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in difesa dell’ironia

In a spasso tra i libri, attitudine popular, educazione, repubblica delle lettere, this is the end of the world on novembre 19, 2012 at 10:56 pm

Parodia di Hipster. Fonte: Chicagoshows.wordpress.com

Alcuni giorni fa, sulla rubrica The opinionator, il New York Times ha pubblicato un lungo e polemico articolo contro l’ironia di Cristy Wampole, Assistant Professor di Francese a Princeton. L’autrice denuncia in modo appassionato e retoricamente efficace l’attitudine alla distanza dei suoi coetanei, e auspica che ci si liberi dall’ironia, dalla tendenza a evitare qualsiasi presa di posizione seria, tornando a un ethos non più ‘reattivo’ ma ‘attivo’. Si può capire come queste parole, che suonano come un incitamento al rigore e all’impegno, siano suonate condivisibili e persino ‘rinfrescanti’ nel gruppo di coetanei (per lo più con aspirazioni intellettuali) che frequento. Pur condividendo l’assunto etico di fondo, nel proseguire la lettura non ho però potuto reprimere un crescente senso di perplessità.

Sarà che il mio è un osservatorio limitato, per cui non conosco molti hipsters. Sarà che leggo molte notizie di politica, sia italiana sia internazionale, per cui mi pare che ‘disperazione’ e ‘incazzatura’ siano termini più accurati di ‘ironia’ e ‘presa di distanze’ per descrivere l’atteggiamento della generazione mia coetanea. Probabilmente il mio punto di vista è provinciale; ma a me pare che occuparsi in tale dettaglio di come una certa ironia (falsa ironia, la chiamerei io) ci impedisca di prendere posizione sul presente sia una contraddizione in termini.

Più precisamente, a me sembra che l’ironia descritta dall’autrice sia un atteggiamento molto diffuso all’interno di una data cerchia o di una precisa classe sociale, ma non rappresentativo di un’intera generazione – cosa che diversi lettori non hanno mancato di notare nella sezione dei commenti. Con buona pace dei pochi di noi che abitano una bolla accademico-artistico-culturale oppure hanno la fortuna di svolgere lavori creativi (il pubblicitario, il ricercatore universitario, il giornalista e consimili), la maggior parte delle persone vive senza necessariamente simulare, si preoccupa per il proprio presente e futuro, ascolta la musica che ritiene di trovare gradevole e, se parla, pensa di dire ciò che sta dicendo (anche quando in realtà sta dicendo qualcos’altro). E non perché siano ‘infantili’; al contrario, perché a differenza di noi sono “adulti veri” che vivono nel “mondo reale”. Ma questo non è necessariamente un bene, come la stessa retorica del “mondo reale” (usata per incolpare intere classi sociali del loro destino) dimostra.

***

Personalmente amo l’ironia, e non credo che tutte le risate siano ridanciane, inutili o idiote. Ci sono risate che feriscono e risate che mordono. Se così non fosse, ad esempio, il sarcasmo non sarebbe considerato un peccato capitale (come invece è, almeno qui in Nordamerica, e comprensibilmente: perché il sarcasmo è un modo di mostrare i muscoli, sia pure quelli del cervello). C’è una grande enfasi, nella cultura letteraria di oggi, sul bisogno di ‘serietà’. Così, mentre il web pullula di meme e immagini assurdamente ridanciane, mentre il potere governa mediante un uso oppressivo della risata, e mentre la continua osmosi tra lavoro e piacere rende alcuni di noi incapaci di rendersi conto della reale abolizione di diritti e tutele, la parte più “consapevole” della nostra società si dà da fare per promuovere forme pulite e quasi edulcorate di humour. Nel frattempo, tra gli intellettuali si predica a gran voce la morte del postmoderno e il ritorno dell’impegno: a volte in via solo teorica e intellettuale, a volte anche in modo concreto, piantando gazebi e dipingendo cartelli. Pur riconoscendo il valore culturale di alcune battaglie (quella per il politically correct, ad esempio) io non credo che un’eventuale vittoria della serietà e della correttezza ci renderebbe necessariamente più liberi o consapevoli.

A mio avviso l’autrice pecca di ingenuità quando identifica l’ironia con un particolare tipo di ironia: quella che lei esemplifica con la posa artefatta dei nuovi “hipster”. Credo che in questo senso la sua formazione letteraria, di studiosa della narrativa post-moderna, possa essere fuorviante. Perché quando leggo una frase come “It stems in part from the belief that this generation has little to offer in terms of culture, that everything has already been done, or that serious commitment to any belief will eventually be subsumed by an opposing belief, rendering the first laughable at best and contemptible at worst,”* mi ritrovo immediatamente trasportata in un ethos filosofico politico di vent’anni fa, dove il picco petrolifero non è nemmeno contemplato, il debito non esiste e il radicalismo politico nemmeno. Siamo ancora dalle parti del dibattito sul postmoderno: un dibattito formulato a livello internazionale (penso alla mostra londinese Postmodernism: Style and Subversion 1970–1990, tenuta nell’autunno del 2011 al Victoria and Albert Museum), e che, nel nostro piccolo, è arrivato anche in Italia, dal dibattito sul New Italian Epic (2008-2010) al dibattito filosofico sul New Realism recentemente animato da Ferraris e Vattimo.

Io credo che non si debba rigettare l’ironia, ma fare qualche utile distinzione, perché nell’appropriazione ridanciana di miti e modelli consumisti non c’è nulla di profondamente ironico. Quella che Wampole descrive nel suo articolo non è ironia, ma una perversione dell’ironia. La caricature di hipster che abita il nuovo secolo (di cui si può leggere un profilo tanto caustico quanto famoso qui) deve prendersi gioco della musica commerciale perché la ama, o perché a dispetto della sua costosa educazione, è culturalmente succube della cultura pop. I nuovi hipster che affollano le strade di Williamsburg e che si considerano trendsetter sono consumatori culturali all’ennesima potenza; ma oggi siamo tutti consumatori culturali, a vari livelli, ed è per questo che il loro atteggiamento estremo ci risulta tanto familiare.

In questo contesto, l’ironia è, o forse dovrebbe essere, la capacità di dirsi produttori, anziché consumatori, di cultura. Di cambiare non il canale, ma il terreno della ricezione. Di usare i linguaggi correnti per formulare un nuovo linguaggio. Non un nuovo messaggio, si badi: questo lo fanno tutti, anche i pubblicitari. Formulare un nuovo linguaggio è, invece, una cosa difficilissima, che è riuscita a pochissimi, solo ai più grandi tra gli scrittori. Italo Calvino, per dirne uno.

***

E in Italia? Nel Bel Paese, si sa, siamo malati di umorismo, di macchiettismo, di ironia. Alle peggiori schifezze della nostra classe dirigente reagiamo facendo ‘battute’, sentendoci dei tanti piccoli Totò. La classe politica a propria volta non ritiene di dover governare, assumendosi apertamente la responsabilità della propria macelleria sociale, ma si esprime per battute, scatenando ondate di indignazione a costo zero – dai bamboccioni ai choosy, perfetti equivalenti culturali del ‘que se jodan’ spagnolo.

Se c’è un paese dove in apparenza il Governo Della Risata si è esercitato con pervasiva violenza, questo paese è l’Italia. C’è stato un periodo in cui addirittura si decretava la morte della satira che – si diceva – sarebbe stata superata dalla realtà (effettivamente scene come quelle di un Calderoli che, nel 2006, definiva la propria legge elettorale “una porcata” sembravano tratte dal “Cuore” dei tempi d’oro).

Vignazia ’12

A volte mi capita di chiedermi se l’ironia (o l’antifrasi, che dell’ironia è parente stretta) sia inadeguata a descrivere la repressione delle piazze nel 14 novembre, o l’arroganza della classe dirigente italiana. E credo che nella loro forza comica, le forme di  satira non siano inadeguate, a differenza delle tante petizioni e forme varie di clicktivismo e indignazione mediata. Perché denunciano, tra le altre cose, uno stato di linguaggio in cui “le cose non sono le cose,” per cui

l’antifrasi diventa l’unico modo possibile di relazionarsi al potere. Certo non basta fare battute e scrivere satire. Ma nella satira si può annidare un profondo germe di ribellione, e sarebbe ingenuo – oltre che controproducente – volersene privare.  E penso al senso di sconcerto che ho provato la prima volta che ho visto una finta pubblicità di Adbusters. Me lo ricordo: fu a Firenze, alla Fortezza da Basso, nei giorni del FSE del 2002 (un luogo non particolarmente ironico, bisogna riconoscerlo). Guardando gli enormi banner finti di Mc Donald’s sventolare dal soffitto, mi ci vollero un paio di secondi per capire che si trattava di una parodia, eppure mi rimase un senso di disagio addosso ancora per qualche minuto.

Siamo sicuri che questa ironia sia la stessa dell’hipster che se ne va in giro con la maglietta di Justin Bieber, si veste da SuperMario per Halloween e afferma di amare la musica di Katy Perry perché è, oh, so shitty? Ne dubito fortemente.

Io credo che alcune di queste rappresentazioni antifrastiche, ironiche o parodiche siano  frutto di impotenza – la stessa impotenza che ha animato per secoli le pasquinate, i carnevali, e persino le uccisioni in effigie di tiranni, duci e ducetti. Ma l’impotenza di chi subisce la violenza della storia e non ha altro rifugio che lo sberleffo non è necessariamente la stessa di chi si immagina inerte e passivo, e usa l’ironia come una coperta per continuare a nascondersi. Gridare che i lacrimogeni non rimbalzano su Marte è gridare che il re è nudo: vuol dire denunciare l’assurdità che è già al potere e che ci governa, pretendendo di farci dire che due più due fa cinque.

Per questo anche noi italiani non dobbiamo essere per forza contro l’ironia: ci basterebbe liberarla dall’autocommiserazione, dalla passività, dal narcisismo generazionale e dalla mercificazione, per tornare a usarla come uno strumento verace, violento, disarmonico. Perché l’ironia non è accettazione ridanciana del reale. Questo è ciò di cui ci hanno convinto per vent’anni. Ma l’ironia è altro. È soprattutto distanza: e come tale è una difesa potentissima da quel meccanismo di commercializzazione che, a ritmo sempre più vertiginoso, si appropria di tutte le narrazioni, e soprattutto di quelle serie, ontologicamente ingenue, e cioè di quelle con un messaggio sociale chiaro, rassicurante, impegnato e inquadrabile.

Se un dovere hanno oggi gli artisti e gli intellettuali, è precisamente quello di produrre opere brutte, dissacranti, urticanti, opere che facciano letteralmente schifo –   non in qualche modo esteticamente accettabile, ma che ci disgustino e ci rivoltino nell’intimo, che ci sveglino e impediscano in ogni modo di provare piacere. Opere che suscitino in noi un senso di terrore e di violazione, opere che ci spingano a dubitare, con un brivido, della loro finzionalità, invece di presentarsi arrogantemente, e contraddittoriamente, come “reali”. Opere che siano imprendibili, immistificabili, proteiformi. E quindi sì, anche ironiche, se ciò serve a evitarne il consumo.

Guardatevi, piuttosto, dalle narrative ‘impegnate’: producono assuefazione.

***

*Traduzione: [questo atteggiamento deriva, almeno in parte, dalla convinzione che questa generazione abbia ben poco da offrire in termini culturali, che tutto sia già stato fatto, o che qualsiasi impegno serio sarà, alla fine dei conti, inglobato da una convinzione di segno opposto, che trasformerà l’ideale di partenza in un oggetto ridicolo (nella migliore delle ipotesi) o disprezzabile (nella peggiore)]

zombi di tutto il mondo unitevi – la versione neocon

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema, malatempora, sci-fi, this is the end of the world on febbraio 23, 2012 at 11:54 pm

Che cosa succederebbe nella governance globale se domani mattina iniziasse una catastrofica invasione di morti viventi? A questa domanda il teorico politico conservatore Daniel W. Drezner (Docente di Relazioni Internazionali alla Tufts University di Boston) ha dedicato un agile volumetto uscito nel 2011 per la Princeton University Press, accolto da un discreto successo di pubblico e di critica.  Theories of International Politics and Zombies è un libro veloce, scritto col tono di un instant book – e difatti, come lo stesso autore riporta, è nato come sviluppo di un post pubblicato nel 2009 su Foreign Policy (su cui l’autore ha un proprio blog). E’ un libro interessante ma superficiale, che analizza la letteratura con uno sguardo non letterario e spesso sfiora intuizioni profonde senza riuscire ad azzannarle (tanto per restare in tema): un libro scritto, insomma, più per coprire una nicchia che per esplorare a fondo un tema.

Drezner prende le mosse dalla recente fortuna del genere “zombi”, a dispetto della mancanza di fascino ispirata dalle figure di cadaveri ambulanti in avanzato stato di putrefazione (niente a che vedere coi sexy-vampiri e i maghetti volanti che impazzano tra i tweens di mezzo mondo). Perché, si domanda l’autore, nonostante la ripugnanza che questa figura ispira, negli ultimi dieci anni si è avuta una curva esponenziale nella produzione di narrazioni filmiche e letterarie? Da un lato, lo zombi è l’elemento per eccellenza della valle del perturbante: non umano, ma abbastanza simile all’umano da ispirare un turbamento profondo e istintivo. Dall’altro lato, sostiene Drezner, lo zombi è una delle poche istanze soprannaturali che ha una minima ‘plausibilità’ narrativa, e che si può motivare con teorie pseudo-scientifiche, crinale su cui insistono alcuni dei ‘testi’ esaminati (28 Days Later, in versione sia filmica che fumettara, e il seguito 28 Weeks Later).

In linea con un vasto filone di pensiero contemporaneo, Drezner insiste sul valore cautelare di tale immaginazione apocalittica (una tesi che è stata sostenuta, in anni recenti, da diversi teorici e pensatori). Leggiamo infatti: “L’uso di narrative finzionali (e in particolare horror e fantascienza) come fonti di dati per la costruzione di teorie è diventata pratica comune di recente” (19). Drezner ragiona da teorico, costruendo i confini del proprio “caso di studi”, rigoroso benché ipotetico. Il teorico procede dunque a una definizione operativa di zombi, visto come “un essere animato che occupa un corpo umano e desidera divorare cervelli umani” (21), e stabilisce tre proprietà rispetto al corpus narrativo che intende analizzare:

• Lo zombi desidera carne umana e non si accontenterà di nessun altro cibo o carne;

• Gli zombi non possono essere uccisi se non distruggendo il loro cervello;

• Ogni essere umano morso da uno zombi diventa a propria volta uno zombi. (22)

Si tratta di una definizione operativa abbastanza ristretta, che, come ammette lo stesso autore, esclude alcune delle “Ur-Narrative” del genere (I am legend, 1954 o L’invasione degli ultracorpi, 1956). Del resto, benché il corpus di finzione sia abbastanza vasto, bisogna osservare un limite del procedimento nella costruzione del corpus letterario-filmico: i riferimenti convergono soprattutto su due autori, George Romero e Max Brooks (e in particolare War World Z, più che le altre produzioni come The Zombie Survival Guide), gli autori in cui il simbolismo storico-politico è più scoperto. E non pare scorretto affermare che senza il romanzo di Brooks (uscito nel 2006 e da cui verrà tratto un film, data di uscita prevista 21.12.2012, ehm) Drezner non avrebbe potuto scrivere il proprio testo, perché è Brooks, non Drezner, ad avere la geniale intuizione di applicare alla narrativa zombi le caratteristiche della storia orale e, simultaneamente, dell’elaborazione del trauma.

Da teorico delle relazioni internazionali, l’autore non è interessato a discutere la fisiologia o l’antropologia del morto vivente (secondo i suoi termini, “la causa”) ma piuttosto il funzionamento di un possibile ‘zombie outbreak’ (in parole povere, “l’effetto”). Così, i due diversi tipi di “infezione” (zombi lenti + infezione dal decorso lento vs zombi capaci di correre/saltare + metamorfosi immediata) producono conseguenze simili ma per motivi diversi, dato che la prima ipotesi (quella lenta) produce una maggior esposizione al contagio,  e una minor capacità di reazione internazionale (frontiere aperte più a lungo, sottovalutazione dell’emergenza sanitaria, etc.).

E con questo esempio capiamo subito dove Drezner vuol andare a parare: l’autore ha nel mirino le teorie utopiche della politica, basate sulla cooperazione internazionale, o sul postulato che le libertà individuali e l’apertura delle frontiere vadano difese sempre e comunque anche di fronte a una minaccia estrema. Si tratta di un’idea già latente nel libro di Brooks, dove le uniche nazioni capaci di reagire efficacemente sono, nell’ordine, gli stati che promuovono politiche attive di apartheid* come Israele e Sudafrica, e le superpotenze militari USA e Russia, quest’ultima peraltro ritornata allo zarismo, mentre le nazioni “utopiche” come l’Islanda sono condannate a essere divorate – letteralmente – dai mostri. L’idea della libera circolazione delle persone tra frontiere, insomma, sarebbe rivelata nella propria falsità dall’ipotesi di un’invasione di zombi. Particolarmente indicativa degli orientamenti di Drezner l’idea che in caso di zombie outbreak non mancherebbero gli stati canaglia pronti ad allearsi con l’esercito del male (inteso qui in senso letterale), o che nelle democrazie liberali  sorgerebbero immediatamente dei movimenti per i“diritti umani degli zombi”. Particolarmente di cattivo gusto la vignetta in cui una protestataria regge il cartello “My dad is a zombie and I love him”, che ricorda le famiglie arcobaleno. Quanto all’ipotesi Al Qaeda, rimando a questo breve horror di produzione francese [FERMI LI’: il link è davvero per stomaci forti, quindi pensateci prima di cliccare. A me in un paio di scene è venuto da vomitare], dove si trova la stessa intuizione.

Capitoli come “The Realpolitik of the living dead” (33-45), del resto, sono particolarmente indicativi del tipo di operazione – pop, certo, e per questo a facile presa – tentata in questo volume.  Prendendo a modello zombi e altre variazioni sempre di ordine soprannaturale viene facile sostenere argomenti in favore della sovranità assoluta, di una sovranità che si definisce – con pericolose analogie storiche – in termini di Stato d’Eccezione. E forse è questo fascino per le situazioni estreme, viste come il vero banco di prova delle nostre vite in tempi di crisi, uno dei veri fattori.

L’identificazione di Drezner è tuttavia a senso unico, strumentale, e non rende conto – secondo me – delle implicazioni più profonde di questo topos narrativo. L’immagine degli zombi – creature ultime, che hanno perso tutto e che, come lo stesso Brooks intuisce nel commentare la battaglia immaginaria di Yonkers – non possono essere spaventate, a me pare indicativa del contesto economico attuale, delle rivolte a venire che spaventano i sonni tranquilli di chi ha ancora un giardino da difendere.

Fonte: The Star

Le implicazioni economiche (già latenti nei primi lavori di Romero) sono invece state sfruttate, in modo opposto, dalla politica del movimento OWS , che ha fatto propria l’immagine  degli zombi in giacca e cravatta – morti viventi che si cibano, metaforicamente, della carne dei più deboli. E sembra di sentirne un’eco anche nei testi in ultima canzone appena pubblicata (in anteprima, il disco uscirà il 6 marzo per la Columbia Records) di Bruce Springsteen, in versi come questi:

 “The greedy thieves who came around
And ate the flesh of everything they found
Whose crimes have gone unpunished now
Who walk the streets as free men now”

E come questi:

“They destroyed our families’ factories and they took our homes / They left our bodies on the planks, the vultures picked our bones / They brought death to my hometown”…

Proprio come gli zombi di Brooks, e senza bisogno che nessuna Al Qaeda li spalleggi.

Insomma, se la politica neo-con usa l’emergenza immaginaria per difendere le politiche reali, questa lettura non è certo l’unica possibile, e molte altre, per spiegare quella che, prima di tutto, resta una piaga dell’immaginario e uno specchio di paure molto reali e molto radicate. Certo, rimane da chiedersi fino a che punto abbia senso applicare la “Realpolitik” a qualcosa di patentemente irreale come un’invasione di zombi. Ma è evidente che, quando si parla di politica hollywoodiana, l’immaginario è più reale della realtà.

*Non mi riferisco alla definizione dell’attuale politica di Israele in termini di apartheid (che è stata mossa da più lati, ma che è argomento controverso e  meriterebbe altro spazio e argomentazioni precise). Mi riferisco proprio agli episodi immaginati di Brooks, per chi ha letto il romanzo.

what i’ve been up to (lately)

In Uncategorized on febbraio 18, 2012 at 2:27 pm

In questi giorni di grande tensione, di grande violenza di classe, e di tagli indiscriminati a tutti i servizi, mi arriva una petizione online in favore del dipartimento di Italian Studies a Royal Holloway, che rischia di sparire. La petizione è qui, e l’ho anche firmata, per quel che costa.

Io credo che tutto faccia brodo ed è per questo che alla fine ho messo il mio nome e dò spazio all’episodio su parlacoimuri, il blog meno letto e meno aggiornato della blogosfera italiana. Però mi fa strano pensare che, mentre io e i miei colleghi ci prepariamo a uno sciopero duro e difensivo, ancora ci sia qualcuno aggiro che crede basti cliccare una petizione per fermare un gruppo di CEO dal tagliare i “rami secchi” di un’università.

Lo dico fuori dai denti: io non credo che le petizioni online siano inutili. Credo che siano quasi sempre controproducenti, dannose, lesive delle lotte, a meno che non abbiano destinatari e mittenti precisi. Perché le petizioni addormentano, illudono. Peggio ancora: ghettizzano. Ci convincono che anche se siamo tre gatti a crederci, va bene, l’importante è aver ragione in teoria anche se poi, in pratica, chi detiene il potere ci incula a sangue.

E sia chiaro: a me dispiace per IS a Royal Holloway – è assurdo ridimensionare l’italianistica britannica che ha formato alcuni dei migliori studiosi in circolazione – e mi sento di esprimere solidarietà da una riva all’altra dello stesso oceano, perché qui da noi le cose non vanno meglio.

Qui a Toronto, per esempio, pochi giorni fa è stato mandato alla ratifica un contratto dei dipendenti comunali che, in cambio di alcuni incentivi monetari, rinuncia alla protezione del posto di lavoro. Il sindaco (questo individuo) ha parlato di una vittoria dei “contribuenti”. Si parla di circa 7000 posti di lavoro (sì, avete capito bene, settemila persone mandate a spasso con un tratto di penna). Che ci abbiano vinto i contribuenti non mi è chiaro. La coppa del nonno, probabilmente. Il lockout* dei lavoratori delle poste, lanciato lo scorso luglio, si è concluso con la precettazione da parte del governo provinciale dopo circa 3 mesi (tre mesi in cui, per dirla chiaramente, se avevate bisogno di spedire una lettera conveniva affidarvi al piccione viaggiatore).

Non va meglio nelle università. Solo qui a U of T l’anno scorso abbiamo rischiato un accorpamento distruttivo, con la cancellazione di tutti i dipartimenti di lingue moderne e la creazione di un’enorme insalatiera che comprendesse italiano, spagnolo, portoghese, tedesco, cinese mandarino, yiddish, russo, polacco, neogreco e probabilmente qualcos’altro che al momento mi sfugge. Due giorni fa a Montréal un gruppo di studenti che protestava contro l’aumento delle tasse universitarie (l’ennesimo) ne ha cavato un po’ di teste rotte, con il gentile omaggio di una ramanzina della Montreal Gazette (il cui titolo, “Hey, McGill students: your protest wasn’t ‘peaceful’”, già dice tutto). Non si capisce per quale motivo la gente debba pretendere l’accesso a un diritto come quello di studiare ed emanciparsi. E noi università “di massa”, strette fra una retorica di élite e la realtà di numeri ingovernabili, siamo particolarmente vulnerabili a questa retorica dell’eccellenza, che per continuare a dirsi tale deve erigere muri sempre più alti ma nel contempo diventare sempre più appetibile.

In questi anni di merda, anche l’idea che gli incarichi didattici svolti da dottorandi e assegnisti possa essere coperta da trattativa sindacale è troppo bella per durare. E così, a meno che non arrivi per miracolo un contratto presentabile tra una settimana, pure noi TA (e gli istruttori come la sottoscritta) della University of Toronto andremo in sciopero. Non che l’idea ci diverta, come qualcuno pare pensare. Ci saremo costretti, tirati per la giacca. Controvoglia e smadonnando, perché avremmo altro da fare e perché uno sciopero è l’ultima cosa che vorremmo per noi, per i nostri studenti e per la nostra ricerca. Anche perché lo sciopero qui non significa una giornata di astensione simbolica dal lavoro (che pure è un atto importante), ma l’interruzione a oltranza delle attività lavorative, con tanto di picchetti per sensibilizzare e, ovviamente, stipendi congelati.

Questo, nella norma. In un clima particolarmente antisindacale, poi, il tuo “employer” può avere delle finezze tutte sue: per esempio tagliarti pure la busta paga del mese precedente allo sciopero (e fortuna che non ce la possono levare proprio), offrire paga maggiorata ai crumiri tramite “un semplice modulo” (su cui non si sa che verrà scritto) e di fatto proporre il contratto per la ratifica con un trucchetto aziendale, e dulcis in fundo mandare in giro comunicazioni che mistificano la tua cultura sindacale. Del resto, Marchionne si è formato in Canada…

Ecco, la prima considerazione che mi viene da fare (molte altre verranno nel prossimo pippone) è che se vogliamo resistere a questo genere di aggressioni dovremmo disconnetterci un po’ dalla cultura dei like (la stessa che genera, o meglio, amplifica, le battute idiote su sindacati di cui non si conosce nulla) e usare la tecnologia invece di esserne usati. Situazioni del genere sono il miglior banco di prova per dimostrare se davvero tutta la cultura e la consapevolezza acquisite in anni di studio si fermano al mondo dei libri o sanno anche tradursi in umanità, in capacità di comunicare e di capire, in intelligenza strategica.

[segue]

*Il lockout è una serrata aziendale imposta ai lavoratori finché non accettino le condizioni contrattuali proposte: famoso quello di Reagan sui controllori di volo.

se la lotta di classe comincia in classe

In educazione, lavori pieghevoli, lifestyle, repubblica delle lettere on gennaio 7, 2012 at 10:34 pm

Su indicazione di un amico, leggo il post di Lisa Roscioni apparso su «TQ» prima e su «Alfabeta2» poi, relativo all’annosa questione della crisi delle Humanities (“Humanities: informazione o conoscenza?”). Il pezzo è interessante, ben documentato, profondo, ma dà la stessa sensazione di tutti i pezzi usciti in Italia sul tema: descrivono un sistema diverso dal nostro senza menzionare tale differenza, affrontano una crisi di saperi e discipline senza entrare nel merito delle strutture economiche che la sostanziano.

 In the Basement of the Ivory Tower, l’interessante libro scritto dall’anonimo Professor X e citato nel post di TQ, è, come correttamente afferma Roscioni, una lamentazione sulla preparazione penosa degli studenti americani, e in particolare di quegli studenti che, vedendosi precluso l’accesso a un’educazione superiore di qualità, finiscono in college privati di terz’ordine o in Community College dal forte orientamento tecnico e professionale. Ma è soprattutto la dimostrazione di un mostruoso meccanismo economico, quello che potremmo definire uno Schema di Ponzi interno all’istruzione superiore.

Il sistema universitario descritto da In the Basement of the Ivory Tower è basato su due cardini: l’indebitamento (sotto forma di prestito per accedere all’università) e la precarizzazione di massa dell’insegnamento (sotto forma di moltiplicazione di posizioni a tempo determinato, precarie, i cosiddetti adjuncts). Si tratta di due fenomeni collegati tra di loro. Per lo stesso professor X, docente a contratto di corsi introduttivi alla letteratura e alla composizione di testi, l’insegnamento è un secondo lavoro accettato per far fronte a un altro indebitamento, quello per una casa al di là delle proprie possibilità. Nel libro, del resto, si stabilisce una sistematica equivalenza tra la crisi dei mutui subprime esplosa nel 2008 e l’analoga inflazione di titoli di studio (e di occupazioni che li richiedono, anche in mancanza di una reale necessità) paventata nell’era di Obama. E mentre imperversa la polemica sul fatto che la popolazione americana sia effettivamente sovra-qualificata (come sostiene Professor X) o sotto-qualificata (come sostengono diversi suoi avversari, come il prof Anthony P. Carnevale della Georgetown University), matura una delle possibili crisi speculative dei prossimi anni. Come ha scritto di recente Keli Goff sull’Huffington Post, “l’indebitamento da prestito studentesco ha assicurato che tutti gli altri potessero solo prendere temporaneamente in affitto il Sogno Americano, senza mai davvero comprarlo. Esattamente come le carte di credito, il credito allo studio ha permesso a molti di noi di far finta di tenere il passo con i vicini**, ma quando il conto finalmente arriva, si ristablisce la realtà, e cioè che non hai mai davvero tenuto il passo, ma solamente fatto finta – il che ha spesso esiti disastrosi. Circa mille miliardi di debito più tardi, il conto sta arrivando al tavolo della nostra nazione”.

Lo sbarramento all’istruzione di livello universitario è infatti duplice: a una barriera culturale, costituita dalla mancanza preparazione stigmatizzata dal professor X e sempre più frequente anche in molte blasonate università italiane, se ne affianca una economica, in una misura che qui da noi è ancora sconosciuta (ma già il sistema britannico, dopo l’eliminazione dei tetti massimi alle tasse universitarie, potrebbe presto diventare uno scomodo gemello di quello americano). Non a caso, una delle richieste che il movimento OWS sta avanzando è la remissione dell’indebitamento universitario, proposta come una misura di rilancio all’economia. Si tratta di una questione politica ed economica di importanza capitale. Il debito medio contratto nel 2010 supera, infatti i 25,000$ procapite, con una distribuzione ineguale sia rispetto agli stati (il New Hampshire è il più indebitato, con il 74% di indebitati e un debito medio di 31,000 $, lo Utah il meno indebitato con una media di 15,000$ per il 44% degli studenti), sia rispetto alle istituzioni (con alcune università for profit che si aggiudicano mostruosi record di indebitamento). Per capire l’entità della catastrofe, basta un solo dato: nel giugno del 2010, il debito da prestito universitario (allora calcolato nella cifra di 829.785 miliardi di dollari) superava l’indebitamento complessivo da carta di credito negli Stati Uniti (Fonte: WSJ). Un’anomalia dovuta senz’altro ad alcuni fattori contingenti (per esempio la stretta sul debito da carte di credito, dopo il tracollo finanziario del 2008, e il conseguente aumento dei pagamenti minimi richiesti) e ad abitudini di spesa (dovendo scegliere, lo studente ottempera al pagamento minimo della carta di credito, anziché del debito da prestito universitario), ma che dà la misura di una situazione preoccupante. Sono cifre, queste, che i liberali di casa nostra farebbero bene a tenere a mente, quando parlano di “prestiti d’onore” e dell’intraprendenza dei giovani stranieri: indebitarsi per 50,000 dollari a 18 anni non è intraprendenza, è incoscienza.

Il dibattito sulla crisi delle Humanities e quello, ad esso collegato, sul declino delle Lingue Moderne (cui nel 2010 è stato dedicato addirittura un panel nella convention annuale della prestigiosa MLA) non possono dunque essere colti appieno fuori da questo panorama terrificante: un contesto in cui lo studente , spesso indebitato per i prossimi vent’anni e posto di fronte a un mercato del lavoro nerissimo, deve “ripagare” gli enormi costi sostenuti per la propria educazione. E non possono essere colti appieno neanche al di fuori del paradosso per cui sono proprio i requisiti umanistici (l’obbligo di sostenere almeno un esame di inglese, l’obbligo, laddove c’è, di sostenere un esame di lingua straniera) a tenere in piedi dipartimenti umanistici altrimenti falcidiati dai tagli.

Ed ecco che si arriva al paradosso storico attuale, per cui l’accesso all’istruzione è contemporaneamente ‘venerato’ come un obiettivo di per sé degno e criticato come un’utopia irresponsabile, contemporaneamente dileggiato come una mitologia delle classi medie impoverite e osannato come un biglietto di sola andata per chi fugge dall’inferno delle classi svantaggiate. Contestualmente, lo scorso 19 ottobre, Nicholas Kristof invitava a Occupare le aule dalle colonne del «New York Times», rivendicando l’importanza di programmi pubblici tesi a diminuire le differenze tra i più svantaggiati e i privilegiati sui banchi di scuola. Ma non mancano i fautori della tesi opposta: in L’education suffira-t-elle?, un articolo apparso su «Le monde diplomatique» di questo gennaio 2012, John Marsh sostiene che le differenze sociali siano il più forte indicatore della performance scolastica, a fronte di qualsiasi altro fattore. Aumentare l’accesso all’istruzione – sostiene sempre Marsch – può al limite frenare e contenere le disuguaglianze, non certo ridurle.

Certo, gli anni di Ivan Illich e del suo Deschooling Society sono lontani, e mentre si continua a rivendicare – giustamente – l’accesso all’istruzione come un fattore di emancipazione personale, manca una riflessione sulla natura elitaria e iniqua di questo “mercato” accademico. Un’istruzione concepita come un business dai costi e dai profitti illimitati, infatti, non può in sé abbattere le differenze, ma finirà inevitabilmente per consolidarle – e questo sarebbe vero anche se l’accesso all’accademia garantisse automaticamente un miglioramento sociale a tutti gli individui che vi pervengono. Un paradosso che lo stesso Professor X (anche se da un punto di vista diverso dal nostro, perché sostanzialmente conservatore) non manca di notare, quando, in un articolo apparso nuovamente su «The Atlantic», paragona la corsa al titolo di studi alla folla che si alza in piedi durante un concerto, migliorando sì a propria visuale, ma costringendo tutti ad alzarsi in piedi. Una situazione scomoda per tutti, salvo, ça va sans dire, che per chi vende i biglietti.

[Grazie a Jumpinshark per avermi segnalato un refuso e una traduzione poco chiara]

the revolution will (not) be hashtagged [9 novembre 2011]

In attitudine popular, smanettare, taking action on novembre 16, 2011 at 5:39 am

“Revolution will not be televised”, cantava nel 1970 lo scomparso Gil Scott Heron; e ancora nel 2001, c’erano fumettisti che invitavano a spegnere la televisione e a uscire di casa, perché il nuovo movimento (all’epoca era quello no-global) non sarebbe stato né una pillola da ingoiare, ne un ballo da ballare.

Deve essere davvero cambiato il mondo, se Henry Jenkins, pubblicizzando il lavoro di due studiose di comunicazioni e media, adotta la frase “revolution will be hashtagged”, passando dalla perentoria negazione a una previsione alquanto ottimistica. Il passaggio da “will not” a “will” sembra chiamare in causa la differenza tra media verticali e media orizzontali, con il loro diverso grado di interattività e di partecipazione,  ma anche il fatto che le ultime rivoluzioni, dall’Egitto alla Tunisia, sono state effettivamente “twittate” e “taggate”. Una differenza che, come vedremo, non è però priva di ambiguità e di problemi.

Il lavoro di Alison Trope (Clinical Associate Professor, USC Annenberg) e Lana Swartz (PhD student, USC Annenberg) si svolge all’interno di Civic Paths, un progetto ibrido che propone contributi accademici (almeno quanto allo stile argomentativo) all’interno di una piattaforma non convenzionali come i blog (anche se interamente finanziati e basati su strutture universitarie, nel caso specifico quella di USC) e con una scrittura decisamente più sintetica e diretta dei tradizionali registri accademici.

Partendo da un’introduzione abbastanza generica sull’importanza della cultura visiva nelle rivoluzioni, Trope e Swartz decostruiscono l’origine di alcuni dei simboli usati da OWS, compreso quello del polipo, impiegato già nel 1904 per prendere di mira il monopolio di Standard Oil. L’uso di metafore zoomorfi è, in realtà, una costante della comunicazione politica e si presta a interpretazioni tanto di sinistra quanto di destra (si pensi ai ratti e alle cimici della propaganda razzista, ma anche all’ambivalente retorica pre-fascista contro i “pescecani”).

Lo spazio dato all’inversione di miti popolari e icone della comunicazione di massa non deve stupirci, se pensiamo che OWS è iniziato a partire da un appello di Adbusters, il collettivo di Vancouver che da oltre 15 anni propone un’ecologia mentale contro il consumismo, stravolgendo i messaggi pubblicitari con cui veniamo bombardati di continuo. L’appello, lanciato in rete in luglio, proponeva di vivere anche in Nordamerica un movimento in stile “Tahrir” (a Tahrir-like movement). A margine, è curioso notare come l’origine canadese sia stata spesso rimossa e, almeno in patria, contestata: il movimento sarebbe inadatto al Canada dove, grazie alle protezioni del welfare e a una “miglior” gestione della crisi, non ci sarebbero i problemi che hanno scatenato la rabbia del 99%. Si tratta di una tesi alquanto discutibile, non senza ricadute comiche (come vedere noti liberali e conservatori agitarsi a difendere il welfare per la prima volta in vita loro, e in modo assolutamente peloso). Il movimento comunque si è esteso a nord del confine, tra Vancouver, Toronto e diverse altre città, compresa London (Ontario, non UK), dove proprio stamattina all’alba il primo accampamento è stato sgomberato.

Come notano Trope e Swartz, nel movimento Occupy si attua un enorme dispiegamento di creatività collettiva, che produce sia forme creative individuali (cartelli, uso del web, fotografie), sia forme di “art-guerrilla” più elaborate, al limite dell’installazione di arte contemporanea. Ne fanno spese simboli noti e meno noti: loghi e brand della pubblicità globale, ma anche le icone del fumetto, dai supereroi agli zombi, sovvertite con finalità politiche (l’immagine dello zombi in giacca e cravatta come immagine della metastasi finanziaria è ormai luogo comune, da Romero a Max Brooks).

La riflessione di Swartz e Trope prosegue con un’analisi delle strategie comunicative del movimento, relativa alla sua retorica (anonimato e pluralità), e al suo rapporto con i media, inclusi quelli ufficiali (il cui silenzio è un ostacolo da oltrepassare). Il lavoro si conclude con alcune domande relative al futuro del movimento, suggerendo che l’attuale pluralità di forme adottate potrebbe essere un’eco della struttura policentrica dello stesso movimento. Soprattutto, aggiungono le due studiose: «Il movimento e la sua espressione visiva, nelle sue forme variegate e spesso personali, sono dei catalizzatori. Stanno trasformando i problemi, ma soprattutto la rabbia e le emozioni, in un discorso».

La parte più interessante di questo lavoro è, a mio avviso, quella in cui le autrici analizzano le strategie comunicative di OWS, a volte in contrasto tra di loro: per esempio, se da un lato il movimento ricorre alla strategia dell’anonimato (con la popolare maschera di Guy Fawkes), dall’altro lato tumblr e altre piattaforme hanno permesso di dare un volto al 99%, dando voce a una miriade di singole storie (il formato foto + cartello che tanto successo ha avuto anche in Italia). Trope e Schwartz discutono anche le implicazioni della partecipazione di nomi celebri (le superstar della critica al sistema Michael Moore e Slavoj Žižek, ma anche nomi meno scontati come Harry Belafonte, Justin Jeffre o Alec Baldwin).

Un’ambiguità nel rapporto con lo star-system, e nelle modalità di enunciazione politica possibili (collettività indefinita, come nel caso dell’anonimato, o supplemento di ego, come nel caso di volti celebri), che conduce a riflettere su un’ulteriore ambiguità , quella nel rapporto con una tecnologia che non è certamente “grass-roots based”. Non solo, infatti, alcune delle icone sovvertite sono a propria volta marchi di successo (ogni volta che comprate una maschera di Guy Fawkes, Warner Bros aumenta i suoi profitti, ricorda un cartello citato dalle studiose), ma la stessa rete non è certo uno spazio libero e privo di profitti. In altri termini, le pur efficaci strategie comunicative di OWS e affini dipendono dall’enorme disponibilità di tecnologia informatica usabile (cioè, che qualcuno ha reso usabile) e a basso costo (basso costo per noi, non per il pianeta), una tecnologia che non è certo indipendente dall’accumulazione finanziaria correntemente in atto. Una contraddizione di cui non sarà facile liberarsi e che, no, non sarà taggata.