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Posts Tagged ‘razzismo’

ditemi che non è vero [29 ottobre 2011]

In lavori pieghevoli, malatempora on novembre 16, 2011 at 5:30 am

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Scorro – per motivi che non è importante riferire in questa sede – un aggregatore di annunci di lavoro e mi imbatto nella seguente perla: “Cercasi rumeno con ottima resistenza fisica.”
In altri tempi avrei pensato a una bufala nello stile di “NON PIU’” (penso alla fortunata campagna della CGIL su lavori non pagati, stage e altre condizioni umilianti), ma il contesto non pare adeguato, e poi, come si diceva sere fa con un amico, le “hoax” andavano bene ai tempi del postmoderno, sarebbe ora di finirla con gli scherzi e le risatine, che si è visto dove ci han portato.
L’annuncio mi lascia assolutamente basita. Tanto valeva scrivere, “Cercasi bestia da soma”. O anche, “cercasi schiavo”.
Che cosa si intende per “ottima resistenza fisica”? Che lavorerà come uno schiavo senza lamentarsi, ovviamente in nero e senza alcuna tutela? Che si pretenderà che lavori 14 ore al giorno, finendo in 3 giorni un lavoro che richiederebbe magari una settimana? Che se gli crolla in testa una parete non si fa niente? E poi, perché “rumeno”? Possibile che non ci si renda conto che un annuncio di lavoro del genere è una forma di volgare, bestiale razzismo? Possibile che certi atteggiamenti siano ormai così acquisiti da venir pensati come pretese del tutto lecite, legittime, da potersi richiedere alla luce del sole?
In tutto questo, l’immancabile bottoncino blu “mi piace” in basso a sinistra appare particolarmente infernale.

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tigri, pecore e altri animali, ovvero: “la mia famiglia 2.0” [3 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, educazione, generazioni on novembre 16, 2011 at 5:06 am

Seguo spesso La ventisettesima ora, il blog che Il corriere della sera dedica ai rapporti tra generi e a riflessioni che potremmo definire “al femminile”. Non perché mi piaccia , anzi, ma perché mi pare sia indicativo di come temi e riflessioni che in altri anni avrebbero trovato uno spazio naturale nel femminismo siano, nel nostro clima culturale, “stemperate” e decolorate fino a diventare semplici riflessioni di costume. Più precisamente, trovo questa rubrica indicativa di un certo surrogato liberale al femminismo”, o talora di una sua parodica reductio ad “Sex and the city”, di cui si son visti parecchi esempi anche altrove, in occasione del 13 febbraio.

Tra i più letti del mese scorso (sì, lo so, il mio tasso di aggiornamento lascia un po’ a desiderare), sta un post relativo alla vicenda della Mamma Tigre, intitolato “Confessioni di una mamma pecora”.

Il riferimento, per chi se lo fosse perso, è a una polemica divampata negli Stati Uniti a seguito della pubblicazione, in anteprima, di un estratto del romanzo di Amy Chua, madre di tre figlie e a propria volta figlia di emigranti cinesi, che raccomanda l’estrema severità del proprio metodo educativo rispetto alle “mollezze” delle famiglie occidentali. Come accade spesso, le discussioni nate altrove, si trasformano in qualcosa di diverso quando varcano la frontiera italiana: mai come in questo caso, la traduzione è una traduzione culturale.

“Sto dunque contribuendo a creare una generazione di maleducati / fastidiosi / capricciosi / viziati / prepotenti piccoli individui, che è come la maggior parte degli italiani (e parte non indifferente di chi commenta i post della 27esimaora) vede i ragazzini di oggi”, scrive Paola di Caro, che si definisce orgogliosamente una “mamma pecora”, e che tesse l’elogio della serenità (o indulgenza che dir si voglia) nei confronti dei bambini. Si può essere più o meno d’accordo con la filosofia genitoriale della giornalista, ma ad essere precisi, la fenomenologia della Tiger Mom è un po’ diversa e ha sicuramente poco a che vedere con dita nel naso, gomiti sul tavolo e gimcane tra le sedie del ristorante.

Ho seguito bene la vicenda, che per mesi è stata argomento di conversazione qui in Nordamerica. Dalle colonne del Wall Street Journal, dove la dottrina educativa della “Tiger Mom” è stata presentata per la prima volta, la discussione è infatti rimbalzata sui principali giornali statunitensi prima e canadesi poi. Altre mamme di origine cinese hanno criticato la loro conterranea (di origine) Amy Chua, denunciando la natura violenta e manipolatrice di questo sistema di aspettative, mentre madri di altre provenienze etniche hanno puntualizzato la severità del loro metodo educativo, non certo inferiore a quello di Mamma Tigre. Tuttavia, è davvero difficile capire il senso di questo dibattito se lo si priva di rapporti con la questione di un razzismo anti-cinese sempre più evidente e strillato – benché nessuno si periti di stigmatizzarlo con formule politiche come quella di “hate speech”.

Il richiamo all’odio può sembrare eccessivo: eppure è parte integrante del problema. La contrapposizione, infatti, non è tra bravi e cattivi genitori, ma tra genitorialità occidentale e orientale. La stessa autrice insiste continuamente su questo elemento, il che spiega l’aggressività con cui molte mamme “bianche” le hanno risposto, o l’arrendevolezza con cui altre mamme – quasi sempre “occidentali” – hanno rivendicato la loro stessa severità, non certo appannaggio di una sola etnia. Chua, almeno nel ristretto brano che ha dato fuoco alle polemiche, precisa più volte che il suo obiettivo è dimostrare la “superiorità” delle mamme cinesi, un’affermazione che ha in seguito cercato di attenuare, sottolineandone l’ironia, evidentemente difficile da cogliere. “Sulle prime ho pensato che fosse uno scherzo”, è stato del resto il commento a caldo di un’altra mamma di origini cinesi, “una di quelle barzellette razziste del tipo: perché alle analisi del sangue hai preso B e non A?”. Le madri cinesi sono superiori, argomenta Chua, perché non permettono ai loro figli di cedere e lasciar perdere, ma li obbligano a riuscire; perché pretendendo il massimo insegnano ai bambini la vera e profonda auto-stima; perché non dipendono dalla libertà lasciata al bambino (chiunque, a nove anni, preferirebbe il luna park a studiare pianoforte, è la premessa non dichiarata del ragionamento), e impediscono a ragazzi e adolescenti immaturi di sprecare energie e tempo in attività inutili e diseducative, dagli “sleepovers” (fermarsi a dormire a casa di un’amica) alla commedia della scuola allo sport. Ed è proprio per questo che il suo ‘metodo’ spaventa: perché avvalora una serie di paure e di luoghi comuni ampiamente diffusi e sempre più percepiti come realtà. Nel malcelato senso di inferiorità delle mamme “americane” rispetto a quelle “cinesi” si riverbera una competizione che è percepita sia su scala globale (la ‘spaventosa’ crescita economica della Cina), sia su scala nazionale, all’interno delle proprie società.

Nel frattempo, il razzismo dilaga. Basti pensare che a Toronto, città che da sempre si fa si va vanto della propria natura multietnica, lo scorso ottobre hanno eletto sindaco uno come Rob Ford, che in campagna elettorale dichiarò pubblicamente: “I cinesi lavorano come muli, ci stanno sorpassando”. Sempre restando da questa parte del confine, è dalla fine degli anni 70 che ciclicamente riemerge sulle pagine di giornali come “MacLean” la questione della presunta “Asianness” di alcuni campus, dove la competizione con gli studenti “asiatici” mette in difficoltà i ragazzi bianchi di buona famiglia, solitamente più propensi a sbevazzare e a impegnarsi nelle attività atletiche (senza scomodare john belushi, bastano i proverbiali 4 anni di partite di football di Forrest Gump).

Naturalmente, non ha la minima importanza che l’identità Asian sia uno stereotipo razzista, incapace di descrivere differenze nazionali e anche di generazione (nel mucchio sono compresi anche i ragazzi di terza e quarta generazione, compresi quelli che vengono spregiativamente chiamati “banane”, gialli fuori e bianchi dentro… è un termine orripilante, lo so, ma non l’ho inventato io). Quel che conta è la ‘verità’ percepita, ripetuta tante volte da diventare ‘dato oggettivo’: i cinesi sono macchine da lavoro, sono inumani, sono una massa informe destinata a conquisteranno il mondo. Il passo alla disumanizzazione è breve, potenziale ma terribilmente breve. È un fenomeno semplice, si chiama razzismo.

Da questo punto di vista, la vicenda di Amy Chua è abbastanza indicativa di come uno stereotipo culturale, intrinsecamente razzista in quanto spiega un dato culturale e sociale mediante i tratti somatici di una presunta “comunità”, sia assunto come proprio da quella stessa minoranza, che ne fa un apparente punto di forza. Un gioco pericoloso, perché – e noi italiani lo sappiamo bene – degli stereotipi, una volta radicati, non ci si libera più.

Come si vede, siamo lontani anni luce dalla consueta diatriba su figli viziati, a letto senza cena e rimettiamogli il grembiulino. Se mai una qualche forma di traduzione culturale è possibile, tra il mondo delle Chinese Moms di terza e quarta generazione, e le mamme milanesi di estrazione borghese che forse leggono la ventisettesima ora, è proprio in questa pianificazione estrema del futuro. Non sono Mamme Tigri, le mamme che piantate su tacchi a spillo portano il pupo infante a danza e musica-col-metodo-Suzuki, tra un corso di inglese e una lezione di scherma. Non sono Mamme Tigri, ma ci assomigliano molto, così pronte a sbranare chiunque metta in dubbio il talento del loro pargolo, o l’insegnante colpevole di non “stimolarlo” abbastanza. Del predatore, certi genitori hanno la competitività vissuta di riflesso, e la consapevolezza che tutto si giochi nei primi anni di vita (ma è poi vero, questo?), nei quali procacciarsi le migliori “opportunità”, nel tentativo spasmodico di programmare l’Erede perfetto. E da questo punto di vista, sarò impopolare, ma preferisco le mamme cinesi. Che di fronte a una pagella sgangherata, spezzano le gambe ai figli, e non ai loro professori.

tipi da spiaggia. antropologia litoranea calabra [5-20 agosto 2010]

In attitudine popular, dododonne, partire o restare on novembre 16, 2011 at 4:04 am

Le famiglie degli “svizzeri” quest’anno sono coppie sulla trentina. Sgridano in tedesco figli di nome Marco o Stella, intimano loro in tedesco di mettersi i braccioli delle Winx o di Nemo, incoraggiano in tedesco timidi tuffi e capriole tedesche e rispondono in tedesco a capricci in tedesco. Rispolverano il dialetto solo tra adulti, per mettersi d’accordo su come si va alla Festa Patronale e alla processione, o per rievocare le proprie marachelle di bambini. L’italiano lo parlano piano, al massimo con qualche vicino di ombrellone, scandendolo bene, consapevoli di star traducendo.

Fanno la loro comparsa coppie nuove: maschi sui 45 anni con pance che debordano dai boxer neri aderenti, al fianco di ucraine non più giovanissime ma ancora piacenti. Talora mani brancicanti a polipo, talora il baluginio di una fede nuziale a legittimare l’unione, e qua e là bambini – frutto di qualche precedente amore – dai capelli quasi diafani e nomi tradotti tipo Vladimiro o Eugenio.

In mare bambini snelli e bruni nuotano aggrappati a tubetti di Polarase® gonfiabili o salvagenti della Nivea©, sulla battigia donne grasse e canute si riparano sotto ombrelloni della Motta© o della Sammontana© , mentre quest’anno nei lidi si portano colori acidi senza marchi e anche le pubblicità dei gelati sono più discrete, un po’ meno in evidenza, seminascoste dietro a un cavalletto coi menu del giorno oppure in basso a destra, sotto al cartellone del regolamento.

Giovani sposi raccontano delle loro ultime vacanze alle Maldive, le vacanze “vere”, subito prima della settimana d’ordinanza con i nonni (quelli della bambina, no i loro). Ostentano tatuaggi tribali e pesanti accenti brianzoli. Esibiscono un atteggiamento di preoccupazione, tanto finta quanto compiaciuta, per la loro bambina, non ancora tre-enne, che manifesta la tendenza a dimenarsi quando sente alla radio il motivetto di una certa canzone reggae.

Un giovane con la canotta gialla dei Lakers e il cappellino dei Red Sox riconosce i propri connazionali statunitensi dell’ombrellone a fianco, una numerosa famiglia di Philadelphia capeggiata da un signore brizzolato. Il ragazzo invece è di Boston, ma in California ha fatto il college, trovato un lavoro e preso moglie. Entrambi i paterfamilias abbandonano di colpo l’inglese di fronte al venditore ambulante africano – uno di quelli giovani, che alla djellaba preferiscono la canottiera dei Cavaliers – passando al dialetto calabrese: stentato quello del giovane, very fluent quello dell’anziano.

Una famiglia di soli cugini e fratelli, composta di ragazzi tra i 25 e i 9 anni, è impegnata in improbabili battaglie di schizzi d’acqua. Trattative con l’ambulante per l’acquisto di un nuovo tipo di arma – una specie di pompa fluorescente che aspira e schizza l’acqua del mare concentrandola in un unico getto letale – si concludono con la rottura della pompa stessa. Alla famiglia, che offre a titolo riparatorio almeno un bicchiere d’acqua, il venditore oppone uno stizzito rifiuto adducendo le prescrizioni rituali del Ramadan.

Due vecchietti, sdraiati sotto il loro ombrellone: lei addormentata stesa di tre quarti, con la faccia schiacciata contro una copia de La Settimana Enigmistica; lui prono con la testa appoggiata sul fianco di lei, una mano a sfogliare la Gazzetta dello Sport e l’altra in un’anacronistica, commovente carezza da fidanzatini.

Una signora appesantita, dall’improbabile bikini viola e dal marcato accento brianzolo, interrompe la trattativa con il venditore indiano di “collane di tartaruga” per chiedergli che effetto fa, a lui e ai suoi colleghi, “tutti musulmani”, la vista di tante donne semi-nude. Il venditore ribatte che lui non è musulmano. La signora insiste che un effetto lo deve pur fare. Il venditore risponde serafico che lui viene in spiaggia per lavorare, non per trovare moglie.

Un suocero presenta ad amici e compaesani la propria nuora, una giovane dai tratti cinesi, venuta senza il marito, sola coi due figli di nome Luca e Mattia. Occhi a mandorla e capelli liscissimi anche per i ragazzi, che fanno gli stessi tuffi e gli stessi capricci di tutti gli altri bambini della spiaggia. Sorrido pensando che la ragazza di via Paolo Sarpi e il ragazzo di Montauro sono entrambi “milanesi di seconda generazione”, ed è bello così.

Un giovanotto dai capelli dritti, non si capisce se per il gel o l’acqua, interpreta tutto compito la sua parte di “beato tra le donne”, folto gruppetto che comprende anche una fidanzata. Il Giovane, ovviamente dotato di cellulare, telefona a svariati amici per richiedere in prestito dei pantaloni “neri, eleganti, taglia 46”, da utilizzare in paese per una certa sfilata di bellezze locali. Il volume delle telefonate è particolarmente alto, forse nella speranza che il paio di pantaloni gli arrivi provvidenzialmente da qualche ombrellone, nel raggio di un chilometro o due. A un ambulante carico di borsette e occhiali, il Giovane domanda quante borsette potrebbe ottenere in cambio della fidanzata. L’ambulante tira dritto. Il Giovane insiste, tra le risatine e finte proteste di fidanzata & amiche. Il venditore, ormai lontano, si gira per ribattere che la ragazza già ce l’ha. Un’ora dopo, ancora gocciolante dall’ennesima nuotata, il Giovane chiede alla ragazza se nel frattempo ha visto “qualche marocchino che le piace”, quindi ribadisce che scambiarla con tre o quattro Gucci finte sarebbe stato un buon affare.

È proprio vero, mi dico contemplando questa distesa di carni al sole che vanno dal nero ebano al rosso gambero: non c’è un luogo dove il potere si iscriva più violentemente che sui nostri corpi.