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in difesa dell’ironia

In a spasso tra i libri, attitudine popular, educazione, repubblica delle lettere, this is the end of the world on novembre 19, 2012 at 10:56 pm

Parodia di Hipster. Fonte: Chicagoshows.wordpress.com

Alcuni giorni fa, sulla rubrica The opinionator, il New York Times ha pubblicato un lungo e polemico articolo contro l’ironia di Cristy Wampole, Assistant Professor di Francese a Princeton. L’autrice denuncia in modo appassionato e retoricamente efficace l’attitudine alla distanza dei suoi coetanei, e auspica che ci si liberi dall’ironia, dalla tendenza a evitare qualsiasi presa di posizione seria, tornando a un ethos non più ‘reattivo’ ma ‘attivo’. Si può capire come queste parole, che suonano come un incitamento al rigore e all’impegno, siano suonate condivisibili e persino ‘rinfrescanti’ nel gruppo di coetanei (per lo più con aspirazioni intellettuali) che frequento. Pur condividendo l’assunto etico di fondo, nel proseguire la lettura non ho però potuto reprimere un crescente senso di perplessità.

Sarà che il mio è un osservatorio limitato, per cui non conosco molti hipsters. Sarà che leggo molte notizie di politica, sia italiana sia internazionale, per cui mi pare che ‘disperazione’ e ‘incazzatura’ siano termini più accurati di ‘ironia’ e ‘presa di distanze’ per descrivere l’atteggiamento della generazione mia coetanea. Probabilmente il mio punto di vista è provinciale; ma a me pare che occuparsi in tale dettaglio di come una certa ironia (falsa ironia, la chiamerei io) ci impedisca di prendere posizione sul presente sia una contraddizione in termini.

Più precisamente, a me sembra che l’ironia descritta dall’autrice sia un atteggiamento molto diffuso all’interno di una data cerchia o di una precisa classe sociale, ma non rappresentativo di un’intera generazione – cosa che diversi lettori non hanno mancato di notare nella sezione dei commenti. Con buona pace dei pochi di noi che abitano una bolla accademico-artistico-culturale oppure hanno la fortuna di svolgere lavori creativi (il pubblicitario, il ricercatore universitario, il giornalista e consimili), la maggior parte delle persone vive senza necessariamente simulare, si preoccupa per il proprio presente e futuro, ascolta la musica che ritiene di trovare gradevole e, se parla, pensa di dire ciò che sta dicendo (anche quando in realtà sta dicendo qualcos’altro). E non perché siano ‘infantili’; al contrario, perché a differenza di noi sono “adulti veri” che vivono nel “mondo reale”. Ma questo non è necessariamente un bene, come la stessa retorica del “mondo reale” (usata per incolpare intere classi sociali del loro destino) dimostra.

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Personalmente amo l’ironia, e non credo che tutte le risate siano ridanciane, inutili o idiote. Ci sono risate che feriscono e risate che mordono. Se così non fosse, ad esempio, il sarcasmo non sarebbe considerato un peccato capitale (come invece è, almeno qui in Nordamerica, e comprensibilmente: perché il sarcasmo è un modo di mostrare i muscoli, sia pure quelli del cervello). C’è una grande enfasi, nella cultura letteraria di oggi, sul bisogno di ‘serietà’. Così, mentre il web pullula di meme e immagini assurdamente ridanciane, mentre il potere governa mediante un uso oppressivo della risata, e mentre la continua osmosi tra lavoro e piacere rende alcuni di noi incapaci di rendersi conto della reale abolizione di diritti e tutele, la parte più “consapevole” della nostra società si dà da fare per promuovere forme pulite e quasi edulcorate di humour. Nel frattempo, tra gli intellettuali si predica a gran voce la morte del postmoderno e il ritorno dell’impegno: a volte in via solo teorica e intellettuale, a volte anche in modo concreto, piantando gazebi e dipingendo cartelli. Pur riconoscendo il valore culturale di alcune battaglie (quella per il politically correct, ad esempio) io non credo che un’eventuale vittoria della serietà e della correttezza ci renderebbe necessariamente più liberi o consapevoli.

A mio avviso l’autrice pecca di ingenuità quando identifica l’ironia con un particolare tipo di ironia: quella che lei esemplifica con la posa artefatta dei nuovi “hipster”. Credo che in questo senso la sua formazione letteraria, di studiosa della narrativa post-moderna, possa essere fuorviante. Perché quando leggo una frase come “It stems in part from the belief that this generation has little to offer in terms of culture, that everything has already been done, or that serious commitment to any belief will eventually be subsumed by an opposing belief, rendering the first laughable at best and contemptible at worst,”* mi ritrovo immediatamente trasportata in un ethos filosofico politico di vent’anni fa, dove il picco petrolifero non è nemmeno contemplato, il debito non esiste e il radicalismo politico nemmeno. Siamo ancora dalle parti del dibattito sul postmoderno: un dibattito formulato a livello internazionale (penso alla mostra londinese Postmodernism: Style and Subversion 1970–1990, tenuta nell’autunno del 2011 al Victoria and Albert Museum), e che, nel nostro piccolo, è arrivato anche in Italia, dal dibattito sul New Italian Epic (2008-2010) al dibattito filosofico sul New Realism recentemente animato da Ferraris e Vattimo.

Io credo che non si debba rigettare l’ironia, ma fare qualche utile distinzione, perché nell’appropriazione ridanciana di miti e modelli consumisti non c’è nulla di profondamente ironico. Quella che Wampole descrive nel suo articolo non è ironia, ma una perversione dell’ironia. La caricature di hipster che abita il nuovo secolo (di cui si può leggere un profilo tanto caustico quanto famoso qui) deve prendersi gioco della musica commerciale perché la ama, o perché a dispetto della sua costosa educazione, è culturalmente succube della cultura pop. I nuovi hipster che affollano le strade di Williamsburg e che si considerano trendsetter sono consumatori culturali all’ennesima potenza; ma oggi siamo tutti consumatori culturali, a vari livelli, ed è per questo che il loro atteggiamento estremo ci risulta tanto familiare.

In questo contesto, l’ironia è, o forse dovrebbe essere, la capacità di dirsi produttori, anziché consumatori, di cultura. Di cambiare non il canale, ma il terreno della ricezione. Di usare i linguaggi correnti per formulare un nuovo linguaggio. Non un nuovo messaggio, si badi: questo lo fanno tutti, anche i pubblicitari. Formulare un nuovo linguaggio è, invece, una cosa difficilissima, che è riuscita a pochissimi, solo ai più grandi tra gli scrittori. Italo Calvino, per dirne uno.

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E in Italia? Nel Bel Paese, si sa, siamo malati di umorismo, di macchiettismo, di ironia. Alle peggiori schifezze della nostra classe dirigente reagiamo facendo ‘battute’, sentendoci dei tanti piccoli Totò. La classe politica a propria volta non ritiene di dover governare, assumendosi apertamente la responsabilità della propria macelleria sociale, ma si esprime per battute, scatenando ondate di indignazione a costo zero – dai bamboccioni ai choosy, perfetti equivalenti culturali del ‘que se jodan’ spagnolo.

Se c’è un paese dove in apparenza il Governo Della Risata si è esercitato con pervasiva violenza, questo paese è l’Italia. C’è stato un periodo in cui addirittura si decretava la morte della satira che – si diceva – sarebbe stata superata dalla realtà (effettivamente scene come quelle di un Calderoli che, nel 2006, definiva la propria legge elettorale “una porcata” sembravano tratte dal “Cuore” dei tempi d’oro).

Vignazia ’12

A volte mi capita di chiedermi se l’ironia (o l’antifrasi, che dell’ironia è parente stretta) sia inadeguata a descrivere la repressione delle piazze nel 14 novembre, o l’arroganza della classe dirigente italiana. E credo che nella loro forza comica, le forme di  satira non siano inadeguate, a differenza delle tante petizioni e forme varie di clicktivismo e indignazione mediata. Perché denunciano, tra le altre cose, uno stato di linguaggio in cui “le cose non sono le cose,” per cui

l’antifrasi diventa l’unico modo possibile di relazionarsi al potere. Certo non basta fare battute e scrivere satire. Ma nella satira si può annidare un profondo germe di ribellione, e sarebbe ingenuo – oltre che controproducente – volersene privare.  E penso al senso di sconcerto che ho provato la prima volta che ho visto una finta pubblicità di Adbusters. Me lo ricordo: fu a Firenze, alla Fortezza da Basso, nei giorni del FSE del 2002 (un luogo non particolarmente ironico, bisogna riconoscerlo). Guardando gli enormi banner finti di Mc Donald’s sventolare dal soffitto, mi ci vollero un paio di secondi per capire che si trattava di una parodia, eppure mi rimase un senso di disagio addosso ancora per qualche minuto.

Siamo sicuri che questa ironia sia la stessa dell’hipster che se ne va in giro con la maglietta di Justin Bieber, si veste da SuperMario per Halloween e afferma di amare la musica di Katy Perry perché è, oh, so shitty? Ne dubito fortemente.

Io credo che alcune di queste rappresentazioni antifrastiche, ironiche o parodiche siano  frutto di impotenza – la stessa impotenza che ha animato per secoli le pasquinate, i carnevali, e persino le uccisioni in effigie di tiranni, duci e ducetti. Ma l’impotenza di chi subisce la violenza della storia e non ha altro rifugio che lo sberleffo non è necessariamente la stessa di chi si immagina inerte e passivo, e usa l’ironia come una coperta per continuare a nascondersi. Gridare che i lacrimogeni non rimbalzano su Marte è gridare che il re è nudo: vuol dire denunciare l’assurdità che è già al potere e che ci governa, pretendendo di farci dire che due più due fa cinque.

Per questo anche noi italiani non dobbiamo essere per forza contro l’ironia: ci basterebbe liberarla dall’autocommiserazione, dalla passività, dal narcisismo generazionale e dalla mercificazione, per tornare a usarla come uno strumento verace, violento, disarmonico. Perché l’ironia non è accettazione ridanciana del reale. Questo è ciò di cui ci hanno convinto per vent’anni. Ma l’ironia è altro. È soprattutto distanza: e come tale è una difesa potentissima da quel meccanismo di commercializzazione che, a ritmo sempre più vertiginoso, si appropria di tutte le narrazioni, e soprattutto di quelle serie, ontologicamente ingenue, e cioè di quelle con un messaggio sociale chiaro, rassicurante, impegnato e inquadrabile.

Se un dovere hanno oggi gli artisti e gli intellettuali, è precisamente quello di produrre opere brutte, dissacranti, urticanti, opere che facciano letteralmente schifo –   non in qualche modo esteticamente accettabile, ma che ci disgustino e ci rivoltino nell’intimo, che ci sveglino e impediscano in ogni modo di provare piacere. Opere che suscitino in noi un senso di terrore e di violazione, opere che ci spingano a dubitare, con un brivido, della loro finzionalità, invece di presentarsi arrogantemente, e contraddittoriamente, come “reali”. Opere che siano imprendibili, immistificabili, proteiformi. E quindi sì, anche ironiche, se ciò serve a evitarne il consumo.

Guardatevi, piuttosto, dalle narrative ‘impegnate’: producono assuefazione.

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*Traduzione: [questo atteggiamento deriva, almeno in parte, dalla convinzione che questa generazione abbia ben poco da offrire in termini culturali, che tutto sia già stato fatto, o che qualsiasi impegno serio sarà, alla fine dei conti, inglobato da una convinzione di segno opposto, che trasformerà l’ideale di partenza in un oggetto ridicolo (nella migliore delle ipotesi) o disprezzabile (nella peggiore)]

Tales from a different St. Patrick (2)

In attitudine popular, partire o restare, repubblica delle lettere, road post on marzo 21, 2012 at 12:53 am

Il pullman della Greyhound entra nel Coach Terminal di Rochester con una curva larga e svogliata. È in ritardo di pochi minuti, davvero un’inezia se si considera che la St. Patrick’s Parade ha bloccato la circolazione per quasi sei ore. Eppure una viaggiatrice – una signora magra sulla cinquantina, che regge uno zaino da campeggio e un cuscino lilla – è già sul piede di guerra, pronta a catapultarsi a bordo prima ancora che i motori siano spenti, i portelloni aperti, i bagagli della tratta precedente scaricati. L’altoparlante annuncia l’imbarco, ma l’autista, che probabilmente è al volante fin dalla mattina, vorrebbe prendersi una pausa: il tempo di una sigaretta, uno snack, magari una pisciata. Ci chiede di rientrare e di aspettare qualche minuto. È appoggiato contro il muro e si concede il breve lusso di piluccare alcuni mirtilli da una confezione, quando l’agguerrita backpacker sente il bisogno di tornare a chiedergli qualcosa. «I understand that you’re eating your blueberries, but…», fa in tempo a proferire, prima che l’autista la indirizzi verso ben altra destinazione.

Arriva un secondo bus di una compagnia partner e noi passeggeri diretti a Toronto ci veniamo dirottati sopra. Non si capisce perché, dato che dovremo tutti scendere a Buffalo comunque, ma io come un bravo soldatino ordinato monto in castigo sul mio Trailways sfigato, che non ha la wi-fi e che emana odore di cuccia.

Lasciamo Rochester e nel giro di pochi minuti siamo in aperta campagna. Il sole caldo del tardo pomeriggio conferisce un’aura anche al paesaggio spelacchiato dell’Upstate NY. L’erba ha una sfumatura densa e pastosa, le abitazioni agricole (dei barn, costruzioni note all’italiano medio grazie alla grafica di Farmville) sembrano avvolte in una luce cinematografica. È il cielo di Hopper, nella sua infinita trascendenza.

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Il paesaggio umano della stazione di Buffalo in un fine-settimana mi è familiare – niente a che vedere con i personaggi poco raccomandabili che ci puoi trovare la sera, o con la gente che ho visto transitare per Detroit senza denti (droga? no – piorrea e mancanza di copertura sanitaria) e con scatole di cartone. Famiglie numerose con borsoni stinti, vecchie avvolte in felpe extra-large, pendolari con la felpa della Osgoode Law School, bambini che si rotolano sul pavimento, fidanzati che si sbaciucchiano promettendosi amore eterno almeno per un’altra settimana: un’umanità pendolare che potresti trovare anche alla stazione delle corriere di Reggio Emilia, o di Ravenna.

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Da Buffalo a Toronto, mi ritrovo seduta accanto a una ragazza sino-americana. Parlando scopro che è anche lei un’accademica, lavora in una cittadina del Massachusetts che io conosco (non bene ma ci sono stata anni fa a pranzo con mia zia), e che come me è in viaggio per una convention – la sua è proprio a downtown Toronto. Dopo la nostra breve conversazione, infatti, si rimette a lavorare al suo intervento. Lo sta scrivendo di sana pianta, parola dopo parola, a volte usando direttamente Google Translate dal cinese. Non dovrei farlo, ma non posso impedirmi di sbirciare tra le righe della sua presentazione. L’inglese è una roba da accapponare la pelle.

Ma non intendo giudicare. Magari quest’accademica magra, stressata e dipendente dal wi-fi della Greyhound è la reincarnazione cinese di Marc Bloch e non ha avuto tempo di prepararsi perché stritolata da montagne di composizioni, paper, assignment più o meno creativi, lettere di raccomandazioni, email, comitati, riunioni, incarichi organizzativi, commedie studentesche, ricevimenti ed esami. Ne ho visti, di accademici affermati che presentano un talk tirato insieme in mezza giornata per pura e semplice mancanza di tempo. Se fatico a ricercare io, che sono in un dottorato, mi figuro cosa debba essere la vita di un adjunct – alias precario: perché, sì, gente, i precari esistono anche in Nordamerica.

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Che esistano, ci è stato detto chiaro e tondo proprio alla convention della NeMLA dove sono appena stata. Il giorno precedente, infatti, mi sono unita a un collega (un giovanissimo e brillante anglista del North Carolina) e ho seguito un panel sul futuro dell’accademia – errore da non ripetere mai più, ci ammoniranno i colleghi più anziani la sera.

Un’esperienza avvilente ma istruttiva. C’erano tutti: il radicale tenured che si dice consapevole della propria fortuna, la precaria che da quarant’anni cerca di sindacalizzare il proprio campus, l’esperta di lingue moderne che ha gioiosamente aderito alla filosofia commerciale (sell it babe!), la storica finita a insegnare in un’American University in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini e, dulcis in fundo, il professore a contratto di e-learning (per diversi atenei, comprese alcune delle università ‘for profit’ più screditate degli USA) che magnifica la propria libertà – ah, poter insegnare via skype da una cittadina sperduta del Minnesota! Correggere i paper in pigiama!

Spiace dirlo, ma più che un panel sembra l’A-Team della sfiga accademica. Perché non si tratta semplicemente di “non fare gli schizzinosi” e trovare modi di sopravvivere a un mondo cambiato. No. Per alcuni relatori, si tratta di abbracciarlo con entusiasmo, questo mondo, illudendoci che sia possibile continuare in eterno a trovare delle nicchie e convincendoci che dopo tutto l’accesso alla cultura, il diritto alla formazione siano cose negoziabili. E tanto peggio per la massa di quelli che vengono stritolati – colpa loro, non hanno saputo adattarsi e sopravvivere, non sono stati “furbi”. Non è un caso che l’unico intervento critico provenga da un Graduate Student di UC Berkeley – un simpaticissimo germanista di origini indiane che rivendica di essere il prodotto di un’istruzione pubblica e pone il problema – politico – di rifiutare la mercificazione della cultura. Eppure sono le parole del suo intervento, ancora fortemente improntate a un’etica dell’agire pubblico, a suonare stonate in questo contesto tutto aperto a mediazioni e ‘trattative’, per non dire supino ad accettare i lati peggiori del ‘nuovo’ che avanza. Non c’è più spazio per l’utopia, è fuori moda come le giacche di tweed e i maglioni con le toppe.

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Diciamola tutta: forse ho una crisi di motivazione. Non nel senso che non mi piaccia il mio lavoro (ma è un lavoro, poi?). No. Lo amo il mio lavoro, non saprei farne un altro, ho lasciato il poco che avevo per fare questo lavoro. Se a 28 anni vivo in un basement, non ho una famiglia mia, non ho un legame e vivo appena sopra la soglia di povertà è perché ho deciso di seguire questo percorso. No – non sono io che attraverso una crisi – è il mio lavoro (ma ripeto: è un lavoro, poi?) che ha perso il suo centro gravitazionale, la sua natura, la sua funzione. La crisi motivazionale non ce l’ho io, ce l’ha l’accademia. Io so che cosa posso e voglio fare – è l’accademia che non sa più che cazzo sta facendo. Ed è per questo nell’economia complessiva del nostro lavoro (once again: è un lavoro???), i mezzi (ciò che ci porta soldi, gli studenti-clienti, la visibilità, le marchette, i talk fatti tanto per fare) domina sui fini (ciò in cui dovremmo investire risorse, gli studenti-discenti, il lavoro invisibile, le prese di posizione, la ricerca che dura anni e scopre cose davvero importanti).

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Penso spesso, in occasioni come queste, ai chilometri percorsi in questi due anni e mezzo da Graduate Student. Migliaia di chilometri per presentare ricerche e presenziare a eventi che si trasformeranno in una riga di curriculum – sperando sempre che sia quella determinante per trovare un lavoro. Migliaia di chilometri per tenere insieme le mie mezze patrie – questo Canada che ogni giorno mi insegna una lezione di durezza e quell’Italia che non mi manca e a cui non potrei tornare senza sentirmi tarpare le ali, ma dove continuano a risiedere le persone importanti della mia vita, anche se la mia vita è spaccata in due metà che non danno più un intero. Migliaia di chilometri che significano migliaia di dollari messi da parte, rubati alla qualità della vita nel quotidiano, e migliaia di tonnellate di monossidi e di petrolio, di cherosene e di piombo: il mio mestiere non è certo uno a basso impatto ambientale, almeno per come lo intendo io.

Perché io lo faccio, lo vivo, lo penso a lunga percorrenza.

Non le conto più, le notti e i giorni che ho passato a dormire in pose da contorsionista, le ginocchia contro il mento in improbabili posizioni fetali, le traversate epiche di interi continenti, le notti passate a non-dormire su una panchina dell’aeroporto di Buffalo, le volte che ho passato la frontiera via terra a mezzanotte, tra bimbi spaventati e adulti spazientiti. Non le conto più – perché sono la prosecuzione di una vita di notti all’impiedi, di amori a lunga percorrenza, di famiglie sparpagliate come polline, delle 17 ore di pullman (solo andata – altrettante per il ritorno) che mi hanno portato da Bologna ad Avignone, di una vita di abbracci nel buio e voci rotte e “andate piano”, di notti passate sballottati tra sedili e cuccette, di bretelle che segano le spalle, di schiene che restano doloranti per un giorno o due, di neon puntati in faccia e di niente da dichiarare, a parte la luce dell’alba.

Ed è per questo –sospetto – che mi sento a mio agio solo in questi transiti impossibili – mentre quando giro con il mio vestito buono tirato fuori dallo zaino e il fondotinta sulle occhiaie mi sento straniera, io che vengo da una famiglia per cui decostruire vuol dire darci dentro con la ruspa, mica con Derrida.

E mi pare ironico che, nelle mie tante fughe attraverso questa cultura che mi è sempre sembrata sinonimo di emancipazione, io finisca per riprodurre il destino della famiglia da cui provengo. Che il dottorato all’estero (in teoria la massima ‘posizione di privilegio’ oggi contrabbandata ai giovani della mia generazione in Italia) mi abbia portato in questa comunità di emigranti che si ritrovano a mangiare l’antipasto “mari&monti” e a ballare “Calabrisella Mia” esattamente come la famiglia da cui scappo, come quei parenti che non ho mai veramente conosciuto e capito. E non posso fare a meno di sentirmi sospesa – mai davvero a mio agio – fuori posto nel mondo di vetrate e vetrine e posate lucidate e carte di credito ma costretta a restarci, perché come ho già detto, non c’è un altro lavoro che so fare.

Di nuovo, sorseggio in piedi la tazzina amara del viaggio.

Tempo di andare.

what i’ve been up to (lately)

In Uncategorized on febbraio 18, 2012 at 2:27 pm

In questi giorni di grande tensione, di grande violenza di classe, e di tagli indiscriminati a tutti i servizi, mi arriva una petizione online in favore del dipartimento di Italian Studies a Royal Holloway, che rischia di sparire. La petizione è qui, e l’ho anche firmata, per quel che costa.

Io credo che tutto faccia brodo ed è per questo che alla fine ho messo il mio nome e dò spazio all’episodio su parlacoimuri, il blog meno letto e meno aggiornato della blogosfera italiana. Però mi fa strano pensare che, mentre io e i miei colleghi ci prepariamo a uno sciopero duro e difensivo, ancora ci sia qualcuno aggiro che crede basti cliccare una petizione per fermare un gruppo di CEO dal tagliare i “rami secchi” di un’università.

Lo dico fuori dai denti: io non credo che le petizioni online siano inutili. Credo che siano quasi sempre controproducenti, dannose, lesive delle lotte, a meno che non abbiano destinatari e mittenti precisi. Perché le petizioni addormentano, illudono. Peggio ancora: ghettizzano. Ci convincono che anche se siamo tre gatti a crederci, va bene, l’importante è aver ragione in teoria anche se poi, in pratica, chi detiene il potere ci incula a sangue.

E sia chiaro: a me dispiace per IS a Royal Holloway – è assurdo ridimensionare l’italianistica britannica che ha formato alcuni dei migliori studiosi in circolazione – e mi sento di esprimere solidarietà da una riva all’altra dello stesso oceano, perché qui da noi le cose non vanno meglio.

Qui a Toronto, per esempio, pochi giorni fa è stato mandato alla ratifica un contratto dei dipendenti comunali che, in cambio di alcuni incentivi monetari, rinuncia alla protezione del posto di lavoro. Il sindaco (questo individuo) ha parlato di una vittoria dei “contribuenti”. Si parla di circa 7000 posti di lavoro (sì, avete capito bene, settemila persone mandate a spasso con un tratto di penna). Che ci abbiano vinto i contribuenti non mi è chiaro. La coppa del nonno, probabilmente. Il lockout* dei lavoratori delle poste, lanciato lo scorso luglio, si è concluso con la precettazione da parte del governo provinciale dopo circa 3 mesi (tre mesi in cui, per dirla chiaramente, se avevate bisogno di spedire una lettera conveniva affidarvi al piccione viaggiatore).

Non va meglio nelle università. Solo qui a U of T l’anno scorso abbiamo rischiato un accorpamento distruttivo, con la cancellazione di tutti i dipartimenti di lingue moderne e la creazione di un’enorme insalatiera che comprendesse italiano, spagnolo, portoghese, tedesco, cinese mandarino, yiddish, russo, polacco, neogreco e probabilmente qualcos’altro che al momento mi sfugge. Due giorni fa a Montréal un gruppo di studenti che protestava contro l’aumento delle tasse universitarie (l’ennesimo) ne ha cavato un po’ di teste rotte, con il gentile omaggio di una ramanzina della Montreal Gazette (il cui titolo, “Hey, McGill students: your protest wasn’t ‘peaceful’”, già dice tutto). Non si capisce per quale motivo la gente debba pretendere l’accesso a un diritto come quello di studiare ed emanciparsi. E noi università “di massa”, strette fra una retorica di élite e la realtà di numeri ingovernabili, siamo particolarmente vulnerabili a questa retorica dell’eccellenza, che per continuare a dirsi tale deve erigere muri sempre più alti ma nel contempo diventare sempre più appetibile.

In questi anni di merda, anche l’idea che gli incarichi didattici svolti da dottorandi e assegnisti possa essere coperta da trattativa sindacale è troppo bella per durare. E così, a meno che non arrivi per miracolo un contratto presentabile tra una settimana, pure noi TA (e gli istruttori come la sottoscritta) della University of Toronto andremo in sciopero. Non che l’idea ci diverta, come qualcuno pare pensare. Ci saremo costretti, tirati per la giacca. Controvoglia e smadonnando, perché avremmo altro da fare e perché uno sciopero è l’ultima cosa che vorremmo per noi, per i nostri studenti e per la nostra ricerca. Anche perché lo sciopero qui non significa una giornata di astensione simbolica dal lavoro (che pure è un atto importante), ma l’interruzione a oltranza delle attività lavorative, con tanto di picchetti per sensibilizzare e, ovviamente, stipendi congelati.

Questo, nella norma. In un clima particolarmente antisindacale, poi, il tuo “employer” può avere delle finezze tutte sue: per esempio tagliarti pure la busta paga del mese precedente allo sciopero (e fortuna che non ce la possono levare proprio), offrire paga maggiorata ai crumiri tramite “un semplice modulo” (su cui non si sa che verrà scritto) e di fatto proporre il contratto per la ratifica con un trucchetto aziendale, e dulcis in fundo mandare in giro comunicazioni che mistificano la tua cultura sindacale. Del resto, Marchionne si è formato in Canada…

Ecco, la prima considerazione che mi viene da fare (molte altre verranno nel prossimo pippone) è che se vogliamo resistere a questo genere di aggressioni dovremmo disconnetterci un po’ dalla cultura dei like (la stessa che genera, o meglio, amplifica, le battute idiote su sindacati di cui non si conosce nulla) e usare la tecnologia invece di esserne usati. Situazioni del genere sono il miglior banco di prova per dimostrare se davvero tutta la cultura e la consapevolezza acquisite in anni di studio si fermano al mondo dei libri o sanno anche tradursi in umanità, in capacità di comunicare e di capire, in intelligenza strategica.

[segue]

*Il lockout è una serrata aziendale imposta ai lavoratori finché non accettino le condizioni contrattuali proposte: famoso quello di Reagan sui controllori di volo.

se la lotta di classe comincia in classe

In educazione, lavori pieghevoli, lifestyle, repubblica delle lettere on gennaio 7, 2012 at 10:34 pm

Su indicazione di un amico, leggo il post di Lisa Roscioni apparso su «TQ» prima e su «Alfabeta2» poi, relativo all’annosa questione della crisi delle Humanities (“Humanities: informazione o conoscenza?”). Il pezzo è interessante, ben documentato, profondo, ma dà la stessa sensazione di tutti i pezzi usciti in Italia sul tema: descrivono un sistema diverso dal nostro senza menzionare tale differenza, affrontano una crisi di saperi e discipline senza entrare nel merito delle strutture economiche che la sostanziano.

 In the Basement of the Ivory Tower, l’interessante libro scritto dall’anonimo Professor X e citato nel post di TQ, è, come correttamente afferma Roscioni, una lamentazione sulla preparazione penosa degli studenti americani, e in particolare di quegli studenti che, vedendosi precluso l’accesso a un’educazione superiore di qualità, finiscono in college privati di terz’ordine o in Community College dal forte orientamento tecnico e professionale. Ma è soprattutto la dimostrazione di un mostruoso meccanismo economico, quello che potremmo definire uno Schema di Ponzi interno all’istruzione superiore.

Il sistema universitario descritto da In the Basement of the Ivory Tower è basato su due cardini: l’indebitamento (sotto forma di prestito per accedere all’università) e la precarizzazione di massa dell’insegnamento (sotto forma di moltiplicazione di posizioni a tempo determinato, precarie, i cosiddetti adjuncts). Si tratta di due fenomeni collegati tra di loro. Per lo stesso professor X, docente a contratto di corsi introduttivi alla letteratura e alla composizione di testi, l’insegnamento è un secondo lavoro accettato per far fronte a un altro indebitamento, quello per una casa al di là delle proprie possibilità. Nel libro, del resto, si stabilisce una sistematica equivalenza tra la crisi dei mutui subprime esplosa nel 2008 e l’analoga inflazione di titoli di studio (e di occupazioni che li richiedono, anche in mancanza di una reale necessità) paventata nell’era di Obama. E mentre imperversa la polemica sul fatto che la popolazione americana sia effettivamente sovra-qualificata (come sostiene Professor X) o sotto-qualificata (come sostengono diversi suoi avversari, come il prof Anthony P. Carnevale della Georgetown University), matura una delle possibili crisi speculative dei prossimi anni. Come ha scritto di recente Keli Goff sull’Huffington Post, “l’indebitamento da prestito studentesco ha assicurato che tutti gli altri potessero solo prendere temporaneamente in affitto il Sogno Americano, senza mai davvero comprarlo. Esattamente come le carte di credito, il credito allo studio ha permesso a molti di noi di far finta di tenere il passo con i vicini**, ma quando il conto finalmente arriva, si ristablisce la realtà, e cioè che non hai mai davvero tenuto il passo, ma solamente fatto finta – il che ha spesso esiti disastrosi. Circa mille miliardi di debito più tardi, il conto sta arrivando al tavolo della nostra nazione”.

Lo sbarramento all’istruzione di livello universitario è infatti duplice: a una barriera culturale, costituita dalla mancanza preparazione stigmatizzata dal professor X e sempre più frequente anche in molte blasonate università italiane, se ne affianca una economica, in una misura che qui da noi è ancora sconosciuta (ma già il sistema britannico, dopo l’eliminazione dei tetti massimi alle tasse universitarie, potrebbe presto diventare uno scomodo gemello di quello americano). Non a caso, una delle richieste che il movimento OWS sta avanzando è la remissione dell’indebitamento universitario, proposta come una misura di rilancio all’economia. Si tratta di una questione politica ed economica di importanza capitale. Il debito medio contratto nel 2010 supera, infatti i 25,000$ procapite, con una distribuzione ineguale sia rispetto agli stati (il New Hampshire è il più indebitato, con il 74% di indebitati e un debito medio di 31,000 $, lo Utah il meno indebitato con una media di 15,000$ per il 44% degli studenti), sia rispetto alle istituzioni (con alcune università for profit che si aggiudicano mostruosi record di indebitamento). Per capire l’entità della catastrofe, basta un solo dato: nel giugno del 2010, il debito da prestito universitario (allora calcolato nella cifra di 829.785 miliardi di dollari) superava l’indebitamento complessivo da carta di credito negli Stati Uniti (Fonte: WSJ). Un’anomalia dovuta senz’altro ad alcuni fattori contingenti (per esempio la stretta sul debito da carte di credito, dopo il tracollo finanziario del 2008, e il conseguente aumento dei pagamenti minimi richiesti) e ad abitudini di spesa (dovendo scegliere, lo studente ottempera al pagamento minimo della carta di credito, anziché del debito da prestito universitario), ma che dà la misura di una situazione preoccupante. Sono cifre, queste, che i liberali di casa nostra farebbero bene a tenere a mente, quando parlano di “prestiti d’onore” e dell’intraprendenza dei giovani stranieri: indebitarsi per 50,000 dollari a 18 anni non è intraprendenza, è incoscienza.

Il dibattito sulla crisi delle Humanities e quello, ad esso collegato, sul declino delle Lingue Moderne (cui nel 2010 è stato dedicato addirittura un panel nella convention annuale della prestigiosa MLA) non possono dunque essere colti appieno fuori da questo panorama terrificante: un contesto in cui lo studente , spesso indebitato per i prossimi vent’anni e posto di fronte a un mercato del lavoro nerissimo, deve “ripagare” gli enormi costi sostenuti per la propria educazione. E non possono essere colti appieno neanche al di fuori del paradosso per cui sono proprio i requisiti umanistici (l’obbligo di sostenere almeno un esame di inglese, l’obbligo, laddove c’è, di sostenere un esame di lingua straniera) a tenere in piedi dipartimenti umanistici altrimenti falcidiati dai tagli.

Ed ecco che si arriva al paradosso storico attuale, per cui l’accesso all’istruzione è contemporaneamente ‘venerato’ come un obiettivo di per sé degno e criticato come un’utopia irresponsabile, contemporaneamente dileggiato come una mitologia delle classi medie impoverite e osannato come un biglietto di sola andata per chi fugge dall’inferno delle classi svantaggiate. Contestualmente, lo scorso 19 ottobre, Nicholas Kristof invitava a Occupare le aule dalle colonne del «New York Times», rivendicando l’importanza di programmi pubblici tesi a diminuire le differenze tra i più svantaggiati e i privilegiati sui banchi di scuola. Ma non mancano i fautori della tesi opposta: in L’education suffira-t-elle?, un articolo apparso su «Le monde diplomatique» di questo gennaio 2012, John Marsh sostiene che le differenze sociali siano il più forte indicatore della performance scolastica, a fronte di qualsiasi altro fattore. Aumentare l’accesso all’istruzione – sostiene sempre Marsch – può al limite frenare e contenere le disuguaglianze, non certo ridurle.

Certo, gli anni di Ivan Illich e del suo Deschooling Society sono lontani, e mentre si continua a rivendicare – giustamente – l’accesso all’istruzione come un fattore di emancipazione personale, manca una riflessione sulla natura elitaria e iniqua di questo “mercato” accademico. Un’istruzione concepita come un business dai costi e dai profitti illimitati, infatti, non può in sé abbattere le differenze, ma finirà inevitabilmente per consolidarle – e questo sarebbe vero anche se l’accesso all’accademia garantisse automaticamente un miglioramento sociale a tutti gli individui che vi pervengono. Un paradosso che lo stesso Professor X (anche se da un punto di vista diverso dal nostro, perché sostanzialmente conservatore) non manca di notare, quando, in un articolo apparso nuovamente su «The Atlantic», paragona la corsa al titolo di studi alla folla che si alza in piedi durante un concerto, migliorando sì a propria visuale, ma costringendo tutti ad alzarsi in piedi. Una situazione scomoda per tutti, salvo, ça va sans dire, che per chi vende i biglietti.

[Grazie a Jumpinshark per avermi segnalato un refuso e una traduzione poco chiara]