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Dio benedica l’America. Oppure la salvi.

In attitudine popular, canadian bacon, cinema, recensioni di recensioni, this is the end of the world on dicembre 5, 2012 at 10:12 pm
Un fotogramma da "Detropia"

Un fotogramma da “Detropia”

Un mese fa mi trovavo a Detroit, in Michigan, per una giornata di studi sulla letteratura apocalittica alla Wayne State University. Lo so, la location non poteva essere più adatta all’argomento. Quasi tutti i miei conoscenti, canadesi e americani, hanno già fatto questa battuta, resi edotti – più che da Michael Moore – da documentari come Detropia. Sia detto per inciso, a me Detroit è piaciuta. L’ho trovata una città complessa e viva, e contrariamente al resto del Michigan, in risalita (semmai a rischio di gentrificazione, dato il numero di artisti che la crisi immobiliare ha attratto da 4 o 5 anni a questa parte). E poi ha una delle più importanti collezioni di arte di tutti gli Stati Uniti, che risale ai tempi in cui il famoso 1%, dopo aver sfruttato generazioni di operai, comperava quadri di Bruegel e Matisse a paccate per regalarvi città. Ancora oggi i residenti possono entrare gratis al Detroit Institute of Art, dove, tra le altre cose, ho potuto coronare il sogno di una vita vedendo dal vero le matrici di Sogno e menzogna di Franco” e diverse matrici di Jazz di Matisse. Certo, che le sale di arte afroamericana siano sponsorizzate da General Motors, fa un bell’effetto. Ma non è di questo che vorrei parlare, anche se questa contraddizione è indicativa delle mille complessità di una cultura troppo spesso liquidata con un’alzata di spalle e ridotta, da chi non la conosce, allo stereotipo di Coca Cola e Mc Donald’s.

Durante una pausa del seminario, chiacchierando, uno dei docenti intervenuti si è messo a parlare di The Hunger Games e del fatto che i suoi studenti ne abbiano immediatamente assimilato l’idea in modo commerciale, per esempio esibendo le ‘unghie smaltate’ a tema, a riprova del fatto che qualsiasi critica al sistema viene immediatamente assorbita e resa innocua. Posto che The Hunger Games mi pare già in partenza più assimilabile al mainstream che alla critica del mainstream, la discussione mi è tornata in mente ieri sera, guardand

Unghie a tema - The Hunger Games

Unghie a tema – The Hunger Games

o un altro film: Good Bless America, uscito la scorsa primavera nelle sale americane e diretto dallo stand-up comedian Robert “Bobcat” Goldthwait.

God bless America è un film discutibile da tutti i punti di vista. Discutibile la sua trama, che, come ha notato il recensore John Patterson sulle colonne del Guardian, sembra scritta sul retro di un tovagliolo; discutibile la sua coerenza narrativa, che sfida spesso il senso della logica; discutibile il suo contenuto (per lo più scene di violenza estrema o di volgarità televisiva) e il suo senso dello humor, che definire ‘nero’ è dire poco. Un film irrisolto, ma che a mio avviso vale la pena di guardare – sempre che si abbia lo stomaco di farlo.

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La trama si riassume facilmente: Frank (interpretato da Joel Murray), un colletto bianco di Syracuse, NY, vive una vita grama e solitaria, scandita da emicranie invalidanti, dalle urla dei vicini di casa e dagli atteggiamenti manipolatori dell’ex-moglie, una deficiente capace di regalare un blackberry a una bambina di sette anni. Tutto questo è acuito dalla consapevolezza di una volgarità dilagante, che i media (in particolare tv e internet) stanno elevando a nuovo stile di vita americano. Fin qui, Frank è solo il tipo un po’ strambo e fuori moda che i colleghi trattano con sussiego, ma nel giro di 24 ore, la sua vita cambia completamente. Perde il lavoro (dopo che un suo corteggiamento all’antica, con tanto di fiori mandati a casa, viene interpretato come molestia sessuale) e si vede diagnosticare un tumore al cervello nell’indifferenza più completa. La sera, a casa, mentre medita di farla finita, la consueta volgarità televisiva gli schiude un’epifania: invece di uccidersi, ruba la Camaro gialla del vicino di casa e si dirige alla volta della Virginia, per uccidere a pistolettate Chloe, l’adolescente più viziata d’America, appena vista in televisione. Dopo l’assassinio, si unisce a lui Roxy (interpretata da Tara Lynn Barr), un’adolescente con una chiara predisposizione all’ADD e all’omicidio di massa. I due proseguono la loro fuga indisturbati, facendo le vendette di celebrità da talk-show, estremisti di destra e fanatici religiosi, maleducati da cinema e da parcheggio, anchorman di estrema destra e promotori della cultura d’odio, fan di Mixed Martial Arts (su questo potrei persino essere d’accordo) e giudici di talent show: insomma, chiunque promuova attivamente la bruttura, il fanatismo, la violenza psicologica verso il più debole e l’esibizionismo attualmente dominanti nella pop culture americana.

Per quanto la sua violenza venga attenuata dal filtro della satira e della finzione, God Bless America è un film dove si spara e si ammazza a ripetizione, in modo prima disturbante, poi dissacrante, quindi anestetico. Per capire la portata liberatoria di questa ecatombe, bisogna aver visto almeno qualche ora di televisione americana. So che i miei connazionali alzano le ciglia (dopotutto noi abbiamo avuto Berlusconi), ma la sensazione di shock e direi quasi di terrore che si prova a fare un’ora di zapping sulla televisione americana non è esprimibile con parole umane e non è comprensibile a chi non ne abbia fatta esperienza diretta. Per questo, i venti minuti di satira televisiva che scatenano la follia omicida di Frank valgono da soli il prezzo del biglietto (o della sottoscrizione a Netflix). Capisaldi della trash tv americana come American Idol, The Bad Girls Club e My Super Sweet Sixteen sono parodiati in versioni appena più estreme, ma ben riconoscibili. Le finte clip sembrano, a volte, debitrici delle ‘vere’ clip pescate nel mare magnum di YouTube, quasi a dirci che la realtà della trash tv americana è ben più estrema di qualsiasi parodia. Chloe, la teenager viziata della finzione, parla con parole della (?) realtà. In questo modo il film assume il linguaggio della clip, dello spot o del frammento di tv verità che vuole criticare; allo stesso modo, la completa nonchalance con cui i personaggi uccidono ricorda quella di un videogame. God bless America mi ha ricordato, guardandolo, gli adolescenti di The Hunger Games (che, a detta della sua autrice, è stato concepito proprio in una seduta di zapping, nello straniante contrasto tra scene di guerra e scene di reality show); o il bellissimo e spietato protagonista di We need to talk about Kevin (2012), forse il film che ha trattato con maggior complessità e profondità il tema delle sparatorie di massa americane.

Per questo, nonostante la sottigliezze narrative (tra cui il sottotesto di riferimenti cinematografici e letterari, compresa una doppia citazione di Lolita, una delle quali implicita) e le battute fulminanti, il film di Goldthwait non mi ha convinto. E il motivo non è solo la sua continua, martellante, esasperante brutalità; e nemmeno, problema ben più grave, la superficialità con cui affronta un tema molto delicato (nel guardare la pioggia di pallottole del film tornano in mente le sparatorie di Columbine, di Aurora in Colorado, del Virgina Tech: tragedie autentiche che forse meriterebbero un po’ più di rispetto); ma la completa, contraddittoria circolarità tra il mondo che critica e la sua possibile alternativa, quasi a significare che ogni battaglia è persa in partenza e che ogni possibile opposizione contiene in sé il germe della propria capitolazione al nemico. Del resto, come si diceva, di contraddizioni è piena l’America.

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il ritorno delle tigri della malaysia [4 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, canadian bacon, recensioni di recensioni on novembre 16, 2011 at 5:08 am

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Agli appassionati italiani di Paco Ignacio Taibo II verrà forse spontaneo leggere la sua ultima fatica (il seguito salgariano “non autorizzato” El retorno de las Tigres de la Malaysia) alla luce del confronto con l’autore italiano che gli è più vicino, Valerio Evangelisti: una vicinanza che non si esprime solo nel progetto di recupero politico della paraletteratura e, specialmente, della narrativa d’investigazione, ma in una venatura insurrezionale che attraversa i loro lavori.

Fin dalle prime pagine, ho perciò avuto fortissima la sensazione di trovarmi in una di quelle ibridazioni – tipiche appunto dell’autore nostrano – tra romanzo storico (specialmente messicano), avventura piratesca stile Tortuga e orrore alla Black Flag. Questa sensazione trasmettono, ad esempio, le immagini di guerra dei primi capitoli, in cui misteriose nubi verdi accompagnano l’orrore dispiegato da un progetto imperialista, e ‘cani’ mai visti prima terrorizzano una popolazione incline alla leggenda e alla fantasticheria. Ma non c’è traccia di zombi e di mostri, in questa narrazione, in cui l’orrore non appartiene alla fantasia comune ma alla razionalità scientifica della cultura borghese ottocentesca e al suo ‘civilissimo’ imperialismo. Di simili trompe-l’oeil narrativi è intessuto l’intero romanzo, ricco di reti e labirinti in cui agli stessi eroi salgariani, ormai invecchiati, piace indugiare.

El retorno de las Tigres de la Malaysia è compiutamente e consapevolmente una macchina narrativa, un ordignoJules Verne e a Edgar Allan Poe, a Conan Doyle e alle serie dei romanzi di Karl May – così popolari, se non sbaglio, anche durante il nazismo: ma l’eroe più potente è forse quell’anonimo dal corpo istoriato, Histórias, che entra nelle ultime pagine del romanzo come un muto omaggio all’universo dei fumetti.

In questa esaltazione del racconto sta la forza, ma anche il limite, del racconto di Taibo, che denuncia lo scacco della propria narrazione ma ne fa derivare anche la propria inesauribile energia: di qui l’impossibilità di concludersi, chiaramente l’effetto di questa struttura a incassamenti imperfetti, o narrazione a spirale. Il racconto continua dove finisce l’azione, ci suggerisce il romanziere, e viceversa: ma non c’è il rischio che il racconto subentri all’azione, in un’appagante quanto sterile auto-celebrazione?

Alla luce di questa ambivalenza si comprende la poetica della duplicità che soggiace all’intero racconto, in cui ogni segno porta il marchio del proprio tradimento. Il lettore è costretto a inseguire una nave di carta che reca il nome della menzogna, La Mentirósa. Il vero scarto che Taibo II propone è proprio questo allargamento di orizzonti, in cui ogni cosa è insieme se stessa e qualcos’altro: così la bandiera messicana, da lontano, diventa quella dell’Italia (e sono molti i luoghi in cui, forse omaggiando l’inventore dei suoi “eroi”, Taibo II gioca tra le omofonie apparenti dello spagnolo e dell’italiano), il mito ottocentesco della tecnologia è adoperato tanto in funzione rivoluzionaria quanto contro-rivoluzionaria; l’unico “europeo” della nave diventa, egli stesso, avvocato dei colonizzati; più in generale, l’alleato diventa nemico e il nemico alleato, in un continuo gioco di labirinti e trappole destinate a chiudersi l’una sull’altra.

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Ora, se fosse stato pubblicato negli anni in cui Taibo II ne aggrediva la composizione (nel 2000-2001 a Città del Messico: tempi e luoghi di lotte durissime, trasversali alle più diverse espressioni sociali), non avremmo esitato a definirlo un romanzo “post-moderno”, per il suo uso di strutture cognitive piegate a funzioni narrative, per il suo uso della citazione, per questa poetica della duplicità, per la sua riflessione sull’iconografia e la narrazione popolare, presente anche in altri lavori della decade or ora conclusa (La misteriosa fiamma della regina Loana di Eco, per esempio). Per non parlare di quella nuova forma di ‘intertestualità’ genettiana adombrata dall’etichetta della “collaborazione involontaria dell’Autore”…. Labirinti e tigri di carta non devono però ingannarci: l’ambivalen

za è narrativa, non.ideologica. Le tigri sono “anti-imperialiste” senza ombre e confusioni e nella loro geografia (costruita a tavolino e per fonti bibliografiche proprio come quella di Salgari) non si scrive più la voglia di ‘esotismo’ di una generazione impiegatizia proto-fascista, bensì la denuncia di un progetto di rapina e oppressione durato

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secoli, su una mappa di riferimenti che va dalla sanguinosa repressione della Comune di Parigi alle guerre cinesi dell’oppio. La ‘duplicità’ diventa allora il mezzo necessario per liberare energie potenzialmente ‘progressiste’ in personaggi come quelli di Salgari, che non erano certo “anti-imperialisti” all’origine (anzi…) ma che, nella loro eccedenza, hanno finito per diventarlo, almeno nell’immaginario di quattro generazioni di lettori.

Da questo punto di vista, la scelta del rallentamento estremo, della ‘rinuncia all’azione’, concentrata in pochi inevitabili momenti, e l’enfasi sempre più forte sulla natura meta-narrativa del romanzo, non è solo una scelta anti-retorica: è una scelta politica, forse l’unica possibile al giorno d’oggi.

In questo modo Paco Ignacio Taibo incontra il passaggio – a mio avviso diffuso nelle trasposizioni degli ultimi vent’anni – dall’enfasi sul ribellismo dell’azione alla potenza liberatrice dell’immaginazione letteraria. Un passaggio che la piena acquisizione delle poetiche post-moderne ha reso possibile, rischiando però di annichilire l’energia e la potenza delle narrazioni originarie, facendone una figurina d’epoca buona al massimo per farci il découpage. Anche senza scomodare l’elefante nella stanza (la trasposizione televisiva di Sergio Sollima, di cui non parlo e non voglio parlare), è evidentissima la distanza e la mutazione di valori che corre tra l’attuale passione per i vecchi eroi e supereroi della nostra (o dell’altrui) infanzia e le trasposizioni salgariane degli anni ’60 (penso a quella radiofonica del 1969, o a quella, poi rimasta inedita ma realizzata negli stessi anni, di Mino Milani e Hugo Pratt, che nella voce targata EIAR e nella dinamica pulizia di quello stile fumettistico trovavano un equivalente dell’azione salgariana) ; per non parlare di quel capolavoro dimenticato che fu l’adattamento teatrale di Aldo Trionfo e Tonino Conte nel 1972, un grande atto di denuncia dell’avventurismo coloniale e dell’esotismo nevrotico della Belle époque italiana, con chiarissimi riferimenti alla pesante cappa del tradizionalismo educativo italiano (di quello spettacolo scrive cose illuminanti Franco Quadri, nel suo L’avanguardia teatrale in Italia; ne è stata fatta di recente una ‘ripresa’ parziale al genovese Teatro della Tosse, proprio in coincidenza con le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia).

Con la sua sapienza narrativa, Taibo II disinnesca la retorica roboante e proto-fascista, ma allo stesso tempo usa la precisione storica e la sua immediatezza di narratore popolare per tenersi lontano dall’intellettualismo di un puro gioco di ‘riscritture’: parla chiaro, in tal senso, l’orrore dei suoi “carnai” – che arrivano tardi nel romanzo ma non hanno più niente di metaforico o immaginario: macellerie ispirate alla cronaca di guerra più che allo splatter. Mantenere viva l’urgenza, e il piacere del racconto senza dimenticarci il puzzo e l’orrore dei cadaveri: è questo, più ancora che l’invito alla ‘rivoluzione’ permanente, il vero valore della continua ripresa di icone come Sandokan e Yanez, e del loro racconto infinito.

del leggere, dello scrivere [28 novembre 2010]

In a spasso tra i libri, recensioni di recensioni on novembre 16, 2011 at 4:11 am

Scrivere è un’attività complementare alla lettura, e non, come molti pensano, ad essa opposta.
Ma esistono diversi modi di leggere, e non tutti sono ugualmente fertili e produttivi.
Ci sono letture utilitaristiche, grame, cui corrispondono scritture a scadenza, nate morte.
Ci sono letture fatte per colpi e per parentesi, cui corrispondono scritture senz’anima, fatte per riempire le pagine, produrre altra scrittura.
Ci sono scritture del margine, schizzate di corsa su un taccuino, e ci sono minuti di lettura rubati all’ansia e riguadagnati alla pura gioia.
Ci sono letture superficiali e assenti, fatte contando le parole come fossero capi di bestiame, e le scritture che ne derivano sono parassitarie, distratte, assenti a se stesse.
C sono letture fatte perché devi, perché è un “must”, perché è il libro che conta, perché è il titolo che sta sulle bocche di tutti, perché è il libro “giusto” e non puoi non averlo letto; e a queste corrispondono le scritture dell’inutile, fatte tanto per “essere creativi”.
Ci sono letture esplorative, tese, attente, e concentrate, letture che spesso bisogna ripetere, o rallentare ruminando ogni frase; e ci sono scritture dense di scoperte e di pensieri, concentrate e telluriche, lente come il moto di un pianeta.
Ci sono letture di puro appagamento, che fanno vibrare ogni poro; o che ti estraniano dal resto del mondo come e più di una cortina fumogena di musica iniettata direttamente nell’orecchio, e a queste corrispondono quelle scritture lievi e divertite, quando ogni parola ti strappa un sorriso complice, e ogni virgola è una piroetta autocompiaciuta.
Ci sono letture sbagliate e tentativi abortiti. Ci sono letture rinnegate, e manoscritti bruciati.
E ci sono le letture che ti ispirano per tutta una vita, e ti rivelano a un colpo d’occhio la tua vera figura. Purtroppo, pochissime scritture le accompagnano.

proverbi e cliché all’ombra del nespolo

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema, recensioni di recensioni, repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 4:10 am

Se mai fossi costretta a dedicare tutta la mia attività di ricerca a uno e un solo argomento, una delle scelte più probabili sarebbe lo studio delle trasposizioni. E questo per un semplice fatto: ogni trasposizione, anche la più sciatta e malriuscita, rivela moltissimo non solo delle opere trasposte, ma soprattutto della sensibilità dei nuovi destinatari. Questo è vero specialmente delle trasposizioni sciatte e malriuscite, alle quali difficilmente chiederemmo di illuminarci nell’interpretazione di un romanzo, ma che molto dicono dei costumi (e dei malcostumi) letterari di un’epoca.

È questo il caso de I Malavoglia (in inglese The house by the medlar tree), la rivisitazione verghiana di Pasquale Scimeca che è stata di recente presentata al TIFF qui a Toronto, con tanto di bollino a dichiararne l’“interesse nazionale”. Quella di Scimeca è una trasposizione su tre livelli: è un passaggio di medium, innanzitutto (dalla pagina allo schermo), ma anche di tempo, poiché la vicenda è ri-ambientata ai nostri giorni, e di spazio, dato che all’originaria Aci Trezza nel catanese, il regista ha voluto sostituire Portopalo, comune scelto per la sua posizione di estremo meridionale dell’Europa. Simboli e metafore geografiche si sprecano difatti, in questa narrazione che vuol toccare molti temi caldi contemporaneamente, dal disagio giovanile alla difficile realtà delle migrazioni. Dal numero delle questioni affrontate, verrebbe spontaneo pensare all’attualizzazione come a un metodo per rendere esplicite le conflittualità latenti nella storia della cultura (Pasolini mi pare dicesse qualcosa di simile a proposito del suo progettato San Paolo): ma di conflitti in ultima analisi non resta traccia, e all’ombra del nespolo restano solo messaggi consolatori.

Un’attualizzazione tanto radicale pone svariati problemi, a cominciare da quello della credibilità, questione ineludibile in un’opera che si vorrebbe realista. I Malavoglia del 2000, tanto per dirne una, sono forse gli unici pescatori in tutto il Mediterraneo a non servirsi di una radio (in compenso se la cavano benissimo con mixer e computer), e alle previsioni del tempo continuano a preferire l’antica sapienza meteorologica dei vecchi. Ma questi sono peccati veniali, che potrebbero risultare marginali o persino invisibili, in un altro contesto: un grande come Hitchcock era famoso per le sue imperfezioni, che rendono ancora più straordinaria la sua maestria narrativa. Non è questo, però, il caso.

Se le antiche tecniche di pesca non rivivono bene nella Sicilia d’oggi, il resto delle equivalenze calza fin troppo. Così, mentre alla cassetta dei lupini si sostituisce merce di dubbia provenienza da portare sulle coste del Marocco, il giovane operoso Alfio Mosca diventa il marocchino Alef, clandestino che lavora nelle serre di Pachino, l’osteria di Santuzza dove ‘Ntoni si alcoolizza diventa il “Bar Uzzy”, e al brigadiere cui spetta il compito di “sedurre” Lia si sostituisce un mafioso (e non aggiungo altro, per non rovinare uno dei pochi guizzi di un’opera che, del resto, è invece stancamente prevedibile).

Nei 15 minuti di dibattito al termine della proiezione, apprendiamo che la fase della sceneggiatura è stata interrotta durante la lavorazione, e che il film è stato realizzato per successive improvvisazioni degli attori, tutti non-protagonisti, scelti tra gli abitanti di Portopalo. Questa tecnica ha un nome, docu-fiction; è una tecnica che affiora ogni volta che il cinema vuole documentare la realtà, anche attraverso la mediazione di trame e sceneggiature provenienti dalla letteratura; questo specifico esito, tuttavia, èeminentemente televisivo. Più che alle docu-fiction degli anni 70 (penso alle prove magistrali di un Grifi) pare di assistere ai recenti adattamenti di capolavori letterari per la televisione, in primis quella soap ispirata ai Promessi Sposi (2005, per la firma di Simona Ercolani e Fabrizio Rondolino), dove Renzo, ribattezzato Walter, faceva il tassista e Lucia era la figlia di una portinaia. Rondolino la definì nientemeno che “la prima fiction neorealista” («Senza voler fare paragoni, ma solo per capirci, Rossellini scriveva la storia, non i dialoghi, poi dava indicazioni agli attori e se ne andava. Non c’ era un copione», rispondeva lo sventurato al Corriere della Sera, in data 3 giugno 2005).

Il film di Scimeca ha pretese ben diverse, ed è intessuto di citazioni al grande cinema e a una cultura elevata: non manca l’omaggio, del resto ovvio, a Luchino Visconti; nella presentazione si cita Gramsci (“il pessimismo dell’intelletto, l’ottimismo della volontà”); in certe scelte lo spettatore potrebbe riconosce anche una strizzata d’occhio a De Seta, il primo De Seta di Vinni lu tempu de li pisci spata, di Contadini del mare, di Pescherecci (tutti e tre del 1955) e, per restare in tema di migrazioni, l’ultimo De Seta di Lettere dal Sahara (2008). In teoria c’è tutto; solo che l’esito è opposto a quello dei maestri, del tutto coerentemente con la mutazione del “neorealismo” in “docu-fiction”, e del tramutarsi di una grande aspirazione a una cultura di “popolo” nel più piatto e banale nazional-popolare televisivo.

Tutto tradisce questa banalizzazione. La lingua, ad esempio, che dal barocco artificio di un dialetto ricreato ad arte – tale era quello de La terra trema, secondo il parere di dialettologi un po’ più autorevoli di me (Fabio Rossi, Dialetto e cinema, ne I dialetti italiani. Storia struttura uso, a cura di Manlio Cortelazzo, Carla Marcato, Nicola De Blasi e Gianrenzo P. Clivio, Torino 2002, pp. 1035-47) – scade in un banale parlato quotidiano. Oppure l’uso dei proverbi, snocciolato nell’enumerazione piatta e banale di un rap. Il casting, persino: almeno tra gli attori giovani, prevalgono i volti familiari, semplici, privi di qualsiasi asimmetria e in qualche modo telegenici: quanto di più lontano dai volti cinematografici cui ci aveva abituato il neorealismo. A dimostrazione di quanto certi critici duri d’orecchi non voglion capire: e cioè che la natura del grande realismo (penso a certi campi lunghi ejzensteniani di Blasetti) sta nell’artificio, nel farsi metafora della “prosa del mondo”; e che, viceversa, più si alimenta l’illusione di poter toccare e raggiungere la “realtà” nel suo darsi immediato, più si è preda di mille artifici non voluti, di mille cliché tanto introiettati da apparire “spontanei”.

Ora, qui non si sta criticando Scimeca perché non fa i film neo-realisti; siamo nel 2010, ci mancherebbe solo mettersi a rifare il neorealismo. Il problema è che questo film, che si vorrebbe in dialogo con quella ricca tradizione, sembra averne preso le caratteristiche deteriori, come la superficialità e la demagogia, perfettamente riadattate alla presa diretta dell’oggi. Così, per dichiarare l’etica del “raccontare i vinti”, non si trova di meglio che spiattellarla, pari pari, davanti a una telecamera; così il film si confonde continuamente con i suoi contenuti e scopi edificanti – da una dichiarazione di principio sulla realtà delle giovani generazioni in Sicilia, fino all’idea, insita nell’attualizzazione, di voler riavvicinare i giovani a un capolavoro del passato. Che dire; buone intenzioni, ideali condivisibili; ma per fare un’opera d’arte l’ottimismo della volontà non basta. Perché, su questa strada, le idee si riducono a cliché o si risolvono in trovate, e i simboli diventano palesi e meccanici: il rombo della tempesta per l’angoscia, il rullo dei tamburi per il destino, la tela del ragno per la “perdizione” di Lia…

Perché quello che rende insopportabile questo film, in ultima analisi, è proprio la sua mancanza di allusività. Basta pensare a quel capolavoro che era, ne La terra trema, la scena della seduzione di Lia, appena intuita nel buio grazie al combinarsi di un passo, di un movimento, di un’aria d’opera fischiata (scelta che, a sua volta, era un omaggio verdiano, cioè l’inchino di un grande narratore colto e popolare a un altro narratore colto e popolare: un omaggio carico di significati per chi pensa che sia possibile narrare in modo semplice, non-intellettualistico, senza perciò scadere nella banalità più trita). In questi Malavoglia, invece, nessuna allusione: allo spettatore non si chiede alcuno sforzo. Ntoni, appostato contro il muro e mezzo ubriaco, vede il suv di Michele entrare nel vicolo, vede (e sente) i due clic dell’antifurto, vede Michele e Lia scendere dall’automobile per entrare nella casa. Una scena così potrebbe averla girata Muccino (e infatti ne ha girate di simili). Nessun mistero, nessuna innaturalezza, nessun artificio di realismo: solo la realtà, nella sua banale ed esplicita tautologia. Una realtà dal finale riscritto, ovviamente: ché il pessimismo verghiano non va d’accordo con l’ottimismo dei tempi. E nemmeno con quello della volontà.

l’horror, l’orrore [28 febbraio 2010]

In attitudine popular, cinema, recensioni di recensioni, sci-fi on novembre 16, 2011 at 3:04 am

Andare a vedere un film di vampiri la notte di San Valentino è un po’ come farsi del male da soli. Posso provare a considerarla un’esperienza “antropologgica”, come diciamo noi italiani di sinistra di tutte quelle cose che dovremmo semplicemente definire “stupide” e che non possiamo dire di aver visto su Blob.
Quando arrivo allo Scotiabank Theatre, sono già le sette e dieci. Per fortuna la mia amica Allison, più puntuale di me, ha già avuto il tempo di aprirsi un varco nella massa appiccicosa di coppiette. La sala dove proiettano Daybreakers non è al completo. È, anzi, una delle meno affollate. Pure, nella penombra degli interminabili spot pubblicitari, non scorgo che coppie. Mani nelle mani, carezze ricoperte di pile, baci scricchiolanti di popcorn.
L’unica eccezione è costituita, oltre che da me e Allison, da un single di mezza età, che continuerà a sghignazzare con gusto per tutto il film, specialmente nelle scene più truci. Contegno tutto sommato adatto a un film che a spaventare non riesce proprio – a meno di non immedesimarsi nelle migliaia di pomodori spremuti per ottenere tutto quel sangue.
Non c’è dubbio che uno dei destinatari principali siano proprio loro, i ragazzini dell’era Twilight. Che vengono al cinema a vedersi un sano polpettone e si trovano di fronte a un messaggio inequivocabilmente politico. Daybreakers è infatti la storia di un mondo dove i vampiri hanno fatto un coming out spontaneo e generalizzato, dilagato in una vera e propria pandemia.
Nel 2019, a dieci anni dalla svolta, il mondo è diviso tra i vampiri che hanno ripristinato una normalità sociale semplicemente invertendo il ritmo del giorno e la notte, e i pochissimi umani che devono nascondersi, per non essere catturati e “coltivati” in fabbriche di sangue. La minaccia rappresentata dalla fine del sangue, e la necessità di ripensare un modello di vita “umano” sono trasparenti allegorie di una situazione politica mondiale fondata sullo squilibrio e sull’uso forsennato delle risorse naturali.
Infiltrare una denuncia politica in un genere popolare è tutt’altro che una novità. Tanto più se, come in molti classici del genere, l’horror si intreccia alla distopia (genere cui i registi Michael e Peter Spierig hanno attinto a piene mani, riciclando stilemi e immagini di classici, da Blade Runner a Matrix). Quel che colpisce, tuttavia, è l’assoluta normalità dell’ambientazione distopica, che ricalca alla lettera il nostro presente consumista.
L’orrore dei vampiri si esprime nella fila alla metropolitana per avere il caffè macchiato di sangue, nelle pareti asettiche del tunnel sotterraneo che permette di spostarsi in sicurezza durante il giorno, nella pioggia di aggeggi e gingilli inutili nelle macchine modificate per guidare sotto i fatali raggi del sole. Il mondo dei vampiri è un mondo di eletti che continua ad assottigliarsi. I più ricchi lottano per mantenere i propri privilegi, mentre la povertà si estende contagiando anche i nostri vicini di un tempo, o i lavoratori manuali che non potendo più pagarsi le razioni di sangue regrediscono a uno stato mostruoso e infero. Daybreakers parla così della nostra ossessione per le strade sicure, in nome della quale faremmo persino uccidere chi ci disturba con lo spettacolo della sua povertà. E soprattutto, parla della guerra di un’America sempre più assediata, sempre più prigioniera della propria dicotomia (forse rovesciata, suggeriscono gli autori) tra luce e buio, tra bene e male, che solo una nuova speranza (quale?) potranno riscattare. Quasi da manuale (ma non per questo meno potenti) le scene di guerra, in cui i vampiri cacciano i loro ex simili in uniformi da marine e a bordo di mezzi corazzati simili a quelli impiegati in Iraq. E naturalmente non mancano le adolescenti vampiresche di questi anni zero, alle quali il film allude nella prima scena – il suicidio di una ragazzina che, stanca della sua eterna adolescenza, si lascia incenerire dal primo sole dell’alba, all’esterno di una tranquilla casa bianca, da pieno ‘gotico americano’.
Quanta distanza dalle atmosfere di The Wolfman, altro horror imperversante in questo inizio d’anno. Non cambio genere e ci riprovo, infatti, pochi giorni dopo; da sola, complici la noia e l’inverno canadese. Multisala raggelante e semivuota, dopo il diabete dei giorni precedenti.
Il film, lo dico subito, è una delusione non riscattata nemmeno dall’ottimo uso degli effetti sonori e dalla presenza di Benicio Del Toro. Prevedibile, oleografico, senza “scarti”; e a tratti attraversato da fastidiose reminiscenze disneyane o perraultiane. A differenza che in Daybreakers, non ci sono riscritture: la trama è quella classica, col lupo mannaro e le sue trasformazioni, condita da un’ambientazione inglese (tra le campagne e la capitale) che più inglese non si può. L’accento degli attori, in particolare di Emily Blunt (interprete dell’angelica Gwen), è talmente British che me ne accorgo persino io. Opposto anche l’equilibrio degli ingredienti; se in Daybreakers c’era redenzione senza amore (niente love story per il bel vampiro buono Edward Dalton e la pasionaria umana Audrey Bennet!) qui invece c’è amore senza possibile redenzione. La bella non salva la bestia, che muore non senza aver sferrato l’ultimo morso. Sarebbe un film piatto e prevedibile, se non fosse per il senso di pietà che accompagna il destino irreversibile del “mostro”: che è pur sempre uno di noi, anche se segnato da una diversità malvagia.
Non è certo un caso che gli unici capaci di provare scrupoli per la vita dell’uomo-lupo siano gli zingari accampati nei pressi del villaggio, a loro volta sospettati dall’ottusa e razzista comunità locale; e non è un caso che la catastrofe a orologeria della mutazione licantropa avvenga in un manicomio “foucaultiano”, al centro di un teatro anatomico, sotto gli sguardi di un’intera comunità di scienziati. Come tutti i film horror, anche The Wolfman finisce inevitabilmente per dare una forma e una direzione alle paure del presente; e non solo per la sua dimensione così cupa e priva di speranze. L’orrore esplode nel cuore di tutti i dispositivi di controllo, contagiandoli inevitabilmente: il potere coloniale della nobiltà britannica sull’India; l’autorità paterna e il recinto chiuso della comunità locale, diffidente verso chiunque le sia estraneo; e infine i dispositivi della repressione sociale, incarnati dal manicomio e dalla polizia.
Solo le donne – seppur non immuni da stereotipi di “eterno femminino” – riescono a farsi portatrici di un sapere e di un ”coraggio” diverso, capace di rifiutare la caccia al mostro e, potenzialmente, di arrestare il contagio; ma il loro tentativo è soffocato dai vani propositi guerreschi di padri, fratelli e mariti. È difficile immaginare come sarà il futuro, ma di certo non moriremo per mano di un vampiro o di un lupo mannaro. Quel che invece appare plausibile, è che si sta ridisegnando il nostro rapporto con l’Altro, il “nemico”: un rapporto apparentemente empatico e spesso venato di erotismo, segnato dalla prossimità estrema del “mostruoso” alle nostre vite. Non potrebbe essere altrimenti, in anni in cui le ragazzine sognano di essere contese tra vampiri e lupi mannari sul palscoscenico dei loro teen movie immaginari. Sognando di essere ghermite dal mostro e di avere per amante un vampiro, non ci accorgiamo del mostro che abbiamo in noi. Forse è un triste segno dei tempi, che ci voglia l’horror per guardare in faccia il presente e dirne l’orrore.

recensioni di recensioni [31 maggio 2009]

In recensioni di recensioni on novembre 16, 2011 at 1:38 am

Se Pier Paolo Pasolini considerava le proprie osservazioni sui fatti artistici e culturali del tempo come “Descrizioni di descrizioni”, è al suo insegnamento che si ispira questa nuova sezione dedicata alla letteratura², letteratura di secondo grado. Sezione dedicata non solo a recensire le altrui recensioni, come oggi, ma più in generale animata dalla consapevolezza che qualsiasi sguardo sulla letteratura si trasforma anche in altro, in uno sguardo proiettato sul mondo e incorniciato da una critica, da un sapere, da un’attitudine visiva. Visivo che sconfina sempre più nel verbale, trasformando la nostra lettura lineare in un abbeccedario illustrato e intarsiando la critica di termini imprestati. Sceneggiatura, inquadratura, velocità, ritmo: la grammatica delle nostre narrazioni è scritta dal cinema, dalla video-arte, dal fumetto, o graphic novel che dir si voglia. È evidente: noi non leggiamo, noi vediamo.
È per questo che non stupisce il tentativo di recensione disegnata con cui la redazione di Repubblica delle Donne prova, ieri 30 maggio 2009, ad affrontare l’ultimo romanzo di , “Sorella mio unico amore”. Autrice più che mai attenta al proliferare della realtà nel romanzo, grande indagatrice di quel terreno scivoloso a metà fra la storia, la cultura popolare e la cronaca: basti pensare a un affresco delle manie pop come “La ballata di John Reddy Heart”, o al giallo-nero (svuotato di ogni suspence, e ridotto alla magmatica evidenza di un realismo solo apparente) di “Acque nere”, o ancora a quel sorprendente intreccio di realtà e finzione che è “Blonde”, dedicato all’icona femminile del Novecento: Marylin Monroe. Quello delle immagini sembra l’unico linguaggio adatto a dipanare l’insieme di stereotipi, allucinazioni e mascheramenti che si intrecciano nei collage della scrittrice, a metà tra l’iperrealismo americano e la continua mediazione del giornalismo cartaceo e televisivo: tanto più per raccontare questa tragica storia di bambina ridotta a icona iperfemminile, a mera sineddoche della sessualità.

Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta – recensori rispettivamente in testi e disegni – non interpretano, però, nulla di tutto questo. Riproducendo lo stile ormai affermato di “fumetti disegnati male”, addomesticato però nei rassicuranti tratti di pennarello e nelle campiture nette, sono lontanissimi tanto dalle quadricromie sgranate in cui personalmente continuo a visualizzare il romanzo della Oates, quanto dall’opalescenza delle pagine internet squadernate da Google, notorietà fantasmatica che continua a ossessionare l’io narrante Skyler (nella finzione, fratello della protagonista). I testi, in linea con la tradizionale acquiescenza che caratterizza l’informazione culturale dominante, sono poco più che una quarta di copertina snocciolata: non aggiungono nulla, non lasciano trapelare nulla; e così deve essere, perché, in una recensione disegnata, è all’immagine che bisognerebbe affidarsi. Ma nella finzione di album fotografico (citazione non originalissima di una certa America) disegnata da Marotta, non c’è nulla che distingua la storia di Bliss Rampike da “Huckleberry Finn” o da “Vaporidis in carcere”, per dirne una. La recensione disegnata si rivela in definitiva per quel che è: un’ennesima occasione sprecata, a riprova di quanto la sintassi del cosiddetto “fumetto d’autore”, con il suo tono “underground” e la sua apparente alterità – sia stata assimilata alle prospettive dell’Industria Culturale e della propaganda letteraria. Quella che tesse le lodi del mainstream e della letteratura alta, quella che decide chi sta dentro i salotti buoni e chi no: quella degli Strega, non delle streghe.

capelloni, ninfette e marziani (14 maggio 2009)

In attitudine popular, recensioni di recensioni, sci-fi on novembre 16, 2011 at 1:33 am

Certo che bisognava proprio essere dei capelloni di Berkeley, per credere agli alieni. È il 1968. Una famiglia illuminata e benestante, padre insegnante universitario, due figli adolescenti. Il maggiore, Barry, scomparso da un anno, viene ritrovato ad Abilene, Texas. Il padre si precipita all’ospedale. Il ragazzo è in stato confusionale. Non ricorda come si chiama, non riconosce i genitori e la sorellina, ha solo un vago ricordo dii nomi di strade, a Berkeley, crede di essere all’Hendrick Hospital. Non sa perché si trovi in Texas. E, soprattutto, è convinto di essere ancora nel 1967. È fermo a un anno e tre mesi prima.

Sono gli anni di Charles Manson, gli anni che vedono il trapasso di una controcultura gioiosa e allegra in un brutto, bruttissimo trip. Un oscuro scrutare, lo definirà Philip K. Dick in un suo romanzo, parzialmente autobiografico, di un decennio più tardi. Quale padre, in quella California, trovandosi di fronte il figlio diciottenne delirante e in preda all’afasia, avrebbe creduto a un rapimento degli alieni?

Questa domanda mi è venuta alla mente rileggendo, per puro caso, un romanzo di fantascienza che avevo letteralmente adorato fra la seconda e la terza media: Il drago di bronzo, di Marion Zimmer Bradley. A quell’età, che la storia fosse ambientata in una leggendaria città californiana o nel bagagliaio di un’automobile, mi era indifferente. Mi interessava il seguito, gli alieni buoni e quelli cattivi, capaci di assumere tutte le forme: chi avrebbe vinto? Non mi appariva allegorica la lotta contro l’arroganza di un pianeta che non rispettava le leggi confederali, credendo di assoggettare tutto e tutti, privo di ogni elementare solidarietà tra i membri stessi della specie, pronti a uccidere i fratelli più deboli per conservare la purezza della razza. Non coglievo, o quasi, il senso di non-violenza portato, nella tranquilla Berkeley, da quegli alieni di razza superiore, che guardavano all’istinto umano di difendersi come a una sorta di barbarie. Peace and Love.

Un mondo luminoso sarebbe venuto a liberarci – proprio come avevano fatto, in modo ancora imperfetto, gli americani con noi europei. Una specie di Piano Marshall interstellare ci avrebbe liberati, tra l’altro, dall’ossessione delle guerre, dall’ansia dei genitori nei confronti dei figli, dal pessimo insegnamento della matematica impartito nei licei. Difficile non pensare agli hippy, ma ancor più difficile pensare che quei messaggi subliminali potessero trovarsi in un libro per bambini.

Perché il romanzo della Zimmer Bradley, pubblicato originariamente nel 1969, è stato pubblicato in Italia nel 1991 per Salani, tradizionalmente editore per l’infanzia. Siamo tutti abituati alle ricadute socio-politiche della fantascienza, ma mettere in mano a un bambino quella storia di alieni capelloni e ragazzi scappati di casa…

Ma tanto, non attaccava più. The times, they had changed. Neanche un mese dopo, mi trovavo con quattro ragazzini miei miei coetanei, ad accalcare la sala del cinema Imperial – mai nome fu più azzeccato. Davano, in prima visione, Independence Day.

Altro che pacifismo, le sventole che non si prendevano gli alieni. E figuratevi che a dargliele era un reduce della Prima Guerra del Golfo.