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noterella lessicale non oziosa (leggete fino in fondo e capirete perché)

In la memoria e l'oblio, malatempora, taking action on marzo 2, 2012 at 8:30 pm

Mi è stato da poco spiegato un concetto dell’etica marziale giapponese, per cui il massimo principio del combattente sarebbe il “cuore benevolo”. Certo, di primo acchito la connessione tra il “cuore” e la preparazione, l’abilità o la volontà di combattere pare azzardata o astrusa – specialmente a inizio marzo, quando ancora la memoria di San Valentino, tra coltri di tulle rosa non ancora completamente sbaraccate e tubi di Baci Perugina in offerta speciale, tarda a spegnersi.  Eppure non si tratta di un concetto estraneo alla nostra cultura, o quantomeno al nostro vocabolario.

Anche se ne abbiamo perso la memoria, in italiano la parola «coraggio» ha la stessa radice di «cuore». Non si tratta un’etimologia popolare, o di giochini post-strutturalisti o di atteggiarsi a filosofo-che-finge-di-sapere-il-tedesco-scrivendo-coi-trattini. Lo dice il dizionario.

Secondo il TLIO [alias Tesoro della Lingua Italiana delle Origini: uno strumento indispensabile per il linguista e lo studioso di letteratura antica], ‘coraggio’, anche sotto diverse grafie come ‘coraio’, ‘corazo’, ecc., indica, nell’ordine: (1) «Il cuore inteso come sede dei sentimenti e della volontà» (attorno al secolo XI); passa poi  per sineddoche, a designare «il sentimento stesso che il cuore contiene; ciò che il cuore desidera e agogna, il suo intendimento» (1.1). Di qui il significato (2), poi affermatosi nella lingua corrente: «forza d’animo nell’affrontare situazioni difficili e pericolose».

Coraggio da cuore, dunque, una radice che si trova in molte lingue (*k’r.d- da cui il latino cor, cordis, il greco kárdios); e non penso serva un dottorato in indoeuropeistica per sentire la stessa radice stia anche in Heart e Herz – sotto una diversa veste fonetica. Certo, pensando all’inglese, a tutti viene in mente un’espressione come “Lionheart” o magari quel Braveheart reso popolare da Mel Gibson (che brutta sorte, detto tra noi). In queste espressioni, però, il cuore è un conto, il coraggio o la voglia di combattere un altro, e si esprime con una radice diversa, “brave”. (Sì, lo so che l’inglese ha anche ‘courage’ ma, come appare evidente dalla grafia, tale radice rientra nella lingua molto più tardi, inseguito alla ri-latinizzazione della lingua, quando il nesso semantico originario tra ‘heart’ e ‘courage’ non si vede più nemmeno col binocolo).

L’italiano, peraltro, ha anche questa radice, ma ne dà un’evoluzione completamente diversa. Sempre per il TLIO (che data le prime attestazioni al XIV secolo), «bravo» significa infatti:

  1. [Rif. agli uomini:] ardito, coraggioso, temerario; feroce, crudele
  2. [Rif. alle onde:] agitato, burrascoso
  3. [Rif. ad un animale:] selvaggio, non domato o addomesticato.
  4. Vizioso, sfrenato

Da questa radice si diramano due filoni – l’idea della ‘bravura’, come abilità, agilità anche fisica, o capacità specializzata – e l’idea della ‘bravata’, il falso coraggio dell’esibizione che sconfina fatalmente nell’incoscienza o nell’arroganza. Bravi manzoniani compresi.

Anche il GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana) conferma questo lignaggio, riportando come primo significato: «1. Coraggioso, animoso, ardito (non senza una certa ostentazione); sicuro di sé; spavaldo». Così, in epoca rinascimentale «Fare il bravo» vuol dire «ostentare coraggio, fare lo spavaldo, lo spaccone»; o «fare millanterie, far bravate (sfidando senza necessità i pericoli); comportarsi da smargiasso». Il nostro significato attuale, più comune, di «esperto, capace, abile (nel proprio lavoro, nell’attività abituale», appare solo come terzo significato, e ancora dopo appare il significato morale di “bravo” (as in “una brava persona”, un “brav’uomo”, o nell’orripilante «perché è un bravo ragazzo» che si sente ancora intonare a certe feste di compleanno). Il termine, insomma, non è inizialmente positivo e rimanda piuttosto alla sfera dell’ardire, della “matta bestialitade”, o dell’azzardo che spinge a trasgredire.

La nostra lingua separa e distingue così i due ambiti del coraggio inteso come forza d’animo e come prova di sé, e della violenza cieca e fine a se stessa: quel che qualcuno (qualcuno, specifichiamolo, che in un paese normale non dovrebbe potersi nemmeno definire ‘giornalista’) ha definito, con perifrasi degna del Völkischer Beobachter, agire da «cretinetti». Ma io voglio invece parlare col cuore, e non curarmi dell’arroganza di chi spadroneggia da bravaccio su carta male inchiostrata, di chi alza la voce con comodo perché è stipendiato per farlo – o perché crede che non verrà mai il momento di render conto del proprio agire. Vorrei solo ricordare che davvero, difendere ciò a cui si tiene è vero “coraggio” e mai “bravata”, perché sotto qualsiasi cielo, ad ogni latitudine, in qualsiasi lingua o dialetto lo si voglia dire, c’è bisogno di un supplemento di cuore per stare dalla parte di ciò che si ritiene giusto, o per difendere la terra che calpestiamo dall’ingordigia e dalla speculazione.

E allora coraggio, Luca Abbà.

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zombi di tutto il mondo unitevi – la versione neocon

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema, malatempora, sci-fi, this is the end of the world on febbraio 23, 2012 at 11:54 pm

Che cosa succederebbe nella governance globale se domani mattina iniziasse una catastrofica invasione di morti viventi? A questa domanda il teorico politico conservatore Daniel W. Drezner (Docente di Relazioni Internazionali alla Tufts University di Boston) ha dedicato un agile volumetto uscito nel 2011 per la Princeton University Press, accolto da un discreto successo di pubblico e di critica.  Theories of International Politics and Zombies è un libro veloce, scritto col tono di un instant book – e difatti, come lo stesso autore riporta, è nato come sviluppo di un post pubblicato nel 2009 su Foreign Policy (su cui l’autore ha un proprio blog). E’ un libro interessante ma superficiale, che analizza la letteratura con uno sguardo non letterario e spesso sfiora intuizioni profonde senza riuscire ad azzannarle (tanto per restare in tema): un libro scritto, insomma, più per coprire una nicchia che per esplorare a fondo un tema.

Drezner prende le mosse dalla recente fortuna del genere “zombi”, a dispetto della mancanza di fascino ispirata dalle figure di cadaveri ambulanti in avanzato stato di putrefazione (niente a che vedere coi sexy-vampiri e i maghetti volanti che impazzano tra i tweens di mezzo mondo). Perché, si domanda l’autore, nonostante la ripugnanza che questa figura ispira, negli ultimi dieci anni si è avuta una curva esponenziale nella produzione di narrazioni filmiche e letterarie? Da un lato, lo zombi è l’elemento per eccellenza della valle del perturbante: non umano, ma abbastanza simile all’umano da ispirare un turbamento profondo e istintivo. Dall’altro lato, sostiene Drezner, lo zombi è una delle poche istanze soprannaturali che ha una minima ‘plausibilità’ narrativa, e che si può motivare con teorie pseudo-scientifiche, crinale su cui insistono alcuni dei ‘testi’ esaminati (28 Days Later, in versione sia filmica che fumettara, e il seguito 28 Weeks Later).

In linea con un vasto filone di pensiero contemporaneo, Drezner insiste sul valore cautelare di tale immaginazione apocalittica (una tesi che è stata sostenuta, in anni recenti, da diversi teorici e pensatori). Leggiamo infatti: “L’uso di narrative finzionali (e in particolare horror e fantascienza) come fonti di dati per la costruzione di teorie è diventata pratica comune di recente” (19). Drezner ragiona da teorico, costruendo i confini del proprio “caso di studi”, rigoroso benché ipotetico. Il teorico procede dunque a una definizione operativa di zombi, visto come “un essere animato che occupa un corpo umano e desidera divorare cervelli umani” (21), e stabilisce tre proprietà rispetto al corpus narrativo che intende analizzare:

• Lo zombi desidera carne umana e non si accontenterà di nessun altro cibo o carne;

• Gli zombi non possono essere uccisi se non distruggendo il loro cervello;

• Ogni essere umano morso da uno zombi diventa a propria volta uno zombi. (22)

Si tratta di una definizione operativa abbastanza ristretta, che, come ammette lo stesso autore, esclude alcune delle “Ur-Narrative” del genere (I am legend, 1954 o L’invasione degli ultracorpi, 1956). Del resto, benché il corpus di finzione sia abbastanza vasto, bisogna osservare un limite del procedimento nella costruzione del corpus letterario-filmico: i riferimenti convergono soprattutto su due autori, George Romero e Max Brooks (e in particolare War World Z, più che le altre produzioni come The Zombie Survival Guide), gli autori in cui il simbolismo storico-politico è più scoperto. E non pare scorretto affermare che senza il romanzo di Brooks (uscito nel 2006 e da cui verrà tratto un film, data di uscita prevista 21.12.2012, ehm) Drezner non avrebbe potuto scrivere il proprio testo, perché è Brooks, non Drezner, ad avere la geniale intuizione di applicare alla narrativa zombi le caratteristiche della storia orale e, simultaneamente, dell’elaborazione del trauma.

Da teorico delle relazioni internazionali, l’autore non è interessato a discutere la fisiologia o l’antropologia del morto vivente (secondo i suoi termini, “la causa”) ma piuttosto il funzionamento di un possibile ‘zombie outbreak’ (in parole povere, “l’effetto”). Così, i due diversi tipi di “infezione” (zombi lenti + infezione dal decorso lento vs zombi capaci di correre/saltare + metamorfosi immediata) producono conseguenze simili ma per motivi diversi, dato che la prima ipotesi (quella lenta) produce una maggior esposizione al contagio,  e una minor capacità di reazione internazionale (frontiere aperte più a lungo, sottovalutazione dell’emergenza sanitaria, etc.).

E con questo esempio capiamo subito dove Drezner vuol andare a parare: l’autore ha nel mirino le teorie utopiche della politica, basate sulla cooperazione internazionale, o sul postulato che le libertà individuali e l’apertura delle frontiere vadano difese sempre e comunque anche di fronte a una minaccia estrema. Si tratta di un’idea già latente nel libro di Brooks, dove le uniche nazioni capaci di reagire efficacemente sono, nell’ordine, gli stati che promuovono politiche attive di apartheid* come Israele e Sudafrica, e le superpotenze militari USA e Russia, quest’ultima peraltro ritornata allo zarismo, mentre le nazioni “utopiche” come l’Islanda sono condannate a essere divorate – letteralmente – dai mostri. L’idea della libera circolazione delle persone tra frontiere, insomma, sarebbe rivelata nella propria falsità dall’ipotesi di un’invasione di zombi. Particolarmente indicativa degli orientamenti di Drezner l’idea che in caso di zombie outbreak non mancherebbero gli stati canaglia pronti ad allearsi con l’esercito del male (inteso qui in senso letterale), o che nelle democrazie liberali  sorgerebbero immediatamente dei movimenti per i“diritti umani degli zombi”. Particolarmente di cattivo gusto la vignetta in cui una protestataria regge il cartello “My dad is a zombie and I love him”, che ricorda le famiglie arcobaleno. Quanto all’ipotesi Al Qaeda, rimando a questo breve horror di produzione francese [FERMI LI’: il link è davvero per stomaci forti, quindi pensateci prima di cliccare. A me in un paio di scene è venuto da vomitare], dove si trova la stessa intuizione.

Capitoli come “The Realpolitik of the living dead” (33-45), del resto, sono particolarmente indicativi del tipo di operazione – pop, certo, e per questo a facile presa – tentata in questo volume.  Prendendo a modello zombi e altre variazioni sempre di ordine soprannaturale viene facile sostenere argomenti in favore della sovranità assoluta, di una sovranità che si definisce – con pericolose analogie storiche – in termini di Stato d’Eccezione. E forse è questo fascino per le situazioni estreme, viste come il vero banco di prova delle nostre vite in tempi di crisi, uno dei veri fattori.

L’identificazione di Drezner è tuttavia a senso unico, strumentale, e non rende conto – secondo me – delle implicazioni più profonde di questo topos narrativo. L’immagine degli zombi – creature ultime, che hanno perso tutto e che, come lo stesso Brooks intuisce nel commentare la battaglia immaginaria di Yonkers – non possono essere spaventate, a me pare indicativa del contesto economico attuale, delle rivolte a venire che spaventano i sonni tranquilli di chi ha ancora un giardino da difendere.

Fonte: The Star

Le implicazioni economiche (già latenti nei primi lavori di Romero) sono invece state sfruttate, in modo opposto, dalla politica del movimento OWS , che ha fatto propria l’immagine  degli zombi in giacca e cravatta – morti viventi che si cibano, metaforicamente, della carne dei più deboli. E sembra di sentirne un’eco anche nei testi in ultima canzone appena pubblicata (in anteprima, il disco uscirà il 6 marzo per la Columbia Records) di Bruce Springsteen, in versi come questi:

 “The greedy thieves who came around
And ate the flesh of everything they found
Whose crimes have gone unpunished now
Who walk the streets as free men now”

E come questi:

“They destroyed our families’ factories and they took our homes / They left our bodies on the planks, the vultures picked our bones / They brought death to my hometown”…

Proprio come gli zombi di Brooks, e senza bisogno che nessuna Al Qaeda li spalleggi.

Insomma, se la politica neo-con usa l’emergenza immaginaria per difendere le politiche reali, questa lettura non è certo l’unica possibile, e molte altre, per spiegare quella che, prima di tutto, resta una piaga dell’immaginario e uno specchio di paure molto reali e molto radicate. Certo, rimane da chiedersi fino a che punto abbia senso applicare la “Realpolitik” a qualcosa di patentemente irreale come un’invasione di zombi. Ma è evidente che, quando si parla di politica hollywoodiana, l’immaginario è più reale della realtà.

*Non mi riferisco alla definizione dell’attuale politica di Israele in termini di apartheid (che è stata mossa da più lati, ma che è argomento controverso e  meriterebbe altro spazio e argomentazioni precise). Mi riferisco proprio agli episodi immaginati di Brooks, per chi ha letto il romanzo.

ditemi che non è vero [29 ottobre 2011]

In lavori pieghevoli, malatempora on novembre 16, 2011 at 5:30 am

Annuncio

Scorro – per motivi che non è importante riferire in questa sede – un aggregatore di annunci di lavoro e mi imbatto nella seguente perla: “Cercasi rumeno con ottima resistenza fisica.”
In altri tempi avrei pensato a una bufala nello stile di “NON PIU’” (penso alla fortunata campagna della CGIL su lavori non pagati, stage e altre condizioni umilianti), ma il contesto non pare adeguato, e poi, come si diceva sere fa con un amico, le “hoax” andavano bene ai tempi del postmoderno, sarebbe ora di finirla con gli scherzi e le risatine, che si è visto dove ci han portato.
L’annuncio mi lascia assolutamente basita. Tanto valeva scrivere, “Cercasi bestia da soma”. O anche, “cercasi schiavo”.
Che cosa si intende per “ottima resistenza fisica”? Che lavorerà come uno schiavo senza lamentarsi, ovviamente in nero e senza alcuna tutela? Che si pretenderà che lavori 14 ore al giorno, finendo in 3 giorni un lavoro che richiederebbe magari una settimana? Che se gli crolla in testa una parete non si fa niente? E poi, perché “rumeno”? Possibile che non ci si renda conto che un annuncio di lavoro del genere è una forma di volgare, bestiale razzismo? Possibile che certi atteggiamenti siano ormai così acquisiti da venir pensati come pretese del tutto lecite, legittime, da potersi richiedere alla luce del sole?
In tutto questo, l’immancabile bottoncino blu “mi piace” in basso a sinistra appare particolarmente infernale.

la legge (del) Reale [18 ottobre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, repubblica delle lettere, taking action on novembre 16, 2011 at 5:27 am

Mi scrive mia madre – il che di per sé è un evento – dicendomi preoccupata che in Italia vogliono rimettere in vigore la Legge Reale. Lo so già. Ho letto la notizia un’ora dopo che era uscita sui giornali, e non mi stupisce, nel clima del mio Paese.

Non ho MAI dico MAI pensato che Di Pietro fosse di sinistra ed questo è il motivo per cui MAI, dico MAI, l’ho votato. Ho fatto cose di cui mi sono pentita, in cabina elettorale, ma MAI dico MAI ho votato Di Pietro, anche quando ci sono stati compagni che si sono lasciati abbindolare dalla sirena dei vari Giulietti Chiesa e delle varie Franche Rame candidati nelle fila di IDV.

Il punto è che a me (classe 1983), la Legge Reale, in barba al suo spettrale nome lacaniano, evoca determinate cose. Per esempio, gente morta sparata (uso il verbo transitivamente in barba alla grammatica) per non essersi fermata a un posto di blocco. Un’infrazione, certo, ma passibile di morte? Invece a molti viene in mente solo il desiderio (quanto, esso stesso borghese o, come si sarebbe detto un tempo, “benpensante”), di tracciare contorni, di dormire sogni tranquilli, senza il rischio che qualcuno venga a tingerli di nero.

È normale che, quando le leggi vigenti (quelle della democrazia) sono screditate, si affermi il desiderio di nuove leggi. Così, quando un cantante viene diffamato da un sito che è una fogna a cielo aperto, si invocano leggi restrittive contro la Rete nonostante esistano già strumenti legali atti allo scopo. Quando vengono commesse delle azioni criminose (per le quali la magistratura e le forze dell’ordine hanno già la possibilità, il diritto e direi il dovere di acquisire prove, filmati, etc, senza lanciare idiote quanto disinformate cacce alle streghe in rete), si invocano leggi speciali. Senza comprendere che la trasformazione dell’ordinamento politico e giudiziario è l’istituzione di una nuova realtà, storica e sociale, da cui non sempre è facile tornare indietro.

Le coltri di fumo nero che avvolgono l’Italia sono molte, oggi. Sono quelle di chi ragiona dal punto di vista dei propri personalismi, di chi ragiona per “bianchi” e neri”, alla comoda di ricerca di un altro su cui scaricare il proprio odio. Misseri, Vasco, il banchiere di merda, lo sbirro di merda, il blackbloc di merda. Va bene tutto.

Sono quelle di chi parla a nastro, essenzialmente, perché a gridare oscenità dietro uno schermo (magari domandando a gran voce di sapere i “nomi e cognomi” dei colpevoli, o presunti tali) ci vuol poco, e ci si sente grandi. Sono quelle di una sinistra che ha perso talmente tanto il senso della propria identità da confondere piani e situazioni storiche, per cui la mafia, gli anni di piombo, tutto stesso case impasto verbale. Legge Reale, DASPO, intercettazioni. Tutto uguale. L’importante è chiedere scusa, possibilmente in diretta.

Ed è questo che porta a dire che il berlusconismo (ma il termine da usare sarebbe un altro, perché non si trova Berlusconi solo in Italia) ha fatto presa nelle menti. In quelli che sfasciano una vetrina pensando alla foto che li inquadrerà, senza sapere di posare secondo un cliché ormai buono per i fotografi di moda (e se fossi una critica letteraria direi, con Lacan, che appagano il desiderio del Grande Altro, ma aver letto Lacan non ha mai salvato nessuno da se stesso). Ha fatto presa in quelli che si sentono (come scriveva qualcun altro meglio di me), più “sfigati” e più “disoccupati” degli altri, chiunque siano, questi altri. Magari perché non sono davvero pronti a mettere in discussione le tante cose inutili che costellano il nostro stile di vita. Ma ha fatto presa anche tra quelli che si classificano aprioristicamente e apoliticamente tra i pacifisti, dimenticando che anche il pacifismo è costruzione, è complessità, è lotta nonviolenta che mette in gioco il corpo.

Essere davvero pacifisti è cosa che richiede un coraggio infinito. Voglio essere onesta ed ammettere che non so se trovo in me un grammo di questo coraggio. Non lo si trova da soli, il coraggio di durare, di essere “responsabili” di un metro quadrato. E non ha niente a che vedere con il fatto (sempre discendente dalla stessa logica legalitaria e tardo-illuministica) di esporre il proprio nome e cognome. A volte è politico negare il cognome, per esempio coprendolo con una X. Il corpo conta molto più del nome.

Il punto è che non basta sostituire Paolo Bonolis con Beppe Grillo, Rete 4 con Facebook, Ambra Angiolini con V for Vendetta (e nemmeno Microsoft con Mac, se è per questo) per cessare di essere spettatori e consumatori. Invece c’è un’intera generazione che si sta formando alla politica solo su Facebook (ed equivalenti). Forse è anche per questo che, di fronte alla Legge Reale, e alla delirante proposta di un partito che oltretutto sarebbe l’opposizione, non tutti saltano sulla sedia. E anzi, alcuni continuano imperterriti a cliccare “like”.

pietà l’è morta [24 settembre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, taking action on novembre 16, 2011 at 5:23 am

Mi piacerebbe che il video in cui le forze dell’ordine sgomberano un gruppo di tunisini a Lampedusa costringendoli a saltare da tre metri d’altezza fosse stato condiviso, ricliccato e spammato quanto il filmato dell’oscena intervista a Terry de Niccolò – un’intervista peraltro importante, perché nel masticamento verbale della escort si declinano i termini di un nuovo fascismo light, tra il paillettismo del sogno berlusconiano e il fascismo da uni-posca di frasi come ‘meglio un giorno da leone che cento giorni da pecora’, eternata sulle porte di migliaia di cessi.

Invece, per la maggior parte dei miei connazionali, pare che il corpo possa costituire corpo di scandalo solo quando, perfettamente depilato e lucidato, esso si offre in pasto al drago, e non quando esso è vittima di violenza, di fame, di malnutrizione, quando sopporta le tempeste e rischia la morte, quando è oggetto di manganellate e sassate (chi è senza peccato, diceva qualcuno…).

Guardavo quei corpi saltare dalla balaustra, indistinti, ridotti a numero, a quantità, a esubero. Maschi e femmine indistinguibili, il semplice ritmo delle persone costrette a lanciarsi nel vuoto e saltare, senza il tempo di prendere la mira, salvare gambe e braccia un lusso che non viene concesso. Persone che cadono come pezzi di legno.

Non era diversa da altre scene che ci commuovono in film, fumetti o libri, questa immagine: solamente, era vera e ci riguardava da vicino. Ma l’Italia sembra aver voltato la testa da altre parti, attenta ad altri corpi, ad altre vittime.

In tutto questo mi viene in mente un episodio accaduto nel lontano 1999. Pochi anni dopo il grande esodo dall’Albania (e dalla strage di Otranto, che portò Moretti a criticare una generazione di politici cresciuti con Happy Days), e pochi mesi dopo l’invereconda espulsione di Ocalan dall’Italia, ci fu, in Calabria, a Soverato, uno sbarco di curdi. Ricordo nitidamente, al telegiornale, le inquadrature della nave che si accostava a riva mentre decine di abitanti sulla spiaggia applaudivano il salvataggio di tante vite umane. Ricordo la mobilitazione popolare che portò a raccogliere coperte, generi di soccorso e alimentari per “i curdi del palasport” (uno di quei paesi era cui quello dei miei nonni: ho una nitida memoria delle casse di succhi di frutta raccolte nei locali della Pro Loco). E ricordo la nostra sorpresa (e, devo dire, il nostro orgoglio) quando il sindaco di un comune povero e spopolato come Badolato Superiore aprì le porte ai nuovi arrivati, invitandoli a rianimare le strade di un paese fantasma. Molti sono poi ripartiti, vuoi perché fin dall’inizio avevano come meta la Germania, vuoi perché in una regione povera c’è poco altro da fare se non le valigie, indipendentemente che si sia curdi o italiani.

Mi piace ricordare quell’Italia come si ricorda un parente caro scomparso da anni. Perché è evidente che quella parte di Italia è morta – quella parte, dico, capace di accogliere nonostante l’ignoranza o la diffidenza che pure ci dovevano essere, capace di ricordare i tempi in cui ad accalcarci sui bastimenti per Buenos Aires o Nuova York eravamo noi, capace di distinguere il momento delle legge, col suo inevitabile rigore, da quello dell’umanità che va custodita e salvaguardata prima di ogni cosa.

Pietà, l’è morta, e con la pietà l’Italia.

l’italia è una provincia fondata su…? [11 settembre 2011]

In malatempora, taking action on novembre 16, 2011 at 5:20 am

«Una provincia come una sconfitta», cantava Guccini un po’ di anni fa: e davvero, a volte guardando la geografia italiana viene da pensare che le due cose (provincia e sconfitta) siano sinonimi, con buona pace dei miti letterari, dallo Strapaese alle province post-moderne di Tondelli fino all’ultimo ‘ritorno’ dei regionalismi (che, erano mai andati via, per caso?).

Si dice troppo spesso che la cultura italiana è provinciale, che siamo ai margini, che siamo refrattari a qualsiasi contributo positivo venga da fuori. E per contro si dice che in Italia fa tutto schifo, che noi italiani non sappiamo fare niente, manco la fila alle casse. Che all’estero è tutto buono e tutto da importare, che all’estero non esistono le raccomandazioni e il nepotismo (balle). Questi due atteggiamenti fanno parte dello stesso provincialismo, così come è tipico dei provinciali idolatrare le metropoli purchessia. Ma che cosa vuol dire, davvero, essere provinciali?

Prendo le mosse dalla critica «costruttiva» proposta dai Wu Ming su Twitter qualche giorno fa, rispetto alla mancanza di comunicazione in altre lingue (leggi inglese o spagnolo) dell’occupazione simbolica di Piazza Affari: ma la riflessione nasce da più lontano, dalle tante, troppe discussioni tra “expats” circa il “perché non riusciamo ad essere incisivi da qui”, che ci si raduni o meno davanti alle sedi delle ambasciate con cartelli, fischietti, foto di Mr. B e tutto l’armamentario dell’“italiano all’estero”. Perché in questa regione vaga e indefinita che è “l’estero”, non si percepisce nulla o quasi di quanto accade in Italia? Ho una mia teoria, e per esporla in modo facile, ho rubato una formuletta a un certo Taine, usandola, ovviamente, a modo mio. Buona lettura.

[1] “Milieu”. Ovvero, dove è andato a finire l’internazionalismo?

Ci sono intellettuali siriani, palestinesi, egiziani, che scrivono in inglese. Per intellettuali intendo ricercatori, analisti politici, giornalisti, documentaristi, registi teatrali. Se io cerco informazioni su quel che accade ai confini della Siria o dell’Egitto, o su quanto accade nelle zone curde di Iraq e Turchia, mi imbatto in decine di siti bilingui (come questo, molto popolare: http://www.jadaliyya.com/). Certo, si tratta della punta dell’iceberg rispetto all’enorme mole di informazioni che probabilmente non arriva nemmeno a vedere la luce, ma insomma, permette almeno di farsi un’idea. Perché questo non accade con noi italiani?

È un problema innanzitutto linguistico. Sarà banale dirlo, ma la conoscenza dell’inglese diffusa in Italia è ancora ferma a “gin lemon” e “cheeseburger”. Permette di prenotare un volo con Ryan Air e di fare (forse) la spesa alla Tesco, ma quando si tratta di scrivere un articoletto di 10 righe, vengono i sudori freddi. Prima ho citato il caso del Medio Oriente. Bene, alcuni dei paesi che cito hanno un sistema almeno in parte modellato su retaggi coloniali, o hanno istituzioni universitarie di lingua inglese che formano non solo giovani “occidentali” in cerca di esotismo o redenzione, ma anche giovani (per quanto si tratti di una minoranza ricca e privilegiata) del proprio paese. Noi abbiamo una storia diversa e un rapporto molto più conflittuale con l’inglese, per cui i ragazzi di 20-24 anni magari sanno prenotare una camera doppia con bagno, ma difficilmente riescono a scrivere dieci righe in inglese senza errori. Bisogna tenerne conto, perché questo è un dato generale. Il nostro rapporto con le lingue straniere è infatti passato da quell’impostazione prettamente grammaticale e letteraria dileggiata (giustamente) dai ragazzi della scuola di Barbiana, a un’impostazione puramente turistica.

Poi sì, è vero, esiste la “Generazione Erasmus”. Il processo di mobilità europea è cominciato in modo massiccio solo negli ultimi due decenni, almeno per quanto riguarda l’inglese, per il francese la questione è diversa, come ognun sa. Tuttavia, non credo sia solo una questione di tempo: non credo, cioè, che tra dieci anni ci saranno intellettuali italiani con una mentalità cosmopolita e internazionale e strumenti linguistico-espressivi a supportarla, se non cambia anche il nostro atteggiamento di fondo nei confronti dell’“estero”.

È un fatto che la nostra emigrazione (tanto quella storica e tradizionale, quanto quella “qualificata” dei nostri giorni) di rado produce proficue interazioni con la classe politica locale. In Italia, infatti, il movimento di internazionalizzazione ha sempre coinciso con l’espatrio o con l’esodo (in tempi di guerra o di pace) e sono state poche le esperienze proficue di contatto politico tra chi partiva e chi restava – tra queste poche eccezioni mi vengono in mente solo i legami tra il PCI clandestino e i fuoriusciti e l’avvio della Resistenza, o l’esperienza europea della Brigata Internazionale, ma ecco, la forma più cospicua di contatto è stata forse costituita, nei decenni passati, dalle rimesse degli emigranti, indicative di un’antropologia o di un mondo culturale: alla “prendi i soldi e scappa”, insomma. Pare del resto di poter dire che alla mitologia politica dell’emigrante battuto e avvilito (alla “Italy” di Pascoli, per capirci), si sia sostituito un mito altrettanto vittimista: quello dell’italiano moderno esule politico.

È anche vero il contrario, però. La diaspora palestinese ha prodotto intellettuali che erano sì radicati, ma anche universali. Che erano informati delle vicende di tanti paesi, non solo del loro. Che sapevano cogliere le connessioni fra quanto accadeva in Palestina e in Sudafrica, per esempio. Quelle idee hanno contagiato altre lotte e altre consapevolezze. Noi italiani, invece, ci portiamo l’Italia sempre appresso, come una sfilza di salsicce legate al collo. Non riusciamo a staccarci dall’Italia, e se una volta ci trovavamo (a Chicago, New York, Toronto o Sydney) per ballare una tarantella da dopolavoro fascista, ora ci troviamo magari per parlar male di Berlusconi tra una birra e un film e una pizza con il mozzarella cheese; continuiamo a vivere, ancora dopo anni, con la testa voltata all’indietro, attenti alla stretta attualità italiana o magari alle polemiche culturali del giardino di casa più che alla “big picture” di quanto accade a livello globale. Chissà, forse anche per questo non riusciamo ad avere quella “distanza” che porta ad agire.

[2] Temps (no explanation needed).

Tradurre richiede tempo, twittare no. La traduzione è responsabile, implica automaticamente il controllo, il rapporto vivo con le fonti (e fidatevi, che quando uno trova qualcosa che “non torna”, traducendo se ne accorge molto prima), mentre il tweet è (può essere anche) compulsivo.

Questo significa che è impossibile fare un lavoro decente nella tempistica che si richiede alla comunicazione politica via social media. Mettiamoci nei panni della persona che a casa, dal proprio computer, volontariamente, decida di mettere a disposizione dell’intelligenza collettiva quello che può offrire, cioè il proprio tempo libero e la capacità di tradurre verso la lingua del paese ospitante. Arrivi a casa e invece di farti un pediluvio apri lo schermo del tuo pc (o mac, se sei veramente à la page). Magari in quelle ore potresti fare un lavoretto che ti pagano, invece no, stai lì e traduci per la “causa”. Traduci in fretta, cercando di fare un buon lavoro. Aporia. Ovviamente ci sono le parole che non ti tornano, e a quest’ora mica puoi andare in biblioteca e consultare un superdizionario da dodici volumi di quelli con cui di solito ti sbrogli nei momenti peggiori. Finisce che benedici Wordreference e i forum di colleghi. Bravo, sei stato veloce, la traduzione è fatta. Ma non sarà il caso di farla leggere a quel tuo amico madrelingua che ti deve una birra, per essere sicuri al 100%? Oppure la mandi fuori così com’è, anche se poi farà l’effetto delle traduzioni automatiche di google dal cinese? Mentre sei lì che ti interroghi, esce un aggiornamento che ti obbligherebbe a rifare il lavoro, o che lo rende semplicemente obsoleto. Nel frattempo sono quasi le 3 di notte, mandi a fanculo tutto e vai a dormire. Tanto dall’altra parte dell’oceano sono già le…?, e chissà quante altri altri aggiornamenti ci sono, ad arrivare alle 8 di domani, ora locale.

Le soluzioni? O si scrive nel proprio inglese/spagnolo rudimentale da Erasmus (se almeno quello lo si è fatto): meglio l’informazione grezza che arriva in tempo, che quella elaborata che arriva quando ormai viene la puzza. Oppure si propongono coordinamenti, per mettere insieme risorse e competenze in tempo utile, stabilire priorità, modularizzare il lavoro in modo da procedere in tanti e bene. Qualcosa del genere esiste già, e funziona molto bene secondo me, per quanto riguarda l’informazione estera sull’Italia (il sito “Italia dall’estero”, che seguo raramente, e solo come lettrice).

È chiaro, però, che per tradurre ci deve anche essere qualcosa da tradurre. Le grandi rivolte in genere parlano da sole, anche quando sono sottoposte a isolamento e pesanti censure sul piano tecnico. A volte ho invece la sensazione (una sensazione che dura perlomeno da 11 anni) che ci sia la tentazione di “manipolare” l’informazione, di far esistere l’evento attraverso la sua rappresentazione (la quale, come ognun sa, è comunque una forma di esistenza). Ma su questo preferisco sorvolare, finirei per essere saccente e sprezzante verso le persone che comunque sono lì in Italia e cercano di fare qualcosa, e davvero, questa è l’ultima delle mie intenzioni.

[3] “Race”. As in, Italiani,“vil razza dannata”.

L’Italianità è una nozione basata sull’occultamento delle differenze, basti pensare alle minoranze linguistiche di cui nessuno parla oppure al rifiuto di considerare italiani i bambini nati sul suolo italiano, o, ancora, a quel vero e proprio “canone nascosto” che sono le letterature dialettali (opportunamente rispolverate come simulacri nostalgici, ma represse politicamente e artisticamente durante la loro intera secolare esistenza).

Da un punto di vista culturale, però, l’italianità si fonda sul rifiuto della propria cittadinanza, sul sentirsi «stranieri in patria» (un’inchiesta interessante è stata condotta da “Nuovi Argomenti” per il numero di gennaio-marzo 2011: qui, sul sito di DoppioZero, si possono leggere le risposte degli intellettuali interpellati), secondo una condizione che in parte è quella di qualsiasi vero artista (lo scrittore non scrive in francese o spagnolo, scrive nel proprio idioletto), in parte è esasperata da una situazione politica che, nell’arte, non vede ormai più nemmeno una forma di intrattenimento, di legittimazione e financo un orpello decorativo.

Eppure, proprio alla prova della traduzione, il concetto “io non mi sento italiano” non regge. Provate a dirlo in inglese o in francese, e vediamo se la suona. Di sicuro non qui, dove si legge di continuo una frase come “Proudly Canadian” (non parliamo della cittadinanza USA, per cui potrebbe davvero valere il dialogo che San Paolo ebbe con un anonimo tribuno, si veda At, 22, 27-28). Come si fa a “sentirsi” (o non “sentirsi”) cittadini del proprio paese? Mi sento di riproporre in questa sede alcune considerazioni dell’amico e compagno di lotte Fiorino Pietro Iantorno, oggi Consigliere Comunale della Federazione delle Sinistre con la maggioranza di Centro-Sinistra a Siena. Il post è lungo e incazzato, se volete ve lo leggete qui, io ve lo consiglio. Quel che dice FPI, in sintesi, è semplice: dice, basta col mantra “Io mi vergogno di essere italiano”, fa parte dello stesso lamentismo cazzaro che poi porta l’80% degli italiani a sostenere i privilegi dell’altro 20%. Gli Italiani di cui parlava Gaber siamo noi, ciascuno di noi, e siamo noi stessi, i primi responsabili del Berlusconismo. Non potrei essere più d’accordo.

L’Italia è un paese auto-immune. Ha secolarmente espulso da sé il germe della diversità. Lo fa anche oggi, con quell’esodo di massa che si chiama, giornalisticamente, «fuga dei cervelli». Ha prodotto intellettuali in serra, in filiera, al proprio interno. Che hanno rifiutato il contrassegno dell’Intellettualità a chi aveva un odore diverso. Ma è anche vero che la reazione stizzita di chi vorrebbe dirsi “non-italiano” fa parte dello stesso processo. (Attenzione, questo è un paradosso. Ma non sono io che ragiono male, è la realtà che è piena di paradossi ed esplode da tutti i lati come un campo minato). Troppo facile negare la propria cittadinanza, con un tratto di penna o un colpo (di spugna). Fa parte della stessa amnesia collettiva.

Il paese è come la mamma, non te la scegli (sono volutamente ironica, dato che mamma e mammismo sono ormai gli unici prodotti della nostra esportazione). E questo odio, o disprezzo, si muta facilmente nell’elogio di quelle stesse contro-virtù che in teoria condanniamo a gran voce, di quei “difetti” dei quali, sotto sotto, andiamo fieri.

Ed ecco perché siamo pieni di “intellettuali” autoproclamati e non (ma anche di militanti, cantanti, giornalisti, blogghettari….) che dicono di non sentirsi Italiani, ma poi a conti fatti non parlano nessun’altra lingua (o dialetto) che non sia l’italiano.

gli anni zero finiscono oggi [6 luglio 2011]

In malatempora, repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 5:15 am

Avevo pensato di intitolare questo post «Il ventottesimo anno», con una di quelle formule trite e ritrite che fanno il verso a un celebre titolo di Ingeborg Bachmann e, in Italia, a un meno celebre libro di Marco Mancassola. Ma non voglio aggiungere alla banalità di un post autobiografico quella della letteratura.

Oggi, sei luglio duemilaundici, compio ventotto anni. Esattamente dieci anni fa diventavo maggiorenne. Trascorsi la giornata dell’epico passaggio, che al tempo non mi parve poi così epico, al Centro Sociale di via Ranzani, in un’interminabile assemblea dello spezzone di movimento di cui facevo parte, in preparazione di Genova. Siccome ero allenata a scrivere e a prendere appunti, mi chiesero se potevo scrivere io il verbale per il giorno dopo, e quelli furono i miei festeggiamenti serali. Dieci anni dopo, mi trovo a raccogliere i cocci di una militanza interrotta – un’esperienza personalmente fallimentare, ma collettivamente ancora viva e meritoria – e di un’esistenza che più campata in aria non si può. Dieci anni dopo, guardando i filmati delle torture in Val Di Susa e la gestione – essa sì, terroristica – dell’informazione mainstream, mi ritrovo a pensare che quei sacrifici abbiano davvero cambiato poco, e che ne servano molti altri ancora.

Oggi per me si chiudono gli anni Zero, un decennio che per me iniziò a Genova nel clamore degli «scontri» e della ricerca di un mondo «migliore» (qualsiasi cosa ciò voglia dire: oggi direi senza esitazione che un mondo migliore è un mondo in cui tutti hanno diritto all’acqua potabile, un mondo in cui i diritti delle persone vengono prima di quelli delle merci), e che concludo degnamente da «cervello in fuga». A un’utopia collettiva si è sostituita una necessità di fuga individuale, all’internazionalismo un po’ caciarone di quei cortei si è sostituito il cosmopolitismo di carriere (e vite) nomadiche e spezzettate. Troppo colte e qualificate per essere definite migranti, troppo stressate e precarie per passare da “privilegiati” appartenenti alla “casta”, molte delle persone con cui ho condiviso percorsi di politica, di lavoro, di partecipazione e produzione culturale sono oggi all’estero, come si dice sbrigativamente per indicare una miriade di percorsi che vanno dal servire cappuccini in un albergo di Londra al brevettare una nuova nano-tecnologia in un centro di ricerca texano, da un erasmus festaiolo in qualche città europea al documentare lo strazio del popolo di Haiti. Ma, sempre talking of my generation, pochissimi di quelli che protestavano hanno tradito gli ideali comuni, ai quali siamo invece rimasti fedeli, magari non nell’impegno politico ma nel volontariato, nell’azione sociale, negli stili di vita responsabili o anche solo in una certa dimensione etica apportata al proprio lavoro. Almeno per ora, è così. Ne riparleremo tra dieci anni, s’intende.

Ho ventotto anni e, secondo la mia carta di identità, sono ancora “studentessa”. Anche perchè a suo tempo, con una borsa di PhD già in tasca, non ebbi la faccia di qualificarmi come “ricercatrice” davanti all’impiegato dell’Ufficio Anagrafe. Non per mia scelta o colpa, ho i contributi di un parasubordinato e lo stile di vita di una fuorisede. Alla biglietteria del cinema mi sento spesso chiedere se per caso ho il tesserino universitario o qualche altra card per i “giovani”, che mi garantirebbe sconti cui non ho più diritto. A volte, lo ammetto, fingo di avere ancora gli anni che il mio corpo manifesta: in fondo, per quanto mi faccia il mazzo, non guadagno ancora abbastanza da pagarmi il cine per intero.

Non mi riconosco nella retorica dei precari, eppure non saprei come altro definirmi. Precaria nella geografia (oggi in Canada, fra 3 anni boh), precaria nel lavoro (un PhD non garantisce nulla e, ore di lavoro a parte, tecnicamente non è un impiego), precaria negli affetti (la stabilità è un lusso fuori dalla mia portata), precaria nello status legale (ho un visto da studente, che mi garantisce alcune  cose ma non me ne permette altre), precaria nelle finanze – certe settimane farei meno fatica se al supermercato mi chiedessero di improvvisare un numero di giocoleria coi limoni, invece che di far stare un po’ di vitamine nel mio budget.

Eppure, in un modo o nell’altro sono diventata una persona “adulta”, e come me molti miei coetanei, che tra mille angosce riescono a fare cose dotate di un valore, che stringono le cinghie e si spalmano tra cento impieghi, contraddicendo ogni giorno la propaganda che parla di “fannulloni” o di “bamboccioni”, e soprattutto rifiutando quel senso di disperazione e autocommiserazione che porta a credere alla mancanza di alternative, all’inevitabilità dei compromessi, all’impossibilità delle utopie. Per questo, tirando le somme di questi dieci anni così ricchi di esperienza, di lavoro, di formazione, di cose apprese e insegnate, di relazioni intrecciate e di saperi scambiati, la gioia più grande che provo è sapere di aver avuto una lunga giovinezza. Lunga, ricca e attiva.

Gli anni Zero finiscono oggi, e nel soffermarmi su questa data (2001-2011), per la prima volta sento che in quest’espressione, così popolare e inflazionata tra noi letterati, c’è una dimensione duplice, ambigua e contraddittoria. Perchè lo zero può essere sì sentito come un “quantificatore”, una stima morale e intellettuale degli anni appena trascorsi, ma anche come un indice di messianismo: il tempo di un’attesa, il tempo della tragedia e della storia che sembrano – in bene o male – essersi riattivato. Un intero decennio di Anni Zero, una decade di “ore x” è trascorso nell’attesa di un evento futuro, talora perdendo di vista quanto stavamo realizzando con le nostre mani e con le nostre idee.

Per questo a me sembra di poter dire che, nella mia vita, gli anni zero finiscono oggi. È tempo che il futuro abbia inizio.

frammenti di un’educazione antifascista [27 febbraio 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:47 am

imageHo da poco terminato la lettura de Il nome delle parole, autobiografia intellettuale di Guglielmo Petroni, autore quasi totalmente dimenticato, attivo come poeta e come narratore negli anni Trenta e nel secondo Dopoguerra. È un libro che si legge in un’ora, e che per scrittura e contenuto mi ha ricordato I piccoli maestri di Luigi Meneghello. Entrambi, infatti, sono biografie intellettuali di ragazzi che furono vestiti da avanguardisti, ma che maturando presero parte alla rinascita antifascista dell’Italia, rischiando la pelle in prima persona: Meneghello con le armi in pugno nelle fila della Resistenza, anche se, come dirà a guerra finita a una giovane amica, “San Piero fa dire il vero. […] Non eravamo mica buoni di fare la guerra”. Petroni, passato all’antifascismo attivo solo dopo l’otto settembre (“Tra il 25 luglio e l’8 settembre la mia più che trentennale incubazione era finita; uscivo dal bozzolo, c’era da lavorare allo scoperto, cioè segretamente” , p. 135) fu arrestato e torturato fisicamente e psicologicamente, con la triplice simulazione di una esecuzione. Un colloquio con la morte che scava nella sua mente un “prima” e un “dopo”, quasi epitome del valore che lo stesso impegno antifascista doveva assumere nell’esperienza del molti che ne furono partecipi.

Quelle di Meneghello e quelle di Petroni sono due “educazioni” atipiche, pur separate per educazione, vicende ed età: Petroni, classe 1911, non è interamente prodotto culturale del regime, come è invece Meneghello, nato l’anno della marcia su Roma. Del resto, se quella di Meneghello è una vicenda esemplare per precocità intellettuale e politica, di segno opposto è la biografia di Petroni: bocciato e ritirato da scuola per mancanza di rendimento, messo giovanissimo a lavorar dietro al bancone della bottega paterna, e rinato alla cultura attraverso uno spontaneo e tortuoso percorso di letture personali, Petroni trascorrerà gli anni della giovinezza a convincersi d’esser poeta, a dispetto e forse persino in virtù di una formazione da autodidatta.

La vita e la prima maturazione dei due giovani si svolge in piena età fascista, ed essi seguono le tappe di un regime che, fino a tutti i pieni anni ’30, e all’impresa coloniale d’Africa, godette del supporto quasi unanime nella “repubblica” delle patrie lettere. Così, nei primi tempi della propria vita da giovane intellettuale romano, Petroni racconta addirittura di un colloquio con l’allora ministro fascista Bottai, mentre è ambigua e sfumata la valutazione di alcuni autori indelebilmente compromessi col regime, come Malaparte o Soffici, di cui, quasi in un tentativo quasi di riabilitazione, scrive:

Proprio lui, che ci affascinava con quel cipiglio e quel tipo di coraggio civile; l’unico di tanti noi coi quali ci si vedeva , a quei tempi, al Forte, che affrontasse gli argomenti della vita politica, dei diritti umani, della libertà, è stato l’unico che, ad un certo punto, abbiamo dovuto guardare come un nemico, un proimages-2tettore di quello che ci aveva indicato come la nefandezza della vita civile. Ci aveva tradito? Aveva tradito se stesso? Resta il fatto che quello che sapeva ergersi come un poderoso gigante, è stato l’unico privo delle semplici virtù che salvarono, nei momenti difficili, la maggior parte degli altri intellettuali che sedevano tutte le estati con lui sotto al Quarto Platano.
Che la retorica, quando sopraggiunge, sia come una malattia che uccide il senso comune? (Petroni, 69)

Alla presa di coscienza Petroni arriva per gradi e conscio di un terribile ritardo; arriva grazie alla propria istintiva avversione per i cori di guerra e ai gagliardetti degli avanguardisti (da cui verrà espulso come renitente), o per quella predisposizione all’agire politico maturata nell’educazione fiorentina, “quel tipo di raffinata apparente estraneità alla vita, che conteneva quasi l’iunica via d’accesso, via segreta per il rifiuto di tanta ignoranza, di tanto cattivo gusto, dietro cui si nascondevano, infine, ferocia e indifferenza per i diritti dell’uomo”. (119). Ma l’odio per il cattivo gusto, come scrive lo stesso Petroni, non basta, e dovrà cedere il passo all’impegno attivo e consapevole:

In me, per quello che ho potuto comprendere dopo, c’era un profondo fastidio per la sicumera che veniva dagli uomini che detenevano il potere, un fastidio che proveniva dal cattivo gusto d’ogni espressione che scendeva sulle nostre teste dalle manifestazioni del regime, dal portamento quasi più che dal comportamento di coloro che potevano fare e disfare. […] Ne nasceva tra noi strafottenza, fastidio, satira e disprezzo: ma ancora molti di noi non sapevano bene che dietro a tutto ciò c’era qualche cosa che avremmo dovuto avversare anche a costo dello scontro […]. (120-121)

Più deciso e consapevole il taglio col passato operato Luigi Meneghello, che conscio dei propri limiti e dei propri adolescenziali compromessi, all’indomani della liberazione rifiuta di scrivere il fondo del “primo giornale libero del Veneto”:

“Io e Marietto, qui, siamo diseducati”, dissi.
“Cosa siete?”
“Diseducati, politicamente diseducati. Non abbiamo niente da dire a nessuno. Non possiamo educarci per iscritto a spese del pubblico. Questa è roba per una persona matura”
L’uomo invece di arrabbiarsi si rattristò.
“Ma sono cose da dire in un momento come questo?”
“Noi abbiamo bisogno di studiare, non di scrivere articoli”, dissi. “Gli articoli li abbiamo già scritti sui giornali fascisti, almeno io, perché lui era troppo giovane”.
La sua faccia diceva: che tristezza! I suoi occhi contrariati cercavano qualcosa di meno sconsolante su cui posarsi. (Luigi Meneghello, I piccoli maestri, in Id. Opere scelte, Milano, Mondadori, p. 608)

In misura diversa, tanto la posizione di Meneghello quanto quella di Petroni nascono dalla stessa estraneità alla cultura ‘ufficiale’, e del suo sistema di nozioni, basato sull’arrogante predominio della scrittura (“Guarda un po’ i libri, guarda i giornali: è fatto così o no il Mondo? Possono sbagliare i libri? possono sbagliare i giornali?”, si chiede Meneghello rievocando la propria infanzia, Pomo pero, in Opere scelte, 652). Privilegio di pochi, in un’Italia che in gran parte si ferma alle prime classi delle elementari.

Quella di Petroni è allora una storia di anticonformismo rispetto a due dei regimi autocratici della modernità: quello dell’alfabeto, e quello del fascismo, allora saldamente intrecciati (anche nel progetto di educazione gentiliana). Rifiutando il conformismo che identifica la cultura con la regolarità degli studi, il poeta autodidatta scopre un valore intrinsecamente anticonformista del proprio linguaggio, per quanto destinato a una lunga latenza e a un’altrettanto lunga gestazione; mentre Meneghello si salva anche grazie alla percezione dello sberleffo, alla sua anima di parlante nativo del dialetto, che lo porterà, in anni ben più tardi, a smascherare la retorica nazionalistica delle patrie lettere:

Nazario Sauro ti ammonisce nel suo alfabeto, sulla copertina del quaderno in cui scrivi: “Tu forse comprendi, o comprenderai tra qualche anno, quale era il mio dovere di italiano. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi rimane la Patria che di me farà le veci, e su questa Patria giura, o Nino, e farai giurare i tuoi fratelli, quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani”.
È un giuramento straordinario, elettrizzante. Essere sempre e ovunque italiani. La faccenda è certamente associata alla scrittura. (‘Cari i me tusiti, juré ca sarì senpre italiani’: chi mai si sognerebbe di dire una cosa simile?) (Meneghello, Jura, in Opere scelte, 984-985).

Una sensibilità che viene dal rapporto, ancora vivo e modesto, con la parola viva, con i suoni e gli odori , con la parola orale e il suo correr di lepre, che ancora negli anni ’60 le fiabe urbane di Calvino e gli altri esperimenti narrativi col “parlar basso”, cercheranno invano di acchiappare. Una simile vocazione alla conquista della parola – conquista non imperialista ma, anzi, quasi “campesina” – suona forse esotica per la “letteratura italiana”, come la intendiamo di default: al contrario, per la scrittura femminile essa è quasi la norma. Basta pensare a Teresa Noce, che lascia il banco delle ‘povere infelici’ conquistando la grammatica dalla passione spontanea e continua per la lettura. Ma persino a Goliarda Sapienza, educata in casa, in quella che il suo compagno e curatore Angelo Maria Pellegrino definisce come “un’oasi di libertà”; più tardi, la scelta di non terminare il ginnasio per entrare alla Regia Accademia d’Arti Drammatiche, per quanto pericolosa e discutibile, sottrarrà la giovanissima donna al veleno della retorica.

Qual è, dunque, la particolarità di libri come I piccoli maestri e, forse in subordine, Il nome delle parole? Quella di dimostrare come un’auto-educazione all’anticonformismo e all’antifascismo siano possibile anche partendo dal “ventre” del regime, lentamente mettendo in discussione le parole da cui veniamo parlati, e imparando a porsi domande. Quella di dimostrare che anche dal disgusto per i doppiopetti, per l’arroganza del “corpo di stato” può maturate una giusta insofferenza – purché essa spinga all’azione, alla partecipazione, e non a un raffinato snobismo entre nous. Questi libri (e i molti altri casi che si potrebbero citare, da Mario Lodi a Vittorini) tessono quindi un elogio dell’autodidattismo come fonte di emancipazione: il chiamare a sé i propri modelli, eletti fuori dei conformismi nazional-popolari e modaioli (fossero pure le mode del parterre militante e alternativo…). Due storie da rileggere anche oggi, nell’opacità culturale e morale dell’italia berlusconiana, così ricca di corpi limati dal denaro e sagomati dal potere. Con una differenza: che se allora esisteva una parola viva e della strada, cui rivolgersi per cercare un discorso anti-conformista, oggi l’unica strada possibile è quella del ritorno ai saperi complessi, alle letture difficili, al duro cimento della critica. E forse, per ritrovare una possibile distanza e alterità di “discorso subalterno”, dobbiamo imparare a ritornare al silenzio di biblioteche semideserte.

saturday night blues [5 settembre 2010]

In canadian bacon, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:07 am

C’è chi ha i Sunday blues; io le domeniche le reggo bene, sarà che a me della famiglia riunita attorno al tavolo a mangiare il pollo arrosto non me ne può fregar di meno, o sarà che tutte le domeniche li sento via skype, i miei; sta di fatto che le domeniche vanno, quel che proprio non reggo sono i sabati. Che poi, non è che, prima, il sabato fosse ‘sta botta di vita, ma insomma, è sempre il momento dei contatti umani, in cui letteralmente stacchi la spina e ti ricordi di essere vivo, vedi gente, scambi qualche battuta, qualche risata, qualche chiacchiera, cose così. Qui zero: tizio è partito, caio pure, sempronio non ne parliamo, e rieccomi di nuovo sola, in attesa di ricostituire fragili e precari legami, in una città più grande (e più fredda) della media. Mi consolo al pensiero che i miei coetanei in Italia probabilmente hanno qualcuno con cui uscire, ma la birra la pagano coi soldi della mamma, coi tempi che corrono. Io ho il problema opposto, che è comunque meno grave. Mi vengono in mente svariati proverbi, persino. Non fosse che per fortuna mi trovo sempre del lavoro da fare, sarei una di quelle figure tristi che passano il sabato sera a spammarsi da sole il profilo di facebook.

Oggi pomeriggio ho deciso di prendere in contropiede la mia vita – no more laundry saturdays! – e di partire per un’esplorazione a Est, la parte della città dove non vado mai, dove ho cominciato timidamente ad avventurarmi in primavera avanzata. La mia non è proprio una flânerie alla Baudelaire, sto cercando la French Bookstore di Toronto che dovrebbe stare da quelle parti, e la sto cercando per un motivo preciso, cioè che per la prima volta in un anno non ho trovato un libro alla Robarts, un libro che tra l’altro è pure di un autore importante, quasi incredibile, anche se bisogna ammettere che è uscito fuori catalogo più o meno una settimana dopo la pubblicazione, tra l’altro a casa a Bologna avevo la traduzione italiana, quindi non intendo ricomprarlo, giusto fare così un tentativo a caso, poco speranzoso, di quelli che non si sa mai, magari mi scrocco la citazione al volo su uno scaffale e sennò, ho comunque fatto un giro. Salgo sullo streetcar 501 (come i jeans, sì) più o meno a Queen W/Beverley. Appena una controllatina e sì, i locali dell’ex-miglior-libreria-di-Toronto sono ancora vuoti. Penso con un ghigno ai proprietari dell’immobile, che hanno di fatto cacciato la libreria aumentandole l’affitto in maniera improponibile, e che da più di un anno hanno i locali sfitti, che se li tengano penso, ci possono sempre fare una bella esposizione dei loro bilanci.

Il 501 va verso est, passa il teatro d’opera, le piazze con le fontane, il fashion district: le strade della moda, e alla moda. Appena fuori Yonge street, a pochi isolati dalla cattedrale commerciale dell’Eaton Centre, la città comincia a mutare. Spiazzi di parcheggi in rovina, facciate scalcinate, picccole insegne che nessuno ridipinge da anni: questa è una zona dove la gente vive e lavora, nessuno spettacolo da esibire. Anch’io vivo in un quartiere così, ma questo ha un’aria strana, per strada non c’è nessuno, solo gente in tuta e ciabatte, mentre altrove la città letteralmente scoppia di persone nell’immediato pre-festivo. A Queen/Parliament sale una coppia, uno è un nero obeso con un cartoccio di patatine di McDonalds e se fosse uno spot sui pericoli della pessima alimentazione, non potrebbe essere più credibile. L’altro, sempre nero, allampanatissimo, letteralmente vestito di stracci, i capelli stretti in quelli che un tempo devono essere stati rasta e negli occhi una disperazione nervosa. Si fruga nelle tasche a lungo davanti all’autista, estrae una manciata di monete sperando che basti, l’autista fa segno che i soldi non bastano, i 3 dollari li vuole tutti fino all’ultimo centesimo, l’altro tipo intanto continua a mangiare e visti assieme sembrano Sancho Panza e Don Chisciotte. Li vedo scendere e avviarsi insieme confabulando, poi, al 500 di Queen East scendo anch’io. È tutto chiuso, non c’`e niente di niente. O ho sbagliato qualcosa io, o ha sbagliato qualcosa google. Provo a rifare un pezzo di strada a ritroso, tra una palazzina prefabbricata, un’officina e un grande centro presidiato da una guardia giurata. Incontro gli occhi inespressivi di un gruppo di alcolisti, o forse ex, appoggiati al muro di un Salvation Army Shelter, il quale peraltro non ha l’aria molto accogliente, giusto qualche vetrina vuota e un cartello che invita a non bivaccare sotto gli occhi delle telecamere. Se qualcosa vendono da queste parti, di sicuro non sono dei libri.

Mi rimetto ad aspettare il tram nel senso opposto a quello da cui sono venuta, con la vaga sensazione di star perdendo il mio tempo, alla pensilina con me c’è un vecchio tossico di quelli DOC, le braccia scheletriche la bocca sdentata e tutto il resto, poi arriva un nonnetto che chiama la moglie per dirle che sta per prendere il tram (“I am about to get on the streetcar”) ed esulto pensando che finalmente ho sentito un vero canadese pronunciare il famigerato “Abùt”, con la ‘u’, che poi in realtà sarebbe un arretramento del dittongo, ma adesso non sottilizziamo.

A Parliament e Queen risale pure il Don Chisciotte rasta, senza Sancho però, e mentre perde un altro quarto d’ora a cercare i tre dollari della corsa, noto che ai piedi porta un paio di gazzelle nere completamente sfondate. All’incrocio successivo, vedo una donna sul marciapiede, accovacciata sui cartoni, il busto leggermente piegato in avanti come quello di una bambola, il volto chino, immobile, i capelli color paglia, e dritti davanti a lei due uomini che le parlano, le espressioni dure, poi se ne vanno, mentre il semaforo continua a non scattare. La ragazza rimane immobile, talmente immobile che mi chiedo se le stia succedendo qualcosa, poi, mentre ormai il tram riparte, la vedo che solleva il volto e manda fuori la boccata di fumo di una sigaretta. Ha due occhi, come se tutto quello che le passa attorno fosse normale.

Non riesco a orientarmi, finché non riconosco un pezzo di strada, uno spiazzo di parcheggio, e mi rendo conto che siamo due isolati a nord di Ryerson University, la nuova sede che in teoria dovrebbe aver ‘ripulito’ la zona di Yonge dal degrado, e infatti è pur riuscita a spostarlo tre metri più in là, fuori dall’area glamour dei negozi delle vetrine delle trasgressioni ‘legali’.

Scendo, cambio, prendo la metro e tutta la meglio gioventù di Toronto sembra si sia data appuntamento su questo vagone, una specie di incrocio tra il vernissage di una mostra underground e una serata disco particolarmente trash. A quanto pare la gente ha approfittato dei primi freschi (parlare di freddi ancora sembra esagerato) per sfoderare stivali e giubbotti di pelle, quelli che tra due mesi, col freddo vero, possono avere una funzione al massimo decorativa. Del resto, è anche il sabato prima di Labour Day, che bene o male, per molti è l’ultima vacanza estiva: normale che per il W/E ci si prepari a far sfracelli. Di fronte a me, un ragazzo asian dagli zigomi larghi continua a lisciarsi il ciuffo con il viso incollato al blackberry, ma talmente incollato che per un attimo ho il dubbio si tratti di uno specchietto per il trucco. Del resto almeno tre donne qua intorno si stanno truccando, e noto che gli specchietti si aprono proprio come i cellulari di ultima generazione. Una donna in particolare mi colpisce. Pare sbiancata con la candeggina. Letteralmente. Ha i lineamenti inequivocabilmente africani, un naso e delle labbra bellissime, gli occhi scuri, i capelli ossigenati e la pelle di un colore quasi rosa che però non ha niente di sano, sembra davvero artificiale. Mi vengono in mente tutte le storie che ho letto sulle lozioni sbiancanti e sui loro effetti pericolosi, spesso permanenti, non ricordo di preciso quali però. La donna si trucca bene, a lungo e con cura, forse un po’ troppo secondo. Quando scendo dalla metro, sta ancora rincarando la dose del fard sugli zigomi.

Sono le sei, cammino su St. Patrick St., sembra che stia per piovere e in fondo non è successo niente. Avrei voglia di una birra, con tutto che sono da sola. Davanti al pub, invece, decido di tornare a casa. Che tanto qualcosa da fare la trovo.

be nazi, be stupid [9 agosto 2010]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, generazioni, lavori pieghevoli, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:03 am

Questa non è una recensione, anche se ci somiglia molto. Non lo è, per due motivi. Primo, perché sono in ferie, se così si può dire, ferie di una scribacchina quasi professionista, pagata anche nei mesi estivi per continuare a “fare ricerca”. Secondo, perché non ho voglia di essere obiettiva o sistematica, né di servirmi di termini come ‘trama’, ‘ambientazione’, ‘complessità’ o ‘struttura narrativa’, cosa che dovrei fare se stessi recensendo ufficialmente Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010).

Avevo sentito parlare di questo libro due anni fa, o forse tre. L’autore era venuto in trasferta a Bologna per presentare il suo romanzo precedente (Italian Fiction, ISBN 2007), un libro sui cosplayers (e, per la cronaca, la presentazione si teneva in quella stessa libreria che compare, sotto falso nome, anche in GND, la libreria Interno 4 di Bologna). A quel tempo, Michele Vaccari stava già lavorando al suo successivo progetto, di cui erano già chiare le linee narrative principali. Mi aveva incuriosito, anche se mai avrei potuto pensare che il libro avrebbe fatto il verso, nel titolo, a una delle mie ossessioni principali: “Giovani, carini e disoccupati”. I film, voglio dire. E anche il titolo, un tricolon di superbo andamento.

“Giovani, nazisti e disoccupati”, nell’italia del 2010 suona un po’ come dire un ipotetico “Precari ma belli”. Una corruzione dell’Italia anni 50, che invece del boom trova una generazione di scoppiati. In fondo, buona parte della narrativa e della cinematografia milleurista (o senzanalirista che dir si voglia) potrebbe dimorare sotto un simile titolo. Il libro di Michele Vaccari no. Fa eccezione. Quel “nazisti” nel titolo, del resto, è lì a dimostrarlo. Sfrigola come soda caustica sulle piastrelle del bagno. Leva ogni senso al termine “giovane”, ogni sorriso, ogni risata registrata.

Il protagonista del romanzo, difatti, non è un giovane. Pur avendo vent’anni, si sente vecchio. Non vecchio: decrepito, inamovibile. “Sentirsi vecchi condizione propria della giovinezza è”, parafrasando le parole rivolte a un’altra giovane-non-giovane dell’attualità letteraria, la Modesta de L’arte della gioia. Ma di sicuro, la condizione descritta da Vaccari stona con quella dominante, oggi. E anche il suo protagonista stona.

I giovani sono decrepiti pur sentendosi invincibili, e nuovissimi. Sono così i giovanissimi aderenti alla nuova estrema destra italiana, quei giovanotti che indossano le magliette del Blocco Studentesco come se fossero gli slogan di Renzo Rosso (slogan come “La nostra rivoluzione sarà una ficata”, dicono niente?). Vecchi che si sentono giovani sono anche gli eterni studenti, i neo-trentenni che non si rendono conto di procedere a larghe falcate verso gli -anta, invecchiati nei loro gilet e nei loro rasta; e i punkabbestia (o -bbancomat, o -mmerda come li chiama folkloristicamente l’io narrante di Vaccari) eterni fuori-sede e fuori-corso, i giovani dello sballo che, negli anni del ritorno all’eroina, ricominciano a chiamarai “tossici”. I precari, persino, quelli che si barcamenano tra un contratto e un aperitivo. Si può scegliere di opporsi a tutto questo mediante l’impegno, la serietà, il lavoro. Oppure NON si può scegliere, e allora si subisce. Certo, anche non scegliere e’, spesso, una scelta. Il non-giovane del romanzo ne è l’esempio. La sua rabbia è eccessiva, svapora senza esplodere, per il troppo bollore.

Giovani, nazisti e disoccupati è un romanzo, o forse persino un racconto lungo, è un “nero” che di “nero” ha solo il colore di certe ambientazioni politiche, ed è un libro ben scritto, con voce e ritmo credibili, forse qualche incertezza di ambientazione e qualche schematismo nella trama, ma un incipit superbo e un finale che non delude. Ma è, soprattutto, un grido d’allarme, un “Non sottovalutateci” (o “sottovalutateLI”, non so) lanciato da quella che non si sente una generazione, al massimo un’accozzaglia di singoli, di individui sull’orlo del fallimento. Un “non sottovalutateci” gridato da chi è inetto, ma che mostra – mediante il ricorso a una metafora politica, quella del nazismo, forse iperbolica ma per nulla infondata – a che cosa può arrivare l’inettitudine, lasciata a se stessa. Un urlo che è una contraddizione in termini. Ma vera, e bruciante.