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Posts Tagged ‘Julia Kristeva’

una, nessuna, centomila. feuilleton critico #3. [20 febbraio 2011]

In a spasso tra i libri, dododonne on novembre 16, 2011 at 4:43 am

Se persino le avanguardie, pec_violetta2r poter inscenare il loro carnevale, hanno bisogno dell’oggettivarsi del desiderio in un corpo giovane, disponibile e altro (quindi femmineo), non stupisce l’esiguità dello spazio concesso alle donne non più “desiderabili”. Laddove l’innocenza, con le relative perversioni, tende a declinare, si fa strada un altro personaggio della tradizione classica: la vecchia laida, inesauribile fonte di comicità (da Plauto e Terenzio a Giovan Battista Basile), tendenzialmente identificabile con la figura della “lena” o della “mezzana” (de Rojas docuit), la cui furbizia consiste nel mettere a frutto la propria passata esperienza diventando, diremmo oggi, “imprenditrice di se stessa” e delle altre. La commedia classica, e il suo revival rinascimentale, avevano ben chiaro il nesso economico, e la natura di “transazione”, caratteristico di qualsiasi scambio erotico, e la somiglianza fondamentale tra l’acquisto della meretrice e il contratto legittimo di matrimonio, spesso drammaturgicamente interscambiabili mediante un colpo di scena o un’agnizione: una somiglianza che, non più ammessa dal moralismo borghese, era de-negata dai contrasti patetici del démi-monde dumasiano, ma che negli anni ’50, sul palcoscenico della Scala, il dito puntato di Maria Callas denunciava con violenta trasgressione). Ed ecco che la vecchia ruffiana ritorna, ancor oggi, col suo riso de-semantizzato, privato di qualunque carica politica e di qualsiasi valore di denuncia, trasformato in un segno reazionario che stigmatizza la vittima e mai il carnefice.

In alternativa, la donna anziana appare solo nei panni di nonna: essa ha dunque valore solo per il proprio potenziale generativo. A farlo notare, è Loredana Lipperini nel suo ultimo libro, Non è un paese per vecchie (2010), ricostruzione degli stereotipi di una cultura generalmente ostile alla vecchiaia, e particolarmente intollerante verso le rughe femminili. Il libro propone un viaggio assai scoraggiante nei possibili stati di esistenza futuri a noi concessi, tra cougars imbellettate e presunti pericoli pubblici stigmatizzati da una aggressiva moda ‘virale’ (le pagine FB dedicate ad “anziani che..” e “vecchiette che…”), “poracce” o “porelle” che si attaccano alla bottiglia e nonnette canute che elargiscono consigli su pappe, pannolini e panni sporchi. A fronte della complessità storica del volto rugoso, ecco un set pronto uso di stereotipi, tutti pensati per denigrare la donna non più giovane e non più sessualmente attiva (anche se le pubblicità assicurano il contrario, almeno a un’élite benestante e bianca). La letteratura italiana non se la cava molto meglio. Donne altruiste che si sacrificano per le nipoti: questo è l’unico ruolo che la letteratura, almeno quella dei best-seller da un milione di copie, concede alle “vecchie”. Non stupisce, quindi, che alla fine di una delle presentazioni pubbliche del volume (quella del 17 dicembre 2010, alla libreria modo infoshop di Bologna, di cui sono disponibili in rete podcast e filmato), qualcuno abbia domandato se esistono romanzi italiani che abbiano per protagonista una donna over 50, ricevendo in risposta un silenzio rigido e imbarazzato. Altri commenti, sul thread di Giap, hanno suggerito possibilità cariche di senso: Arzestula (un racconto di Wu Ming 1 apparso in Anteprima Nazionale, minimum fax 2009) e L’Agnese va a morire di Renata Viganò, classico della letteratura resistenziale. Sono due risposte importanti (soprattutto la seconda), da non lasciar nel dimenticatoio: perché ci riportano a quel “desiderio di esistenza” nella storia che ha segnato l’emergere delle scritture femminili, e che sembra evidente soprattutto nell’appropriarsi del romanzo storico. Se nelle tradizioni anglosassoni, anche sull’onda di un postmodernismo rampante e non sempre “reazionario”, la scrittura di genere si è riappropriata delle tecniche tradizionali (la fantascienza di Lessing e Atwood, anche lo stesso romanzo storico), in Italia il romanzo storico ha avuto un ruolo fortissimo, sia per influenza endogena di una tradizione da sempre attenta ai “vinti” e agli “umili”, sia per il bisogno di negoziare un ruolo all’interno di vicende ed eventi tradizionalmente scritti da parte maschile. E leggendo i titoli di Anna Banti, Maria Corti, Maria Bellonci (per non parlare dell’elefante nella stanza, una certa Elsa Morante), viene il sospetto che la pretesa ipotesi del lungo “declino” e del ritorno solo recentissimo del romanzo storico, sia solamente il frutto di un oscuramento critico. E non è un caso, ma un sarcasmo del destino, che a rappresentare l’Unità d’Italia si sia scelto il libro di una donna, ma mediato da una trasposizione cinematografica maschile, Noi credevamo: più mitologema di così…

Personalmente, nell’ascoltare la domanda del pubblico a Loredana Lipperini, mi sono venute in mente almeno tre possibili risposte. In ordine cronologico: Annalena Bilsini (1927) di Grazia Deledda; Quaderno proibito (1951) di Alba De Cespedes; Mi manchi (2008), terzo episodio di una bella trilogia di Ippolita Avalli (di cui consiglio soprattutto il primo volume, La dea dei baci). Ma è chiaro che sto barando. E per due motivi.

Primo, perché in tcopj170utti e tre i casi la donna non è una vecchia ottuagenaria, bensì una donna alle soglie della menopausa, potenzialmente ancora fertile. E proprio questo confine anagrafico, anzi, a venire tematizzato: così per la protagonista di Quaderno proibito, in cui l’ingresso nel regime della “vecchiaia” coincide con l’ingresso nel silenzio; così per le protagoniste di Mi manchi e per l’eroina eponima Annalena Bilsini, costrette a bilanciare la propria carnalità, il proprio desiderio di amore con i doveri di una maternità ancora asessuata – ovviamente con esiti opposti, data la differenza che intercorre tra la società degli anni ’20 e quella del 2010. Eppure, per noi, una donna quarantacinquenne non è vecchia. Al massimo “matura” (termine che sembra ormai completamente ri-semantizzato). Sembra quasi di trovarsi in una scena di Brave New World, dove una società artificialmente ringiovanita dalla chirurgia e eccitata dagli stimolanti non ha più categorie per riconoscere il volto di una vecchia, e la considera, semplicemente, un mostruoso e chimerico “spettacolo”.

Secondo, perché anche in questi tre romanzi, la donna esiste come madre. E non è un caso. “A girl will never be able to reestablish this contact with her mother – a contact which the boy may possibly rediscover though his relationship with the opposite sex – except by becoming a mother herself, through a child or through a homosexuality which is in itself extremely difficult and judged as suspect by the society” (29), scrive Kristeva nel suo già citato Women’s time, concludendo: “her eternal debt to the woman-mother make[s] a woman more vulnerable within the symbolical order, more fragile when she suffers within it, more virulent when she projects herself from it” (29) Quello cui Kristeva fa riferimento non è il desiderio di maternità a tutti i costi, quasi come un prolungamento egoistico della propria essenza, prepotentemente affermato dalla comunicazione mainstream e dalle biografie dello star system. Si tratta invece di quella maternità cui il pensiero della differenza ha affidato un valore euristico, a volte anche al limite del dogma, ma intendendolo come la marca di un sapere di un potere specifico del femminile. Un potere simbolico e, solo in secondo luogo, iscritto nei corpi, ma che dei corpi non rimane prigioniero, a patto però di saper elaborare, e percorrere, questo “debito” iniziale nei confronti della precedente generazione.

Che si radichi nella storia, o nelle generazioni dei singoli, questa è forse una strada per il “racconto” delle donne. “Autodeterminazione”, parola impegnativa e talora ridondante, indica proprio questo: l’uscita dallo stato di puro assoggettamento corporeo, ma senza rinnegare il corpo, combinando invece corpo e parola. E a segnare questo percorso è la conquista di una “voce” (ciò che alla Bilsini, ‘mater familias‘ di area contadina, è concesso solo per la mediazione di un sapere molto più antico, e che alla Avalli viene da faticose rotture esperite nel proprio vivere) e di un proprio posto nelle “generazioni”. E non è un fatto così scontato. Dopo tutto, nelle generazioni che fondano la nostra tradizione (quelle omeriche e quelle bibliche, vetero- e neo-testamentarie, e persino in quella parodica di Rabelais), i nomi delle donne sono assenti. Perché, nel mondo della iper-rappresentazione, alla donna in fondo è negato esattamente questo: il diritto ad avere una storia, e non solo ad essere un’immagine. La piattezza bidimensionale dell’icona (Marylin in quadricromia, le donne infinite della chirurgia plastica) si contrappone dunque alla profondità del tempo storico, tempo di racconto. Riappropriarsi della storia, dello scorrere del tempo, mediante il proprio corpo ma soprattutto mediante il pensiero e l’azione: guadagnare la propria fisicità al corpo e alla storia, e non solo ai recinti del privato o dei generi “semi-letterari” tradizionalmente riservati alla scrittura delle donne: per avere generazioni, e non voci isolate di donne.

[fine]

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una, nessuna, centomila. feuilleton critico #2 [12 febbraio 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 4:41 am

Alda_MeriniSempre a proposito di avanguardie, mi colpì molto, nella circostanza quasi simultanea della morte di Alda Merini e Edoardo Sanguineti, una manciata di commenti malevoli riferiti a quest’ultima, e al fatto che le fossero tributati i funerali di stato. C’era chi, dalle pagine dei propri blog invocava l’insufficienza della Merini come paradigma della poesia femminile, e chi coglieva nei funerali di stato alla poetessa (addirittura equiparata a Mike Bongiorno!) la funesta e deprecabile condizione delle patrie lettere – secondo quell’inveterata pratica di chiamare “decadenti” tutte le voci letterarie che esulano dalla propria scuola o dal proprio canone.

È proprio vero, per una donna niente è scontato. Nemmeno il fatto di esistere. Ora capisco perché fosse una corazza vuota – secondo la geniale immaginazione di Calvino – l’unico amore possibile di Bradamante: perché quando si critica la scrittura degli uomini, nessuno si perita di chiamare in causa l’esistenza della loro ‘scrittura”; alle donne che scrivono, invece, occorre prima di tutto rivendicare un decreto di esistenza. Col risultato negativo che tante energie preziose vengono sprecate nell’accertarsi della propria esistenza, e nel difendere il proprio diritto di parola,bradamante prima di potersi dedicare alla scrittura e alla parola in quanto tali. Ma in questa posizione sta anche una grande forza: che nulla è scontato per una donna che parla e scrive nell’ambiente culturale, e la parola prodotta in queste condizioni è una parola, se non liberata, quantomeno consapevole della propria “posizione”.

Curiosamente, nessuno si pone tante domande rispetto ad altri settori letterari. Per esempio, di fronte a quella variegata produzione che va sotto il nome di giovane poesia, spesso a diffusione locale e spesso animata dai dottori in materie umanistiche del più vicino Ateneo, nessuno si domanda se siamo di fronte a vera “letteratura” o, poniamo caso, solo a sfoghi esistenziali, esercizi di stile, scritture dal valore più che altro terapeutico. Una simile preoccupazione è consolidata solo per alcuni ambiti: la para-letteratura (che, come indica il nome stesso, è una scomoda fiancheggiatrice alle belle lettere) la letteratura della migrazione (“scrittori della domenica”, come ne definì alcuni Gnisci, peraltro uno dei pochi ad aver studiato seriamente tale fenomeno) e la letteratura femminile. Il nero e il rosa, appunto.

La scrittura femminile esiste? La negazione di esistenza della soggettività femminile si accompagna spesso al calcolo censorio della ‘letterarietà‘ (ovviamente un’essenza precisa, che tende a coincidere coi gusti del critico), assumendo una posa ipocrita: il censore non sta negando il valore della scrittura femminile, ma anzi, se lo fa è “per il loro bene”: per proteggere le ‘brave scrittrici’ dalla loro lettura sessuata, e promuoverle nel parnaso della Scrittura tout court. Peccato che poi, tale promozione nel concreto non avvenga mai, e resti solo il paternalismo di una critica tutta maschile.

La scrittura femminile non esiste, esistono buoni e cattivi scrittori. La frase, ricicciata oltre i limiti del luogo comune, corre sulle bocche di uomini e donne, ad affermare più o meno implicitamente che le scrittrici sono cattivi scrittori. Oppure, si sente dire, non si può identificare una scrittura “femminile” in quanto tale. L’affermazione ricorre con sfumature più o meno ingenue, a volte garbate – ad esempio quelle assunte qui da un commentatore del blog Lipperatura:

[…] Però mi chiedo al di là del sesso del suo autore, esistono caratteristiche che ci possono far dire questa opera è inequivocabilmente di una donna quest’altra è inequivocabilmente di un uomo? Io credo di no, è proprio per via della pluralità, molteplicità di sguardi che riguarda entrambi i generi. Quando ho letto scrittrici che apprezzo come Amelie Nothomb, Isabel Allende o Simona Vinci, non ho visto in quella scrittura caratteristiche “femminili” ontologicamente diverse da quelle che potrebbe avere uno scrittore uomo che raccontasse la stessa storia. Non ho mai pensato “un uomo lo racconterebbe in maniera diversa o non lo racconterebbe affatto”, ma ho pensato “quel dato scrittore, uomo o donna che sia, lo racconterebbe in maniera diversa”. Insomma credo che a distinguere un’opera femminile da una maschile sia solo il sesso dell’autore non lo stile o il tema affrontato, anche se per fattori culturali ci sono tematiche considerate “maschili” e “femminili” che però in realtà non appartengono ad un solo genere,e una regista premio Oscar come Kathryn Bigelow sta là a dimostrarlo. […] Postato domenica, 6 febbraio 2011 alle 12:56 pm da Paolo1984

A volte, invece, la polemica assume toni più roboanti, giungendo a coniare argute, quanto civilmente indignate, etichette di ‘Puttanismo‘. Ma l’equivoco di fondo è lo stesso: quello di credere che la scrittura femminile si identifichi con la “scrittura delle donne” (o delle “femmine”, sempre parafrasando Dante?), e quindi una serie di temi, modi, sfumature, ‘vibrazioni’ derivate dall’identità sessuale delle donne. Una forma di essenzialismo – come la definirebbe il più scoperto gergo femminista – di cui il movimento femminista si è liberato circa una trentina d’anni fa. Basta prendere una vecchia dichiarazione di Julia Kristeva, per esempio :

La convinziotsne che “si sia una donna” è assurda e oscurantista quasi quanto la convinzione che si sia “un uomo”. […] A un livello più profondo, una donna non può “essere”: è qualcosa che non appartiene nemmeno all’ordine dell’essere. Ne consegue che una pratica femminista può solamente essere negativa, in contrasto a quanto già esiste, cosicché possiamo dire: “non è questo” e “non è neanche questo”. Nella “donna”, vedo qualcosa che non può esser rappresentato, qualcosa di non detto, qualcosa al di sopra e oltre le nomenclature e le ideologie. (Kristeva, Julia. “Women can never be defined”. New French feminisms: an anthology. Ed. by Elaine Marks and Isabelle de Courtivron. New York, Schocken Books, 1981, p. 137, trad. it. Mia).

[The belief that “one is a woman” is almost as absurd and obscurantist as the belief that “one is a man”. (…) On a deeper level (…), a woman cannot “be”: it is something which does not even belong in the order of being. It follows that a feminist practice can only be negative, at odds with what already exists so that we may say: “that’s not it” and “that’s still not it”. In “woman” I see something that cannot be represented, something which is not said, something above and beyond nomenclatures and ideologies. (Kristeva, Julia. “Women can never be defined”. New French feminisms: an anthology. Ed. by Elaine Marks and Isabelle de Courtivron. New York, Schocken Books, 1981, p. 137.)]

Se prendiamo Women’s time, basilare articolo del ’79, ecco una bellissima dichiarazione, che in un colpo solo prende in carico il problema dell’essenzialismo e quello, tanto assillante, della qualità letteraria. La cito per intero, perché è un testo fondamentale: e per chi l’avesse già letto, repetita iuvant.

[…] un altro atteggiamento è invece dall’inizio più lucido, il quale – senza rifiutare o aggirare l’ordine socio-simbolico – consiste nel tentare di esplorare il costituirsi e il funzionamento di questo contratto, prendendo le mosse non tanto dalla conoscenza accumulata (antropologica, psicoanalitica, linguistica), quanto dall’effetto davvero personale che subiamo nel rapportarci a esso, come soggetti e come donne. Ciò porta alla ricerca attiva, ancora rara, indubbiamente ancora tentennante ma sempre dissidente, condotta dalle donne nelle scienze umane: e in particolare a quei tentativi, nel solco dell’arte contemporanea, di rompere il codice, di disgregare il linguaggio, di trovare uno specifico discorso più vicino al corpo, alle emozioni e a quell’innominabile represso dal contratto sociale. Non mi riferisco a un “linguaggio femminile”, la cui esistenza è, almeno in termini sintattici, assai problematica, e la cui apparente specificità lessicale è forse più il portato di una marginalità sociale che di una differenza socio-simbolica. Né mi riferisco alla qualità estetica delle opere di donne, che per la maggior parte, con rare eccezioni (ma non è ciò vero, e da sempre, per entrambi i sessi?), sono la reiterazione di un romanticismo più o meno euforico o depresso, oppure l’esplosione di un ego in cerca di gratificazione narcisistica. Ciò che vorrei trarne, malgrado tutto, come il segno di un’aspirazione collettiva, come un’intenzione sicuramente vaga e non ancora raggiunta, ma che è intensa ed è stata profondamente manifestata in questi ultimi anni, è questo: La nuova generazione di donne sta mostrando di aver soprattutto a cuore la natura sacrificale del contratto socio-simbolico. (Kristeva, Julia. “Women’s time”. Trans. by Alice Jardine and Harry Blake. Signs. 7.1 (1981): 13-35. Trad italiana mia).

[(…) another attitude is more lucid from the beginning which – without refusing or sidestepping this sociosymbolic order – consists in trying to explore the constitution and functioning of this contract, starting less from the knowledge accumulated about it (anthropology, psychoanalysis, linguistics) than from the very personal affect experienced when facing it as subject and as a woman. This leads to the active research, still rare, undoubtedly hesitant but always dissident, being carried out by women in the human sciences; particularly, those attempt, in the wake of contemporary art, to break the code, to shatter language, to find a specific discourse closer to the body and emotions, to the unnameable repressed by the social contract. I am not speaking here of a “woman’s language”, whose (at least syntactical) existence is highly problematical and whose apparent lexical specificity is perhaps more the product of a social marginality than of a sexual-symbolic difference.
Nor am I speaking of the aesthetic quality of productions by women, most of which – with a few exceptions (but has this not always been the case with both sexes?) – are a reiteration of a more or less euphoric or depresed romanticism or always an explosion of an ego lacking narcissistic gratification. What I should like to retain, nonetheless, as a mark of collective aspiration, as an undoubtedly vague and unimplemented intention, but one which is intense and which has been deeply revealing in these past few years, is this: The new generation of women is showing that its major concern has become the sociosymbolic contract as a sacrificial contract. (Kristeva, Julia. “Women’s time”. Trans. by Alice Jardine and Harry Blake. Signs. 7.1 (1981): 13-35. Trad italiana mia)]

Sto volutamente parlando di un testo del 1979 (dell’81 è la traduzione inglese che ho tra le mani, in un fondamentale monografico di Signs, rivista di Women’s Studies della Chicago University Press, interamente dedicato alla critica francese, da Cixous a Irigaray). Sono testi vecchi, fondamentali e quasi “classici”, che si trovano, letteralmente, sui banchi dell’usato. In vent’anni il pensiero della differenza ha macinato tanta altra strada, ma in Italia stiamo ancora all’abicì, il che forse spiega anche il ritardo della nostra critica letteraria, compresa quella ‘femminile’, ferma ad elencare le signore di proprio gusto mentre l’italianistica anglo-americana indaga la produzione delle scrittrici novecentesche servendosi di paradigmi filosofici e critici ben più rigorosi.

Ora, un conto è criticare la seconda generazione del femminismo – come faceva Genna nella prefazione a Tu sei lei (minimum fax 2008) – sostenendo che, almeno in Italia, si debbano ancora raggiungere, o peggio, ripristinare, diritti e conquiste appartenenti al vecchio orizzonte “emancipazionista”:

Dalla torsione che Julia Kristeva praticò su Lacan, fino alle ipostasie di Donna Haraway e ai suoi teoremi cyborg, è accaduto esattamente ciò che accadde allo strutturalismo: da un nucleo vivente, si giunge al manierismo, che perde di vista la realtà. I “gender studies” hanno perso di vista la realtà. Judith Butler può teorizzare quello che vuole, ma fa la figura del Socrate che Aristofane piazza nel frontisterion, un pensatoio sospeso, lontano dalla terra. La società consumistica e mercantilista in cui viviamo favorisce questa deriva: che gli intellettuali pensino, intanto… Intanto cosa? (Genna, Giuseppe. “Tu sei lei. Otto scrittrici italiane”. Carmilla, 12 febbraio 2008).

Quella di Genna è posizione critica e provocatoria, anche legittima se pensiamo allo scacco di determinati pensieri e alla loro insistita banalizzazione, completamente avvenuta nel senso comune: una critica che, però, parte dal rispetto e dalla lettura, e mostra di conoscere a fondo un certo dibattito e una certa tradizione. Altro è, invece, mettersi a blaterare di scrittura femminile come se nulla fosse stato scritto a riguardo, partendo solo dalla propria ristrettissima esperienza di vita e finendo a sollevare obiezioni che il pensiero della differenza si è posto quasi prima di nascere. Ma già, si sa: il pensiero femminile non esiste, esistono buoni e cattivi pensatori…

[segue]