parlacoimuri

Posts Tagged ‘Il Sole XXIV ore’

donne, gambe e slogan [19 luglio 2010]

In dododonne on novembre 16, 2011 at 3:45 am

Pare che il principale problema delle donne oggi in Italia non sia il divario nella qualità e nella quantità dell’occupazione femminile, né le sparate di una classe dirigente sempre meno avvezza a mascherare il proprio incoercibile gallismo, e neppure la dominante mercificazione del corpo femminile che invade menti, muri e schermi a qualsiasi ora del giorno e della notte – comprese le cosiddette fasce protette, concetto che di per sé ha un vago sentore di “riserva indiana” o “specie protetta dalla WWF”. Il problema più gravoso col quale fare i conti, a quanto pare, sarebbe un altro: gli stridii infelici e fastidiosi di “seriose” femministe come Lorella Zanardo o Michela Marzano. Questo sembrava suggerire domenica 18 luglio un breve articolo apparso sulla Domenica del Sole 24 ore a firma di Serena Danna, dall’indicativo titolo “Salvate le soldatesse degli anni 70”; dove il colorito rosaceo del quotidiano si sposa, ironicamente, con il tono oggettivante e frivolo assunto dalla commentatrice.

Le idee, in questi giorni, tendono a esser confuse già in partenza. La “donna”, il “femminile” (spesso pensato come “eterno”), concetti impugnati come manganelli e forniti di una rigidità che non dovrebbero mai avere, risuonano pervicaci tra i commenti delle ultime ore, mescolandosi e sovrapponendosi a concetti precisi come quello di “femminismo”; e mentre Berlusconi si rivolge a una platea di studentesse della e-campus avvalorando (di fatto) il valore strumentale della loro “bellezza”, ci sono commentatrici capaci di vedere un improbabile ritorno di femminismo nella “rioggettivazione” del corpo femminile incarnato, per esempio, dalla politica conservatrice americana (su tutti, l’icona di Sarah Palin). Come se “usare” un determinato modello (anche ammesso che questo uso sia una scelta consapevole), non fosse comunque un modo di avvalorarlo, proponendolo a tutte le altre. Un “proporre” che, in assenza di alternative, fa pericolosamente rima con “imporre”.

Se c’è davvero un revival in atto – in Italia e non solo – pare sia quello degli anni Cinquanta, tra gli schiamazzi di Peyton Place, i corpetti color carne affiancati ai doppiopetti maschili, e, per contraltare, una forzata esaltazione di virtù materne dell’Italica moglie madre & sposa proposta ancor oggi senza onta da finzioni più o meno commerciali. Serena Danna, invece, ne vede uno tutto suo: il revival degli anni ’70, che prenderebbe corpo non nella società o nella comunicazione ma, udite udite, nelle università (negli inesistenti programmi di Gender Studies o nei dipartimenti umanistici macellati dai tagli?).

«Non importa – scrive la giornalista – che le donne oggi siano più numerose degli uomini nelle università, girino il mondo con disinvoltura, occupino anche posizioni importanti al lavoro, e possono sentirsi intelligenti pure senza peli in bella vista. […] Comunque negli anni Settanta le donne stavano meglio».

Trattandosi di giornalismo, qualche dato non guasterebbe; soprattutto qualche dato relativo alle condizioni occupazionali (non solo le % di occupazione femminile, ma anche l’impatto del genere sull’incidenza della precarietà e sullo stipendio medio), o anche alla formazione: che ne è, ad esempio, del gap relativo alle professioni scientifiche? Colmato nel giro di una notte? E poi, innegabile che il numero delle studentesse supera quello dei colleghi maschi; sicuri che sia così anche tra i ricercatori? E tra i professori? I dati, insomma, servirebbero, se non altro per attenuare la fastidiosa sensazione che questa percepita “pace dei sensi” sia la descrizione di uno stato limitato alla ristretta cerchia di amiche e parenti benestanti, e vipperie varie.

Ad ogni modo, che le donne negli anni Settanta “stessero meglio” nessuno si sogna di dirlo: tant’è vero che si riversavano nelle strade, con folkloristico contorno di dita tese nel famoso gesto a vulva – equivalente femminista delle dantesche “fiche”? – di gonne zingaresche e di quegli slogan che tanto irritano la Danna. Protestavano, insomma; segno che tanto bene non stavano; e lo facevano con un’energia che, quella sì, oggi ci manca. Ora, può pure darsi che le varie Zanardo e Marzano non siano all’altezza di quei movimenti (critica che io non mi sognerei di muovere, proprio perché nostalgica e passatista), o che la loro prospettiva sia a volte nostalgica; ma le immagini raccolte ne Il corpo delle donne provengono dalle pubblicità, dai varietà e dagli scherzi della tv di oggi. Personalmente, da una giornalista vorrei sapere se l’Italia di oggi è un luogo che, in termini di rappresentazioni culturali e di opportunità materiali, rispetta le cittadine donne quanto i cittadini uomini. Il resto è fuffa. Compresi i fastidi per certi stereotipi, peraltro non si sa quanto ascrivibili al linguaggio della contestazione e quanto alla rappresentazione artefatta ed esautorante delle “contestatrici”.

Le quali, da un lato, sono accusate di essere “seriose”, perché incapaci di «farsi una risata davanti a un’attrice tanto rifatta da non riuscire a parlare» (immagine alla Baby Jane che, personalmente, mi inquieta quasi come un film horror), e dall’altro lato, di non riuscire a leggere la realtà di donne emancipate e libere, che esistono pur se nascoste da un immaginario mistificante. Peccato che sia proprio quella mistificazione a costituire lo specifico oggetto di critica, e che la si contesti proprio perché non risponde alla realtà complessa di milioni di donne, singolari e uniche. E peccato che questo immaginario sia tanto pervicace da contagiare un’articolista che, nel presentare la Zanardo, non sa glissare sulla sua bellezza (tu quoque?) e che, nel cercare una metafora per il revival femminista, non trova di meglio che il simbolo di un negozietto di abitini vintage.

Ma tutto questo non importa: la mercificazione del corpo è un gioco che oggi le donne usano consapevolmente; e, al tempo stesso, la mercificazione del corpo non esiste. Non è una cosa seria; e comunque, come Babbo Natale, non esiste. Perché poi una critica infondata provochi reazioni tanto astiose e infastidite, questa è una domanda evidentemente troppo maliziosa (o troppo stupida) per essere posta.

L’inviperito articolo della Danna è solo l’ultimo di una lunga serie e si inscrive in una globale svalutazione di qualsiasi tradizione libertaria: tutta colpa del 68, della Resistenza, della Rivoluzione Francese… e via via – probabilmente fino alla trasgressione biblica suggerita da Eva. È, insomma, un perfetto esemplare di quella critica che, per mostrarsi emancipata e ‘scafata’, picchia duro contro i fastidiosi orpelli morali e le pesantezze ideologiche d’oggi e di ieri. Quella critica capace di essere “acida” contro i deboli ma mai contro i potenti, quella critica che se si infastidisce ai lamenti delle “vittime” ma che non sembra avvertire il pesante russare del padrone. Quasi che, a forza di negarli, i problemi sparissero. Una critica avanzata in nome della realtà contro i “luoghi comuni”, che poi si appiglia allo stereotipo più trito di tutti, quello della maggioranza silenziosa: nelle parole della Danna, le «migliaia di donne che lavorano e resistono alla fatica come ai luoghi comuni». Donne dududù, davvero. Chissà se, oltre alle gambe e allo slogan, c’è davvero di più.