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We are the world, we are the children

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema, generazioni, sci-fi, this is the end of the world on agosto 25, 2012 at 1:37 pm

1. Beasts of the southern wild.

Fonte: Beastswofthesoutherwild.com

Dopo aver guardato Beasts of the southern wild, sono uscita dalla sala del cinema in preda a sensazioni ambivalenti, ma senza stupirmi del successo incontrato alla prima proiezione al festival di Cannes.  Perché con una storia del genere, attori del genere, e una fotografia di tale qualità, è tecnicamente impossibile non strappare applausi.

Beasts of the southern wild è un film visivamente perfetto, di una bellezza selvaggia (l’aggettivo non è scelto a caso) e struggente. Nel fotogramma che ha fatto il giro di tutte le cartelle stampa, c’è l’anima del film: una bambina di 6 anni, la protagonista “Hushpuppy” (interpretata dalla strepitosa Quvenzhané Wallis), dalla tempra indomabile e dai capelli intricati come una mangrovia, che sprizza energia e faville dalla punta delle dita.
Una fantascienza tutta d’ambientazione, basata sulla proiezione lineare del nostro presente ed evocata in pochissimi tratti. Il mondo di Beasts of the Southern Wild è in preda alla trasformazione: i poli si stanno sciogliendo e il mare è destinato a innalzarsi di decine e decine di metri, cancellando ampie aree di quella che oggi conosciamo come civiltà umana. Cinefili e appassionati non devono tuttavia aspettarsi catastrofi brusche (ed esteticamente mediocri) in stile The day after tomorrow. La trasformazione è appena accennata, lenta, lasciata intravedere per piccoli indizi. Nella sua denuncia, il film parla soprattutto del presente: neanche lo spettatore più sprovveduto riuscirebbe a non cogliere il riferimento uragano Katrina, alla gestione del Superdome e alla politica razziale attuata dall’amministrazione Bush in occasione di quel tragico evento.

Anche visivamente, il lavoro è opera di qualcuno che ha profondamente riflettuto sulla natura dei confini. Lo spazio della comunità (idealmente creola, ibridata e “sporca”) sfugge alla dicotomia utopico/distopica: è un’eterotopia foucaultiana, ciò che il cultore di fantascienza Darko Suvin (un mai troppo citato genio della teoria letteraria contemporanea) considera come una forma di immaginazione fantascientifica. Quello di Hushpuppy e di suo padre Wink (nel film, interpretato da Dwight Henry) è un mondo governato da altre leggi, tanto sociali quanto fisiche: vigono un’altra scuola e un’altra nozione di famiglia, un’altra legge civile regola la nascita il battesimo e la morte; persino la fisica obbedisce ai principi del realismo magico per cui ogni cosa si trasforma incessantemente e nulla, in fondo, muore. L’aspetto più politico del film, a mio avviso, è proprio questo: non la “denuncia” del riscaldamento globale e della crisi ecologica, ma la rappresentazione degli spazi e dei confini che vi prende piede. È un confine segregante l’argine costruito dagli abitanti – non a caso bianchi – della città per arginare non solo la marea montante ma anche il “nomadismo” e l’assenza di regole della comunità di “diversi”. E non è un caso che il viaggio dei protagonisti si concluda su uno spazio liminale, una “no man’s land”, una lingua di terra che non è né mare, né sabbia. L’incertezza nebbiosa dell’ultimo fotogramma sembra fornire l’unica possibile rappresentazione del “futuro”, il tema cui rimanda peraltro l’intero racconto, nel significante della sua protagonista bambina.

2. Il futuro comincia adesso

«Frankly, our ancestors don’t seem much to brag about. I mean, look at the state they left us in, with the wars and the broken planet. Clearly, they didn’t care about what would happen to the people who came after them» (84). Sono parole tratte da un’altra epopea distopica/post-apocalittica, Mockingjay, il terzo volume (per la verità assai mediocre, e inferiore ai primi due) della trilogia The Hunger Games. Siamo sempre nello stesso tema: l’infanzia come specchio (e metafora) dello spazio che il nostro mondo dedica, davvero, al futuro anteriore[1].
Abusati e traviati come gli adolescenti dell’America neo-pagana di Suzanne Collins, o liberi e selvaggi come l’indomita Hushpuppy, i bambini sono il simbolo del futuro, e stanno lì a denunciare della mancanza di rispetto per il futuro che la nostra società pratica su basi direi quasi scientifiche. Il futuro di rifiuti e scorie che lasciamo in eredità ai nostri discendenti si metaforizza nelle piccole vite di questi protagonisti, in bene o in male. Simboli di speranza e di rinascita secondo i criteri del più antico messianismo, ma anche pronti ad ammonirci col loro sguardo straziato, testimone della più intollerabile delle violenze.

L’idea che i bambini siano (più che il mondo, come cantava Michael Jackson, uno che con l’infanzia aveva una relazione complicata) il futuro è, a mio avviso, un altro dei mitologemi d’inizio secolo. Ci aveva già provato 6 anni fa Alfonso Cuaròn in quel brutto film che è Children of Men (trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di P.D. James), un racconto infarcito di valenze religiose  e messianiche  malgrado il suo sbandierato odio per il ‘fanatismo’ (stigmatizzato almeno in due personaggi, il puro guerrigliero di colore e il guerrigliero bianco-rasta, razzista inconscio e, presumibilmente, figlio di papà). E, per rientrare in Italia, anche lo zombie-book I primi tornarono a nuoto di Giacomo Papi (Einaudi 2012) si conclude con la stessa scena: nell’oscena inversione della vita e della morte, una madre salvata dal linciaggio che procrea, un vagito come segno della speranza che rinasce.

L’immaginazione che attribuisce ai bambini poteri salvifici è potente come quella che nei bambini vede una minaccia o un’incarnazione del male: ci sarà sempre un fortunatus puer da contrapporre ai non-nati, agli elfi, ai bambini senza tempo di Running Wild di Ballard, di Lord of Flies di Golding, del già citato Hunger Games oppure di The Veldt, il terrificante racconto di Ray Bradbury. Per questo, nei film e nei libri distopici continuiamo a rivivere il mito di Noé (tra arche salvifiche e piccoli legni alla deriva) o, alternativa meno ovvia ma altrettanto pertinente, quello di Lot e delle sue figlie. Fateci caso: non c’è film catastrofico, dalla produzioni indipendente con velleità sperimentali fino alla peggior patacca da multisala, da Independence Day a 2012 a, appunto, Children of Men, che non contempli una scena dove l’Amico del Salvatore/Futuro Progenitore viene incenerito perché si sofferma a guardare la fine del proprio mondo, o (variante soft della precedente, il Salvatore/Futuro Progenitore si scuote appena in tempo dalla pericolosa attrazione per la catastrofe e si salva per un pelo).

Storie di speranza, di redenzione, di futuro, che ricordano allo spettatore distratto che esiste un’altra dimensione oltre al presente, una responsabilità verso quelli che verranno. Storie benefiche, a patto di non trasformare il bambino del futuro in un messia, in un idolo d’oro. Perché la tentazione di fare di queste storie dei messaggi a senso unico è molto forte, e produce discorsi senza senso. Come quello che ha fatto, appena due settimane fa, Ewan Morrison dalle colonne del Guardian, in un post (fintamente) provocatorio intitolato: What I’m thinking about … why capitalism wants us to stay single. Morrison tuona contro il consumismo implicito nell’idea di rimanere ‘single’ e ‘unattached’, non più una scelta controcorrente ma, al contrario, l’emblema del nuovo conformismo:

«It now makes economic sense to convince the populace to live alone. Singles consume 38% more produce, 42% more packaging, 55% more electricity and 61% more gas per capita than four-person households, according to a study by Jianguo Liu of Michigan State University», ha ammonito lo scrittore, scatenando le reazioni infuriate dei molti lettori che, oltre a doversi sorbire le domande invadenti della zia Clotilde a ogni pranzo di Natale, ora devono fare i conti coi sensi di colpa rispetto all’intero pianeta. Ed ecco la severa conclusione dell’autore.

Consumerism now wants you to be single, so it sells this as sexy. The irony is that it’s now more radical to attempt to be in a long-term relationship and a long-term job, to plan for the future, maybe even to attempt to have children, than it is to be single. Coupledom, and long-term connections with others in a community, now seem the only radical alternative to the forces that will reduce us to isolated, alienated nomads, seeking ever more temporary ‘quick fix’ connections with bodies who carry within them their own built-in perceived obsolescence”.

Ma se il primo vagito può produrre momenti di adorazione, e se può forse rappresentare un messaggio di responsabilità (più che di speranza), attenzione a non farne un simbolo universale, e a non trarne inferenze indebite. Perché in quest’epoca apparentemente bambino-centrica, che impone alle persone il dovere sociale (non morale, sociale!) di vivere il sogno familiare perfetto ma che eradica sistematicamente la possibilità di un vivere dignitoso per troppi esseri umani, in paesi dove le coppie spendono migliaia di dollari per un matrimonio e non hanno un’ora del loro tempo libero da dedicare al volontariato, in un mondo che considera dovere esporre su Facebook le foto del proprio neonato (il quale, ovviamente, non può rifiutarsi di essere esposto in quanto di più intimo si possiede, la propria nascita) ma se ne strafotte dei milioni di bambini che muoiono di denutrizione o di morbillo, il problema non è se procreare o non procreare, ma come educare.

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zombi di tutto il mondo unitevi – la versione neocon

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema, malatempora, sci-fi, this is the end of the world on febbraio 23, 2012 at 11:54 pm

Che cosa succederebbe nella governance globale se domani mattina iniziasse una catastrofica invasione di morti viventi? A questa domanda il teorico politico conservatore Daniel W. Drezner (Docente di Relazioni Internazionali alla Tufts University di Boston) ha dedicato un agile volumetto uscito nel 2011 per la Princeton University Press, accolto da un discreto successo di pubblico e di critica.  Theories of International Politics and Zombies è un libro veloce, scritto col tono di un instant book – e difatti, come lo stesso autore riporta, è nato come sviluppo di un post pubblicato nel 2009 su Foreign Policy (su cui l’autore ha un proprio blog). E’ un libro interessante ma superficiale, che analizza la letteratura con uno sguardo non letterario e spesso sfiora intuizioni profonde senza riuscire ad azzannarle (tanto per restare in tema): un libro scritto, insomma, più per coprire una nicchia che per esplorare a fondo un tema.

Drezner prende le mosse dalla recente fortuna del genere “zombi”, a dispetto della mancanza di fascino ispirata dalle figure di cadaveri ambulanti in avanzato stato di putrefazione (niente a che vedere coi sexy-vampiri e i maghetti volanti che impazzano tra i tweens di mezzo mondo). Perché, si domanda l’autore, nonostante la ripugnanza che questa figura ispira, negli ultimi dieci anni si è avuta una curva esponenziale nella produzione di narrazioni filmiche e letterarie? Da un lato, lo zombi è l’elemento per eccellenza della valle del perturbante: non umano, ma abbastanza simile all’umano da ispirare un turbamento profondo e istintivo. Dall’altro lato, sostiene Drezner, lo zombi è una delle poche istanze soprannaturali che ha una minima ‘plausibilità’ narrativa, e che si può motivare con teorie pseudo-scientifiche, crinale su cui insistono alcuni dei ‘testi’ esaminati (28 Days Later, in versione sia filmica che fumettara, e il seguito 28 Weeks Later).

In linea con un vasto filone di pensiero contemporaneo, Drezner insiste sul valore cautelare di tale immaginazione apocalittica (una tesi che è stata sostenuta, in anni recenti, da diversi teorici e pensatori). Leggiamo infatti: “L’uso di narrative finzionali (e in particolare horror e fantascienza) come fonti di dati per la costruzione di teorie è diventata pratica comune di recente” (19). Drezner ragiona da teorico, costruendo i confini del proprio “caso di studi”, rigoroso benché ipotetico. Il teorico procede dunque a una definizione operativa di zombi, visto come “un essere animato che occupa un corpo umano e desidera divorare cervelli umani” (21), e stabilisce tre proprietà rispetto al corpus narrativo che intende analizzare:

• Lo zombi desidera carne umana e non si accontenterà di nessun altro cibo o carne;

• Gli zombi non possono essere uccisi se non distruggendo il loro cervello;

• Ogni essere umano morso da uno zombi diventa a propria volta uno zombi. (22)

Si tratta di una definizione operativa abbastanza ristretta, che, come ammette lo stesso autore, esclude alcune delle “Ur-Narrative” del genere (I am legend, 1954 o L’invasione degli ultracorpi, 1956). Del resto, benché il corpus di finzione sia abbastanza vasto, bisogna osservare un limite del procedimento nella costruzione del corpus letterario-filmico: i riferimenti convergono soprattutto su due autori, George Romero e Max Brooks (e in particolare War World Z, più che le altre produzioni come The Zombie Survival Guide), gli autori in cui il simbolismo storico-politico è più scoperto. E non pare scorretto affermare che senza il romanzo di Brooks (uscito nel 2006 e da cui verrà tratto un film, data di uscita prevista 21.12.2012, ehm) Drezner non avrebbe potuto scrivere il proprio testo, perché è Brooks, non Drezner, ad avere la geniale intuizione di applicare alla narrativa zombi le caratteristiche della storia orale e, simultaneamente, dell’elaborazione del trauma.

Da teorico delle relazioni internazionali, l’autore non è interessato a discutere la fisiologia o l’antropologia del morto vivente (secondo i suoi termini, “la causa”) ma piuttosto il funzionamento di un possibile ‘zombie outbreak’ (in parole povere, “l’effetto”). Così, i due diversi tipi di “infezione” (zombi lenti + infezione dal decorso lento vs zombi capaci di correre/saltare + metamorfosi immediata) producono conseguenze simili ma per motivi diversi, dato che la prima ipotesi (quella lenta) produce una maggior esposizione al contagio,  e una minor capacità di reazione internazionale (frontiere aperte più a lungo, sottovalutazione dell’emergenza sanitaria, etc.).

E con questo esempio capiamo subito dove Drezner vuol andare a parare: l’autore ha nel mirino le teorie utopiche della politica, basate sulla cooperazione internazionale, o sul postulato che le libertà individuali e l’apertura delle frontiere vadano difese sempre e comunque anche di fronte a una minaccia estrema. Si tratta di un’idea già latente nel libro di Brooks, dove le uniche nazioni capaci di reagire efficacemente sono, nell’ordine, gli stati che promuovono politiche attive di apartheid* come Israele e Sudafrica, e le superpotenze militari USA e Russia, quest’ultima peraltro ritornata allo zarismo, mentre le nazioni “utopiche” come l’Islanda sono condannate a essere divorate – letteralmente – dai mostri. L’idea della libera circolazione delle persone tra frontiere, insomma, sarebbe rivelata nella propria falsità dall’ipotesi di un’invasione di zombi. Particolarmente indicativa degli orientamenti di Drezner l’idea che in caso di zombie outbreak non mancherebbero gli stati canaglia pronti ad allearsi con l’esercito del male (inteso qui in senso letterale), o che nelle democrazie liberali  sorgerebbero immediatamente dei movimenti per i“diritti umani degli zombi”. Particolarmente di cattivo gusto la vignetta in cui una protestataria regge il cartello “My dad is a zombie and I love him”, che ricorda le famiglie arcobaleno. Quanto all’ipotesi Al Qaeda, rimando a questo breve horror di produzione francese [FERMI LI’: il link è davvero per stomaci forti, quindi pensateci prima di cliccare. A me in un paio di scene è venuto da vomitare], dove si trova la stessa intuizione.

Capitoli come “The Realpolitik of the living dead” (33-45), del resto, sono particolarmente indicativi del tipo di operazione – pop, certo, e per questo a facile presa – tentata in questo volume.  Prendendo a modello zombi e altre variazioni sempre di ordine soprannaturale viene facile sostenere argomenti in favore della sovranità assoluta, di una sovranità che si definisce – con pericolose analogie storiche – in termini di Stato d’Eccezione. E forse è questo fascino per le situazioni estreme, viste come il vero banco di prova delle nostre vite in tempi di crisi, uno dei veri fattori.

L’identificazione di Drezner è tuttavia a senso unico, strumentale, e non rende conto – secondo me – delle implicazioni più profonde di questo topos narrativo. L’immagine degli zombi – creature ultime, che hanno perso tutto e che, come lo stesso Brooks intuisce nel commentare la battaglia immaginaria di Yonkers – non possono essere spaventate, a me pare indicativa del contesto economico attuale, delle rivolte a venire che spaventano i sonni tranquilli di chi ha ancora un giardino da difendere.

Fonte: The Star

Le implicazioni economiche (già latenti nei primi lavori di Romero) sono invece state sfruttate, in modo opposto, dalla politica del movimento OWS , che ha fatto propria l’immagine  degli zombi in giacca e cravatta – morti viventi che si cibano, metaforicamente, della carne dei più deboli. E sembra di sentirne un’eco anche nei testi in ultima canzone appena pubblicata (in anteprima, il disco uscirà il 6 marzo per la Columbia Records) di Bruce Springsteen, in versi come questi:

 “The greedy thieves who came around
And ate the flesh of everything they found
Whose crimes have gone unpunished now
Who walk the streets as free men now”

E come questi:

“They destroyed our families’ factories and they took our homes / They left our bodies on the planks, the vultures picked our bones / They brought death to my hometown”…

Proprio come gli zombi di Brooks, e senza bisogno che nessuna Al Qaeda li spalleggi.

Insomma, se la politica neo-con usa l’emergenza immaginaria per difendere le politiche reali, questa lettura non è certo l’unica possibile, e molte altre, per spiegare quella che, prima di tutto, resta una piaga dell’immaginario e uno specchio di paure molto reali e molto radicate. Certo, rimane da chiedersi fino a che punto abbia senso applicare la “Realpolitik” a qualcosa di patentemente irreale come un’invasione di zombi. Ma è evidente che, quando si parla di politica hollywoodiana, l’immaginario è più reale della realtà.

*Non mi riferisco alla definizione dell’attuale politica di Israele in termini di apartheid (che è stata mossa da più lati, ma che è argomento controverso e  meriterebbe altro spazio e argomentazioni precise). Mi riferisco proprio agli episodi immaginati di Brooks, per chi ha letto il romanzo.

l’horror, l’orrore [28 febbraio 2010]

In attitudine popular, cinema, recensioni di recensioni, sci-fi on novembre 16, 2011 at 3:04 am

Andare a vedere un film di vampiri la notte di San Valentino è un po’ come farsi del male da soli. Posso provare a considerarla un’esperienza “antropologgica”, come diciamo noi italiani di sinistra di tutte quelle cose che dovremmo semplicemente definire “stupide” e che non possiamo dire di aver visto su Blob.
Quando arrivo allo Scotiabank Theatre, sono già le sette e dieci. Per fortuna la mia amica Allison, più puntuale di me, ha già avuto il tempo di aprirsi un varco nella massa appiccicosa di coppiette. La sala dove proiettano Daybreakers non è al completo. È, anzi, una delle meno affollate. Pure, nella penombra degli interminabili spot pubblicitari, non scorgo che coppie. Mani nelle mani, carezze ricoperte di pile, baci scricchiolanti di popcorn.
L’unica eccezione è costituita, oltre che da me e Allison, da un single di mezza età, che continuerà a sghignazzare con gusto per tutto il film, specialmente nelle scene più truci. Contegno tutto sommato adatto a un film che a spaventare non riesce proprio – a meno di non immedesimarsi nelle migliaia di pomodori spremuti per ottenere tutto quel sangue.
Non c’è dubbio che uno dei destinatari principali siano proprio loro, i ragazzini dell’era Twilight. Che vengono al cinema a vedersi un sano polpettone e si trovano di fronte a un messaggio inequivocabilmente politico. Daybreakers è infatti la storia di un mondo dove i vampiri hanno fatto un coming out spontaneo e generalizzato, dilagato in una vera e propria pandemia.
Nel 2019, a dieci anni dalla svolta, il mondo è diviso tra i vampiri che hanno ripristinato una normalità sociale semplicemente invertendo il ritmo del giorno e la notte, e i pochissimi umani che devono nascondersi, per non essere catturati e “coltivati” in fabbriche di sangue. La minaccia rappresentata dalla fine del sangue, e la necessità di ripensare un modello di vita “umano” sono trasparenti allegorie di una situazione politica mondiale fondata sullo squilibrio e sull’uso forsennato delle risorse naturali.
Infiltrare una denuncia politica in un genere popolare è tutt’altro che una novità. Tanto più se, come in molti classici del genere, l’horror si intreccia alla distopia (genere cui i registi Michael e Peter Spierig hanno attinto a piene mani, riciclando stilemi e immagini di classici, da Blade Runner a Matrix). Quel che colpisce, tuttavia, è l’assoluta normalità dell’ambientazione distopica, che ricalca alla lettera il nostro presente consumista.
L’orrore dei vampiri si esprime nella fila alla metropolitana per avere il caffè macchiato di sangue, nelle pareti asettiche del tunnel sotterraneo che permette di spostarsi in sicurezza durante il giorno, nella pioggia di aggeggi e gingilli inutili nelle macchine modificate per guidare sotto i fatali raggi del sole. Il mondo dei vampiri è un mondo di eletti che continua ad assottigliarsi. I più ricchi lottano per mantenere i propri privilegi, mentre la povertà si estende contagiando anche i nostri vicini di un tempo, o i lavoratori manuali che non potendo più pagarsi le razioni di sangue regrediscono a uno stato mostruoso e infero. Daybreakers parla così della nostra ossessione per le strade sicure, in nome della quale faremmo persino uccidere chi ci disturba con lo spettacolo della sua povertà. E soprattutto, parla della guerra di un’America sempre più assediata, sempre più prigioniera della propria dicotomia (forse rovesciata, suggeriscono gli autori) tra luce e buio, tra bene e male, che solo una nuova speranza (quale?) potranno riscattare. Quasi da manuale (ma non per questo meno potenti) le scene di guerra, in cui i vampiri cacciano i loro ex simili in uniformi da marine e a bordo di mezzi corazzati simili a quelli impiegati in Iraq. E naturalmente non mancano le adolescenti vampiresche di questi anni zero, alle quali il film allude nella prima scena – il suicidio di una ragazzina che, stanca della sua eterna adolescenza, si lascia incenerire dal primo sole dell’alba, all’esterno di una tranquilla casa bianca, da pieno ‘gotico americano’.
Quanta distanza dalle atmosfere di The Wolfman, altro horror imperversante in questo inizio d’anno. Non cambio genere e ci riprovo, infatti, pochi giorni dopo; da sola, complici la noia e l’inverno canadese. Multisala raggelante e semivuota, dopo il diabete dei giorni precedenti.
Il film, lo dico subito, è una delusione non riscattata nemmeno dall’ottimo uso degli effetti sonori e dalla presenza di Benicio Del Toro. Prevedibile, oleografico, senza “scarti”; e a tratti attraversato da fastidiose reminiscenze disneyane o perraultiane. A differenza che in Daybreakers, non ci sono riscritture: la trama è quella classica, col lupo mannaro e le sue trasformazioni, condita da un’ambientazione inglese (tra le campagne e la capitale) che più inglese non si può. L’accento degli attori, in particolare di Emily Blunt (interprete dell’angelica Gwen), è talmente British che me ne accorgo persino io. Opposto anche l’equilibrio degli ingredienti; se in Daybreakers c’era redenzione senza amore (niente love story per il bel vampiro buono Edward Dalton e la pasionaria umana Audrey Bennet!) qui invece c’è amore senza possibile redenzione. La bella non salva la bestia, che muore non senza aver sferrato l’ultimo morso. Sarebbe un film piatto e prevedibile, se non fosse per il senso di pietà che accompagna il destino irreversibile del “mostro”: che è pur sempre uno di noi, anche se segnato da una diversità malvagia.
Non è certo un caso che gli unici capaci di provare scrupoli per la vita dell’uomo-lupo siano gli zingari accampati nei pressi del villaggio, a loro volta sospettati dall’ottusa e razzista comunità locale; e non è un caso che la catastrofe a orologeria della mutazione licantropa avvenga in un manicomio “foucaultiano”, al centro di un teatro anatomico, sotto gli sguardi di un’intera comunità di scienziati. Come tutti i film horror, anche The Wolfman finisce inevitabilmente per dare una forma e una direzione alle paure del presente; e non solo per la sua dimensione così cupa e priva di speranze. L’orrore esplode nel cuore di tutti i dispositivi di controllo, contagiandoli inevitabilmente: il potere coloniale della nobiltà britannica sull’India; l’autorità paterna e il recinto chiuso della comunità locale, diffidente verso chiunque le sia estraneo; e infine i dispositivi della repressione sociale, incarnati dal manicomio e dalla polizia.
Solo le donne – seppur non immuni da stereotipi di “eterno femminino” – riescono a farsi portatrici di un sapere e di un ”coraggio” diverso, capace di rifiutare la caccia al mostro e, potenzialmente, di arrestare il contagio; ma il loro tentativo è soffocato dai vani propositi guerreschi di padri, fratelli e mariti. È difficile immaginare come sarà il futuro, ma di certo non moriremo per mano di un vampiro o di un lupo mannaro. Quel che invece appare plausibile, è che si sta ridisegnando il nostro rapporto con l’Altro, il “nemico”: un rapporto apparentemente empatico e spesso venato di erotismo, segnato dalla prossimità estrema del “mostruoso” alle nostre vite. Non potrebbe essere altrimenti, in anni in cui le ragazzine sognano di essere contese tra vampiri e lupi mannari sul palscoscenico dei loro teen movie immaginari. Sognando di essere ghermite dal mostro e di avere per amante un vampiro, non ci accorgiamo del mostro che abbiamo in noi. Forse è un triste segno dei tempi, che ci voglia l’horror per guardare in faccia il presente e dirne l’orrore.

capelloni, ninfette e marziani (14 maggio 2009)

In attitudine popular, recensioni di recensioni, sci-fi on novembre 16, 2011 at 1:33 am

Certo che bisognava proprio essere dei capelloni di Berkeley, per credere agli alieni. È il 1968. Una famiglia illuminata e benestante, padre insegnante universitario, due figli adolescenti. Il maggiore, Barry, scomparso da un anno, viene ritrovato ad Abilene, Texas. Il padre si precipita all’ospedale. Il ragazzo è in stato confusionale. Non ricorda come si chiama, non riconosce i genitori e la sorellina, ha solo un vago ricordo dii nomi di strade, a Berkeley, crede di essere all’Hendrick Hospital. Non sa perché si trovi in Texas. E, soprattutto, è convinto di essere ancora nel 1967. È fermo a un anno e tre mesi prima.

Sono gli anni di Charles Manson, gli anni che vedono il trapasso di una controcultura gioiosa e allegra in un brutto, bruttissimo trip. Un oscuro scrutare, lo definirà Philip K. Dick in un suo romanzo, parzialmente autobiografico, di un decennio più tardi. Quale padre, in quella California, trovandosi di fronte il figlio diciottenne delirante e in preda all’afasia, avrebbe creduto a un rapimento degli alieni?

Questa domanda mi è venuta alla mente rileggendo, per puro caso, un romanzo di fantascienza che avevo letteralmente adorato fra la seconda e la terza media: Il drago di bronzo, di Marion Zimmer Bradley. A quell’età, che la storia fosse ambientata in una leggendaria città californiana o nel bagagliaio di un’automobile, mi era indifferente. Mi interessava il seguito, gli alieni buoni e quelli cattivi, capaci di assumere tutte le forme: chi avrebbe vinto? Non mi appariva allegorica la lotta contro l’arroganza di un pianeta che non rispettava le leggi confederali, credendo di assoggettare tutto e tutti, privo di ogni elementare solidarietà tra i membri stessi della specie, pronti a uccidere i fratelli più deboli per conservare la purezza della razza. Non coglievo, o quasi, il senso di non-violenza portato, nella tranquilla Berkeley, da quegli alieni di razza superiore, che guardavano all’istinto umano di difendersi come a una sorta di barbarie. Peace and Love.

Un mondo luminoso sarebbe venuto a liberarci – proprio come avevano fatto, in modo ancora imperfetto, gli americani con noi europei. Una specie di Piano Marshall interstellare ci avrebbe liberati, tra l’altro, dall’ossessione delle guerre, dall’ansia dei genitori nei confronti dei figli, dal pessimo insegnamento della matematica impartito nei licei. Difficile non pensare agli hippy, ma ancor più difficile pensare che quei messaggi subliminali potessero trovarsi in un libro per bambini.

Perché il romanzo della Zimmer Bradley, pubblicato originariamente nel 1969, è stato pubblicato in Italia nel 1991 per Salani, tradizionalmente editore per l’infanzia. Siamo tutti abituati alle ricadute socio-politiche della fantascienza, ma mettere in mano a un bambino quella storia di alieni capelloni e ragazzi scappati di casa…

Ma tanto, non attaccava più. The times, they had changed. Neanche un mese dopo, mi trovavo con quattro ragazzini miei miei coetanei, ad accalcare la sala del cinema Imperial – mai nome fu più azzeccato. Davano, in prima visione, Independence Day.

Altro che pacifismo, le sventole che non si prendevano gli alieni. E figuratevi che a dargliele era un reduce della Prima Guerra del Golfo.