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noterella lessicale non oziosa (leggete fino in fondo e capirete perché)

In la memoria e l'oblio, malatempora, taking action on marzo 2, 2012 at 8:30 pm

Mi è stato da poco spiegato un concetto dell’etica marziale giapponese, per cui il massimo principio del combattente sarebbe il “cuore benevolo”. Certo, di primo acchito la connessione tra il “cuore” e la preparazione, l’abilità o la volontà di combattere pare azzardata o astrusa – specialmente a inizio marzo, quando ancora la memoria di San Valentino, tra coltri di tulle rosa non ancora completamente sbaraccate e tubi di Baci Perugina in offerta speciale, tarda a spegnersi.  Eppure non si tratta di un concetto estraneo alla nostra cultura, o quantomeno al nostro vocabolario.

Anche se ne abbiamo perso la memoria, in italiano la parola «coraggio» ha la stessa radice di «cuore». Non si tratta un’etimologia popolare, o di giochini post-strutturalisti o di atteggiarsi a filosofo-che-finge-di-sapere-il-tedesco-scrivendo-coi-trattini. Lo dice il dizionario.

Secondo il TLIO [alias Tesoro della Lingua Italiana delle Origini: uno strumento indispensabile per il linguista e lo studioso di letteratura antica], ‘coraggio’, anche sotto diverse grafie come ‘coraio’, ‘corazo’, ecc., indica, nell’ordine: (1) «Il cuore inteso come sede dei sentimenti e della volontà» (attorno al secolo XI); passa poi  per sineddoche, a designare «il sentimento stesso che il cuore contiene; ciò che il cuore desidera e agogna, il suo intendimento» (1.1). Di qui il significato (2), poi affermatosi nella lingua corrente: «forza d’animo nell’affrontare situazioni difficili e pericolose».

Coraggio da cuore, dunque, una radice che si trova in molte lingue (*k’r.d- da cui il latino cor, cordis, il greco kárdios); e non penso serva un dottorato in indoeuropeistica per sentire la stessa radice stia anche in Heart e Herz – sotto una diversa veste fonetica. Certo, pensando all’inglese, a tutti viene in mente un’espressione come “Lionheart” o magari quel Braveheart reso popolare da Mel Gibson (che brutta sorte, detto tra noi). In queste espressioni, però, il cuore è un conto, il coraggio o la voglia di combattere un altro, e si esprime con una radice diversa, “brave”. (Sì, lo so che l’inglese ha anche ‘courage’ ma, come appare evidente dalla grafia, tale radice rientra nella lingua molto più tardi, inseguito alla ri-latinizzazione della lingua, quando il nesso semantico originario tra ‘heart’ e ‘courage’ non si vede più nemmeno col binocolo).

L’italiano, peraltro, ha anche questa radice, ma ne dà un’evoluzione completamente diversa. Sempre per il TLIO (che data le prime attestazioni al XIV secolo), «bravo» significa infatti:

  1. [Rif. agli uomini:] ardito, coraggioso, temerario; feroce, crudele
  2. [Rif. alle onde:] agitato, burrascoso
  3. [Rif. ad un animale:] selvaggio, non domato o addomesticato.
  4. Vizioso, sfrenato

Da questa radice si diramano due filoni – l’idea della ‘bravura’, come abilità, agilità anche fisica, o capacità specializzata – e l’idea della ‘bravata’, il falso coraggio dell’esibizione che sconfina fatalmente nell’incoscienza o nell’arroganza. Bravi manzoniani compresi.

Anche il GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana) conferma questo lignaggio, riportando come primo significato: «1. Coraggioso, animoso, ardito (non senza una certa ostentazione); sicuro di sé; spavaldo». Così, in epoca rinascimentale «Fare il bravo» vuol dire «ostentare coraggio, fare lo spavaldo, lo spaccone»; o «fare millanterie, far bravate (sfidando senza necessità i pericoli); comportarsi da smargiasso». Il nostro significato attuale, più comune, di «esperto, capace, abile (nel proprio lavoro, nell’attività abituale», appare solo come terzo significato, e ancora dopo appare il significato morale di “bravo” (as in “una brava persona”, un “brav’uomo”, o nell’orripilante «perché è un bravo ragazzo» che si sente ancora intonare a certe feste di compleanno). Il termine, insomma, non è inizialmente positivo e rimanda piuttosto alla sfera dell’ardire, della “matta bestialitade”, o dell’azzardo che spinge a trasgredire.

La nostra lingua separa e distingue così i due ambiti del coraggio inteso come forza d’animo e come prova di sé, e della violenza cieca e fine a se stessa: quel che qualcuno (qualcuno, specifichiamolo, che in un paese normale non dovrebbe potersi nemmeno definire ‘giornalista’) ha definito, con perifrasi degna del Völkischer Beobachter, agire da «cretinetti». Ma io voglio invece parlare col cuore, e non curarmi dell’arroganza di chi spadroneggia da bravaccio su carta male inchiostrata, di chi alza la voce con comodo perché è stipendiato per farlo – o perché crede che non verrà mai il momento di render conto del proprio agire. Vorrei solo ricordare che davvero, difendere ciò a cui si tiene è vero “coraggio” e mai “bravata”, perché sotto qualsiasi cielo, ad ogni latitudine, in qualsiasi lingua o dialetto lo si voglia dire, c’è bisogno di un supplemento di cuore per stare dalla parte di ciò che si ritiene giusto, o per difendere la terra che calpestiamo dall’ingordigia e dalla speculazione.

E allora coraggio, Luca Abbà.

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