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se la lotta di classe comincia in classe

In educazione, lavori pieghevoli, lifestyle, repubblica delle lettere on gennaio 7, 2012 at 10:34 pm

Su indicazione di un amico, leggo il post di Lisa Roscioni apparso su «TQ» prima e su «Alfabeta2» poi, relativo all’annosa questione della crisi delle Humanities (“Humanities: informazione o conoscenza?”). Il pezzo è interessante, ben documentato, profondo, ma dà la stessa sensazione di tutti i pezzi usciti in Italia sul tema: descrivono un sistema diverso dal nostro senza menzionare tale differenza, affrontano una crisi di saperi e discipline senza entrare nel merito delle strutture economiche che la sostanziano.

 In the Basement of the Ivory Tower, l’interessante libro scritto dall’anonimo Professor X e citato nel post di TQ, è, come correttamente afferma Roscioni, una lamentazione sulla preparazione penosa degli studenti americani, e in particolare di quegli studenti che, vedendosi precluso l’accesso a un’educazione superiore di qualità, finiscono in college privati di terz’ordine o in Community College dal forte orientamento tecnico e professionale. Ma è soprattutto la dimostrazione di un mostruoso meccanismo economico, quello che potremmo definire uno Schema di Ponzi interno all’istruzione superiore.

Il sistema universitario descritto da In the Basement of the Ivory Tower è basato su due cardini: l’indebitamento (sotto forma di prestito per accedere all’università) e la precarizzazione di massa dell’insegnamento (sotto forma di moltiplicazione di posizioni a tempo determinato, precarie, i cosiddetti adjuncts). Si tratta di due fenomeni collegati tra di loro. Per lo stesso professor X, docente a contratto di corsi introduttivi alla letteratura e alla composizione di testi, l’insegnamento è un secondo lavoro accettato per far fronte a un altro indebitamento, quello per una casa al di là delle proprie possibilità. Nel libro, del resto, si stabilisce una sistematica equivalenza tra la crisi dei mutui subprime esplosa nel 2008 e l’analoga inflazione di titoli di studio (e di occupazioni che li richiedono, anche in mancanza di una reale necessità) paventata nell’era di Obama. E mentre imperversa la polemica sul fatto che la popolazione americana sia effettivamente sovra-qualificata (come sostiene Professor X) o sotto-qualificata (come sostengono diversi suoi avversari, come il prof Anthony P. Carnevale della Georgetown University), matura una delle possibili crisi speculative dei prossimi anni. Come ha scritto di recente Keli Goff sull’Huffington Post, “l’indebitamento da prestito studentesco ha assicurato che tutti gli altri potessero solo prendere temporaneamente in affitto il Sogno Americano, senza mai davvero comprarlo. Esattamente come le carte di credito, il credito allo studio ha permesso a molti di noi di far finta di tenere il passo con i vicini**, ma quando il conto finalmente arriva, si ristablisce la realtà, e cioè che non hai mai davvero tenuto il passo, ma solamente fatto finta – il che ha spesso esiti disastrosi. Circa mille miliardi di debito più tardi, il conto sta arrivando al tavolo della nostra nazione”.

Lo sbarramento all’istruzione di livello universitario è infatti duplice: a una barriera culturale, costituita dalla mancanza preparazione stigmatizzata dal professor X e sempre più frequente anche in molte blasonate università italiane, se ne affianca una economica, in una misura che qui da noi è ancora sconosciuta (ma già il sistema britannico, dopo l’eliminazione dei tetti massimi alle tasse universitarie, potrebbe presto diventare uno scomodo gemello di quello americano). Non a caso, una delle richieste che il movimento OWS sta avanzando è la remissione dell’indebitamento universitario, proposta come una misura di rilancio all’economia. Si tratta di una questione politica ed economica di importanza capitale. Il debito medio contratto nel 2010 supera, infatti i 25,000$ procapite, con una distribuzione ineguale sia rispetto agli stati (il New Hampshire è il più indebitato, con il 74% di indebitati e un debito medio di 31,000 $, lo Utah il meno indebitato con una media di 15,000$ per il 44% degli studenti), sia rispetto alle istituzioni (con alcune università for profit che si aggiudicano mostruosi record di indebitamento). Per capire l’entità della catastrofe, basta un solo dato: nel giugno del 2010, il debito da prestito universitario (allora calcolato nella cifra di 829.785 miliardi di dollari) superava l’indebitamento complessivo da carta di credito negli Stati Uniti (Fonte: WSJ). Un’anomalia dovuta senz’altro ad alcuni fattori contingenti (per esempio la stretta sul debito da carte di credito, dopo il tracollo finanziario del 2008, e il conseguente aumento dei pagamenti minimi richiesti) e ad abitudini di spesa (dovendo scegliere, lo studente ottempera al pagamento minimo della carta di credito, anziché del debito da prestito universitario), ma che dà la misura di una situazione preoccupante. Sono cifre, queste, che i liberali di casa nostra farebbero bene a tenere a mente, quando parlano di “prestiti d’onore” e dell’intraprendenza dei giovani stranieri: indebitarsi per 50,000 dollari a 18 anni non è intraprendenza, è incoscienza.

Il dibattito sulla crisi delle Humanities e quello, ad esso collegato, sul declino delle Lingue Moderne (cui nel 2010 è stato dedicato addirittura un panel nella convention annuale della prestigiosa MLA) non possono dunque essere colti appieno fuori da questo panorama terrificante: un contesto in cui lo studente , spesso indebitato per i prossimi vent’anni e posto di fronte a un mercato del lavoro nerissimo, deve “ripagare” gli enormi costi sostenuti per la propria educazione. E non possono essere colti appieno neanche al di fuori del paradosso per cui sono proprio i requisiti umanistici (l’obbligo di sostenere almeno un esame di inglese, l’obbligo, laddove c’è, di sostenere un esame di lingua straniera) a tenere in piedi dipartimenti umanistici altrimenti falcidiati dai tagli.

Ed ecco che si arriva al paradosso storico attuale, per cui l’accesso all’istruzione è contemporaneamente ‘venerato’ come un obiettivo di per sé degno e criticato come un’utopia irresponsabile, contemporaneamente dileggiato come una mitologia delle classi medie impoverite e osannato come un biglietto di sola andata per chi fugge dall’inferno delle classi svantaggiate. Contestualmente, lo scorso 19 ottobre, Nicholas Kristof invitava a Occupare le aule dalle colonne del «New York Times», rivendicando l’importanza di programmi pubblici tesi a diminuire le differenze tra i più svantaggiati e i privilegiati sui banchi di scuola. Ma non mancano i fautori della tesi opposta: in L’education suffira-t-elle?, un articolo apparso su «Le monde diplomatique» di questo gennaio 2012, John Marsh sostiene che le differenze sociali siano il più forte indicatore della performance scolastica, a fronte di qualsiasi altro fattore. Aumentare l’accesso all’istruzione – sostiene sempre Marsch – può al limite frenare e contenere le disuguaglianze, non certo ridurle.

Certo, gli anni di Ivan Illich e del suo Deschooling Society sono lontani, e mentre si continua a rivendicare – giustamente – l’accesso all’istruzione come un fattore di emancipazione personale, manca una riflessione sulla natura elitaria e iniqua di questo “mercato” accademico. Un’istruzione concepita come un business dai costi e dai profitti illimitati, infatti, non può in sé abbattere le differenze, ma finirà inevitabilmente per consolidarle – e questo sarebbe vero anche se l’accesso all’accademia garantisse automaticamente un miglioramento sociale a tutti gli individui che vi pervengono. Un paradosso che lo stesso Professor X (anche se da un punto di vista diverso dal nostro, perché sostanzialmente conservatore) non manca di notare, quando, in un articolo apparso nuovamente su «The Atlantic», paragona la corsa al titolo di studi alla folla che si alza in piedi durante un concerto, migliorando sì a propria visuale, ma costringendo tutti ad alzarsi in piedi. Una situazione scomoda per tutti, salvo, ça va sans dire, che per chi vende i biglietti.

[Grazie a Jumpinshark per avermi segnalato un refuso e una traduzione poco chiara]

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motivational speech [1 dicembre 2011]

In attitudine popular, canadian bacon, lifestyle on dicembre 1, 2011 at 10:26 pm

Ascoltare musica elettronica in tedesco.

Scrivere di qualcosa che appassiona e riuscire a non pensare a nient’altro per ore.

Ascoltare musica sperimentale in tedesco.

Rendersi conto fino a che punto è maschilista la cultura da cui vieni, e capire che hai finalmente gli strumenti per decostruirla.

Ascoltare musica di merda in tedesco.

Camminare su Harbord Street, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi stagione dell’anno.

Girare con il giubbotto aperto e senza guanti a una temperatura che un tempo ti avrebbe ucciso.

Improvvisare una festa di compleanno alla caffetteria della biblioteca.

Flirtare con un bambino di anni 2 sulla metropolitana.

Essere in grado di montare e smontare le cose da soli.

Avere amici a cui chiedere aiuto per quelle poche cose che non si sa come smontare da soli.

Aver finito gli esami, almeno fino al prossimo.

Scambiare battute con la cameriera cecoslovacca che serve gli hamburger.

Vincere uno strike vote con il 91% dei sì.

Sentire bambine che da grandi vogliono diventare “Medical Doctor”, o pilota di aerei.

Potersi permettere un posto da soli col proprio stipendio, e interamente col proprio stipendio.

Riuscire a scrivere 5 pagine di inglese scorrevole in un’ora.

Perdersi sulla tangenziale ed essere fermata solo per sentirsi domandare se serve aiuto, e ricevere effettivamente l’aiuto offerto.

Poter scegliere quale lingua vuoi ascoltare quando sintonizzi il canale radio.

Pensare, Oggi non fa così freddo, siamo ancora a 2 Cº.

Essere contattati per il proprio lavoro, e nessun’altra ragione.

Non riuscire a finire una frase in una lingua sola, ma doverne per forza mescolarne due.