggior spazio nella letteratura, ma anche qui non come lavoro e fatica, ma dei contadini come “folclore”, come pittoreschi rappresentanti di costumi e sentimenti curiosi e bizzarri: perciò la “contadina” ha ancora più spazio, coi suoi problemi sessuali nel loro aspetto più esterno e romantico e perché la donna con la sua bellezza può facilmente salire ai livelli superiori. Il lavoro dell’impiegato è fonte inesausta di comicità: in ogni impiegato si vede l’Oronzo E. Marginati del vecchio “Travaso”. Il lavoro dell’intellettuale occupa poco spazio, o è presentato nella sua espressione di “eroismo” e di “superumanismo”, con l’effetto comico che gli scrittori mediocri rappresentano geni della loro propria taglia, e, si sa, se un uomo intelligente non può fingersi sciocco, uno sciocco non può fingersi intelligente». Gramsci, Antonio. Letteratura e vita nazionale. Roma: Editori Riuniti, 1979, 15-16.

on the way back home (Bologna – Milano Linate) [27 agosto 2010]

In generazioni, la memoria e l'oblio, lavori pieghevoli, partire o restare on novembre 16, 2011 at 4:05 am

Partire con l’Intercity notturno è un modo forte di ricordarti la natura brutale dei viaggi, delle partenze, quel che usavamo fare pochi anni fa, prima dell’era i-tech, prima dei low cost, prima dei web-check in e dell’adsl che ha trasformato ogni laptop in una potenziale agenzia di viaggi. Parlo di quando il mezzo più low cost era il treno espresso, senza limiti di peso per i bagagli, se non quello – assai ampio – della tenuta delle rastrelliere in ferro, o quello – per alcuni assai ridotto – della tenuta della propria schiena. È un modo, forte e secco come un whisky, di ricordarti la realtà delle migrazioni, non quelle intellettuali ma quelle interne che per decenni hanno scavarla l’italia, e continuano a farlo; e proprio come il primo whisky nella gola morbida di un ragazzo, fa tossire, sputare e lacrimare.

Il treno notturno è un mondo dove la ‘stampata’ della prenotazione è solo un pezzo di carta. Qui la logica implacabile e serena dei numeri, coesiste, senza per forza prevalere, con l’altra logica, quella del morto di sonno che ha preso il posto prima di te, cinquecento o ottocento chilometri a monte, e non c’è modo di fargli capire che una ‘transazione elettronica’ è un’altra forma di priorità. E spesso prevale infatti l’altra logica, quella del passeggero che, semplicemente, non si sveglia, non risponde agli stimoli, resiste abbarbicato al proprio scampolo di sonno.

C’è la ragazza in giubbotto di renna chiaro, salita quasi quattro ore prima a Vasto-San Salvo, che a Modena si sveglia e si stropiccia gli occhi perché tra un’ora va a lavorare; e vorresti bucare il suo silenzio per sapere dove, se in un supermercato, in un ufficio, o in un ospedale.

C’è la famiglia scesa per le vacanze, che ha prenotato sedili opposti da Bari a Milano e stendendo i piedi, mamma contro figlia, papà contro figlio, riesce a farsi una mezza notte di sonno.

C’è la bambina con il suo primo giubbotto di jeans, che confonde Reggio Emilia e Reggio Calabria.

C’è il ventenne che dorme piegato sul sedile del corridoio, la testa pesante tra le cosce fasciate dal jeans tarocco, e a ogni fermata gli amici lo svegliano, ‘Pasquà, t’ô faciste nu bello sonnariello?”

C’è la donna africana buttata a dormire come un sacco direttamente sul pavimento sporco, solo le scarpe alte e le unghie laccate che sbucano dalla coperta che qualcuno le ha steso addosso, e le treccine, gettate in terra, a pochi millimetri dai tacchi di chi passa lungo il corridoio.

C’è il cinquantenne dal collo taurino, strizzato nella maglietta Emporio Armani, che malgrado l’ora non toglie dal telefonino la suoneria, e lo scompartimento si riempie del suono di una chitarra, a metà tra un jazz rifatto e Pino Daniele.

C’è il padre premuroso, che trova un posto per sé e per la figlia piccola, e ripercorre l’intero vagone a ritroso per recuperarle il cuscino scordato in chissà che valigia, e poi si addormenta sfinito, finché la bambina lo sveglia a Rogoredo credendo che siano arrivati.

Ragazzi di Napoli davanti ai portelloni ridono forte, sollevando borsoni militari sdruciti e sgargianti trolley di chissà quale sottomarca, mentre nell’aria livida delle sei di mattina il treno già sfila, lentissimo, sotto i ferri liberty della Stazione Centrale.

be nazi, be stupid [9 agosto 2010]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, generazioni, lavori pieghevoli, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:03 am

Questa non è una recensione, anche se ci somiglia molto. Non lo è, per due motivi. Primo, perché sono in ferie, se così si può dire, ferie di una scribacchina quasi professionista, pagata anche nei mesi estivi per continuare a “fare ricerca”. Secondo, perché non ho voglia di essere obiettiva o sistematica, né di servirmi di termini come ‘trama’, ‘ambientazione’, ‘complessità’ o ‘struttura narrativa’, cosa che dovrei fare se stessi recensendo ufficialmente Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010).

Avevo sentito parlare di questo libro due anni fa, o forse tre. L’autore era venuto in trasferta a Bologna per presentare il suo romanzo precedente (Italian Fiction, ISBN 2007), un libro sui cosplayers (e, per la cronaca, la presentazione si teneva in quella stessa libreria che compare, sotto falso nome, anche in GND, la libreria Interno 4 di Bologna). A quel tempo, Michele Vaccari stava già lavorando al suo successivo progetto, di cui erano già chiare le linee narrative principali. Mi aveva incuriosito, anche se mai avrei potuto pensare che il libro avrebbe fatto il verso, nel titolo, a una delle mie ossessioni principali: “Giovani, carini e disoccupati”. I film, voglio dire. E anche il titolo, un tricolon di superbo andamento.

“Giovani, nazisti e disoccupati”, nell’italia del 2010 suona un po’ come dire un ipotetico “Precari ma belli”. Una corruzione dell’Italia anni 50, che invece del boom trova una generazione di scoppiati. In fondo, buona parte della narrativa e della cinematografia milleurista (o senzanalirista che dir si voglia) potrebbe dimorare sotto un simile titolo. Il libro di Michele Vaccari no. Fa eccezione. Quel “nazisti” nel titolo, del resto, è lì a dimostrarlo. Sfrigola come soda caustica sulle piastrelle del bagno. Leva ogni senso al termine “giovane”, ogni sorriso, ogni risata registrata.

Il protagonista del romanzo, difatti, non è un giovane. Pur avendo vent’anni, si sente vecchio. Non vecchio: decrepito, inamovibile. “Sentirsi vecchi condizione propria della giovinezza è”, parafrasando le parole rivolte a un’altra giovane-non-giovane dell’attualità letteraria, la Modesta de L’arte della gioia. Ma di sicuro, la condizione descritta da Vaccari stona con quella dominante, oggi. E anche il suo protagonista stona.

I giovani sono decrepiti pur sentendosi invincibili, e nuovissimi. Sono così i giovanissimi aderenti alla nuova estrema destra italiana, quei giovanotti che indossano le magliette del Blocco Studentesco come se fossero gli slogan di Renzo Rosso (slogan come “La nostra rivoluzione sarà una ficata”, dicono niente?). Vecchi che si sentono giovani sono anche gli eterni studenti, i neo-trentenni che non si rendono conto di procedere a larghe falcate verso gli -anta, invecchiati nei loro gilet e nei loro rasta; e i punkabbestia (o -bbancomat, o -mmerda come li chiama folkloristicamente l’io narrante di Vaccari) eterni fuori-sede e fuori-corso, i giovani dello sballo che, negli anni del ritorno all’eroina, ricominciano a chiamarai “tossici”. I precari, persino, quelli che si barcamenano tra un contratto e un aperitivo. Si può scegliere di opporsi a tutto questo mediante l’impegno, la serietà, il lavoro. Oppure NON si può scegliere, e allora si subisce. Certo, anche non scegliere e’, spesso, una scelta. Il non-giovane del romanzo ne è l’esempio. La sua rabbia è eccessiva, svapora senza esplodere, per il troppo bollore.

Giovani, nazisti e disoccupati è un romanzo, o forse persino un racconto lungo, è un “nero” che di “nero” ha solo il colore di certe ambientazioni politiche, ed è un libro ben scritto, con voce e ritmo credibili, forse qualche incertezza di ambientazione e qualche schematismo nella trama, ma un incipit superbo e un finale che non delude. Ma è, soprattutto, un grido d’allarme, un “Non sottovalutateci” (o “sottovalutateLI”, non so) lanciato da quella che non si sente una generazione, al massimo un’accozzaglia di singoli, di individui sull’orlo del fallimento. Un “non sottovalutateci” gridato da chi è inetto, ma che mostra – mediante il ricorso a una metafora politica, quella del nazismo, forse iperbolica ma per nulla infondata – a che cosa può arrivare l’inettitudine, lasciata a se stessa. Un urlo che è una contraddizione in termini. Ma vera, e bruciante.

siamo tutti una grande famiglia infelice? [19 giugno 2010]

In generazioni, lavori pieghevoli, malatempora, partire o restare on novembre 16, 2011 at 3:36 am

Le famiglie infelici, contrariamente a quel che scriveva Tolstoj, si assomigliano tutte, almeno per un tratto: ogni discussione finisce per riproporre lo stesso pattern, arrivando alla stessa inevitabile conclusione (la litigata) per le stesse imperscrutabili vie (qualsiasi argomento di conversazione all’apparenza innocuo). Di recente, provo una sensazione analoga quando mi aggiro per la blogosfera italiana, o sulle pagine di certi forum simili a stagni, in cui il sassolino lanciato da qualche post o commento sgradevole solleva ondate tanto potenti quanto inutili. Certo, uno potrebbe sempre dedicarsi a letture più edificanti, per esempio quelle che ho di recente suggerito ai miei lettori; ma a lasciarmi basita non è il contenuto di questo o quello “scazzo” (excuse my French!) ma il fatto che, senza nemmeno dover troppo scavare, si assomigliano tutti.

Un paio di giorni fa, sul sito italiansinfuga, una lettrice ha lasciato un commento astioso alla testimonianza di una giovane odontoiatra alle prese con un costoso master in Inghilterra. Ne è nato un piccolo parapiglia, con risposte stizzite di altri lettori – alcune del genere “i soldi non fanno la felicità”, altre, secondo me molto più condivisibili, del tenore “alcuni si fanno un mazzo e il Master se lo pagano anche lavorando”. La discussione è andata avanti finché la specializzanda in questione non ha chiarito di fronte al tribunale “internettiano” la propria situazione economica, frutto di sacrifici, risparmi, borse di studio ottenute per merito e, dulcis in fundo, di un consistente indebitamento (pratica assai comune nel mondo anglosassone). In capo a 3-4 giri di commenti, i vari Internauti hanno quindi stabilito che appartenevano tutti alla stessa categoria (quella della gente che lavora, qualunque cosa ciò voglia dire) e, soprattutto, che nessuno di loro apparteneva all’odiata tribù dei “figli di papà”, dei “parassiti” o degli “scansafatiche”. All’s well what ends well! Dell’episodio in sé non mi interessa granché, tanto meno di far dei facili moralismi: di questi tempi se anche uno fosse un nababbo, e invece di comprarsi yatch e pelliccia decidesse di spendere in istruzione, avrebbe solo il mio rispetto; e d’altra parte quando all’estero ci vai facendoti il mazzo, non c’è nulla di più deprimente che sentirsi dare dei figli di papà da qualcuno che parla a raglio. Quel che invece mi interessa, è la dinamica dello scontro, la facilità con cui il linciaggio del presunto “parassita” si genera ed è poi dirottato altrove – senza che questo induca a una riflessione sulla logica che produce questo tipo di scontri, più frequenti di quanto si potrebbe credere.

Vediamo cosa succede quando da un blog privato, che deve la sua autorevolezza alle preferenze degli internauti, ci si sposta su un “blog d’autore” incluso in un canale di informazione riconosciuto e accreditato, come il sito del quotidiano La repubblica. Qui, il 16 giugno 2010, parlando dello sfruttamento delle “false partite IVA”, Riccardo Staglianò ha pubblicato la lettera di un “ventenne di buona famiglia, laureato” che sostiene di vivere “in completa povertà” (ma a casa con “la famiglia d’origine”) e sfoga la sua frustrazione per l’avvilente situazione da lui sperimentata, fra stage non retribuiti, lavoro non riconosciuto, assenza di guadagno dopo tanti anni passati sui libri. Anche qui gli risponde un coro di commenti stizziti, che accusano il giovane di “vittimismo” e di ‘razzismo’, spingendosi a metterne in dubbio la veridicità (come è possibile a vent’anni esser già laureato e aver un mare di stage alle spalle?, incalzano gli internauti, trasformandosi in novelli Sherlock Holmes). L’aggressività catalizzata dal j’accuse, anziché rivolgersi contro i “privilegiati”, si rivolge contro il suo estensore – non risparmiato dall’accusa di essere a propria volta un “fighetto”. Ancora una volta, il meccanismo della blogosfera si è azionato.

Anche in questo caso, a interessarmi è il pattern, non l’episodio in sé (il contenuto della lettera o il problema della sua presunta autenticità: di mestiere non faccio né il grafologo né il giudice, io). Perché ci azzanniamo a vicenda, passando più tempo a difenderci dall’accusa di essere dei “parassiti”, che a lottare per ristabilire dei parametri di decenza nel mondo del lavoro? Da questo punto di vista, la lettera dell’ex liceale milanese (così si descrive lui) è emblematica. Premetto subito che non mi è piaciuta, anzi, mi ha proprio irritato, per il suo narcisismo, per il suo vittimismo e per il suo classismo. Qualità che la rendono significativa, però, e ben rappresentativo del disagio profondo di un ceto medio sempre più impoverito: quel che costituisce forse uno degli elementi più destabilizzanti dell’attuale scenario politico italiano. Quella del giovane milanese, poi, è una lettera che mi turba profondamente, perché mi evoca una condizione quasi fraterna: razzismo a parte, è la lettera che avrei potuto scrivere io meno di un anno fa. Proprio per questo mi viene facile coglierne gli elementi principali: li conosco e li ri-conosco, ma al tempo stesso la distanza spazio-temporale mi spinge a coglierne le fallacie, elementi ricorrenti in gran parte del dibattito corrente. Io ne ho individuate 6, che elenco qui di seguito.

1) La sindrome della Piccola Fiammiferaia

Si tratta della descrizione iperbolica di uno stato di disagio economico percepito come “estrema povertà”: il non potersi permettere una maglietta nuova o un’uscita serale è equiparato al non aver di che vivere. Non intendo fare della facile ironia: una persona che “non guadagna”, di sicuro ricca non è. Una persona incapace di provvedere a se stessa, oltre ad essere un peso per sé e per gli altri, diventa presto un problema sociale. Se ad esser trasformata in un problema sociale non è una persona, ma un’intera generazione, siamo di fronte a qualcosa di ben più grave del semplice impoverimento dei ceti medi (che comunque rappresenta una situazione potenzialmente eversiva): siamo di fronte a una crisi del rapporto tra le generazioni, a una crisi della democrazia e dei “significanti condivisi”. Cominciando da quello del valore di scambio. Per molti giovani laureati e “masterizzati” (manco fossero dei CD-Rom), la barriera tra la povertà vera e quella percepita è costituita solo dal fatto di poter restare indefinitamente a carico dei genitori. Questa condizione fa sì che la “povertà” percepita non sia comunque assimilabile alla miseria, all’indigenza reale (quella di chi dorme per strada, per capirci). Ma trasforma quella definizione di “povertà estrema” (indossata così seriosamente dallo stagista milanese) in una metonimia sociale: la “povertà” è la parte che sta per il tutto, e nella fattispecie non nasconde più solo la percezione di un impoverimento di classe, ma la percezione di essere esclusi dai gangli sociali. La tranquillità economica che risulta dall’essere a “carico” di qualcuno (il fatto che i tuoi paghino le bollette del telefono, compreso l’ADSL o il wi-fi), infatti, non ha niente a che vedere con l’integrazione sociale. Mi spiego con un esempio concreto: in sociolinguistica, le casalinghe sono classificate secondo il reddito della persona da cui dipendono economicamente. Ma questa è una soluzione solo “burocratica”, che va bene solo ai fini di una ricerca scientifica. Non ci dice nulla della sua integrazione sociale. Di fatto, una casalinga “borghese” può avere anche più soldi da spendere di un operaio, ma un divorzio gestito male o una vedovanza improvvisa possono gettarla in mezzo a una strada dal giorno alla notte, facendola piombare in un’improvvisa condizione di insicurezza sociale. “Reale”, non solo “percepita”. Forse la perdita di quelle obsolete distinzioni di “classe” (cui sembra sostituirsi, nell’immaginario collettivo, l’imprecisa e squalificante nozione di “casta”), insieme all’infausta illusione di esser diventati tutti “borghesi”, ci rende oggi incapaci di distinguere le tante sfumature della “povertà”. Anche a rischio di renderci sordi al disagio vero (quello di chi perde il lavoro e finisce letteralmente in mezzo a una strada), e ciechi al nostro collettivo scivolare dal benessere all’assenza di prospettive, di sviluppo, di futuro.

2) Il curriculum di Superman (o di Wonderwoman),

ovvero la descrizione iperbolica del proprio lavoro, del proprio studio, delle proprie capacità. Questa può prendere due forme: alcuni enfatizzano sacrifici normalissimi come se fossero estratti di romanzi dickensiani (es. aver lavorato durante gli studi per non essere troppo di peso: per carità, esperienza assolutamente formativa e per fortuna sempre più comune, detto questo lavorare in miniera è un’altra cosa); altri si comportano come se aver studiato per 5 anni con buoni risultati fosse sinonimo di uno studio matto e disperatissimo leopardiano. Peccato che andare all’università non sia un “sacrificio”, ma un “privilegio”.

Credo che questa sindrome dipenda principalmente da due fattori: l’ansia di smarcarsi dall’accusa di essere “bamboccioni”, “parassiti” e via dicendo, e la volontà di assimilarsi all’invidiato mondo di quelli che “lavorano”. Si tratta della più triste prova di subalternità offerta dalla mia generazione, costretta a partire in contropiede e a rimanere sempre sulla difensiva. Per lo stesso motivo, forse, al “vogliamo tutto” degli operai di Balestrini si è sostituito un deprimente “non voglio mica la luna”, segno di un atteggiamento perdente, passivo e rinunciatario. La sindrome dickensiana, per un apparente paradosso, si accompagna spesso alla percezione della propria “indegnità”, all’insicurezza delle proprie capacità, o più prosaicamente all’ammissione di esser stati viziati (di qui la glorificazione di famiglie normalissime, presentate come eccezionali per il semplice fatto di aver mandato i figli a scuola). Anche questo disagio è reale, e non deve essere preso sottogamba: esprime il disorientamento di una classe che è stata illusa di avere “tutta la vita davanti”, e scopre di dover competere, in un mondo che si scopre improvvisamente globale, con persone molto più povere, disperate e determinate. Un disorientamento che il giovane “laureato milanese” esprime anche troppo bene, con quello che secondo me è una delle frasi più significative della sua lettera: “E’ dura durissima perché dalla vita penso di aver avuto tutto, e fino a qualche anno fa non mi è mai mancato niente.” In uno dei suoi commenti, invece si legge:

Non penso di essere l’unico in questa situazione, ma capisco i vostri dubbi e le vostre perplessità… anche i miei genitori se leggessero questa mia lettera li avrebbero e si chiederebbero: “Ma come ti abbiamo sempre dato tutto, non ti abbiamo mai negato niente, no?” C’è un problema di comunicazione tra generazioni, tra chi ha o ha avuto tutto (forse immeritatamente) e chi non ha niente!

La (s)valutazione dei lavori “manuali” o “umili” (termine, quest’ultimo, dalle sfumature moralistiche e vagamente cattoliche) costituisce una variante della sindrome e dei suoi sviluppi dialettici. Il laureato disoccupato o non pagato è infatti tacciato di arroganza e parassitismo per il fatto di non volersi adattare a lavori poco qualificati e non in linea coi propri studi, accusa dalla quale tenta di riscattarsi con un elenco di titoli degno di un cancelliere, o con il racconto dickensiano di cui sopra.

Da questo punto di vista, non stupisce che Sacconi goda di un elevatissimo indice di gradimento. Si badi che, peraltro, una buona quota di commenti scandalizzati non viene necessariamente da chi fa in prima persona lavori umili, o li ha fatti per mantenersi agli studi, ma tra chi “guadagna una barca di soldi”. Ok, ma siamo sicuri che lavorare e sfruttare il lavoro altrui siano proprio la stessa cosa?
Entrambi gli atteggiamenti, quello dello “studente” e quello del “lavoratore”, a ben guardare, nascono da una comune fallacia: continuare a considerare il “giovane’ in quanto figlio, o al massimo come uno scolaretto, e considerarne l’inserimento sociale come un premio – o una punizione – per il suo merito. Che poi, se ci si pensa, questa potrebbe essere una spiegazione dell’ossessione dominante per la meritocrazia. Come se il fatto di avere dei diritti dipendesse dalla tua eccezionale “bravura” di singolo e non dovesse essere inscritto in qualsiasi rapporto lavorativo degno di questo nome.

3) La rivincita di “Gianni”.

Alla glorificazione simil-leghista del lavoro manuale (ovviamente quello fatto dagli altri, e al massimo “coordinato” dal manager o dal capo-cantiere di turno), fa da contraltare un diffuso classismo, e di quella specie particolarmente irritante che sembra identificare la classe sociale con la classe nel senso di “aula scolastica”, o “ultima classe frequentata”. La propria superiore istruzione viene dunque a identificarsi con un proprio superiore diritto (il quale, poi, è quasi sempre frustrato nella vita reale). ‘Caspita’, è la domanda ricorrente, ‘come è possibile che io Pierino, avendo fatto il liceo classico, oggi guadagno meno del mio amico Gianni, figlio di operai, che è andato a far l’elettricista a 16 anni?’ A parte che la precarizzazione tocca tutti i settori e specialmente quelli meno garantiti (dai cantieri in su); ma comunque, porca vacca, che ragionamenti sono? Posto che questo non accade certo perché viviamo nel socialismo reale, ma perché il mercato del lavoro è regredito a livelli da medioevo in poco più di un decennio, chi l’ha detto che il titolo di studi debba garantire un surplus di diritti e di dignità? Chi costruisce la tua casa, chi lava il cesso del tuo ufficio, chi ti cambia la padella in ospedale non ha forse diritto a un trattamento equo e dignitoso? Da questo punto di vista, la lettera dell’ex-liceale milanese fa prudere le mani. L’equazione tra istruzione e classe è esplicita fin dall’inizio:

Ormai un posto di lavoro qualificato a tempo indeterminato a Milano equivale a una vincita al “Win for life”. Tutti, anche coloro come il sottoscritto che ha frequentato un noto liceo classico del centro di Milano, la cui frequenza un tempo era un vero e proprio status symbol o almeno indicatore di benessere.

Nel finale, poi, sembra che lo scandalo non siano le difficoltà sociali o lavorative di un gruppo di giovani, ma di un gruppo di ex liceali. Orgoglio di casta, appunto.

4) Tronisti e veline.

Tanto per cambiare, la colpa è dei “coatti”. Di quelli che guardano i reality, di quelli che lavorano con le mani, di quelli che i mille euro al mese li pigliano al mini-market ma siccome non hanno fatto il liceo, diamo per scontato che facciano un lavoro di merda. Al classismo si unisce lo snobismo culturale: una delle tante malattie senili della sinistra italiana, che la rendono incapace di organizzare un’opposizione culturalmente efficace al berluscoleghismo imperante. Non ho idea delle opinioni politiche del giovane milanese (anche se scrivere a “Repubblica” invece che al “Corriere” o al “Giornale” o al “Manifesto”, di per sé implica una determinata posizione), ma l’incomunicabilità, quasi a livelli di odio, tra chi ha studiato e chi guarda i reality è uno degli elementi che pone a maggior rischio la democrazia italiana. Ecco cosa scrive l’autore della lettera, in uno dei commenti:

Alcuni di questi che non hanno nemmeno il diploma, faranno anche lavori come l’operatore di fastfood, ma non perdono occasione per ripetermi quanto guadagnano (cifre che io non vedrò mai) o il fatto che abbiano il contratto a tempo indeterminato, uno addirittura uscendo una sera mi ha mostrato la sua busta paga con la quattordicesima per umiliarmi! È questa è gente che mentre stavo chiuso in casa a studiare latino e greco stava a bighellonare in giro con i motorini…. Scusate che lo dico ma a me con sti camerieri che si vestono come tornisti televisivi o come veline è passata da tempo la voglia di uscire.. (poco male perché tanto non ho i soldi per uscire e divertirmi..)

Finché un giovane laureato riterrà squalificante la compagnia dei suoi coetanei che hanno sempre lavorato, e rimarrà a propria volta incapace di guardare oltre le apparenze da “tronisti” e “veline” per apprezzare l’umanità di chi ha esperienze diverse, non ci sarà alcuna redenzione possibile per questa Italia. C’è solo il piagnisteo di una finta classe media che reclama invano i propri privilegi perduti. Personalmente, non ho problemi a uscire con ragazzi che fanno i camerieri o i baristi, pur avendo anch’io maturità classica, laurea specialistica e avendo anche cominciato un dottorato. Non potrei mai, invece, aver rapporti di amicizia, provare stima o anche solo simpatia per una persona dichiaratamente razzista o fascista, foss’anche un luminare della scienza o un filosofo (e sappiamo che ce ne sono stati, di filosofi fascisti e nazisti). Di donne che si vestono come delle veline, poi, son piene anche le università, gli uffici e gli ospedali. Personalmente, in assenza di criteri più affidabili, preferisco dunque scegliere chi frequentare in base ad altri parametri, come l’apertura mentale, la sensibilità e l’intelligenza, tutte doti che non hanno niente a che vedere col titolo di studi (alcune delle persone più imbecilli e razziste che conosco hanno una laurea o un dottorato di ricerca, e si ritengono pure “de sinistra”). Ma al di là delle mie preferenze – che non penso siano così interessanti – credo che, finché si considererà la cultura come un mero accumulatore sociale e non come un valore in sé, e finché la scuola, l’istruzione e la ricerca saranno considerate solo in base a quello che possono rendere individualmente, non si riuscirà a convincere la stragrande maggioranza degli italiani di quanto esse siano importanti per ricominciare a pensare il futuro.

5) Fighetto a chi?

Altra costante, l’odio verso i “parassiti”, i “raccomandati”, i “fannulloni”. Da questo punto di vista, questa è anche l’arma culturale più forte dell’attuale maggioranza politica italiana, che riesce facilmente a stornare l’odio verso i privilegiati veri (in senso economico e sociale) contro quelli presunti. È così che noi passiamo il nostro tempo a difenderci dall’accusa di essere inutili in quanto “statali”, “umanisti”, “gente istruita” e via dicendo, mentre i “cervelli in fuga” devono esibire il 740 (il loro o quello dei loro genitori) a degli emeriti sconosciuti che si nascondono dietro a un nickname e allo schermo di un pc. Questo meccanismo è poi lo stesso che spinge a considerare, per definizione, “raccomandati” (o “fighetti”) tutti quelli che, almeno in apparenza, “ce la fanno” (leggi: trovano un lavoro decente, in Italia o all’estero). Ed è anche quello che spinge il presunto “fighetto” a discolparsi, o a sentirsi in colpa. “Fighetto a chi?”Di qui, infine, anche la glorificazione della propria resistenza: “non voglio mollare, non voglio scappare all’estero”, con la consueta sfumatura di rimprovero. Peccato che poi la soluzione più a portata di mano sia quella di rimanere soli, passivi, di accettare condizioni umilianti, rimanendo rigorosamente da soli e scaricando le frustrazioni su chi ha ancora meno. Nel frattempo, però, prendersela con i “raccomandati” mette d’accordo tutti. E ci spinge a non riflettere sul fatto che, se un posto di lavoro decente è una lotteria da conquistare con ogni sorta di mezzo mafioso, forse il problema del lavoro è sistemico, e come tale andrebbe trattato.

6) La colpa è sempre dei paria.

La frustrazione dei figli della borghesia rischia infatti di alimentare il razzismo, l’intolleranza, l’incomprensione per il diverso e per le sue ragioni. Se il padrone mi paga una miseria, la colpa non è sua, ma dei meridionali (o dei contadini, o degli immigrati, o persino degli “stagisti”) che accettano quelle condizioni di merda. Come scrive “l’ex liceale milanese”:

Fino a non molti anni fa una situazione del genere in Italia la si poteva osservare solo in certe aree del profondo meridione e allora l’eldorado sembrava proprio la nostra città. Oggi purtroppo a Milano molti ventenni laureati di buona famiglia, i figli della borghesia, sono costretti loro malgrado a starsene coi “mann in mann”.

Cioè, fateme capì, finché con le mani in mano ci stanno gli altri, i figli degli operai, o quelli dei meridionali, va tutto bene? Finché di lavoro si muore solo al Sud, non c’è nessuno scandalo? Finché dalle impalcature cadono i rumeni, che ci permettono di vivere nella bambagia, è tutto a posto?

A volte la propria auto-commiserazione è talmente forte che si finisce per reclamare il poco disponibile (aiuti statali, case a prezzi decenti) solo per sé – ‘abbiamo avuto tutto, vogliamo ancora tutto!’ – dimenticando qualsiasi idea di solidarietà, e prendendosela con chi ha ancora meno di noi e nemmeno una famiglia benestante alle spalle a sostenerlo. Ma quelli che ti pagano 450 euro al mese e poi ne spendono 1500 per una settimana alle Maldive, quelli no, non hanno colpa. La colpa è della famiglia marocchina con 4 figli che ha diritto alla casa del Comune: i percettori di affitti in nero che fanno i miliardi sull’evasione fiscale, quelli no, non hanno colpa. La logica, in realtà, non fa una grinza: se la colpa è di chi viene sfruttato (il precario, in quanto “fannullone”, o “ignorante con la laurea”), come negare che i capri espiatori per eccellenza siano “gli altri”, gli stranieri o gli emarginati? Chi perde, in questa Italia, ha sempre torto.

Naturalmente, molte di queste fallacie non sono esclusive di questa lettera e delle risposte che l’accompagnano, ma si ritrovano nelle discussioni, tanto sui siti e i blog più seri, quanto in quegli sciocchezzai che sono i blog meno seri; si ritrovano nel dibattito e nella percezione corrente della disoccupazione giovanile e del precariato dei ventenni (o venticinquenni) laureati e specializzati. Molte di queste fallacie nascono da una tendenza al personalismo, che in parte è insita nei blog e nei social network – diari i primi, comunque piattaforme per la narrazione individuale i secondi – ma è più generalmente caratteristica del nostro tempo, così individualista e così refrattario alla Storia, a cui spesso si preferisce il pathos e delle storie. Raccogliere e raccontare le storie, invece, è necessario ma non basta: le storie vanno anche lette, analizzate, poste in una prospettiva più vasta, in un tentativo di comprensione che porti a un cambiamento. Ancor prima, forse, le storie vanno demistificate, liberate dai fantasmi delle metafore dominanti, che infestano tanto più facilmente le “narrazioni” apparentemente spontanee . Al contrario, quando si ragiona a partire solo dalle frustrazioni – legittime ma poco meditate – dell’”io”, o dalle cose che mi ha raccontato “mio cugino”, difficilmente si evita una narrazione fatta per stereotipi – altro non sono, infatti, le sei fallacie da me elencate. Nel frattempo, squaletti e alligatori se le cantano in una rete sempre più simile a un recinto. E nell’ansia di sparare ai “fannulloni”, talora finiscono per prendersela con chi davvero non ha nulla.

tifiamo rivolta [11 dicembre 2009]

In lavori pieghevoli, Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:41 am

Ricordo come fosse ieri quando uscì “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino. Avevo diciassette anni, si andò a vederlo in tre, con le mie amiche. Uscimmo invocando il lancio dell’assorbente, antica pratica femminista che – lo ammetto – conoscevamo un po’ per sentito dire. La nostra incazzatura era seria, però. I personaggi femminili (madri, mogli, fidanzate, regazzine) avevano due personalità base: “sniff come soffro” e “lurido bastardo ti ammazzo”. Fine della storia. I maschi, invece, avevano un discreto conto in banca, e forse per questo divennero il simbolo di un periodo, anzi, di una categoria sociologica. Nacque, nella prosa giornalistica italiana, un sintagma ad hoc: il trentenne mucciniano.

Io non lo posso soffrire, trovo puerili le sue sceneggiature, scontate le sue ambientazioni, insipide le trame, però devo dargliene atto: nei suoi tre film “italiani” Muccino ha raccontato tre semi-generazioni. I quindicenni bene di Roma, i trentenni bene di Roma, i ventenni vorrei-male-ma-non-posso della Roma bene. Che poi, a un’analisi più attenta le sue non siano generazioni, ma spaccati topografici di una precisa area urbana della capitale, non toglie nulla alla mia tesi. Anzi, la conferma. Perché mezzo Paese si è riconosciuto nella psiche, nelle abitudini e negli stili di vita di personaggi con cui, probabilmente, ha ben poco in comune nella vita di ogni giorno? Forse proprio perché, ricchi e infelici, questi personaggi offrono allo spettatore medio un’immagine socialmente migliorata di sé e della propria mediocrità.

Sono passati quasi dieci anni da quando ho guardato per la prima volta quel film (non credo ce ne sarà una seconda), ancora un po’ e trent’anni li faccio io. Ho passato le fasi dell’epopea mucciniana, insomma: da adolescente, le mie esperienze politiche le ho fatte tra i lacrimogeni di Genova; a vent’anni, lavoravo sodo e non sognavo né di stonarmi né tanto meno di fare la velina; nella grande svolta verso la maturità, altro che farmi la casa. Le valigie, ho fatto. Se mi guardo intorno, nella mia generazione, sono tutt’altro che un caso raro. Ben due redazioni “giovanili” di cui ho fatto parte sono agonizzanti per l’espatrio dei loro membri più produttivi (in un caso, di tutti i membri e basta); una terza arranca a fatica, retta dallo sforzo eroico di chi è rimasto. Quasi tutte le persone che ho incontrato da studenti, oggi parlano dei loro lavori usando le fatidiche virgolette, nel senso che a) non è pagato / b) non c’è il contratto / c) non si sa finché dura / d) è una delle sette cose che faccio per vivere, sperando che il mio capo non venga a sapere delle altre sei. Sul serio, quando noialtri si parla di lavoro sembra uno sketch di Massimo Troisi… Poi sì, conosco un gruppetto di persone che la casa gliel’hanno comprata i genitori. Con poche eccezioni, sono le più pigre e abitudinarie. La fame ci fa essere migliori. Ci spinge a dare il meglio.

In tutto questo, però, ripensando al successo dei trentenni mucciniani, mi vien da chiedermi, quanti spettatori si appassionerebbero davvero a un film sulle nostre storie? Non dico un film satirico (Virzì ne ha fatto uno non molto tempo addietro), o un film di denuncia sociale: dico un film e basta. Un drammone alla Joe Popcorn, di quelli che li danno alla tv in prima serata, ti siedi e non pensi a nulla. Ci sto pensando perché, da qualche tempo, c’è un’overdose di narrazioni del precariato, davvero asfissiante. Intendiamoci, alcune sono serie e vanno oltre il semplice lamentismo italiano. Altre sembrano motivate dal principio semiologico del rock: la quantità diventa qualità, il frastuono diventa stile. La Repubblica, ad esempio, lancia periodicamente queste inchieste in cui la gente, compilando un formulario, può raccontarsi. Ci sono stati i cervelli in fuga, i disoccupati, la generazione perduta (18-34 anni). Report fa queste indagini da anni, che funzionano perché creano una narrativa e stabiliscono un’empatia. Poi sì, sono usciti i romanzi, i film, le antologie sul precariato. Tutte cose belle, utili, “compagne”.

Ma nella mia testa c’è un tarlo. Perché io ho paura, che tutte queste storie siano inutili, o ancora peggio, che siano utili, utili alle persone sbagliate. Ho paura che tutte queste storie servano a denunciare, e a commuovere, e a indignare. Ma ci si commuove, o ci si indigna, per le cose che suscita compassione. Poi l’indignazione passa, ma lo squallore – e la relativa impotenza – rimane. Ora, io non voglio che qualcuno mi dica “poverina”. Io sono fiera di essere ciò che sono.

Mi si dirà: tu sei in condizione di oggettivo privilegio, ma un disoccupato, o un precario… Beh, un disoccupato non ha bisogno della vostra compassione. Ha bisogno di un lavoro. E mentre cerca lavoro, di un sussidio. Ha bisogno che gli si paghi la liquidazione con tutti gli arretrati, senza dover andare a cercare di recuperare mesi di stipendi arretrati. Con la compassione e con l’indignazione, di certo non ci paga l’affitto. Per tanto tempo ho pensato che narrativizzare la precarietà fosse “inefficace” perché così si estetizzava la condizione politicamente scomoda, il disagio, la possibile fonte delle turbolenze sociali. Oggi, circondata dall’assuefazione crescente all’indignazione e allo squallore, mi accorgo che non è così. Abbiamo bisogno dell’estetica, perché chi non ama non produce rivolta.

Guardiamoci allo specchio, ragazzi. C’è qualcosa di profondamente bello nelle nostre vite sfruttate, costrette a espatriare, costrette a lavorare in condizioni impossibili, costrette a non lavorare e, on top, costretta pure a sorbirsi i predicozzi della generazione più viziata e irresponsabile della storia, quella dei baby boomers. Quella bellezza siamo noi, con le nostre energie, la nostra capacità di non mollare, di andare avanti. Di tener duro anche nelle batoste. La resistenza, in fondo, comincia da qui.