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in difesa dell’ironia

In a spasso tra i libri, attitudine popular, educazione, repubblica delle lettere, this is the end of the world on novembre 19, 2012 at 10:56 pm

Parodia di Hipster. Fonte: Chicagoshows.wordpress.com

Alcuni giorni fa, sulla rubrica The opinionator, il New York Times ha pubblicato un lungo e polemico articolo contro l’ironia di Cristy Wampole, Assistant Professor di Francese a Princeton. L’autrice denuncia in modo appassionato e retoricamente efficace l’attitudine alla distanza dei suoi coetanei, e auspica che ci si liberi dall’ironia, dalla tendenza a evitare qualsiasi presa di posizione seria, tornando a un ethos non più ‘reattivo’ ma ‘attivo’. Si può capire come queste parole, che suonano come un incitamento al rigore e all’impegno, siano suonate condivisibili e persino ‘rinfrescanti’ nel gruppo di coetanei (per lo più con aspirazioni intellettuali) che frequento. Pur condividendo l’assunto etico di fondo, nel proseguire la lettura non ho però potuto reprimere un crescente senso di perplessità.

Sarà che il mio è un osservatorio limitato, per cui non conosco molti hipsters. Sarà che leggo molte notizie di politica, sia italiana sia internazionale, per cui mi pare che ‘disperazione’ e ‘incazzatura’ siano termini più accurati di ‘ironia’ e ‘presa di distanze’ per descrivere l’atteggiamento della generazione mia coetanea. Probabilmente il mio punto di vista è provinciale; ma a me pare che occuparsi in tale dettaglio di come una certa ironia (falsa ironia, la chiamerei io) ci impedisca di prendere posizione sul presente sia una contraddizione in termini.

Più precisamente, a me sembra che l’ironia descritta dall’autrice sia un atteggiamento molto diffuso all’interno di una data cerchia o di una precisa classe sociale, ma non rappresentativo di un’intera generazione – cosa che diversi lettori non hanno mancato di notare nella sezione dei commenti. Con buona pace dei pochi di noi che abitano una bolla accademico-artistico-culturale oppure hanno la fortuna di svolgere lavori creativi (il pubblicitario, il ricercatore universitario, il giornalista e consimili), la maggior parte delle persone vive senza necessariamente simulare, si preoccupa per il proprio presente e futuro, ascolta la musica che ritiene di trovare gradevole e, se parla, pensa di dire ciò che sta dicendo (anche quando in realtà sta dicendo qualcos’altro). E non perché siano ‘infantili’; al contrario, perché a differenza di noi sono “adulti veri” che vivono nel “mondo reale”. Ma questo non è necessariamente un bene, come la stessa retorica del “mondo reale” (usata per incolpare intere classi sociali del loro destino) dimostra.

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Personalmente amo l’ironia, e non credo che tutte le risate siano ridanciane, inutili o idiote. Ci sono risate che feriscono e risate che mordono. Se così non fosse, ad esempio, il sarcasmo non sarebbe considerato un peccato capitale (come invece è, almeno qui in Nordamerica, e comprensibilmente: perché il sarcasmo è un modo di mostrare i muscoli, sia pure quelli del cervello). C’è una grande enfasi, nella cultura letteraria di oggi, sul bisogno di ‘serietà’. Così, mentre il web pullula di meme e immagini assurdamente ridanciane, mentre il potere governa mediante un uso oppressivo della risata, e mentre la continua osmosi tra lavoro e piacere rende alcuni di noi incapaci di rendersi conto della reale abolizione di diritti e tutele, la parte più “consapevole” della nostra società si dà da fare per promuovere forme pulite e quasi edulcorate di humour. Nel frattempo, tra gli intellettuali si predica a gran voce la morte del postmoderno e il ritorno dell’impegno: a volte in via solo teorica e intellettuale, a volte anche in modo concreto, piantando gazebi e dipingendo cartelli. Pur riconoscendo il valore culturale di alcune battaglie (quella per il politically correct, ad esempio) io non credo che un’eventuale vittoria della serietà e della correttezza ci renderebbe necessariamente più liberi o consapevoli.

A mio avviso l’autrice pecca di ingenuità quando identifica l’ironia con un particolare tipo di ironia: quella che lei esemplifica con la posa artefatta dei nuovi “hipster”. Credo che in questo senso la sua formazione letteraria, di studiosa della narrativa post-moderna, possa essere fuorviante. Perché quando leggo una frase come “It stems in part from the belief that this generation has little to offer in terms of culture, that everything has already been done, or that serious commitment to any belief will eventually be subsumed by an opposing belief, rendering the first laughable at best and contemptible at worst,”* mi ritrovo immediatamente trasportata in un ethos filosofico politico di vent’anni fa, dove il picco petrolifero non è nemmeno contemplato, il debito non esiste e il radicalismo politico nemmeno. Siamo ancora dalle parti del dibattito sul postmoderno: un dibattito formulato a livello internazionale (penso alla mostra londinese Postmodernism: Style and Subversion 1970–1990, tenuta nell’autunno del 2011 al Victoria and Albert Museum), e che, nel nostro piccolo, è arrivato anche in Italia, dal dibattito sul New Italian Epic (2008-2010) al dibattito filosofico sul New Realism recentemente animato da Ferraris e Vattimo.

Io credo che non si debba rigettare l’ironia, ma fare qualche utile distinzione, perché nell’appropriazione ridanciana di miti e modelli consumisti non c’è nulla di profondamente ironico. Quella che Wampole descrive nel suo articolo non è ironia, ma una perversione dell’ironia. La caricature di hipster che abita il nuovo secolo (di cui si può leggere un profilo tanto caustico quanto famoso qui) deve prendersi gioco della musica commerciale perché la ama, o perché a dispetto della sua costosa educazione, è culturalmente succube della cultura pop. I nuovi hipster che affollano le strade di Williamsburg e che si considerano trendsetter sono consumatori culturali all’ennesima potenza; ma oggi siamo tutti consumatori culturali, a vari livelli, ed è per questo che il loro atteggiamento estremo ci risulta tanto familiare.

In questo contesto, l’ironia è, o forse dovrebbe essere, la capacità di dirsi produttori, anziché consumatori, di cultura. Di cambiare non il canale, ma il terreno della ricezione. Di usare i linguaggi correnti per formulare un nuovo linguaggio. Non un nuovo messaggio, si badi: questo lo fanno tutti, anche i pubblicitari. Formulare un nuovo linguaggio è, invece, una cosa difficilissima, che è riuscita a pochissimi, solo ai più grandi tra gli scrittori. Italo Calvino, per dirne uno.

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E in Italia? Nel Bel Paese, si sa, siamo malati di umorismo, di macchiettismo, di ironia. Alle peggiori schifezze della nostra classe dirigente reagiamo facendo ‘battute’, sentendoci dei tanti piccoli Totò. La classe politica a propria volta non ritiene di dover governare, assumendosi apertamente la responsabilità della propria macelleria sociale, ma si esprime per battute, scatenando ondate di indignazione a costo zero – dai bamboccioni ai choosy, perfetti equivalenti culturali del ‘que se jodan’ spagnolo.

Se c’è un paese dove in apparenza il Governo Della Risata si è esercitato con pervasiva violenza, questo paese è l’Italia. C’è stato un periodo in cui addirittura si decretava la morte della satira che – si diceva – sarebbe stata superata dalla realtà (effettivamente scene come quelle di un Calderoli che, nel 2006, definiva la propria legge elettorale “una porcata” sembravano tratte dal “Cuore” dei tempi d’oro).

Vignazia ’12

A volte mi capita di chiedermi se l’ironia (o l’antifrasi, che dell’ironia è parente stretta) sia inadeguata a descrivere la repressione delle piazze nel 14 novembre, o l’arroganza della classe dirigente italiana. E credo che nella loro forza comica, le forme di  satira non siano inadeguate, a differenza delle tante petizioni e forme varie di clicktivismo e indignazione mediata. Perché denunciano, tra le altre cose, uno stato di linguaggio in cui “le cose non sono le cose,” per cui

l’antifrasi diventa l’unico modo possibile di relazionarsi al potere. Certo non basta fare battute e scrivere satire. Ma nella satira si può annidare un profondo germe di ribellione, e sarebbe ingenuo – oltre che controproducente – volersene privare.  E penso al senso di sconcerto che ho provato la prima volta che ho visto una finta pubblicità di Adbusters. Me lo ricordo: fu a Firenze, alla Fortezza da Basso, nei giorni del FSE del 2002 (un luogo non particolarmente ironico, bisogna riconoscerlo). Guardando gli enormi banner finti di Mc Donald’s sventolare dal soffitto, mi ci vollero un paio di secondi per capire che si trattava di una parodia, eppure mi rimase un senso di disagio addosso ancora per qualche minuto.

Siamo sicuri che questa ironia sia la stessa dell’hipster che se ne va in giro con la maglietta di Justin Bieber, si veste da SuperMario per Halloween e afferma di amare la musica di Katy Perry perché è, oh, so shitty? Ne dubito fortemente.

Io credo che alcune di queste rappresentazioni antifrastiche, ironiche o parodiche siano  frutto di impotenza – la stessa impotenza che ha animato per secoli le pasquinate, i carnevali, e persino le uccisioni in effigie di tiranni, duci e ducetti. Ma l’impotenza di chi subisce la violenza della storia e non ha altro rifugio che lo sberleffo non è necessariamente la stessa di chi si immagina inerte e passivo, e usa l’ironia come una coperta per continuare a nascondersi. Gridare che i lacrimogeni non rimbalzano su Marte è gridare che il re è nudo: vuol dire denunciare l’assurdità che è già al potere e che ci governa, pretendendo di farci dire che due più due fa cinque.

Per questo anche noi italiani non dobbiamo essere per forza contro l’ironia: ci basterebbe liberarla dall’autocommiserazione, dalla passività, dal narcisismo generazionale e dalla mercificazione, per tornare a usarla come uno strumento verace, violento, disarmonico. Perché l’ironia non è accettazione ridanciana del reale. Questo è ciò di cui ci hanno convinto per vent’anni. Ma l’ironia è altro. È soprattutto distanza: e come tale è una difesa potentissima da quel meccanismo di commercializzazione che, a ritmo sempre più vertiginoso, si appropria di tutte le narrazioni, e soprattutto di quelle serie, ontologicamente ingenue, e cioè di quelle con un messaggio sociale chiaro, rassicurante, impegnato e inquadrabile.

Se un dovere hanno oggi gli artisti e gli intellettuali, è precisamente quello di produrre opere brutte, dissacranti, urticanti, opere che facciano letteralmente schifo –   non in qualche modo esteticamente accettabile, ma che ci disgustino e ci rivoltino nell’intimo, che ci sveglino e impediscano in ogni modo di provare piacere. Opere che suscitino in noi un senso di terrore e di violazione, opere che ci spingano a dubitare, con un brivido, della loro finzionalità, invece di presentarsi arrogantemente, e contraddittoriamente, come “reali”. Opere che siano imprendibili, immistificabili, proteiformi. E quindi sì, anche ironiche, se ciò serve a evitarne il consumo.

Guardatevi, piuttosto, dalle narrative ‘impegnate’: producono assuefazione.

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*Traduzione: [questo atteggiamento deriva, almeno in parte, dalla convinzione che questa generazione abbia ben poco da offrire in termini culturali, che tutto sia già stato fatto, o che qualsiasi impegno serio sarà, alla fine dei conti, inglobato da una convinzione di segno opposto, che trasformerà l’ideale di partenza in un oggetto ridicolo (nella migliore delle ipotesi) o disprezzabile (nella peggiore)]

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the revolution will (not) be hashtagged [9 novembre 2011]

In attitudine popular, smanettare, taking action on novembre 16, 2011 at 5:39 am

“Revolution will not be televised”, cantava nel 1970 lo scomparso Gil Scott Heron; e ancora nel 2001, c’erano fumettisti che invitavano a spegnere la televisione e a uscire di casa, perché il nuovo movimento (all’epoca era quello no-global) non sarebbe stato né una pillola da ingoiare, ne un ballo da ballare.

Deve essere davvero cambiato il mondo, se Henry Jenkins, pubblicizzando il lavoro di due studiose di comunicazioni e media, adotta la frase “revolution will be hashtagged”, passando dalla perentoria negazione a una previsione alquanto ottimistica. Il passaggio da “will not” a “will” sembra chiamare in causa la differenza tra media verticali e media orizzontali, con il loro diverso grado di interattività e di partecipazione,  ma anche il fatto che le ultime rivoluzioni, dall’Egitto alla Tunisia, sono state effettivamente “twittate” e “taggate”. Una differenza che, come vedremo, non è però priva di ambiguità e di problemi.

Il lavoro di Alison Trope (Clinical Associate Professor, USC Annenberg) e Lana Swartz (PhD student, USC Annenberg) si svolge all’interno di Civic Paths, un progetto ibrido che propone contributi accademici (almeno quanto allo stile argomentativo) all’interno di una piattaforma non convenzionali come i blog (anche se interamente finanziati e basati su strutture universitarie, nel caso specifico quella di USC) e con una scrittura decisamente più sintetica e diretta dei tradizionali registri accademici.

Partendo da un’introduzione abbastanza generica sull’importanza della cultura visiva nelle rivoluzioni, Trope e Swartz decostruiscono l’origine di alcuni dei simboli usati da OWS, compreso quello del polipo, impiegato già nel 1904 per prendere di mira il monopolio di Standard Oil. L’uso di metafore zoomorfi è, in realtà, una costante della comunicazione politica e si presta a interpretazioni tanto di sinistra quanto di destra (si pensi ai ratti e alle cimici della propaganda razzista, ma anche all’ambivalente retorica pre-fascista contro i “pescecani”).

Lo spazio dato all’inversione di miti popolari e icone della comunicazione di massa non deve stupirci, se pensiamo che OWS è iniziato a partire da un appello di Adbusters, il collettivo di Vancouver che da oltre 15 anni propone un’ecologia mentale contro il consumismo, stravolgendo i messaggi pubblicitari con cui veniamo bombardati di continuo. L’appello, lanciato in rete in luglio, proponeva di vivere anche in Nordamerica un movimento in stile “Tahrir” (a Tahrir-like movement). A margine, è curioso notare come l’origine canadese sia stata spesso rimossa e, almeno in patria, contestata: il movimento sarebbe inadatto al Canada dove, grazie alle protezioni del welfare e a una “miglior” gestione della crisi, non ci sarebbero i problemi che hanno scatenato la rabbia del 99%. Si tratta di una tesi alquanto discutibile, non senza ricadute comiche (come vedere noti liberali e conservatori agitarsi a difendere il welfare per la prima volta in vita loro, e in modo assolutamente peloso). Il movimento comunque si è esteso a nord del confine, tra Vancouver, Toronto e diverse altre città, compresa London (Ontario, non UK), dove proprio stamattina all’alba il primo accampamento è stato sgomberato.

Come notano Trope e Swartz, nel movimento Occupy si attua un enorme dispiegamento di creatività collettiva, che produce sia forme creative individuali (cartelli, uso del web, fotografie), sia forme di “art-guerrilla” più elaborate, al limite dell’installazione di arte contemporanea. Ne fanno spese simboli noti e meno noti: loghi e brand della pubblicità globale, ma anche le icone del fumetto, dai supereroi agli zombi, sovvertite con finalità politiche (l’immagine dello zombi in giacca e cravatta come immagine della metastasi finanziaria è ormai luogo comune, da Romero a Max Brooks).

La riflessione di Swartz e Trope prosegue con un’analisi delle strategie comunicative del movimento, relativa alla sua retorica (anonimato e pluralità), e al suo rapporto con i media, inclusi quelli ufficiali (il cui silenzio è un ostacolo da oltrepassare). Il lavoro si conclude con alcune domande relative al futuro del movimento, suggerendo che l’attuale pluralità di forme adottate potrebbe essere un’eco della struttura policentrica dello stesso movimento. Soprattutto, aggiungono le due studiose: «Il movimento e la sua espressione visiva, nelle sue forme variegate e spesso personali, sono dei catalizzatori. Stanno trasformando i problemi, ma soprattutto la rabbia e le emozioni, in un discorso».

La parte più interessante di questo lavoro è, a mio avviso, quella in cui le autrici analizzano le strategie comunicative di OWS, a volte in contrasto tra di loro: per esempio, se da un lato il movimento ricorre alla strategia dell’anonimato (con la popolare maschera di Guy Fawkes), dall’altro lato tumblr e altre piattaforme hanno permesso di dare un volto al 99%, dando voce a una miriade di singole storie (il formato foto + cartello che tanto successo ha avuto anche in Italia). Trope e Schwartz discutono anche le implicazioni della partecipazione di nomi celebri (le superstar della critica al sistema Michael Moore e Slavoj Žižek, ma anche nomi meno scontati come Harry Belafonte, Justin Jeffre o Alec Baldwin).

Un’ambiguità nel rapporto con lo star-system, e nelle modalità di enunciazione politica possibili (collettività indefinita, come nel caso dell’anonimato, o supplemento di ego, come nel caso di volti celebri), che conduce a riflettere su un’ulteriore ambiguità , quella nel rapporto con una tecnologia che non è certamente “grass-roots based”. Non solo, infatti, alcune delle icone sovvertite sono a propria volta marchi di successo (ogni volta che comprate una maschera di Guy Fawkes, Warner Bros aumenta i suoi profitti, ricorda un cartello citato dalle studiose), ma la stessa rete non è certo uno spazio libero e privo di profitti. In altri termini, le pur efficaci strategie comunicative di OWS e affini dipendono dall’enorme disponibilità di tecnologia informatica usabile (cioè, che qualcuno ha reso usabile) e a basso costo (basso costo per noi, non per il pianeta), una tecnologia che non è certo indipendente dall’accumulazione finanziaria correntemente in atto. Una contraddizione di cui non sarà facile liberarsi e che, no, non sarà taggata.