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Tales from a different St. Patrick (2)

In attitudine popular, partire o restare, repubblica delle lettere, road post on marzo 21, 2012 at 12:53 am

Il pullman della Greyhound entra nel Coach Terminal di Rochester con una curva larga e svogliata. È in ritardo di pochi minuti, davvero un’inezia se si considera che la St. Patrick’s Parade ha bloccato la circolazione per quasi sei ore. Eppure una viaggiatrice – una signora magra sulla cinquantina, che regge uno zaino da campeggio e un cuscino lilla – è già sul piede di guerra, pronta a catapultarsi a bordo prima ancora che i motori siano spenti, i portelloni aperti, i bagagli della tratta precedente scaricati. L’altoparlante annuncia l’imbarco, ma l’autista, che probabilmente è al volante fin dalla mattina, vorrebbe prendersi una pausa: il tempo di una sigaretta, uno snack, magari una pisciata. Ci chiede di rientrare e di aspettare qualche minuto. È appoggiato contro il muro e si concede il breve lusso di piluccare alcuni mirtilli da una confezione, quando l’agguerrita backpacker sente il bisogno di tornare a chiedergli qualcosa. «I understand that you’re eating your blueberries, but…», fa in tempo a proferire, prima che l’autista la indirizzi verso ben altra destinazione.

Arriva un secondo bus di una compagnia partner e noi passeggeri diretti a Toronto ci veniamo dirottati sopra. Non si capisce perché, dato che dovremo tutti scendere a Buffalo comunque, ma io come un bravo soldatino ordinato monto in castigo sul mio Trailways sfigato, che non ha la wi-fi e che emana odore di cuccia.

Lasciamo Rochester e nel giro di pochi minuti siamo in aperta campagna. Il sole caldo del tardo pomeriggio conferisce un’aura anche al paesaggio spelacchiato dell’Upstate NY. L’erba ha una sfumatura densa e pastosa, le abitazioni agricole (dei barn, costruzioni note all’italiano medio grazie alla grafica di Farmville) sembrano avvolte in una luce cinematografica. È il cielo di Hopper, nella sua infinita trascendenza.

***

Il paesaggio umano della stazione di Buffalo in un fine-settimana mi è familiare – niente a che vedere con i personaggi poco raccomandabili che ci puoi trovare la sera, o con la gente che ho visto transitare per Detroit senza denti (droga? no – piorrea e mancanza di copertura sanitaria) e con scatole di cartone. Famiglie numerose con borsoni stinti, vecchie avvolte in felpe extra-large, pendolari con la felpa della Osgoode Law School, bambini che si rotolano sul pavimento, fidanzati che si sbaciucchiano promettendosi amore eterno almeno per un’altra settimana: un’umanità pendolare che potresti trovare anche alla stazione delle corriere di Reggio Emilia, o di Ravenna.

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Da Buffalo a Toronto, mi ritrovo seduta accanto a una ragazza sino-americana. Parlando scopro che è anche lei un’accademica, lavora in una cittadina del Massachusetts che io conosco (non bene ma ci sono stata anni fa a pranzo con mia zia), e che come me è in viaggio per una convention – la sua è proprio a downtown Toronto. Dopo la nostra breve conversazione, infatti, si rimette a lavorare al suo intervento. Lo sta scrivendo di sana pianta, parola dopo parola, a volte usando direttamente Google Translate dal cinese. Non dovrei farlo, ma non posso impedirmi di sbirciare tra le righe della sua presentazione. L’inglese è una roba da accapponare la pelle.

Ma non intendo giudicare. Magari quest’accademica magra, stressata e dipendente dal wi-fi della Greyhound è la reincarnazione cinese di Marc Bloch e non ha avuto tempo di prepararsi perché stritolata da montagne di composizioni, paper, assignment più o meno creativi, lettere di raccomandazioni, email, comitati, riunioni, incarichi organizzativi, commedie studentesche, ricevimenti ed esami. Ne ho visti, di accademici affermati che presentano un talk tirato insieme in mezza giornata per pura e semplice mancanza di tempo. Se fatico a ricercare io, che sono in un dottorato, mi figuro cosa debba essere la vita di un adjunct – alias precario: perché, sì, gente, i precari esistono anche in Nordamerica.

***

Che esistano, ci è stato detto chiaro e tondo proprio alla convention della NeMLA dove sono appena stata. Il giorno precedente, infatti, mi sono unita a un collega (un giovanissimo e brillante anglista del North Carolina) e ho seguito un panel sul futuro dell’accademia – errore da non ripetere mai più, ci ammoniranno i colleghi più anziani la sera.

Un’esperienza avvilente ma istruttiva. C’erano tutti: il radicale tenured che si dice consapevole della propria fortuna, la precaria che da quarant’anni cerca di sindacalizzare il proprio campus, l’esperta di lingue moderne che ha gioiosamente aderito alla filosofia commerciale (sell it babe!), la storica finita a insegnare in un’American University in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini e, dulcis in fundo, il professore a contratto di e-learning (per diversi atenei, comprese alcune delle università ‘for profit’ più screditate degli USA) che magnifica la propria libertà – ah, poter insegnare via skype da una cittadina sperduta del Minnesota! Correggere i paper in pigiama!

Spiace dirlo, ma più che un panel sembra l’A-Team della sfiga accademica. Perché non si tratta semplicemente di “non fare gli schizzinosi” e trovare modi di sopravvivere a un mondo cambiato. No. Per alcuni relatori, si tratta di abbracciarlo con entusiasmo, questo mondo, illudendoci che sia possibile continuare in eterno a trovare delle nicchie e convincendoci che dopo tutto l’accesso alla cultura, il diritto alla formazione siano cose negoziabili. E tanto peggio per la massa di quelli che vengono stritolati – colpa loro, non hanno saputo adattarsi e sopravvivere, non sono stati “furbi”. Non è un caso che l’unico intervento critico provenga da un Graduate Student di UC Berkeley – un simpaticissimo germanista di origini indiane che rivendica di essere il prodotto di un’istruzione pubblica e pone il problema – politico – di rifiutare la mercificazione della cultura. Eppure sono le parole del suo intervento, ancora fortemente improntate a un’etica dell’agire pubblico, a suonare stonate in questo contesto tutto aperto a mediazioni e ‘trattative’, per non dire supino ad accettare i lati peggiori del ‘nuovo’ che avanza. Non c’è più spazio per l’utopia, è fuori moda come le giacche di tweed e i maglioni con le toppe.

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Diciamola tutta: forse ho una crisi di motivazione. Non nel senso che non mi piaccia il mio lavoro (ma è un lavoro, poi?). No. Lo amo il mio lavoro, non saprei farne un altro, ho lasciato il poco che avevo per fare questo lavoro. Se a 28 anni vivo in un basement, non ho una famiglia mia, non ho un legame e vivo appena sopra la soglia di povertà è perché ho deciso di seguire questo percorso. No – non sono io che attraverso una crisi – è il mio lavoro (ma ripeto: è un lavoro, poi?) che ha perso il suo centro gravitazionale, la sua natura, la sua funzione. La crisi motivazionale non ce l’ho io, ce l’ha l’accademia. Io so che cosa posso e voglio fare – è l’accademia che non sa più che cazzo sta facendo. Ed è per questo nell’economia complessiva del nostro lavoro (once again: è un lavoro???), i mezzi (ciò che ci porta soldi, gli studenti-clienti, la visibilità, le marchette, i talk fatti tanto per fare) domina sui fini (ciò in cui dovremmo investire risorse, gli studenti-discenti, il lavoro invisibile, le prese di posizione, la ricerca che dura anni e scopre cose davvero importanti).

***

Penso spesso, in occasioni come queste, ai chilometri percorsi in questi due anni e mezzo da Graduate Student. Migliaia di chilometri per presentare ricerche e presenziare a eventi che si trasformeranno in una riga di curriculum – sperando sempre che sia quella determinante per trovare un lavoro. Migliaia di chilometri per tenere insieme le mie mezze patrie – questo Canada che ogni giorno mi insegna una lezione di durezza e quell’Italia che non mi manca e a cui non potrei tornare senza sentirmi tarpare le ali, ma dove continuano a risiedere le persone importanti della mia vita, anche se la mia vita è spaccata in due metà che non danno più un intero. Migliaia di chilometri che significano migliaia di dollari messi da parte, rubati alla qualità della vita nel quotidiano, e migliaia di tonnellate di monossidi e di petrolio, di cherosene e di piombo: il mio mestiere non è certo uno a basso impatto ambientale, almeno per come lo intendo io.

Perché io lo faccio, lo vivo, lo penso a lunga percorrenza.

Non le conto più, le notti e i giorni che ho passato a dormire in pose da contorsionista, le ginocchia contro il mento in improbabili posizioni fetali, le traversate epiche di interi continenti, le notti passate a non-dormire su una panchina dell’aeroporto di Buffalo, le volte che ho passato la frontiera via terra a mezzanotte, tra bimbi spaventati e adulti spazientiti. Non le conto più – perché sono la prosecuzione di una vita di notti all’impiedi, di amori a lunga percorrenza, di famiglie sparpagliate come polline, delle 17 ore di pullman (solo andata – altrettante per il ritorno) che mi hanno portato da Bologna ad Avignone, di una vita di abbracci nel buio e voci rotte e “andate piano”, di notti passate sballottati tra sedili e cuccette, di bretelle che segano le spalle, di schiene che restano doloranti per un giorno o due, di neon puntati in faccia e di niente da dichiarare, a parte la luce dell’alba.

Ed è per questo –sospetto – che mi sento a mio agio solo in questi transiti impossibili – mentre quando giro con il mio vestito buono tirato fuori dallo zaino e il fondotinta sulle occhiaie mi sento straniera, io che vengo da una famiglia per cui decostruire vuol dire darci dentro con la ruspa, mica con Derrida.

E mi pare ironico che, nelle mie tante fughe attraverso questa cultura che mi è sempre sembrata sinonimo di emancipazione, io finisca per riprodurre il destino della famiglia da cui provengo. Che il dottorato all’estero (in teoria la massima ‘posizione di privilegio’ oggi contrabbandata ai giovani della mia generazione in Italia) mi abbia portato in questa comunità di emigranti che si ritrovano a mangiare l’antipasto “mari&monti” e a ballare “Calabrisella Mia” esattamente come la famiglia da cui scappo, come quei parenti che non ho mai veramente conosciuto e capito. E non posso fare a meno di sentirmi sospesa – mai davvero a mio agio – fuori posto nel mondo di vetrate e vetrine e posate lucidate e carte di credito ma costretta a restarci, perché come ho già detto, non c’è un altro lavoro che so fare.

Di nuovo, sorseggio in piedi la tazzina amara del viaggio.

Tempo di andare.

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Tales from a different St. Patrick (1)

In repubblica delle lettere, road post on marzo 17, 2012 at 11:52 pm

Potrei essere a Toronto, o da qualche parte in Ontario, a celebrare Saint Patrick’s day con il nuovo gruppo di amici con cui ho da poco preso ad allenarmi. Invece sono le 4 di pomeriggio e sono seduta su una panchina di ferro smaltato all’autostazione di Rochester, NY, accanto a uno zaino più grosso di me.

Sono di ritorno da una convention regionale – la NeMLA, NorthEastern Modern Language Association – che raccoglie panel di tutte le lingue moderne – un’enorme confusione di lingue dove ogni area disciplinare sembra seguire i suoi ritmi e le sue regole. Nei miei due anni e mezzi da Graduate Student, il mio atteggiamento verso questo genere di cose è cambiato. Ho perso l’entusiamo del neofita, il senso di avventura e di eccitazione che mi portavo dietro all’inizio. L’aspetto positivo è che queste cose mi vengono naturali (e probabilmente la qualità del lavoro che presento è aumentata), e comincio semplicemente a vederle come parte della mia attività. Però comincio ad avvertire la stanchezza delle migliaia di chilometri percorse per condividere la propria ricerca con la comunità scientifica.

All’andata, invece di scrivere o leggere o correggere la montagna di composizioni che mi sono portata dietro, ho sonnecchiato tutto il tempo, esausta per la levataccia e per la  riunione sindacale della sera prima, finita tardi e male. Il viaggio è sempre nel mio stile, partenza all’alba, interminabili ore di pullman e uno zaino pesantissimo a spaccare la schiena. Unica concessione – ho dormito da sola. Sono stanca di imprese epiche, di brandine aggiunte nella stanza dei colleghi o di ostelli improbabili in periferie ombrose raggiunte in autostop (ricordo ancora la volta che mi persi di notte a Pittsburgh, o la volta che un tassista ubriaco  si offrì di farmi da cicerone nella vita notturna di Buffalo: nevermore). Dato che ho due piccole borse di studio che mi aiutano a coprire le spese (tra cui una Travel Graduate Award della stessa NeMLA, un award piccolo ma non facile da ottenere) ho deciso di stare una notte in meno ma permettermi qualcosa di comodo.

Rochester è uno di quei posti di cui, se per un caso strano non ci sei nato, non conosci nemmeno l’esistenza. Un po’ come Des Moines secondo Bill Bryson. Quattro grattacieli nello stile

ritorno al futuro

classico da primo Novecento, tra cui spicca la torre Kodak – unica attrazione turistica, o presunta tale, del luogo. Le strade sono pulite, la gente cortese e persino l’autostazione (in genere luogo di raro squallore) è dignitosa. Tra pareti imbiancate da poco e pavimenti puliti, campeggiano distributori di caramelle anni Ottanta tirati a lucido, e persino un pezzo di modernariato. Eppure, ogni volta che, in genere per una conferenza, finisco in cittadine semideserte come questa, mi dico sempre: non fare la schizzinosa, potrebbe capitarti qualche posto di lavoro in un community college in un posto così, e col mercato che c’è, sarebbe pure il caso di baciarsi i gomiti.

Resta il fatto che è una cittadina minima, in cui – la “vita” cittadina sembra ridotta a pochi isolati. Si passa senza transizione dalla periferia (tra parcheggi semideserti, edifici crollanti, erbacce e centri cattolici di aiuto alla famiglia) al “centro”, tutto banche e convention centers. Pare impossibile mangiare un boccone, se si escludono soluzioni avventurose come una taverna di pirati nel basement di un palazzo o persino una filiale statunitense di Tim Hortons. Supero un ristorante a forma di pagoda che offre cucina cinese, thai, sushi, hamburger, patatine, insalate, pizza, smoothies e probabilmente qualcos’altro che non ricordo. Mi entusiasmo vedendo l’insegna di una libreria (in fondo Rochester ha un’università e diversi college), finché non attraverso la strada e arrivo abbastanza vicina da leggere per esteso: si tratta di una libreria specializzata in “Adult“, genere di cui — rivendica orgogliosamente — ha financo le “uscite più recenti”. Finisco per pranzare con una fetta di pizza bisunta in un posto gestito da Italians, che però dev’essere particolarmente rinomato da queste parti: la fila arriva sul marciapiede. “This is not Burger King – You don’t get it your way – You get it my way or you don’t get the whole thing”, ammonisce un cartello, manco ai fornelli ci fosse Vissani. Più tardi, alcuni colleghi racconteranno di aver cercato invano negozi di varia natura e persino un caffé “tipo starbucks” (anche un’imitazione andava bene, presumo).

Noi della NeMLA condividiamo lo spazio con la Convention Repubblicana dello Stato di NY. Trasecolo quando, salendo al primo piano, mi imbatto in un banchetto di sostenitori di Santorum. Decido di tenere addosso il cartellino della NeMLA anche all’uscita dall’hotel, almeno per i primi due isolati. Meglio evitare confusioni.

Tutta la giornata di venerdì, fuori dall’albergo, si susseguono manifestazioni di protesta. L’atmosfera non è tesa, ma davanti all’hotel si infittisce lo schieramento di camioncini di televisioni nazionali e locali. Agenti della polizia presidiano la hall. Gli slogan sono scanditi senza posa, mentre dall’altro lato della strada, un gruppo di cheerleader danza, per un evento promozionale, in abiti che ricordano le toghe della laurea.

Chiedo a una ragazza per che cosa esattamente stanno protestando. Mi parla della cultura di odio e della guerra lanciata dai Repubblicani contro i poveri, contro i gay, contro i neri, contro i musulmani, contro il mondo. Dentro, basta percorrere pochi metri e si è in un mondo a parte, totalmente segregato. Giovani accademiche rileggono nervose il loro paper mordicchiandosi le unghie, graduate students imberbi si aggirano goffi in giacche prestategli dal babbo, accademici irreprensibili chattano su facebook, graduate students di Ivy Leagues fanno comunella con adjuncts e junior faculty del Wyoming o dell’Arizona presumendo di avere di fronte carriere ben più brillanti, e non c’è una presa di corrente  nemmeno a pagarla. [segue]

New York, NY [19 giugno 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, road post on novembre 16, 2011 at 5:13 am

Sono a New York, in un ostello. Il condizionatore spento promette temperature polari. Abbasso la finestra invece, una specie di ghigliottina alla rovescia che lascia liberi un 15 cm al massimo da cui passerebbe forse un gatto, ma a fatica. Siamo al quarto piano, tira aria di prevenzione anti-suicidio. Mi avvicino al condizionatore con la curiosità di capire come funziona. Non ne ho mai visto uno, non l’ho mai avuto e non lo voglio.  Li odio, i condizionatori. Odio il loro inquinamento e odio, per strada, le nuvole di calore ancora più torrido che fuoriescono dalle grate dei palazzi. L’idea di comprarsi il proprio piccolo angolo di Paradiso ghiacciato, arroventando l’inferno a tutti gli altri. Qualcuno lo chiamava Paradice. Preferisco patire il caldo, quello naturale. Guardo le rotelline sporche, le tocco senza accenderle.

Accendo la tv, invece. Faccio zapping, passando da uno schermo nero all’altro. A volte invece del nero c’è l’effetto neve, ma il messaggio è lo stesso. No signal, dice. Si prendono solo due canali, che non so perché rispondono ai numeri sette e nove. Dev’essere una qualche cabbala della sfiga. Sul sette c’è una specie di notiziario con l’anchorman che legge le notizie (è un’anchor woman per la verità) ma dopo un po’ capisco che sono notizie locali, il traffic jam a un certo incrocio e una vecchietta rapinata in qualche dove. Sul numero nove c’è uno show che sembra la Corrida. Le scritte in sovraimpressione mi informano che sto guardando 30 secondi di celebrità. Andy Warhol era stato più generoso, ne aveva promessi ben 15 minuti. Lo show è già iniziato comunque la sua complessità ermeneutica non è tale da richiedere un riassunto delle puntate precedenti.

La gente che si esibisce ha trenta secondi per far ridere. Vengono presentati con professione e provenienza, invece che col nome. Tipo, un barista di Las Vegas. Un’assicuratrice di Tallahassee. Un idraulico texano, padre di due figli. Le performance sono di tre tipi: ci sono quelli che raccontano barzellette, quelli che fanno performance super-atletiche e quelli che si coprono di ridicolo e basta. Un nano nero canta una canzone, stonatissimo. La gente applaude e ride, probabilmente perché è alto un metro. Una laureata in Inglese di Yale finge di cantare l’opera lirica. Quando uno fa proprio schifo viene eliminato dal pubblico che ha una specie di citofono con cui vota. Si vede che il pubblico e io abbiamo idee diverse di cosa vuol dire fare schifo. Del resto probabilmente se dipendesse da me io eliminerei l’intero programma, con quel citofono. Alla fine restano quelli che fanno le cose fisiche, tipo le acrobazie o la ginnastica incasinata. Vince un ensemble di 5 acrobati africani. Il premio sono 25,000 dollari che diviso cinque fa 5,000 dollari a testa. Un bel gruzzolo, eh, dice il presentatore, prima di invitare alla prossima puntata-lampo.

Nell’intervallo pubblicitario passa lo spot di un anti-depressivo. I personaggi dello spot hanno una nuvola che li segue come Fantozzi. La nuvola sono i sintomi della depressione. Non la depressione, giusto i sintomi. I personaggi dello spot sono di tutti i colori e di tutte le età. Ci sono giovani donne nere, uomini bianchi, una donna bianca che entra in un tribunale con la cartelletta dei documenti sottobraccio e un signore nero sui 50 che passa l’aspirapolvere in un ufficio. I personaggi dello spot sono sotto anti-depressivi da più di sei settimane ma la nuvola è ancora lì sopra le loro teste. Niente paura, dice lo spot, se gli anti-depressivi blandi non funzionano, c’è questo nuovo prodotto che può aiutarti. Parlane con il tuo medico. Però devi stare attento quando lo assumi perché potresti ad esempio avere la vista sfocata o perdere lucidità. Poi può provocare stati di ansia, torpore, infarto, tumori, problemi allo stomaco e al fegato, peggioramento della depressione, stress, panico e suicidio e assolutamente non va dato ai bambini perché invece di alleviare la depressione infantile, questo farmaco probabilmente la peggiora. A parte questo, è un toccasana.

Il secondo show è una replica di una vecchia serie TV, Everybody loves Raymond. Wikipedia mi dice che si tratta una serie finita nel 2005, ma io questo non lo so ancora, mentre guardo la tv. Nella puntata Raymond ha un problema: sua moglie ha le mestruazioni. Il problema ce l’ha la moglie allora, penso io, invece no, il problema ce l’hanno Raymond e gli amici di Raymond. Raymond per esempio ha il problema che deve spiegare il problema agli amici, però si imbarazza e non riesce a dire “mestruazioni”. Dice “Bio-… female…. hormonally”. Le risate registrate fanno capire che “hormonally” è un avverbio divertente. La moglie di Raymond ha la PMS (sindrome pre-mestruale) e nega che questo sia un problema per cui rifiuta di prendere le pillole che potrebbero fargliela passare. Prima urla contro Raymond poi tenta di ucciderlo poi ride poi gli butta le braccia al collo piangendo. Questa dev’essere l’idea che gli sceneggiatori hanno degli sbalzi d’umore. Alla fine la moglie chiede scusa al marito dicendogli che però anche lui deve capire che lei ha tutta una serie di cose dentro e sta malissimo. Lo dice come se invece delle mestruazioni avesse, poniamo, un cancro alle ovaie. Nel frattempo per me è di nuovo ora di uscire, tra venti minuti ceno con le amiche. Spengo e mi riallaccio le runners (non sneakers, queste sono running shoes).

Sono a New York city, in una sera afosa d’estate, in una città che è la Città all’ennesima potenza e sembra uno specchio di tutte le città possibili, visibili e invisibili, create e immaginarie. Una città dove i ragazzi che scollettano recitano il Macbeth sulla metro invece di suonare il bongo, e dove quelli che fanno i graffiti sulla metro non disegnano cazzi e fighe ma fanno i baffi alle pubblicità come Duchamp alla Gioconda, e a volte invece di disegnarli, scrivono “moustache”. In questi giorni ho visto i capolavori dipinti da un ex illustratore e le illustrazioni ricreate da chi prometteva a ciascuno il suo quarto d’ora di celebrità, poi accendo la televisione e ci sono i tizi della corrida e le mestruazioni della moglie di Raymond e i sintomi della depressione, ed è la stessa civiltà che produce queste cose. Complessità, il tuo nome è America.

finisterre

In road post on novembre 16, 2011 at 5:04 am

C’è una frase del romanzo Cat’s Eye [Occhio di Gatto] di Margaret Atwood che dice più o meno questo: scappi verso Ovest, ma a un certo punto arrivi qui e non hai un altro ovest dove scappare. Parlava di Vancouver, ma forse vale anche per San Francisco. Volksvagen Blues di Jacques Poulin è il romanzo di viaggio per eccellenza della letteratura quebecquois (non esattamente un capolavoro, ma un classico sì), ed è scritto come un viaggio-ombra di On the road. Termina proprio su questa baia, e arriva alla stessa conclusione: “La vita è dura per tutti. C’è chi non regge, si abbandona alla corrente e si lascia cadere. Attraversano Chinatown, e vanno a buttarsi su Market St”. Sono quasi le stesse parole che ha usato ieri un amico che vive qui da un paio d’anni. Arrivano qui, sospinti dall’onda lunga, e qui si arenano. Seduti alle sponde di un mito.

Appena arrivata, ancora sulla fermata della BART, invece, ho visto una ragazza bionda che leggeva On the road. L’immagine mi ha fatto tenerezza, una specie di romanzo al quadrato. Cerco invano di carpire la mitologia di questi luoghi, ma proprio non mi riesce. In questi giorni, ho visto una città viva, bella, povera a tratti, spezzata da faglie visibili e invisibili, una città vera dove girare, e non un mito, non un confine. Almeno, non quel confine. Fino a ora. Seduti sul limitare del mondo, al margine di un mondo che sta finendo.

Ci sono solo coppie sul finisterre, quasi fosse impossibile arrivare qui da soli e senza qualcuno con cui condividere l’esperienza. Coppie di bambini che si lanciano sabbia e parole, coppie di corvi e di gabbiani dai colori in contrasto, coppie di innamorati che si tengono per mano, una coppia di operai ancora in tuta da lavoro, che bevono dal sacchetto di carta. La nebbia avvolge la collina, nasconde le cime degli alberi, trasforma mare e cielo in un’unica dimensione sospesa. Di nitido, restano solo i colori acidi dei graffiti su questo muro che protegge il mare dal rumore di Great Hwy, relegando il traffico a qualche luogo in alto sopra le nostre teste. In cima alla collina c’è una vecchia costruzione dismessa trasformata in un ristorante. La riconosco anche da questa distanza, ci sono stata l’anno scorso. Ospite. Da quell’altezza, il bordo dell’oceano e la spiaggia sembravano lontanissimi, ma riconosco la prospettiva, e oggi sono un punto minuscolo di una fotografia scattata distrattamente poco più di un anno fa. La vita è così ciclica, e così imprevedibile, allo stesso tempo.

Ma io sono arrivata fin qui sulle mie gambe, non sospinta da nessuna corrente, e non ho voglia di voltarmi proprio adesso. Prendo qualche minuto di pausa, mi siedo su uno dei muretti che dalla strada guidano i passanti sulla sabbia. Il livello del mare e del terreno non coincidono, creano anzi un inganno alla vista. Le dune da qui sembrano altissime, nascondono la riva ai miei occhi, e ho la sensazione di sedere in una fossa tra due mucchi di sabbia. Siedo con le gambe ciondoloni, annotando qualche idea sul mio quaderno. Devono essere passati dieci minuti, e una voce mi costringe ad alzare la testa.
“Stai scrivendo il tuo diario?”
Alzo gli occhi e vedo un ragazzone nero e vestito di abiti da rapper di un nero stinto, compreso il cappello da baseball. Fuma con un pretenzioso bocchino di plastica bianca, ma ha le guance lisce e comunque non ho molte alternative, se non rispondergli.
“Quasi”, gli dico.
“Posso leggerlo?”, mi chiede, mettendosi a sedere al mio fianco senza aspettare il permesso.
“E’ in italiano”, gli dico.
Sgrana gli occhi incuriosito. “Che bella grafia”, commenta alla fine, “la mia fa veramente schifo”.
Non so perché, ma ci credo.
Sa un po’ di spagnolo, sostiene, e così tira a indovinare sulle poche parole che riesce a leggere.
“Questo vuol dire ‘mangiare’, vero?”.
“No, quello è ‘comér‘, in spagnolo. ‘Come’, in italiano, vuol dire, like”.
Andiamo avanti così per qualche minuto, con lui che non ne imbrocca una. Finalmente mi chiede di tradurgli una pagina in inglese. Questo non potrei farlo nemmeno se volessi, e glielo spiego: i miei sono appunti, note prive di senso compiuto, che rielaboro a casa, quando mi metto alla tastiera.
La cosa lo entusiasma. “È un metodo interessante”, commenta. “Io quando scrivo butto tutto così come esce, e fa schifo. Dici che se uno si mette a riscriverlo, migliora”?
“Potrebbe”, gli rispondo. “A me aiuta”.
La rivelazione lo ha soddisfatto, e se ne va tutto contento. “Ciao”, mi dice, “spero di rincontrarti”.
Lo saluto con la mano, e aspetto che sia sparito completamente dal campo visivo. Poi mi alzo, scuoto la sabbia dalla giacca, e ricomincio a camminare. Verso il Pacifico.

Boulder, CO [22 aprile 2011]

In road post on novembre 16, 2011 at 5:02 am

1.

È una strana miscela di academic e di backpacker, quella che varca la soglia dell’International Hostel di Boulder, Colorado, alle 4 di pomeriggio, dopo esattamente 24 ore di viaggio (meno le due che guadagnato sul fuso orario). Sono qui per una conferenza ma, complici le ristrettezze economiche di questi mesi e una certa insofferenza per i contesti preconfezionati, ho deciso di viaggiare zaino in spalla e di pernottare in ostello. Ho bisogno di questo viaggio, nella sua duplice dimensione di ricerca e di vacanza, ne ho bisogno per staccare da un periodo troppo intenso, dai problemi, dalle preoccupazioni, dall’ennesima delusione sentimentale che a 28 anni comincia a suonare meno dolorosa ma più amara. Ne ho bisogno soprattutto per riconciliarmi con il silenzio e la solitudine che sembrano essere una componente stabile della mia vita, e che forse possono regalarmi anche qualcosa di buono e non solo le lacrime e la rabbia con cui ho lasciato Toronto. Lunghi passi, silenzio e occhi aperti sul mondo sono la mia cura, e sento che funziona. In questi giorni sento di nuovo l’ossigeno tra i miei pensieri. Ritrovo il piacere della parola scritta e parlata, della lingua propria e straniera. Ricomincio a sentire il mio pensiero ricorrente, che as long as I stay creative, I can endure this life.

2.

E’ la prima volta che soggiorno in un ostello americano e non so bene cosa aspettarmi, se il rigore teutonico (e anche vagamente stracciapalle) degli ostelli federati o l’ordine “partecipativo” di quelli indipendenti. Contrariamente alle mie aspettative, il bagno è in buone condizioni. In compenso la cucina è una catastrofe, in cui spicca il lavello ingorgato, pieno di stoviglie incrostate e resti organici in fase avanzata di decomposizione. Ciò conferma la mia sensazione che i giovani americani (unisex in questo) credono nelle proprietà auto-pulenti della loro cucina. Da sempre abituati alla lavastoviglie, si ostinano a sciacquare lievemente il loro piatto come se il lavaggio vero e proprio avvenisse spontaneamente in qualche modo misterioso, oppure si nutrono di take away abbandonando gli avanzi al loro triste destino. In tutto l’ostello, poi, non c’è traccia di un apriscatole, lacuna abbastanza grave, perché, come è noto, lo scatolame è il migliore amico di chi viaggia. In compenso trovo fruste da pasticceria, teglie per torte e persino una spatola di plastica dall’aria vintage. Accantono l’ambizioso progetto di una pasta al sugo (non sapendo come aprire i pelati) e mi rassegno a una deprimente pasta con canola oil.
Dovrò prima lavare scolapasta e pentola, pescandoli dal brodo primordiale in cui navigano. Alcune posate, dentro ai cassetti, rivelano tracce di lavaggi sommari. Pesco una forchetta che ha l’aria abbastanza pulita e me ne servo. Ho amici che nel dubbio l’avrebbero comunque sterilizzata, ma io credo nelle difese immunitarie e va bene così. Se c’è una cosa che non tollero è la maleducazione di questi ragazzini che si danno il sanitizer sulle mani ogni due minuti e poi ti lasciano una cucina in questo stato.
Mentre contemplo triste il lavacro delle penne barilla nell’acqua bollente, entra in cucina un tizio brizzolato in divisa da biker. Dopo aver inveito contro le giovani generazioni, commenta serafico “Se non lo fa nessuno, lo faccio io”, e si nette a lavare i piatti e a sgorgare il lavandino. Più tardi, mentre mi apre i pelati col suo apriscatole da campeggio, mi racconta che ha 50 anni, che è irlandese e che gira il mondo a bordo della sua moto scattando foto paesaggistiche. Gli capita di rado di entrare negli abitati, e quando ciò avviene è quasi un problema, la presenza di negozi lo convince a comprare sempre troppa roba e se viaggi in moto, portarsi dietro un gallone di latte può essere complicato.

3.

L’ostello è vicinissimo a University Hill, la zona universitaria di Boulder o, potremmo dire, il suo “quartiere latino”. La zona universitaria si distingue per un’altissima concentrazione di negozi di oggettistica etnica, ristoranti (a predominanza messicana o presunta tale), librerie (due, una universitaria e una indipendente), bar e caffé con wi-fi ben pubblicizzato sulla porta. Trovare un alimentari, invece, è un’impresa e quel che trovo è in tutto e per tutto un corner shop: prezzi altissimi, prevalenza di junk food su cose commestibili, prevalenza di secchi e scatolame sui freschi — questi ultimi si riducono a un cesto di mele dall’aria abbacchiata, ad alcune banane e due cipolle dall’aria non molto più pimpante.
L’aria è satura di luce e colori. Ovunque ragazzini che strillano, che si saltano addosso, che bevono ai tavolini di un bar. Sono le 5, la giornata dello studente è finita e ci si gode il riposo nella sera dolce di aprile. Due ragazze dai capelli finto-biondi e short ascellari agitano le gambe ritmicamente dalla finestra di un secondo piano. Una macchina all’incrocio si ferma. Tra le due ragazze e i giovanotti all’interno dell’abitacolo si avvia un dialogo a suon di urli e colpi di clacson. “Come over here”, urla a un certo punto una delle due. Me ne vado senza aspettare di vedere che succede.

4.

La grandezza del campus mi impressiona. Sono stata in altri campus universitari grandi come o più di questo, il mio incluso, ma erano sedi centrali di atenei di prestigio, anche se non Ivy League. Questa è una sede decentrata, in teoria, e ha strutture impensabili. Anche la popolazione studentesca mi sembra più attiva di quel che uno si aspetterebbe in un piccolo ateneo del Sud Ovest. Nella food court ci sono gruppi di solidarietà nativa e una cellula di Amnesty International, al 3º piano mi imbatto in numerosi uffici di associazioni studentesche, compresa una di Studenti Musulmani, associazioni arcobaleno e LGBT, e quant’altro possa allontanarsi dallo stereotipo alla Animal House. Nello sconfortante panorama della Libreria universitaria (dove magliette e oggettistica dei Colorado Buffs la fanno comunque da padroni sui libri) fa bella mostra di sé l’ultima fatica di Amy Goodman, Breaking the sound barrier. Attività e attivismi a parte, la sensazione prevalente è che i ragazzi non si ammazzino di studio, un po’ come ovunque in Nordamerica. Stesi al sole come lucertole, o impegnati in immaginarie partite di rugby su cortili e prati trasformati in palestre a cielo aperto, sono abbronzati e allegri. La presenza ubiqua di cartelli che invitano a non andare in skateboard è continuamente contraddetta da eserciti di nuovi Marty McFly.

5.

Boulder a pelle mi piace subito. Con gli alberi e le gemme incrostati di luce è facile, io vengo da Toronto dove oggi sta nevicando. Penso che mi piacerebbe stare in un posto come questo, magari non tutta la vita ma per un periodo magari sì. Anche i Coloradeans che incontro mi piacciono, sono cordiali e aperti senza diventare invadenti. Uno dei relatori che incontro al convegno — un musulmano che è venuto a insegnare qui — mi conferma la stessa sensazione di relativa apertura e ingenuità. Certo, la linea del colore è sempre lì (i ragazzini bianchi a studiare, bere o correre, mentre neri e messicani servono il loro cibo e puliscono la loro merda), ma trattasi di costante difficilmente eliminabile in questa nazione.
Invece di dirigermi verso la downtown (che vedrò più avanti di sfuggita, e che si distingue a malapena dal paesaggio artificiale dei suburbs), approfitto della presenza di parchi piccoli e grandi e di sentieri molto frequentati alla periferia ovest della città. Non c’è soluzione di continuità tra la città (in cui predominano i larghi spazi e le ampie costruzioni del suburb) e la natura, ma una infinita serie di stadi intermedi in cui si può sostare a piacere.
Mentre mi avvio verso il torrente (noto come Boulder Creek), due rockettari grassi con baffi da cowboy e magliette nere unte, stravaccati sul gradino di una casa, mi guardano sornioni: “Thanks for keeping Boulder beautiful”, fa il più stordito dei due. In altri anni la cosa mi avrebbe infastidito, invece non me la piglio, anzi li ringrazio con un’ironia che probabilmente non viene colta, senza smettere di camminare.
La via cittadina prosegue in una ciclabile asfaltata e in una pista pedonale (che per lo più coincidono ma a volte si divaricano per brevi tratti) che costeggiano il torrente, tra panchine e un piccolo stagno da pesca dove, intima un cartello, possono pescare solo i minori di anni 13. Ogni trenta secondi passano joggers in entrambe le direzioni. Siamo sotto al livello della strada, il traffico continua a scorrere sopra le nostre teste, sui viadotti, ma è sempre meno rumoroso. Cartelli bilingui in inglese e spagnolo invitano i senza tetto a non ripararsi proprio lì, per il rischio di inondazioni improvvise. Passata la prima periferia, ormai fuori dall’abitato, vedo dietro a un paio di alberi un’enorme massa nera. Sulle prime penso a un maremmano, ma è troppo grande e non ha il padrone. Alza la testa e la sagoma è inconfondibile. Qualche ora dopo, google mi dirà che ho fatto la conoscenza dell’orso nero tipico di queste zone. Pare che sia comune imbattersi in fauna selvatica da queste parti, compresi coyote e puma, che scendono vicini agli abitati per nutrirsi di avanzi e rifiuti umani. È una frazione di secondo, risalgo di corsa sulla provinciale sperando che passino macchine. Se l’orso mi ha visto e ha fame, le automobili sfreccianti sono l’unica cosa che può difendermi. Rientro all’ostello a passo di corsa, ancora chiedendomi che cavolo ci faccia un orso a tre metri dalla strada provinciale. Ma forse la domanda è mal posta: bisognerebbe chiedersi invece che cavolo ci faccia una strada provinciale a tre metri da un orso.