parlacoimuri

Posts Tagged ‘Detroit’

Dio benedica l’America. Oppure la salvi.

In attitudine popular, canadian bacon, cinema, recensioni di recensioni, this is the end of the world on dicembre 5, 2012 at 10:12 pm
Un fotogramma da "Detropia"

Un fotogramma da “Detropia”

Un mese fa mi trovavo a Detroit, in Michigan, per una giornata di studi sulla letteratura apocalittica alla Wayne State University. Lo so, la location non poteva essere più adatta all’argomento. Quasi tutti i miei conoscenti, canadesi e americani, hanno già fatto questa battuta, resi edotti – più che da Michael Moore – da documentari come Detropia. Sia detto per inciso, a me Detroit è piaciuta. L’ho trovata una città complessa e viva, e contrariamente al resto del Michigan, in risalita (semmai a rischio di gentrificazione, dato il numero di artisti che la crisi immobiliare ha attratto da 4 o 5 anni a questa parte). E poi ha una delle più importanti collezioni di arte di tutti gli Stati Uniti, che risale ai tempi in cui il famoso 1%, dopo aver sfruttato generazioni di operai, comperava quadri di Bruegel e Matisse a paccate per regalarvi città. Ancora oggi i residenti possono entrare gratis al Detroit Institute of Art, dove, tra le altre cose, ho potuto coronare il sogno di una vita vedendo dal vero le matrici di Sogno e menzogna di Franco” e diverse matrici di Jazz di Matisse. Certo, che le sale di arte afroamericana siano sponsorizzate da General Motors, fa un bell’effetto. Ma non è di questo che vorrei parlare, anche se questa contraddizione è indicativa delle mille complessità di una cultura troppo spesso liquidata con un’alzata di spalle e ridotta, da chi non la conosce, allo stereotipo di Coca Cola e Mc Donald’s.

Durante una pausa del seminario, chiacchierando, uno dei docenti intervenuti si è messo a parlare di The Hunger Games e del fatto che i suoi studenti ne abbiano immediatamente assimilato l’idea in modo commerciale, per esempio esibendo le ‘unghie smaltate’ a tema, a riprova del fatto che qualsiasi critica al sistema viene immediatamente assorbita e resa innocua. Posto che The Hunger Games mi pare già in partenza più assimilabile al mainstream che alla critica del mainstream, la discussione mi è tornata in mente ieri sera, guardand

Unghie a tema - The Hunger Games

Unghie a tema – The Hunger Games

o un altro film: Good Bless America, uscito la scorsa primavera nelle sale americane e diretto dallo stand-up comedian Robert “Bobcat” Goldthwait.

God bless America è un film discutibile da tutti i punti di vista. Discutibile la sua trama, che, come ha notato il recensore John Patterson sulle colonne del Guardian, sembra scritta sul retro di un tovagliolo; discutibile la sua coerenza narrativa, che sfida spesso il senso della logica; discutibile il suo contenuto (per lo più scene di violenza estrema o di volgarità televisiva) e il suo senso dello humor, che definire ‘nero’ è dire poco. Un film irrisolto, ma che a mio avviso vale la pena di guardare – sempre che si abbia lo stomaco di farlo.

220px-God_bless_america_ver2

La trama si riassume facilmente: Frank (interpretato da Joel Murray), un colletto bianco di Syracuse, NY, vive una vita grama e solitaria, scandita da emicranie invalidanti, dalle urla dei vicini di casa e dagli atteggiamenti manipolatori dell’ex-moglie, una deficiente capace di regalare un blackberry a una bambina di sette anni. Tutto questo è acuito dalla consapevolezza di una volgarità dilagante, che i media (in particolare tv e internet) stanno elevando a nuovo stile di vita americano. Fin qui, Frank è solo il tipo un po’ strambo e fuori moda che i colleghi trattano con sussiego, ma nel giro di 24 ore, la sua vita cambia completamente. Perde il lavoro (dopo che un suo corteggiamento all’antica, con tanto di fiori mandati a casa, viene interpretato come molestia sessuale) e si vede diagnosticare un tumore al cervello nell’indifferenza più completa. La sera, a casa, mentre medita di farla finita, la consueta volgarità televisiva gli schiude un’epifania: invece di uccidersi, ruba la Camaro gialla del vicino di casa e si dirige alla volta della Virginia, per uccidere a pistolettate Chloe, l’adolescente più viziata d’America, appena vista in televisione. Dopo l’assassinio, si unisce a lui Roxy (interpretata da Tara Lynn Barr), un’adolescente con una chiara predisposizione all’ADD e all’omicidio di massa. I due proseguono la loro fuga indisturbati, facendo le vendette di celebrità da talk-show, estremisti di destra e fanatici religiosi, maleducati da cinema e da parcheggio, anchorman di estrema destra e promotori della cultura d’odio, fan di Mixed Martial Arts (su questo potrei persino essere d’accordo) e giudici di talent show: insomma, chiunque promuova attivamente la bruttura, il fanatismo, la violenza psicologica verso il più debole e l’esibizionismo attualmente dominanti nella pop culture americana.

Per quanto la sua violenza venga attenuata dal filtro della satira e della finzione, God Bless America è un film dove si spara e si ammazza a ripetizione, in modo prima disturbante, poi dissacrante, quindi anestetico. Per capire la portata liberatoria di questa ecatombe, bisogna aver visto almeno qualche ora di televisione americana. So che i miei connazionali alzano le ciglia (dopotutto noi abbiamo avuto Berlusconi), ma la sensazione di shock e direi quasi di terrore che si prova a fare un’ora di zapping sulla televisione americana non è esprimibile con parole umane e non è comprensibile a chi non ne abbia fatta esperienza diretta. Per questo, i venti minuti di satira televisiva che scatenano la follia omicida di Frank valgono da soli il prezzo del biglietto (o della sottoscrizione a Netflix). Capisaldi della trash tv americana come American Idol, The Bad Girls Club e My Super Sweet Sixteen sono parodiati in versioni appena più estreme, ma ben riconoscibili. Le finte clip sembrano, a volte, debitrici delle ‘vere’ clip pescate nel mare magnum di YouTube, quasi a dirci che la realtà della trash tv americana è ben più estrema di qualsiasi parodia. Chloe, la teenager viziata della finzione, parla con parole della (?) realtà. In questo modo il film assume il linguaggio della clip, dello spot o del frammento di tv verità che vuole criticare; allo stesso modo, la completa nonchalance con cui i personaggi uccidono ricorda quella di un videogame. God bless America mi ha ricordato, guardandolo, gli adolescenti di The Hunger Games (che, a detta della sua autrice, è stato concepito proprio in una seduta di zapping, nello straniante contrasto tra scene di guerra e scene di reality show); o il bellissimo e spietato protagonista di We need to talk about Kevin (2012), forse il film che ha trattato con maggior complessità e profondità il tema delle sparatorie di massa americane.

Per questo, nonostante la sottigliezze narrative (tra cui il sottotesto di riferimenti cinematografici e letterari, compresa una doppia citazione di Lolita, una delle quali implicita) e le battute fulminanti, il film di Goldthwait non mi ha convinto. E il motivo non è solo la sua continua, martellante, esasperante brutalità; e nemmeno, problema ben più grave, la superficialità con cui affronta un tema molto delicato (nel guardare la pioggia di pallottole del film tornano in mente le sparatorie di Columbine, di Aurora in Colorado, del Virgina Tech: tragedie autentiche che forse meriterebbero un po’ più di rispetto); ma la completa, contraddittoria circolarità tra il mondo che critica e la sua possibile alternativa, quasi a significare che ogni battaglia è persa in partenza e che ogni possibile opposizione contiene in sé il germe della propria capitolazione al nemico. Del resto, come si diceva, di contraddizioni è piena l’America.

Alla frontiera. Detroit, MI /Windsor, ON [26 aprile 2010]

In repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 3:08 am

“Are you Canadians or Americans”, ci domanda l’autista Greyhound alla stazione di Detroit, MI, prima di accettarci a bordo. Quasi non ci fossero altre possibilità, su questo lembo di America che per convenzione è ancora USA, ma è già confine, appena prima del “tunnel to Canada”. “International students”, risponde la mia collega, che si dà ad armeggiare nella borsa per estrarne documenti e papiri vari. L’autista è già passato oltre, e mi guarda con aria interrogativa. “We’re Italians with a Canadian permit”, spiego io. “So you do have papers”, commenta sollevato, alzando il pollice in segno di vittoria. “Yeah, we have papers”, confermo, ripetendo a mia volta il gesto di troppi telefilm.
Ancora col piede sul predellino, sorrido pensando al rivelatore errore della mia collega, che ha voluto citare il suo stato in risposta a una domanda sul nostro Stato. Quasi che la ‘patria delle lettere’ – o repubblica, come preferisco chiamarla – avesse una propria indipendenza, sancita da confini e passaporti.

La repubblica delle lettere esiste, ed è segnata da un confine invisibile. Un confine che ho attraversato più volte negli ultimi tre giorni, e ogni volta con un soffuso senso di inutilità, di vacuità, mista a esaltazione e impegno. Un confine che tende a sparire, in confronto alla sofferenza che trapela sull’altro confine, quello reale, lungo queste strade costellate di fabbriche in chiusura e concessionari di automobili che nessuno compra più.

Ho il passaporto di un’autorità che nessuno riconosce, vengo dal più “inutile” e screditato dei regni. Non lo dico con la finta modestia di chi, sotto sotto, si sente indispensabile: è un mantra che mi ripeto di continuo, e credo sia la forma soggettiva assunta dal complesso di inferiorità che scandisce la vita di ogni straniero. Sento tale minorità nel mio corpo, una minorità resa doppia dalla mia diversa nazionalità, di italiana fuor d’Italia e di letterata (che si complica se ve ne aggiungo una terza, l’esser donna: biologicamente maggioranza, minoritaria nella cultura). Ancora per poco il mio corpo mi salva, agilmente contrabbanda gli anni che mi rendono un enigma, dei miei 27 anni ne lascia trapelare 21 scarsi, e a volte meno. Dimostro un’età in cui si può ancora studiare, senza per forza passare per “studenti a vita”. Ma già adesso annaspo se mi chiedono cosa ci faccio qui, percepisco un’accusa di pigrizia, di svogliatezza, di infondatezza. Punto l’accento sul fatto che insegno, insomma, non sono completamente parassitaria, a qualcuno servo: così, almeno, cerco di “giustificarmi”.

A chi “serve” il nostro lavoro? È una domanda che non abbiamo il diritto di eludere in nome di facili e consolatorie filosofie del superfluo, di paradossali quanto sofistici elogi dell’inutilità. Il mio lavoro non allevia la giornata della donna che viaggia con me, zoppicante sotto il grasso e forse sotto altro, data la tumefazione dell’occhio destro, livido sotto il colore scuro della sua pelle. Non scrivo storie capaci di regalarle un’ora d’aria. Non aiuto i suoi figli – se non a “imparare”; e cioè perpetuando il potere alfabetico, che stabilisce la continuità dell’esclusione dei molti a opera dei pochi. Il mio lavoro non aiuta chi ha perso il suo, di lavoro. Il mio lavoro, a ben guardare, non è nemmeno un lavoro. Non produce, non fa guadagnare. È fuori della dinamica del plusvalore. Non è meno inutile di queste fabbriche di automobili, che, a ben guardare, non producono altro che cieco accumulo e distruzione. Valeva la pena di distruggere milioni di ettari di foreste o praterie per questa infinita ripetizione di Boston Pizza, Home Depot, Joe’s No Frills, BMW, in questo alternarsi solo apparente di parcheggi e concessionari, di ‘drive in’ e ‘drive thru’, fabbriche e malls, shopping plazas e vendite all’ingrosso?

Continuo a guardare la pianura, appena mossa da qualche lieve avvallamento o pendio, che scorre immutabile. Mi sembra di riconoscere i capannoni della mia via Emilia, il tratto di SS9 a Nord di Bologna, da San Giovanni fino a Modena senza percepire un solo stacco visivo. Ma è tutto più grande, più sgargiante, più disperato, urlato come il patriottismo delle bandiere canadesi issate di continuo a difendere non si capisce più quale frontiera. E tra una palazzina di mattoni smaltata in blu hammurabi e un improbabile ristorante cajun, mi domando se lo scorrere incessante di questa pianura degradata sia poi così diverso dallo scorrere di mossette e parole sullo schermo di quel televisore che non ho più.