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“non vestitevi come delle troie” (cit.)

In dododonne, educazione on agosto 31, 2012 at 10:32 pm

Le ragazze sono sulla metropolitana. Hanno entrambe i capelli acconciati in due trecce, una gonna marrone, un improbabile corpetto alla tirolese color cipria e un finto paniere di vimini con un noto marchio aziendale. Sono state tutto il giorno in strada come promoter e sono svaccate sui sedili della metro, i piedi sollevati e – presumibilmente – in fiamme.
Un ragazzo dall’aria volpina si avvicina e cerca di stabilire una conversazione con una delle due. La ragazza sulle prime risponde con gentilezza, come a tutte noi verrebbe spontaneo fare perché da piccole ci hanno insegnato che si risponde sempre educatamente, soprattutto se si è femmine. Poi il ragazzo si fa insistente e lei diventa elusiva.
Il ragazzo fa commenti sulla lunghezza delle loro gonne e l’amica spiega che si tratta di un costume per una promozione commerciale.
Il ragazzo si protende verso la bionda e le chiede se quella sera è libera. Le due, ritraendosi, dicono che sono stanche morte dopo una giornata di lavoro e vogliono solo andare a dormire.
Il ragazzo, sempre più vicino, insiste per farsi lasciare il numero di telefono, finché la ragazza presa di mira non dice rapida che ha un fidanzato. Le due lasciano improvvisamente il vagone, con uno scatto felino che lascia il tipo di stucco e che mi fa pensare che siano state infastidite molte altre volte.
Quando le due ragazze sono ormai sparite, il molestatore si volta verso un gruppo di maschi – evidentemente degli amici che gli tenevano bordone – e commenta l’episodio. Cominciano una cagnara rivoltante da cui si evince che, chiaramente, le due erano troie [slut], che avevano fame di eccetera eccetera, che se solo fossero rimaste sul mezzo per un’altra fermata la bionda sicuramente gli avrebbe dato il numero, e che comunque è da troie aspettare la fine della conversazione per tirare fuori la scusa del moroso. Li sento ancora berciare a Union Station, dove il treno si svuota. Sto bene attenta a infilare un’uscita completamente diversa dalla loro, anche a costo di dovermi fare un chilometro e mezzo di strada in più.

Mi capita spesso di pensare che cosa induca gli uomini a pensare che atteggiamenti simili possano essere graditi o anche solo socialmente accettabili. Poi leggi una cosa così e capisci che non c’entra niente il desiderio, la voglia, o anche la disperazione di qualcuno che non ha la morosa dai tempi del primo esecutivo Berlusconi. Capisci, insomma, che non c’è niente di capire.

Poi leggi che nel quartiere dove hai abitato per due anni, vicino al parco dove sei solita andare ad allenarti la domenica, nella strada dove c’era il tuo caffè preferito e dove andavi a correre anche alle otto-otto e mezza di sera, ci sono stati sette stupri consecutivi nell’ultimo mese e mezzo, presumibilmente seriali. E che altre donne stanno cominciando a parlare, dopo la conferenza stampa della polizia, per cui il numero delle violenze non è ancora definitivo. E che lo stupratore non è stato ancora identificato. E ti caghi in mano pensando che in quella strada, in quel cespuglio, ci potevi finire tu.

Fonte: The Spec.

Per finire leggi che un’altra donna, nipote del sindaco di Toronto e figlia di un altro consigliere comunale, sul suo account di Twitter ha commentato la notizia invitando le donne a “girare in gruppo, portarsi dietro il Mace (uno spray al peperoncino che tra parentesi è pure proibito NDR), prendere lezioni di autodifesa e non vestirsi come delle ‘troie’”. Notare che, tra tutte le parole che l’inglese ha per esprimere il concetto, l’eloquente twitteratrice ha usato la più pesante. “Whore”. Non per nulla siamo a Toronto, la città dove è nata l’idea delle ‘slut walk’, in risposta a un episodio simile (l’ufficiale di polizia che, in una conferenza stampa, invitava le ragazze a non vestirsi come delle “sluts”, appunto). Una delle vittime ha risposto pubblicamente alla twitteratrice, con un coraggio e una lucidità notevoli, mentre le dichiarazioni di quest’ultima (de cuyo nombre no quiero acordarme) sono rimbalzate un po’ ovunque, associate alla spazzatura cui evidentemente appartengono.

Sono una ragazza carina, giro sempre sola, e non ho un fisico che incuta timore. Ma non è per questo che mi è capitato di essere infastidita da perfetti sconosciuti, qualche volta al punto da averne paura. È perché c’è una cultura di maschilismo che giustifica, se non lo stupro, le sue premesse. Non voglio indulgere alla pratica (invalsa in certi ambienti femministi nordamericani) di equiparare tutto a uno stupro, perché se c’è una categoria comunemente abusata in questi anni è quella di trauma, e invece penso si debba avere l’onestà intellettuale di separare i traumi veri da quelli simulati, o metaforici. Ma penso che sia troppo comodo pensare che lo stupratore sia solo il maniaco che si nasconde dietro la siepe, o, eventualmente, il poliziotto conservatore ancora convinto che la minigonna sia, se non proprio una “giustificazione”, una “provocazione”.

Ho lavorato, per un periodo abbastanza lungo, in ambienti dove la molestia era quasi una malattia professionale. Alle prime sessioni eravamo istruite su tutti i comportamenti provocatori da non tenere, sull’abbigliamento da evitare, sul fatto che qualsiasi gesto familiare o amichevole avrebbe potuto provocare una molestia. Effettivamente io andavo in giro con uno scafandro addosso. Il mio moroso di quel periodo non sapeva se ridere o piangere quando mi vedeva uscire di casa. Il fuoco della formazione, ovviamente, eravamo noi ragazze, e in parte si tratta di un atteggiamento comprensibile: se sai che vivi in un mondo di merda ti proteggi, cerchi di non dare alibi, di non diventare un’esca. Ma il passo da “meglio essere prudenti perché questo è un brutto mondo” a “se ti succede vuol dire che te la sei cercata” è sempre breve, troppo breve. Del resto, quando episodi spiacevoli avvenivano (di qualsiasi livello o “gravità”), a farne le spese era più spesso l’operatrice (o la volontaria) che il diretto responsabile.
Stupro?
No.
Maschilismo, e una cultura che colpevolizza, biasima ed emargina sempre e comunque la donna?
Sì. Decisamente.

Mi è anche capitato di essere infastidita in occasioni che volevano essere sociali o divertenti, dove qualche persona con evidenti turbe psichiche mi ha fatto pentire di non essere rimasta a casa (il posto dove, evidentemente, una donna che non abbia un compagno o marito pronto a proteggerla deve starsene rintanata). E mi è anche capitato che gli amici che mi accompagnavano non si siano resi conto del mio disagio ma anzi, mi abbiano preso in giro per le mie “conquiste”, tra fragorose pacche sulle spalle e risate complici”, come se essere smanazzata da un estraneo su una pista da ballo o sentirmi alitare in faccia da un ubriaco costituisca chissà quale balsamo per la mia già fragile autostima.
Stupro?
No.
Maschilismo, e una cultura che emargina e colpevolizza la donna?
Sì. Decisamente sì.

Perché l’implicazione, condivisa anche da tanti uomini e donne che si ritengono di sinistra colti e scafati, è che se uno ci prova in fondo ti sta facendo un complimento, e che l’attenzione sessuale sia sempre un gentile omaggio e debba essere sempre e comunque gradita. Che se ti infastidisce è perché ci hai dei problemi. E che comunque sono cose di poco conto, che in fondo se ti poni correttamente certe cose non succedono, che se ti vesti decentemente certa gente non ti nota.

E il problema non è solo lo stupratore (anche perché, come sappiamo, lo stupro non è un atto sessuale, è un atto predatorio), il problema sono tutte quelle persone, lì attorno, che pensano che urlare qualcosa a una donna dai finestrini di un’auto o farle un apprezzamento viscido in fila dal macellaio, o sedersi di fianco a lei mentre scrive in un bar senza essere invitati e cominciare a farle domande insistenti siano comportamenti tollerabili, o comunque non così gravi. Sono tutte quelle persone, donne e uomini, che dicono che l’uomo è cacciatore, che se esci e ti ubriachi lo fai apposta per farti trombare contro un muro mezza tramortita, che se sei svenuta e qualcuno ti violenta te la sei cercata, che se il tuo partner, anche occasionale, insiste per avere un secondo rapporto non protetto e lo fa a tradimento mentre dormi, te la sei cercata perché prima hai avuto un rapporto consensuale e protetto (mi riferisco alle disgustose dichiarazioni di questo parlamentare inglese, che sono gravi indipendentemente da come la si pensi sul caso Assange. Una frase come «I mean, not everybody needs to be asked prior to each insertion» si commenta da sola).
Tutti stupratori?
No.
Tutti complici di una cultura di maschilismo che permette lo stupro?
Forse.

We are the world, we are the children

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema, generazioni, sci-fi, this is the end of the world on agosto 25, 2012 at 1:37 pm

1. Beasts of the southern wild.

Fonte: Beastswofthesoutherwild.com

Dopo aver guardato Beasts of the southern wild, sono uscita dalla sala del cinema in preda a sensazioni ambivalenti, ma senza stupirmi del successo incontrato alla prima proiezione al festival di Cannes.  Perché con una storia del genere, attori del genere, e una fotografia di tale qualità, è tecnicamente impossibile non strappare applausi.

Beasts of the southern wild è un film visivamente perfetto, di una bellezza selvaggia (l’aggettivo non è scelto a caso) e struggente. Nel fotogramma che ha fatto il giro di tutte le cartelle stampa, c’è l’anima del film: una bambina di 6 anni, la protagonista “Hushpuppy” (interpretata dalla strepitosa Quvenzhané Wallis), dalla tempra indomabile e dai capelli intricati come una mangrovia, che sprizza energia e faville dalla punta delle dita.
Una fantascienza tutta d’ambientazione, basata sulla proiezione lineare del nostro presente ed evocata in pochissimi tratti. Il mondo di Beasts of the Southern Wild è in preda alla trasformazione: i poli si stanno sciogliendo e il mare è destinato a innalzarsi di decine e decine di metri, cancellando ampie aree di quella che oggi conosciamo come civiltà umana. Cinefili e appassionati non devono tuttavia aspettarsi catastrofi brusche (ed esteticamente mediocri) in stile The day after tomorrow. La trasformazione è appena accennata, lenta, lasciata intravedere per piccoli indizi. Nella sua denuncia, il film parla soprattutto del presente: neanche lo spettatore più sprovveduto riuscirebbe a non cogliere il riferimento uragano Katrina, alla gestione del Superdome e alla politica razziale attuata dall’amministrazione Bush in occasione di quel tragico evento.

Anche visivamente, il lavoro è opera di qualcuno che ha profondamente riflettuto sulla natura dei confini. Lo spazio della comunità (idealmente creola, ibridata e “sporca”) sfugge alla dicotomia utopico/distopica: è un’eterotopia foucaultiana, ciò che il cultore di fantascienza Darko Suvin (un mai troppo citato genio della teoria letteraria contemporanea) considera come una forma di immaginazione fantascientifica. Quello di Hushpuppy e di suo padre Wink (nel film, interpretato da Dwight Henry) è un mondo governato da altre leggi, tanto sociali quanto fisiche: vigono un’altra scuola e un’altra nozione di famiglia, un’altra legge civile regola la nascita il battesimo e la morte; persino la fisica obbedisce ai principi del realismo magico per cui ogni cosa si trasforma incessantemente e nulla, in fondo, muore. L’aspetto più politico del film, a mio avviso, è proprio questo: non la “denuncia” del riscaldamento globale e della crisi ecologica, ma la rappresentazione degli spazi e dei confini che vi prende piede. È un confine segregante l’argine costruito dagli abitanti – non a caso bianchi – della città per arginare non solo la marea montante ma anche il “nomadismo” e l’assenza di regole della comunità di “diversi”. E non è un caso che il viaggio dei protagonisti si concluda su uno spazio liminale, una “no man’s land”, una lingua di terra che non è né mare, né sabbia. L’incertezza nebbiosa dell’ultimo fotogramma sembra fornire l’unica possibile rappresentazione del “futuro”, il tema cui rimanda peraltro l’intero racconto, nel significante della sua protagonista bambina.

2. Il futuro comincia adesso

«Frankly, our ancestors don’t seem much to brag about. I mean, look at the state they left us in, with the wars and the broken planet. Clearly, they didn’t care about what would happen to the people who came after them» (84). Sono parole tratte da un’altra epopea distopica/post-apocalittica, Mockingjay, il terzo volume (per la verità assai mediocre, e inferiore ai primi due) della trilogia The Hunger Games. Siamo sempre nello stesso tema: l’infanzia come specchio (e metafora) dello spazio che il nostro mondo dedica, davvero, al futuro anteriore[1].
Abusati e traviati come gli adolescenti dell’America neo-pagana di Suzanne Collins, o liberi e selvaggi come l’indomita Hushpuppy, i bambini sono il simbolo del futuro, e stanno lì a denunciare della mancanza di rispetto per il futuro che la nostra società pratica su basi direi quasi scientifiche. Il futuro di rifiuti e scorie che lasciamo in eredità ai nostri discendenti si metaforizza nelle piccole vite di questi protagonisti, in bene o in male. Simboli di speranza e di rinascita secondo i criteri del più antico messianismo, ma anche pronti ad ammonirci col loro sguardo straziato, testimone della più intollerabile delle violenze.

L’idea che i bambini siano (più che il mondo, come cantava Michael Jackson, uno che con l’infanzia aveva una relazione complicata) il futuro è, a mio avviso, un altro dei mitologemi d’inizio secolo. Ci aveva già provato 6 anni fa Alfonso Cuaròn in quel brutto film che è Children of Men (trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di P.D. James), un racconto infarcito di valenze religiose  e messianiche  malgrado il suo sbandierato odio per il ‘fanatismo’ (stigmatizzato almeno in due personaggi, il puro guerrigliero di colore e il guerrigliero bianco-rasta, razzista inconscio e, presumibilmente, figlio di papà). E, per rientrare in Italia, anche lo zombie-book I primi tornarono a nuoto di Giacomo Papi (Einaudi 2012) si conclude con la stessa scena: nell’oscena inversione della vita e della morte, una madre salvata dal linciaggio che procrea, un vagito come segno della speranza che rinasce.

L’immaginazione che attribuisce ai bambini poteri salvifici è potente come quella che nei bambini vede una minaccia o un’incarnazione del male: ci sarà sempre un fortunatus puer da contrapporre ai non-nati, agli elfi, ai bambini senza tempo di Running Wild di Ballard, di Lord of Flies di Golding, del già citato Hunger Games oppure di The Veldt, il terrificante racconto di Ray Bradbury. Per questo, nei film e nei libri distopici continuiamo a rivivere il mito di Noé (tra arche salvifiche e piccoli legni alla deriva) o, alternativa meno ovvia ma altrettanto pertinente, quello di Lot e delle sue figlie. Fateci caso: non c’è film catastrofico, dalla produzioni indipendente con velleità sperimentali fino alla peggior patacca da multisala, da Independence Day a 2012 a, appunto, Children of Men, che non contempli una scena dove l’Amico del Salvatore/Futuro Progenitore viene incenerito perché si sofferma a guardare la fine del proprio mondo, o (variante soft della precedente, il Salvatore/Futuro Progenitore si scuote appena in tempo dalla pericolosa attrazione per la catastrofe e si salva per un pelo).

Storie di speranza, di redenzione, di futuro, che ricordano allo spettatore distratto che esiste un’altra dimensione oltre al presente, una responsabilità verso quelli che verranno. Storie benefiche, a patto di non trasformare il bambino del futuro in un messia, in un idolo d’oro. Perché la tentazione di fare di queste storie dei messaggi a senso unico è molto forte, e produce discorsi senza senso. Come quello che ha fatto, appena due settimane fa, Ewan Morrison dalle colonne del Guardian, in un post (fintamente) provocatorio intitolato: What I’m thinking about … why capitalism wants us to stay single. Morrison tuona contro il consumismo implicito nell’idea di rimanere ‘single’ e ‘unattached’, non più una scelta controcorrente ma, al contrario, l’emblema del nuovo conformismo:

«It now makes economic sense to convince the populace to live alone. Singles consume 38% more produce, 42% more packaging, 55% more electricity and 61% more gas per capita than four-person households, according to a study by Jianguo Liu of Michigan State University», ha ammonito lo scrittore, scatenando le reazioni infuriate dei molti lettori che, oltre a doversi sorbire le domande invadenti della zia Clotilde a ogni pranzo di Natale, ora devono fare i conti coi sensi di colpa rispetto all’intero pianeta. Ed ecco la severa conclusione dell’autore.

Consumerism now wants you to be single, so it sells this as sexy. The irony is that it’s now more radical to attempt to be in a long-term relationship and a long-term job, to plan for the future, maybe even to attempt to have children, than it is to be single. Coupledom, and long-term connections with others in a community, now seem the only radical alternative to the forces that will reduce us to isolated, alienated nomads, seeking ever more temporary ‘quick fix’ connections with bodies who carry within them their own built-in perceived obsolescence”.

Ma se il primo vagito può produrre momenti di adorazione, e se può forse rappresentare un messaggio di responsabilità (più che di speranza), attenzione a non farne un simbolo universale, e a non trarne inferenze indebite. Perché in quest’epoca apparentemente bambino-centrica, che impone alle persone il dovere sociale (non morale, sociale!) di vivere il sogno familiare perfetto ma che eradica sistematicamente la possibilità di un vivere dignitoso per troppi esseri umani, in paesi dove le coppie spendono migliaia di dollari per un matrimonio e non hanno un’ora del loro tempo libero da dedicare al volontariato, in un mondo che considera dovere esporre su Facebook le foto del proprio neonato (il quale, ovviamente, non può rifiutarsi di essere esposto in quanto di più intimo si possiede, la propria nascita) ma se ne strafotte dei milioni di bambini che muoiono di denutrizione o di morbillo, il problema non è se procreare o non procreare, ma come educare.