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Tales from a different St. Patrick (2)

In attitudine popular, partire o restare, repubblica delle lettere, road post on marzo 21, 2012 at 12:53 am

Il pullman della Greyhound entra nel Coach Terminal di Rochester con una curva larga e svogliata. È in ritardo di pochi minuti, davvero un’inezia se si considera che la St. Patrick’s Parade ha bloccato la circolazione per quasi sei ore. Eppure una viaggiatrice – una signora magra sulla cinquantina, che regge uno zaino da campeggio e un cuscino lilla – è già sul piede di guerra, pronta a catapultarsi a bordo prima ancora che i motori siano spenti, i portelloni aperti, i bagagli della tratta precedente scaricati. L’altoparlante annuncia l’imbarco, ma l’autista, che probabilmente è al volante fin dalla mattina, vorrebbe prendersi una pausa: il tempo di una sigaretta, uno snack, magari una pisciata. Ci chiede di rientrare e di aspettare qualche minuto. È appoggiato contro il muro e si concede il breve lusso di piluccare alcuni mirtilli da una confezione, quando l’agguerrita backpacker sente il bisogno di tornare a chiedergli qualcosa. «I understand that you’re eating your blueberries, but…», fa in tempo a proferire, prima che l’autista la indirizzi verso ben altra destinazione.

Arriva un secondo bus di una compagnia partner e noi passeggeri diretti a Toronto ci veniamo dirottati sopra. Non si capisce perché, dato che dovremo tutti scendere a Buffalo comunque, ma io come un bravo soldatino ordinato monto in castigo sul mio Trailways sfigato, che non ha la wi-fi e che emana odore di cuccia.

Lasciamo Rochester e nel giro di pochi minuti siamo in aperta campagna. Il sole caldo del tardo pomeriggio conferisce un’aura anche al paesaggio spelacchiato dell’Upstate NY. L’erba ha una sfumatura densa e pastosa, le abitazioni agricole (dei barn, costruzioni note all’italiano medio grazie alla grafica di Farmville) sembrano avvolte in una luce cinematografica. È il cielo di Hopper, nella sua infinita trascendenza.

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Il paesaggio umano della stazione di Buffalo in un fine-settimana mi è familiare – niente a che vedere con i personaggi poco raccomandabili che ci puoi trovare la sera, o con la gente che ho visto transitare per Detroit senza denti (droga? no – piorrea e mancanza di copertura sanitaria) e con scatole di cartone. Famiglie numerose con borsoni stinti, vecchie avvolte in felpe extra-large, pendolari con la felpa della Osgoode Law School, bambini che si rotolano sul pavimento, fidanzati che si sbaciucchiano promettendosi amore eterno almeno per un’altra settimana: un’umanità pendolare che potresti trovare anche alla stazione delle corriere di Reggio Emilia, o di Ravenna.

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Da Buffalo a Toronto, mi ritrovo seduta accanto a una ragazza sino-americana. Parlando scopro che è anche lei un’accademica, lavora in una cittadina del Massachusetts che io conosco (non bene ma ci sono stata anni fa a pranzo con mia zia), e che come me è in viaggio per una convention – la sua è proprio a downtown Toronto. Dopo la nostra breve conversazione, infatti, si rimette a lavorare al suo intervento. Lo sta scrivendo di sana pianta, parola dopo parola, a volte usando direttamente Google Translate dal cinese. Non dovrei farlo, ma non posso impedirmi di sbirciare tra le righe della sua presentazione. L’inglese è una roba da accapponare la pelle.

Ma non intendo giudicare. Magari quest’accademica magra, stressata e dipendente dal wi-fi della Greyhound è la reincarnazione cinese di Marc Bloch e non ha avuto tempo di prepararsi perché stritolata da montagne di composizioni, paper, assignment più o meno creativi, lettere di raccomandazioni, email, comitati, riunioni, incarichi organizzativi, commedie studentesche, ricevimenti ed esami. Ne ho visti, di accademici affermati che presentano un talk tirato insieme in mezza giornata per pura e semplice mancanza di tempo. Se fatico a ricercare io, che sono in un dottorato, mi figuro cosa debba essere la vita di un adjunct – alias precario: perché, sì, gente, i precari esistono anche in Nordamerica.

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Che esistano, ci è stato detto chiaro e tondo proprio alla convention della NeMLA dove sono appena stata. Il giorno precedente, infatti, mi sono unita a un collega (un giovanissimo e brillante anglista del North Carolina) e ho seguito un panel sul futuro dell’accademia – errore da non ripetere mai più, ci ammoniranno i colleghi più anziani la sera.

Un’esperienza avvilente ma istruttiva. C’erano tutti: il radicale tenured che si dice consapevole della propria fortuna, la precaria che da quarant’anni cerca di sindacalizzare il proprio campus, l’esperta di lingue moderne che ha gioiosamente aderito alla filosofia commerciale (sell it babe!), la storica finita a insegnare in un’American University in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini e, dulcis in fundo, il professore a contratto di e-learning (per diversi atenei, comprese alcune delle università ‘for profit’ più screditate degli USA) che magnifica la propria libertà – ah, poter insegnare via skype da una cittadina sperduta del Minnesota! Correggere i paper in pigiama!

Spiace dirlo, ma più che un panel sembra l’A-Team della sfiga accademica. Perché non si tratta semplicemente di “non fare gli schizzinosi” e trovare modi di sopravvivere a un mondo cambiato. No. Per alcuni relatori, si tratta di abbracciarlo con entusiasmo, questo mondo, illudendoci che sia possibile continuare in eterno a trovare delle nicchie e convincendoci che dopo tutto l’accesso alla cultura, il diritto alla formazione siano cose negoziabili. E tanto peggio per la massa di quelli che vengono stritolati – colpa loro, non hanno saputo adattarsi e sopravvivere, non sono stati “furbi”. Non è un caso che l’unico intervento critico provenga da un Graduate Student di UC Berkeley – un simpaticissimo germanista di origini indiane che rivendica di essere il prodotto di un’istruzione pubblica e pone il problema – politico – di rifiutare la mercificazione della cultura. Eppure sono le parole del suo intervento, ancora fortemente improntate a un’etica dell’agire pubblico, a suonare stonate in questo contesto tutto aperto a mediazioni e ‘trattative’, per non dire supino ad accettare i lati peggiori del ‘nuovo’ che avanza. Non c’è più spazio per l’utopia, è fuori moda come le giacche di tweed e i maglioni con le toppe.

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Diciamola tutta: forse ho una crisi di motivazione. Non nel senso che non mi piaccia il mio lavoro (ma è un lavoro, poi?). No. Lo amo il mio lavoro, non saprei farne un altro, ho lasciato il poco che avevo per fare questo lavoro. Se a 28 anni vivo in un basement, non ho una famiglia mia, non ho un legame e vivo appena sopra la soglia di povertà è perché ho deciso di seguire questo percorso. No – non sono io che attraverso una crisi – è il mio lavoro (ma ripeto: è un lavoro, poi?) che ha perso il suo centro gravitazionale, la sua natura, la sua funzione. La crisi motivazionale non ce l’ho io, ce l’ha l’accademia. Io so che cosa posso e voglio fare – è l’accademia che non sa più che cazzo sta facendo. Ed è per questo nell’economia complessiva del nostro lavoro (once again: è un lavoro???), i mezzi (ciò che ci porta soldi, gli studenti-clienti, la visibilità, le marchette, i talk fatti tanto per fare) domina sui fini (ciò in cui dovremmo investire risorse, gli studenti-discenti, il lavoro invisibile, le prese di posizione, la ricerca che dura anni e scopre cose davvero importanti).

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Penso spesso, in occasioni come queste, ai chilometri percorsi in questi due anni e mezzo da Graduate Student. Migliaia di chilometri per presentare ricerche e presenziare a eventi che si trasformeranno in una riga di curriculum – sperando sempre che sia quella determinante per trovare un lavoro. Migliaia di chilometri per tenere insieme le mie mezze patrie – questo Canada che ogni giorno mi insegna una lezione di durezza e quell’Italia che non mi manca e a cui non potrei tornare senza sentirmi tarpare le ali, ma dove continuano a risiedere le persone importanti della mia vita, anche se la mia vita è spaccata in due metà che non danno più un intero. Migliaia di chilometri che significano migliaia di dollari messi da parte, rubati alla qualità della vita nel quotidiano, e migliaia di tonnellate di monossidi e di petrolio, di cherosene e di piombo: il mio mestiere non è certo uno a basso impatto ambientale, almeno per come lo intendo io.

Perché io lo faccio, lo vivo, lo penso a lunga percorrenza.

Non le conto più, le notti e i giorni che ho passato a dormire in pose da contorsionista, le ginocchia contro il mento in improbabili posizioni fetali, le traversate epiche di interi continenti, le notti passate a non-dormire su una panchina dell’aeroporto di Buffalo, le volte che ho passato la frontiera via terra a mezzanotte, tra bimbi spaventati e adulti spazientiti. Non le conto più – perché sono la prosecuzione di una vita di notti all’impiedi, di amori a lunga percorrenza, di famiglie sparpagliate come polline, delle 17 ore di pullman (solo andata – altrettante per il ritorno) che mi hanno portato da Bologna ad Avignone, di una vita di abbracci nel buio e voci rotte e “andate piano”, di notti passate sballottati tra sedili e cuccette, di bretelle che segano le spalle, di schiene che restano doloranti per un giorno o due, di neon puntati in faccia e di niente da dichiarare, a parte la luce dell’alba.

Ed è per questo –sospetto – che mi sento a mio agio solo in questi transiti impossibili – mentre quando giro con il mio vestito buono tirato fuori dallo zaino e il fondotinta sulle occhiaie mi sento straniera, io che vengo da una famiglia per cui decostruire vuol dire darci dentro con la ruspa, mica con Derrida.

E mi pare ironico che, nelle mie tante fughe attraverso questa cultura che mi è sempre sembrata sinonimo di emancipazione, io finisca per riprodurre il destino della famiglia da cui provengo. Che il dottorato all’estero (in teoria la massima ‘posizione di privilegio’ oggi contrabbandata ai giovani della mia generazione in Italia) mi abbia portato in questa comunità di emigranti che si ritrovano a mangiare l’antipasto “mari&monti” e a ballare “Calabrisella Mia” esattamente come la famiglia da cui scappo, come quei parenti che non ho mai veramente conosciuto e capito. E non posso fare a meno di sentirmi sospesa – mai davvero a mio agio – fuori posto nel mondo di vetrate e vetrine e posate lucidate e carte di credito ma costretta a restarci, perché come ho già detto, non c’è un altro lavoro che so fare.

Di nuovo, sorseggio in piedi la tazzina amara del viaggio.

Tempo di andare.

dagli americani di rabbato agli italiani di redwood city

In dododonne, partire o restare on dicembre 12, 2011 at 12:53 pm

fotomontaggio involontario

Alcuni giorni, fa, sul blog “la pentola d’oro”, leggevo le seguenti righe, che mi hanno colpito come un pugno in pieno volto:

Quello che merita, sono i giovani raccontati dall’infotainment in prima serata, quelle brave ragazze e quei bravi ragazzi che hanno studiato tanto e poi vanno all’estero per cambiare il mondo con la loro incorrotta creatività. Piacciono tanto questi giovani, sono un brand favoloso, il jolly che fa quadrare l
a scala e che permette di sbaragliare tutti gli avversari. Basta tirarli fuori, tirare fuori quel sogno di rinascita che rappresentano, che di colpo diventiamo pronti a tutto. La loro voglia di fare emenderà i vecchi dai peccati della loro vita confortevole, all’ombra dell’articolo 18, della sanità e della scuola pubblica. Sacrifichiamoci per loro, stringiamo la cinghia affinché possano andare com’è loro natura a combattere sul fronte duro e giusto del libero mercato, dove la meritocrazia premierà i migliori. Mica come ai vecchi tempi, quando i sindacati ti paravano il culo e andavi in pensione ancora giovane e in gamba. Che mollaccioni che eravamo, che squallidi viveur decadenti, con tutte le nostre tutele e il nostro denaro facile. I giovani invece, loro sono limpidi, belli, pieni di nuove energie. Loro sono il futuro. E’ nelle loro mani che andrà il mondo nuovo, che sarà più povero magari, però più pulito e più autentico, come loro. (Qui il post integrale)

Credo che l’ultima delle inchieste di Repubblica, “Italians di Silicon Valley”, curata da Daniele Vulpi e con articoli di Flavio Bini e Paolo Pontoniere, risponda benissimo a questa lucidissima descrizione fornita da Adrianaaa. Italiani (“giovani e meno giovani”) nella Silicon Valley raccontano le loro storie di successo, parlando dell’Italia che rimpiangono e di quella che vorrebbero dimenticare.

Ora, forse mi sento agghiacciata scorrendo queste righe perché, guardando le facce di questi “giovani e meno giovani”, ho paura che rappresentino uno specchio in cui spero di non vedermi mai riflessa. Può darsi che questo sentimento nasca invece dalla vergogna: come se sentissi di aver schivato (almeno temporaneamente) un destino che in fondo meritavo, e che è sempre lì in agguato. Tuttavia, più manco dall’Italia (Paese nel quale, sinceramente, spero di non dover tornare, perché ho altri progetti e altre speranze e tornare indietro significherebbe averle mancate), più mi sento solidale con chi ci vive. Più mi allontano dal mio Paese (tra amicizie allentate, un continuo disagio e una crescente sensazione di provenire da Marte ogni volta che ci rimetto piede), più mi è facile cominciare a elaborare, a deporre i rancori, stemperare la rabbia. Trovare un equilibrio, senza dimenticare i motivi impellenti e urgenti e la massa di problemi che erano e sono reali, ma riconoscendo anche l’insieme di luoghi comuni che mi hanno spinta a vedere la partenza non come una soluzione individualmente giusta per me (il che si è rivelato vero), ma come l’unica possibile.

Di quella tempesta emotiva rimane il dispiacere per il mio Paese, la sensazione d’impotenza, la volontà (o forse il desiderio) di restituire qualcosa. E restituire non vuol dire solo riportare a casa ciò che si apprende stando fuori, ma anche ripagare ciò che si è ricevuto.  In fondo, noi expats siamo tutti prodotti di una scuola pubblica. Siamo troppo pronti a dimenticarcelo, persi in una falsa idea di “meritocrazia” che ci porta a credere che sia tutto e solo “merito nostro” – e non che, magari, se siamo arrivati a fare i nostri MBA e i nostri PhD d’eccellenza, è anche perché abbiamo potuto studiare il greco o l’analisi matematica a 16 anni in scuole gratuite e statali, e frequentare delle Università sovraffollate e poco attrezzate ma ancora decenti, senza trovarci con 40,000 dollari di debito da ripagare.

Certo, non stupisce che le storie selezionate siano storie di successo. Di gente che “ce l’ha fatta”. La Silicon Valley è un sogno, e la demografia dei suoi abitanti sta lì a dimostrarlo. A Palo Alto (dove ha sede Skype) ci sono stata alcune volte, sempre per brevi periodi, e ogni volta ho pensato che mi sarebbe piaciuto vivere lì. Ma ero anche spaventata dalla sua apparente artificialità, dalla sua rassomiglianza con Disneyland, dalla ricchezza che sembrava lastricare le strade e intonacare i muri. Quella non è la realtà. È una realtà. Lo spettacolo di una possibile realtà.

Ed è la stessa sensazione (un misto di fascino e di spavento) che provo leggendo queste dieci storie. Storie chiaramente eccezionali, di persone eccezionalmente dotate e motivate (e sia detto con il massimo rispetto per ciascuna di loro), ma, appunto, storie fuori dall’ordinario. Che non hanno nulla in comune con le migliaia di giovani pieni di velleità che finiscono a fare i camerieri a Londra, Berlino e Barcellona. Nessuno che abbia mai avuto problemi di visto, nessuno che lamenti elementari difficoltà di comunicazione, di spaesamento (e anche le esperienze più positive ne comportano sempre). Nessuno che ammetta una difficoltà (fosse solo linguistica), un dubbio, una paura, un ripensamento, un’incertezza per il futuro (anche solo al pensiero di genitori o parenti anziani, lo spettro che tutti abbiamo nelle nostre vite). Nessuno che abbia avuto una difficoltà a conciliare l’ennesimo trasferimento con una relazione sentimentale (cosa che nella vita reale è abbastanza frequente). E certamente, il mio riportare l’accento sulle “difficoltà”, sui lati negativi appartiene a quel “lamentismo”, a quel “pessimismo” che gli italiani di Redwood City rimproverano ai loro compatrioti. Suona quasi un’accusa di disfattismo, nell’Italia di oggi, di SuperMario, della Meritocrazia, delle lettere ai figli spedite da padri che hanno le mani in pasta, nell’Italia dove l’eccellenza ci viene predicata anche da chi diventa giornalista seguendo le orme dei padri (o degli zii). E allora non posso fare a meno di chiedermi quanto ci sia di rappresentativo, in questa immagine così “seducente” e patinata? E soprattutto, che messaggio trasmette un reportage come questo alle migliaia di giovani italiani che coltivano sogni di gloria (o di fuga)?

Vorrei precisare un punto, a scanso di equivoci: anch’io vivo fuori dall’Italia, e il bilancio costi-benefici per me è ancora positivo. Faccio cose che in Italia non farei, sono pagata per studiare e ricercare. Anche al netto delle difficoltà di inserimento culturale e linguistico (che per me erano attutite da un’ottima conoscenza di partenza dell’inglese, ma che non sono eliminabili nel giro di 3 o 5 anni), non mi sento così “socially awkward” come mi sentivo in Italia e nella mia città natale, dove tutto passava per contatti, per la capacità di andare a fare l’aperitivo con le persone giuste, e l’intelligenza o la preparazione contavano, sì, ma venivano inficiate o invalidate dall’incapacità di “farsi notare”. Per questo capisco profondamente il sentimento espresso dalle interviste e dai filmati di Repubblica. La mia non è la critica – a meta tra l’invidioso e il rancoroso – di chi vorrebbe essere al loro posto. E non è la critica ingenerosa di chi disconosce l’impegno, la fatica e anche il merito che evidentemente ha avuto un ruolo fondamentale in queste storie. Allo stesso tempo, però, non me la sentirei, in tutta onestà, di avvallare questa immagine tutta rose e fiori dell’estero per chiunque, sempre e comunque, che una certa stampa (e Repubblica in particolare) promuove da anni.

A me, finora (e sottolineo con forza: “a me” e “finora”) partire ha portato indubbi vantaggi materiali, intellettuali e, anche se non sembra, persino relazionali: la mia vita sentimentale era e resta una catastrofe, ma voltandomi riesco a guardare con distaccato sgomento all’abisso di maschilismo che era una parte naturale e non dichiarata della mia esistenza, più o meno come bere o respirare, e questo in barba al mio preteso “attivismo”, alla mia presunta consapevolezza, and so forth. Per questo non mi sembrerebbe corretto “disilludere” i giovani, come fanno molti, spesso con la foga e l’acrimonia delle proprie delusioni. Se uno ha un progetto professionale per cui ha senso lasciare l’Italia, se uno ha desiderio di vivere altrove, se uno s’innamora di una persona che vive lontana e ha voglia di rischiare, se uno vuole sfruttare le opportunità aperte da un passaporto canadese o australiano ereditato da una passata storia migratoria, ben vengano i voli di sola andata. Ma non me la sentirei nemmeno di promettere che basta partire e va tutto bene in automatico, o che appena lasciato il suolo italico si parte necessariamente per un volo che ha come solo limite il cielo. Non è realistica questa immagine lanciata come una bomba sui giovani italiani, per alimentarne le illusioni – o le frustrazioni, portandoli a credere che se fanno una vita di merda, se prendono 500 euro al mese per fare un lavoro che, va bene, non sarà creativo e qualificato come quello di un “designer” o di un “creative consultant”, ma è comunque un lavoro e andrebbe trattato con dignità –, se devono stare in una doppia a 30 anni, è colpa loro, del loro “disfattismo” o della loro incapacità di “sognare”.

Anche questa che si sta promuovendo con questo falso mito dell’estero è la cultura dell’1%, ciò che ne spiega il successo nell’Italia di SuperMario. L’Italia delle élite che si presentano come rappresentanti del “merito”, così pronte a dimenticare i dettagli materiali che spesso fanno la differenza tra chi a 29 anni ha una carriera e chi solo un insieme di lavori. (Come mi mantengo agli studi in un paese che non prevede alcuna politica seria e reale per il diritto allo studio? Come pago l’affitto? Come compro i pannolini e il latte in polvere al pupo, se mi capita di restare incinta? Come faccio a essere creativo/a se per mantenermi lavo piatti?) E fa parte di questa mentalità da 1% (o wanna be) la tendenza, che soprattutto alcuni degli intervistati mostrano, a usare continuamente la III persona plurale. “Gli Italiani fanno”, “gli Italiani pensano” come se noi italiani “targati AIRE” avessimo poi un passaporto diverso.

Ma al proprio paese non si sfugge, nemmeno lasciandolo. La cattiva Italia ce la portiamo dentro dovunque andiamo. E continuiamo a fabbricarla ogni volta che guardiamo con disprezzo al nostro Paese sentendoci migliori di chi continua a viverci e a lottare, giorno dopo giorno, non contro il Sistema, ma semplicemente per rimanere appena sopra il pelo dell’acqua. La cattiva Italia è quella del non sentirsi italiani a dispetto del passaporto e dell’accento, è quella del razzismo inconscio e giudicante, ma è anche quella del rimpiangere una piazza che non si è mai fatto nulla per riempire.  E’ quella delle “fidanzate bravissime a cucinare” (guarda caso, sempre le donne ai fornelli), ed è quell’Italia da luogo comune (moda, cibo, mari e bellezza) cui noi stessi riduciamo il nostro Paese ogni volta che lo guardiamo con gli occhi del turista. E non ricuciremo questo strappo finché non cominceremo a pensare (anche noi espatriati) come portare un po’ del nostro «miracolo» – o presunto tale – a chi è rimasto a casa, a come trasformare Milano o Salerno non in un’altra Silicon Valley (per l’amor del cielo), ma in una valle coltivata, dove le cose possono anche germogliare e crescere col nostro aiuto.

on the way back home (Bologna – Milano Linate) [27 agosto 2010]

In generazioni, la memoria e l'oblio, lavori pieghevoli, partire o restare on novembre 16, 2011 at 4:05 am

Partire con l’Intercity notturno è un modo forte di ricordarti la natura brutale dei viaggi, delle partenze, quel che usavamo fare pochi anni fa, prima dell’era i-tech, prima dei low cost, prima dei web-check in e dell’adsl che ha trasformato ogni laptop in una potenziale agenzia di viaggi. Parlo di quando il mezzo più low cost era il treno espresso, senza limiti di peso per i bagagli, se non quello – assai ampio – della tenuta delle rastrelliere in ferro, o quello – per alcuni assai ridotto – della tenuta della propria schiena. È un modo, forte e secco come un whisky, di ricordarti la realtà delle migrazioni, non quelle intellettuali ma quelle interne che per decenni hanno scavarla l’italia, e continuano a farlo; e proprio come il primo whisky nella gola morbida di un ragazzo, fa tossire, sputare e lacrimare.

Il treno notturno è un mondo dove la ‘stampata’ della prenotazione è solo un pezzo di carta. Qui la logica implacabile e serena dei numeri, coesiste, senza per forza prevalere, con l’altra logica, quella del morto di sonno che ha preso il posto prima di te, cinquecento o ottocento chilometri a monte, e non c’è modo di fargli capire che una ‘transazione elettronica’ è un’altra forma di priorità. E spesso prevale infatti l’altra logica, quella del passeggero che, semplicemente, non si sveglia, non risponde agli stimoli, resiste abbarbicato al proprio scampolo di sonno.

C’è la ragazza in giubbotto di renna chiaro, salita quasi quattro ore prima a Vasto-San Salvo, che a Modena si sveglia e si stropiccia gli occhi perché tra un’ora va a lavorare; e vorresti bucare il suo silenzio per sapere dove, se in un supermercato, in un ufficio, o in un ospedale.

C’è la famiglia scesa per le vacanze, che ha prenotato sedili opposti da Bari a Milano e stendendo i piedi, mamma contro figlia, papà contro figlio, riesce a farsi una mezza notte di sonno.

C’è la bambina con il suo primo giubbotto di jeans, che confonde Reggio Emilia e Reggio Calabria.

C’è il ventenne che dorme piegato sul sedile del corridoio, la testa pesante tra le cosce fasciate dal jeans tarocco, e a ogni fermata gli amici lo svegliano, ‘Pasquà, t’ô faciste nu bello sonnariello?”

C’è la donna africana buttata a dormire come un sacco direttamente sul pavimento sporco, solo le scarpe alte e le unghie laccate che sbucano dalla coperta che qualcuno le ha steso addosso, e le treccine, gettate in terra, a pochi millimetri dai tacchi di chi passa lungo il corridoio.

C’è il cinquantenne dal collo taurino, strizzato nella maglietta Emporio Armani, che malgrado l’ora non toglie dal telefonino la suoneria, e lo scompartimento si riempie del suono di una chitarra, a metà tra un jazz rifatto e Pino Daniele.

C’è il padre premuroso, che trova un posto per sé e per la figlia piccola, e ripercorre l’intero vagone a ritroso per recuperarle il cuscino scordato in chissà che valigia, e poi si addormenta sfinito, finché la bambina lo sveglia a Rogoredo credendo che siano arrivati.

Ragazzi di Napoli davanti ai portelloni ridono forte, sollevando borsoni militari sdruciti e sgargianti trolley di chissà quale sottomarca, mentre nell’aria livida delle sei di mattina il treno già sfila, lentissimo, sotto i ferri liberty della Stazione Centrale.

tipi da spiaggia. antropologia litoranea calabra [5-20 agosto 2010]

In attitudine popular, dododonne, partire o restare on novembre 16, 2011 at 4:04 am

Le famiglie degli “svizzeri” quest’anno sono coppie sulla trentina. Sgridano in tedesco figli di nome Marco o Stella, intimano loro in tedesco di mettersi i braccioli delle Winx o di Nemo, incoraggiano in tedesco timidi tuffi e capriole tedesche e rispondono in tedesco a capricci in tedesco. Rispolverano il dialetto solo tra adulti, per mettersi d’accordo su come si va alla Festa Patronale e alla processione, o per rievocare le proprie marachelle di bambini. L’italiano lo parlano piano, al massimo con qualche vicino di ombrellone, scandendolo bene, consapevoli di star traducendo.

Fanno la loro comparsa coppie nuove: maschi sui 45 anni con pance che debordano dai boxer neri aderenti, al fianco di ucraine non più giovanissime ma ancora piacenti. Talora mani brancicanti a polipo, talora il baluginio di una fede nuziale a legittimare l’unione, e qua e là bambini – frutto di qualche precedente amore – dai capelli quasi diafani e nomi tradotti tipo Vladimiro o Eugenio.

In mare bambini snelli e bruni nuotano aggrappati a tubetti di Polarase® gonfiabili o salvagenti della Nivea©, sulla battigia donne grasse e canute si riparano sotto ombrelloni della Motta© o della Sammontana© , mentre quest’anno nei lidi si portano colori acidi senza marchi e anche le pubblicità dei gelati sono più discrete, un po’ meno in evidenza, seminascoste dietro a un cavalletto coi menu del giorno oppure in basso a destra, sotto al cartellone del regolamento.

Giovani sposi raccontano delle loro ultime vacanze alle Maldive, le vacanze “vere”, subito prima della settimana d’ordinanza con i nonni (quelli della bambina, no i loro). Ostentano tatuaggi tribali e pesanti accenti brianzoli. Esibiscono un atteggiamento di preoccupazione, tanto finta quanto compiaciuta, per la loro bambina, non ancora tre-enne, che manifesta la tendenza a dimenarsi quando sente alla radio il motivetto di una certa canzone reggae.

Un giovane con la canotta gialla dei Lakers e il cappellino dei Red Sox riconosce i propri connazionali statunitensi dell’ombrellone a fianco, una numerosa famiglia di Philadelphia capeggiata da un signore brizzolato. Il ragazzo invece è di Boston, ma in California ha fatto il college, trovato un lavoro e preso moglie. Entrambi i paterfamilias abbandonano di colpo l’inglese di fronte al venditore ambulante africano – uno di quelli giovani, che alla djellaba preferiscono la canottiera dei Cavaliers – passando al dialetto calabrese: stentato quello del giovane, very fluent quello dell’anziano.

Una famiglia di soli cugini e fratelli, composta di ragazzi tra i 25 e i 9 anni, è impegnata in improbabili battaglie di schizzi d’acqua. Trattative con l’ambulante per l’acquisto di un nuovo tipo di arma – una specie di pompa fluorescente che aspira e schizza l’acqua del mare concentrandola in un unico getto letale – si concludono con la rottura della pompa stessa. Alla famiglia, che offre a titolo riparatorio almeno un bicchiere d’acqua, il venditore oppone uno stizzito rifiuto adducendo le prescrizioni rituali del Ramadan.

Due vecchietti, sdraiati sotto il loro ombrellone: lei addormentata stesa di tre quarti, con la faccia schiacciata contro una copia de La Settimana Enigmistica; lui prono con la testa appoggiata sul fianco di lei, una mano a sfogliare la Gazzetta dello Sport e l’altra in un’anacronistica, commovente carezza da fidanzatini.

Una signora appesantita, dall’improbabile bikini viola e dal marcato accento brianzolo, interrompe la trattativa con il venditore indiano di “collane di tartaruga” per chiedergli che effetto fa, a lui e ai suoi colleghi, “tutti musulmani”, la vista di tante donne semi-nude. Il venditore ribatte che lui non è musulmano. La signora insiste che un effetto lo deve pur fare. Il venditore risponde serafico che lui viene in spiaggia per lavorare, non per trovare moglie.

Un suocero presenta ad amici e compaesani la propria nuora, una giovane dai tratti cinesi, venuta senza il marito, sola coi due figli di nome Luca e Mattia. Occhi a mandorla e capelli liscissimi anche per i ragazzi, che fanno gli stessi tuffi e gli stessi capricci di tutti gli altri bambini della spiaggia. Sorrido pensando che la ragazza di via Paolo Sarpi e il ragazzo di Montauro sono entrambi “milanesi di seconda generazione”, ed è bello così.

Un giovanotto dai capelli dritti, non si capisce se per il gel o l’acqua, interpreta tutto compito la sua parte di “beato tra le donne”, folto gruppetto che comprende anche una fidanzata. Il Giovane, ovviamente dotato di cellulare, telefona a svariati amici per richiedere in prestito dei pantaloni “neri, eleganti, taglia 46”, da utilizzare in paese per una certa sfilata di bellezze locali. Il volume delle telefonate è particolarmente alto, forse nella speranza che il paio di pantaloni gli arrivi provvidenzialmente da qualche ombrellone, nel raggio di un chilometro o due. A un ambulante carico di borsette e occhiali, il Giovane domanda quante borsette potrebbe ottenere in cambio della fidanzata. L’ambulante tira dritto. Il Giovane insiste, tra le risatine e finte proteste di fidanzata & amiche. Il venditore, ormai lontano, si gira per ribattere che la ragazza già ce l’ha. Un’ora dopo, ancora gocciolante dall’ennesima nuotata, il Giovane chiede alla ragazza se nel frattempo ha visto “qualche marocchino che le piace”, quindi ribadisce che scambiarla con tre o quattro Gucci finte sarebbe stato un buon affare.

È proprio vero, mi dico contemplando questa distesa di carni al sole che vanno dal nero ebano al rosso gambero: non c’è un luogo dove il potere si iscriva più violentemente che sui nostri corpi.

siamo tutti una grande famiglia infelice? [19 giugno 2010]

In generazioni, lavori pieghevoli, malatempora, partire o restare on novembre 16, 2011 at 3:36 am

Le famiglie infelici, contrariamente a quel che scriveva Tolstoj, si assomigliano tutte, almeno per un tratto: ogni discussione finisce per riproporre lo stesso pattern, arrivando alla stessa inevitabile conclusione (la litigata) per le stesse imperscrutabili vie (qualsiasi argomento di conversazione all’apparenza innocuo). Di recente, provo una sensazione analoga quando mi aggiro per la blogosfera italiana, o sulle pagine di certi forum simili a stagni, in cui il sassolino lanciato da qualche post o commento sgradevole solleva ondate tanto potenti quanto inutili. Certo, uno potrebbe sempre dedicarsi a letture più edificanti, per esempio quelle che ho di recente suggerito ai miei lettori; ma a lasciarmi basita non è il contenuto di questo o quello “scazzo” (excuse my French!) ma il fatto che, senza nemmeno dover troppo scavare, si assomigliano tutti.

Un paio di giorni fa, sul sito italiansinfuga, una lettrice ha lasciato un commento astioso alla testimonianza di una giovane odontoiatra alle prese con un costoso master in Inghilterra. Ne è nato un piccolo parapiglia, con risposte stizzite di altri lettori – alcune del genere “i soldi non fanno la felicità”, altre, secondo me molto più condivisibili, del tenore “alcuni si fanno un mazzo e il Master se lo pagano anche lavorando”. La discussione è andata avanti finché la specializzanda in questione non ha chiarito di fronte al tribunale “internettiano” la propria situazione economica, frutto di sacrifici, risparmi, borse di studio ottenute per merito e, dulcis in fundo, di un consistente indebitamento (pratica assai comune nel mondo anglosassone). In capo a 3-4 giri di commenti, i vari Internauti hanno quindi stabilito che appartenevano tutti alla stessa categoria (quella della gente che lavora, qualunque cosa ciò voglia dire) e, soprattutto, che nessuno di loro apparteneva all’odiata tribù dei “figli di papà”, dei “parassiti” o degli “scansafatiche”. All’s well what ends well! Dell’episodio in sé non mi interessa granché, tanto meno di far dei facili moralismi: di questi tempi se anche uno fosse un nababbo, e invece di comprarsi yatch e pelliccia decidesse di spendere in istruzione, avrebbe solo il mio rispetto; e d’altra parte quando all’estero ci vai facendoti il mazzo, non c’è nulla di più deprimente che sentirsi dare dei figli di papà da qualcuno che parla a raglio. Quel che invece mi interessa, è la dinamica dello scontro, la facilità con cui il linciaggio del presunto “parassita” si genera ed è poi dirottato altrove – senza che questo induca a una riflessione sulla logica che produce questo tipo di scontri, più frequenti di quanto si potrebbe credere.

Vediamo cosa succede quando da un blog privato, che deve la sua autorevolezza alle preferenze degli internauti, ci si sposta su un “blog d’autore” incluso in un canale di informazione riconosciuto e accreditato, come il sito del quotidiano La repubblica. Qui, il 16 giugno 2010, parlando dello sfruttamento delle “false partite IVA”, Riccardo Staglianò ha pubblicato la lettera di un “ventenne di buona famiglia, laureato” che sostiene di vivere “in completa povertà” (ma a casa con “la famiglia d’origine”) e sfoga la sua frustrazione per l’avvilente situazione da lui sperimentata, fra stage non retribuiti, lavoro non riconosciuto, assenza di guadagno dopo tanti anni passati sui libri. Anche qui gli risponde un coro di commenti stizziti, che accusano il giovane di “vittimismo” e di ‘razzismo’, spingendosi a metterne in dubbio la veridicità (come è possibile a vent’anni esser già laureato e aver un mare di stage alle spalle?, incalzano gli internauti, trasformandosi in novelli Sherlock Holmes). L’aggressività catalizzata dal j’accuse, anziché rivolgersi contro i “privilegiati”, si rivolge contro il suo estensore – non risparmiato dall’accusa di essere a propria volta un “fighetto”. Ancora una volta, il meccanismo della blogosfera si è azionato.

Anche in questo caso, a interessarmi è il pattern, non l’episodio in sé (il contenuto della lettera o il problema della sua presunta autenticità: di mestiere non faccio né il grafologo né il giudice, io). Perché ci azzanniamo a vicenda, passando più tempo a difenderci dall’accusa di essere dei “parassiti”, che a lottare per ristabilire dei parametri di decenza nel mondo del lavoro? Da questo punto di vista, la lettera dell’ex liceale milanese (così si descrive lui) è emblematica. Premetto subito che non mi è piaciuta, anzi, mi ha proprio irritato, per il suo narcisismo, per il suo vittimismo e per il suo classismo. Qualità che la rendono significativa, però, e ben rappresentativo del disagio profondo di un ceto medio sempre più impoverito: quel che costituisce forse uno degli elementi più destabilizzanti dell’attuale scenario politico italiano. Quella del giovane milanese, poi, è una lettera che mi turba profondamente, perché mi evoca una condizione quasi fraterna: razzismo a parte, è la lettera che avrei potuto scrivere io meno di un anno fa. Proprio per questo mi viene facile coglierne gli elementi principali: li conosco e li ri-conosco, ma al tempo stesso la distanza spazio-temporale mi spinge a coglierne le fallacie, elementi ricorrenti in gran parte del dibattito corrente. Io ne ho individuate 6, che elenco qui di seguito.

1) La sindrome della Piccola Fiammiferaia

Si tratta della descrizione iperbolica di uno stato di disagio economico percepito come “estrema povertà”: il non potersi permettere una maglietta nuova o un’uscita serale è equiparato al non aver di che vivere. Non intendo fare della facile ironia: una persona che “non guadagna”, di sicuro ricca non è. Una persona incapace di provvedere a se stessa, oltre ad essere un peso per sé e per gli altri, diventa presto un problema sociale. Se ad esser trasformata in un problema sociale non è una persona, ma un’intera generazione, siamo di fronte a qualcosa di ben più grave del semplice impoverimento dei ceti medi (che comunque rappresenta una situazione potenzialmente eversiva): siamo di fronte a una crisi del rapporto tra le generazioni, a una crisi della democrazia e dei “significanti condivisi”. Cominciando da quello del valore di scambio. Per molti giovani laureati e “masterizzati” (manco fossero dei CD-Rom), la barriera tra la povertà vera e quella percepita è costituita solo dal fatto di poter restare indefinitamente a carico dei genitori. Questa condizione fa sì che la “povertà” percepita non sia comunque assimilabile alla miseria, all’indigenza reale (quella di chi dorme per strada, per capirci). Ma trasforma quella definizione di “povertà estrema” (indossata così seriosamente dallo stagista milanese) in una metonimia sociale: la “povertà” è la parte che sta per il tutto, e nella fattispecie non nasconde più solo la percezione di un impoverimento di classe, ma la percezione di essere esclusi dai gangli sociali. La tranquillità economica che risulta dall’essere a “carico” di qualcuno (il fatto che i tuoi paghino le bollette del telefono, compreso l’ADSL o il wi-fi), infatti, non ha niente a che vedere con l’integrazione sociale. Mi spiego con un esempio concreto: in sociolinguistica, le casalinghe sono classificate secondo il reddito della persona da cui dipendono economicamente. Ma questa è una soluzione solo “burocratica”, che va bene solo ai fini di una ricerca scientifica. Non ci dice nulla della sua integrazione sociale. Di fatto, una casalinga “borghese” può avere anche più soldi da spendere di un operaio, ma un divorzio gestito male o una vedovanza improvvisa possono gettarla in mezzo a una strada dal giorno alla notte, facendola piombare in un’improvvisa condizione di insicurezza sociale. “Reale”, non solo “percepita”. Forse la perdita di quelle obsolete distinzioni di “classe” (cui sembra sostituirsi, nell’immaginario collettivo, l’imprecisa e squalificante nozione di “casta”), insieme all’infausta illusione di esser diventati tutti “borghesi”, ci rende oggi incapaci di distinguere le tante sfumature della “povertà”. Anche a rischio di renderci sordi al disagio vero (quello di chi perde il lavoro e finisce letteralmente in mezzo a una strada), e ciechi al nostro collettivo scivolare dal benessere all’assenza di prospettive, di sviluppo, di futuro.

2) Il curriculum di Superman (o di Wonderwoman),

ovvero la descrizione iperbolica del proprio lavoro, del proprio studio, delle proprie capacità. Questa può prendere due forme: alcuni enfatizzano sacrifici normalissimi come se fossero estratti di romanzi dickensiani (es. aver lavorato durante gli studi per non essere troppo di peso: per carità, esperienza assolutamente formativa e per fortuna sempre più comune, detto questo lavorare in miniera è un’altra cosa); altri si comportano come se aver studiato per 5 anni con buoni risultati fosse sinonimo di uno studio matto e disperatissimo leopardiano. Peccato che andare all’università non sia un “sacrificio”, ma un “privilegio”.

Credo che questa sindrome dipenda principalmente da due fattori: l’ansia di smarcarsi dall’accusa di essere “bamboccioni”, “parassiti” e via dicendo, e la volontà di assimilarsi all’invidiato mondo di quelli che “lavorano”. Si tratta della più triste prova di subalternità offerta dalla mia generazione, costretta a partire in contropiede e a rimanere sempre sulla difensiva. Per lo stesso motivo, forse, al “vogliamo tutto” degli operai di Balestrini si è sostituito un deprimente “non voglio mica la luna”, segno di un atteggiamento perdente, passivo e rinunciatario. La sindrome dickensiana, per un apparente paradosso, si accompagna spesso alla percezione della propria “indegnità”, all’insicurezza delle proprie capacità, o più prosaicamente all’ammissione di esser stati viziati (di qui la glorificazione di famiglie normalissime, presentate come eccezionali per il semplice fatto di aver mandato i figli a scuola). Anche questo disagio è reale, e non deve essere preso sottogamba: esprime il disorientamento di una classe che è stata illusa di avere “tutta la vita davanti”, e scopre di dover competere, in un mondo che si scopre improvvisamente globale, con persone molto più povere, disperate e determinate. Un disorientamento che il giovane “laureato milanese” esprime anche troppo bene, con quello che secondo me è una delle frasi più significative della sua lettera: “E’ dura durissima perché dalla vita penso di aver avuto tutto, e fino a qualche anno fa non mi è mai mancato niente.” In uno dei suoi commenti, invece si legge:

Non penso di essere l’unico in questa situazione, ma capisco i vostri dubbi e le vostre perplessità… anche i miei genitori se leggessero questa mia lettera li avrebbero e si chiederebbero: “Ma come ti abbiamo sempre dato tutto, non ti abbiamo mai negato niente, no?” C’è un problema di comunicazione tra generazioni, tra chi ha o ha avuto tutto (forse immeritatamente) e chi non ha niente!

La (s)valutazione dei lavori “manuali” o “umili” (termine, quest’ultimo, dalle sfumature moralistiche e vagamente cattoliche) costituisce una variante della sindrome e dei suoi sviluppi dialettici. Il laureato disoccupato o non pagato è infatti tacciato di arroganza e parassitismo per il fatto di non volersi adattare a lavori poco qualificati e non in linea coi propri studi, accusa dalla quale tenta di riscattarsi con un elenco di titoli degno di un cancelliere, o con il racconto dickensiano di cui sopra.

Da questo punto di vista, non stupisce che Sacconi goda di un elevatissimo indice di gradimento. Si badi che, peraltro, una buona quota di commenti scandalizzati non viene necessariamente da chi fa in prima persona lavori umili, o li ha fatti per mantenersi agli studi, ma tra chi “guadagna una barca di soldi”. Ok, ma siamo sicuri che lavorare e sfruttare il lavoro altrui siano proprio la stessa cosa?
Entrambi gli atteggiamenti, quello dello “studente” e quello del “lavoratore”, a ben guardare, nascono da una comune fallacia: continuare a considerare il “giovane’ in quanto figlio, o al massimo come uno scolaretto, e considerarne l’inserimento sociale come un premio – o una punizione – per il suo merito. Che poi, se ci si pensa, questa potrebbe essere una spiegazione dell’ossessione dominante per la meritocrazia. Come se il fatto di avere dei diritti dipendesse dalla tua eccezionale “bravura” di singolo e non dovesse essere inscritto in qualsiasi rapporto lavorativo degno di questo nome.

3) La rivincita di “Gianni”.

Alla glorificazione simil-leghista del lavoro manuale (ovviamente quello fatto dagli altri, e al massimo “coordinato” dal manager o dal capo-cantiere di turno), fa da contraltare un diffuso classismo, e di quella specie particolarmente irritante che sembra identificare la classe sociale con la classe nel senso di “aula scolastica”, o “ultima classe frequentata”. La propria superiore istruzione viene dunque a identificarsi con un proprio superiore diritto (il quale, poi, è quasi sempre frustrato nella vita reale). ‘Caspita’, è la domanda ricorrente, ‘come è possibile che io Pierino, avendo fatto il liceo classico, oggi guadagno meno del mio amico Gianni, figlio di operai, che è andato a far l’elettricista a 16 anni?’ A parte che la precarizzazione tocca tutti i settori e specialmente quelli meno garantiti (dai cantieri in su); ma comunque, porca vacca, che ragionamenti sono? Posto che questo non accade certo perché viviamo nel socialismo reale, ma perché il mercato del lavoro è regredito a livelli da medioevo in poco più di un decennio, chi l’ha detto che il titolo di studi debba garantire un surplus di diritti e di dignità? Chi costruisce la tua casa, chi lava il cesso del tuo ufficio, chi ti cambia la padella in ospedale non ha forse diritto a un trattamento equo e dignitoso? Da questo punto di vista, la lettera dell’ex-liceale milanese fa prudere le mani. L’equazione tra istruzione e classe è esplicita fin dall’inizio:

Ormai un posto di lavoro qualificato a tempo indeterminato a Milano equivale a una vincita al “Win for life”. Tutti, anche coloro come il sottoscritto che ha frequentato un noto liceo classico del centro di Milano, la cui frequenza un tempo era un vero e proprio status symbol o almeno indicatore di benessere.

Nel finale, poi, sembra che lo scandalo non siano le difficoltà sociali o lavorative di un gruppo di giovani, ma di un gruppo di ex liceali. Orgoglio di casta, appunto.

4) Tronisti e veline.

Tanto per cambiare, la colpa è dei “coatti”. Di quelli che guardano i reality, di quelli che lavorano con le mani, di quelli che i mille euro al mese li pigliano al mini-market ma siccome non hanno fatto il liceo, diamo per scontato che facciano un lavoro di merda. Al classismo si unisce lo snobismo culturale: una delle tante malattie senili della sinistra italiana, che la rendono incapace di organizzare un’opposizione culturalmente efficace al berluscoleghismo imperante. Non ho idea delle opinioni politiche del giovane milanese (anche se scrivere a “Repubblica” invece che al “Corriere” o al “Giornale” o al “Manifesto”, di per sé implica una determinata posizione), ma l’incomunicabilità, quasi a livelli di odio, tra chi ha studiato e chi guarda i reality è uno degli elementi che pone a maggior rischio la democrazia italiana. Ecco cosa scrive l’autore della lettera, in uno dei commenti:

Alcuni di questi che non hanno nemmeno il diploma, faranno anche lavori come l’operatore di fastfood, ma non perdono occasione per ripetermi quanto guadagnano (cifre che io non vedrò mai) o il fatto che abbiano il contratto a tempo indeterminato, uno addirittura uscendo una sera mi ha mostrato la sua busta paga con la quattordicesima per umiliarmi! È questa è gente che mentre stavo chiuso in casa a studiare latino e greco stava a bighellonare in giro con i motorini…. Scusate che lo dico ma a me con sti camerieri che si vestono come tornisti televisivi o come veline è passata da tempo la voglia di uscire.. (poco male perché tanto non ho i soldi per uscire e divertirmi..)

Finché un giovane laureato riterrà squalificante la compagnia dei suoi coetanei che hanno sempre lavorato, e rimarrà a propria volta incapace di guardare oltre le apparenze da “tronisti” e “veline” per apprezzare l’umanità di chi ha esperienze diverse, non ci sarà alcuna redenzione possibile per questa Italia. C’è solo il piagnisteo di una finta classe media che reclama invano i propri privilegi perduti. Personalmente, non ho problemi a uscire con ragazzi che fanno i camerieri o i baristi, pur avendo anch’io maturità classica, laurea specialistica e avendo anche cominciato un dottorato. Non potrei mai, invece, aver rapporti di amicizia, provare stima o anche solo simpatia per una persona dichiaratamente razzista o fascista, foss’anche un luminare della scienza o un filosofo (e sappiamo che ce ne sono stati, di filosofi fascisti e nazisti). Di donne che si vestono come delle veline, poi, son piene anche le università, gli uffici e gli ospedali. Personalmente, in assenza di criteri più affidabili, preferisco dunque scegliere chi frequentare in base ad altri parametri, come l’apertura mentale, la sensibilità e l’intelligenza, tutte doti che non hanno niente a che vedere col titolo di studi (alcune delle persone più imbecilli e razziste che conosco hanno una laurea o un dottorato di ricerca, e si ritengono pure “de sinistra”). Ma al di là delle mie preferenze – che non penso siano così interessanti – credo che, finché si considererà la cultura come un mero accumulatore sociale e non come un valore in sé, e finché la scuola, l’istruzione e la ricerca saranno considerate solo in base a quello che possono rendere individualmente, non si riuscirà a convincere la stragrande maggioranza degli italiani di quanto esse siano importanti per ricominciare a pensare il futuro.

5) Fighetto a chi?

Altra costante, l’odio verso i “parassiti”, i “raccomandati”, i “fannulloni”. Da questo punto di vista, questa è anche l’arma culturale più forte dell’attuale maggioranza politica italiana, che riesce facilmente a stornare l’odio verso i privilegiati veri (in senso economico e sociale) contro quelli presunti. È così che noi passiamo il nostro tempo a difenderci dall’accusa di essere inutili in quanto “statali”, “umanisti”, “gente istruita” e via dicendo, mentre i “cervelli in fuga” devono esibire il 740 (il loro o quello dei loro genitori) a degli emeriti sconosciuti che si nascondono dietro a un nickname e allo schermo di un pc. Questo meccanismo è poi lo stesso che spinge a considerare, per definizione, “raccomandati” (o “fighetti”) tutti quelli che, almeno in apparenza, “ce la fanno” (leggi: trovano un lavoro decente, in Italia o all’estero). Ed è anche quello che spinge il presunto “fighetto” a discolparsi, o a sentirsi in colpa. “Fighetto a chi?”Di qui, infine, anche la glorificazione della propria resistenza: “non voglio mollare, non voglio scappare all’estero”, con la consueta sfumatura di rimprovero. Peccato che poi la soluzione più a portata di mano sia quella di rimanere soli, passivi, di accettare condizioni umilianti, rimanendo rigorosamente da soli e scaricando le frustrazioni su chi ha ancora meno. Nel frattempo, però, prendersela con i “raccomandati” mette d’accordo tutti. E ci spinge a non riflettere sul fatto che, se un posto di lavoro decente è una lotteria da conquistare con ogni sorta di mezzo mafioso, forse il problema del lavoro è sistemico, e come tale andrebbe trattato.

6) La colpa è sempre dei paria.

La frustrazione dei figli della borghesia rischia infatti di alimentare il razzismo, l’intolleranza, l’incomprensione per il diverso e per le sue ragioni. Se il padrone mi paga una miseria, la colpa non è sua, ma dei meridionali (o dei contadini, o degli immigrati, o persino degli “stagisti”) che accettano quelle condizioni di merda. Come scrive “l’ex liceale milanese”:

Fino a non molti anni fa una situazione del genere in Italia la si poteva osservare solo in certe aree del profondo meridione e allora l’eldorado sembrava proprio la nostra città. Oggi purtroppo a Milano molti ventenni laureati di buona famiglia, i figli della borghesia, sono costretti loro malgrado a starsene coi “mann in mann”.

Cioè, fateme capì, finché con le mani in mano ci stanno gli altri, i figli degli operai, o quelli dei meridionali, va tutto bene? Finché di lavoro si muore solo al Sud, non c’è nessuno scandalo? Finché dalle impalcature cadono i rumeni, che ci permettono di vivere nella bambagia, è tutto a posto?

A volte la propria auto-commiserazione è talmente forte che si finisce per reclamare il poco disponibile (aiuti statali, case a prezzi decenti) solo per sé – ‘abbiamo avuto tutto, vogliamo ancora tutto!’ – dimenticando qualsiasi idea di solidarietà, e prendendosela con chi ha ancora meno di noi e nemmeno una famiglia benestante alle spalle a sostenerlo. Ma quelli che ti pagano 450 euro al mese e poi ne spendono 1500 per una settimana alle Maldive, quelli no, non hanno colpa. La colpa è della famiglia marocchina con 4 figli che ha diritto alla casa del Comune: i percettori di affitti in nero che fanno i miliardi sull’evasione fiscale, quelli no, non hanno colpa. La logica, in realtà, non fa una grinza: se la colpa è di chi viene sfruttato (il precario, in quanto “fannullone”, o “ignorante con la laurea”), come negare che i capri espiatori per eccellenza siano “gli altri”, gli stranieri o gli emarginati? Chi perde, in questa Italia, ha sempre torto.

Naturalmente, molte di queste fallacie non sono esclusive di questa lettera e delle risposte che l’accompagnano, ma si ritrovano nelle discussioni, tanto sui siti e i blog più seri, quanto in quegli sciocchezzai che sono i blog meno seri; si ritrovano nel dibattito e nella percezione corrente della disoccupazione giovanile e del precariato dei ventenni (o venticinquenni) laureati e specializzati. Molte di queste fallacie nascono da una tendenza al personalismo, che in parte è insita nei blog e nei social network – diari i primi, comunque piattaforme per la narrazione individuale i secondi – ma è più generalmente caratteristica del nostro tempo, così individualista e così refrattario alla Storia, a cui spesso si preferisce il pathos e delle storie. Raccogliere e raccontare le storie, invece, è necessario ma non basta: le storie vanno anche lette, analizzate, poste in una prospettiva più vasta, in un tentativo di comprensione che porti a un cambiamento. Ancor prima, forse, le storie vanno demistificate, liberate dai fantasmi delle metafore dominanti, che infestano tanto più facilmente le “narrazioni” apparentemente spontanee . Al contrario, quando si ragiona a partire solo dalle frustrazioni – legittime ma poco meditate – dell’”io”, o dalle cose che mi ha raccontato “mio cugino”, difficilmente si evita una narrazione fatta per stereotipi – altro non sono, infatti, le sei fallacie da me elencate. Nel frattempo, squaletti e alligatori se le cantano in una rete sempre più simile a un recinto. E nell’ansia di sparare ai “fannulloni”, talora finiscono per prendersela con chi davvero non ha nulla.

auto-intervista a un anno dalla laurea [24 novembre 2009]

In malatempora, partire o restare on novembre 16, 2011 at 2:35 am

Non me ne sono accorta subito, ma solo in tarda mattinata, sbirciando l’orologio, nel basement dove ho il mio orario di ricevimento.
Oggi è il 24 novembre 2009.
Ho ricacciato indietro il pensiero, avevo appuntamento con uno studente, dovevo essere professionale. Ma oggi è il 24 novembre 2009, ed è passato un anno esatto dal giorno della mia laurea.
Un anno, un fuso orario e un oceano.
Signorina, a un anno esatto dalla sua laurea, come definirebbe la sua condizione occupazionale?
Ora più, ora meno, l’anno scorso a quest’ora stavo uscendo dall’Aula B – o era l’Aula C? – del Dipartimento di Italianistica, via Zamboni 32, Università di Bologna, col titolo di Dottoressa Magistrale.
Un anno fa, a quest’ora, ero ubriaca di sorpresa e di adrenalina.
Un anno fa, a quest’ora, ero ubriaca di vino, in compagnia di persone che forse non rivedrò più.
Un anno fa, forse, mi sono domandata: “Cosa starò facendo tra un anno a quest’ora? Avrò un lavoro? Sarò ancora disoccupata?”
Di certo, qualsiasi immagine mi fossi figurata, non avrebbe avuto i contorni nudi di questa stanza, i mattoni anneriti di questa townhouse, il suono di questa strada trafficata, il sapore di questa città.
Un anno fa, a quest’ora, la mia condizione occupazionale era precaria. Mollato un lavoro che mi dava ormai pochi stimoli, nessuna certezza e in cambio pretendeva molto – in un momento in cui ogni disciplina era di troppo. In cerca di una definizione stabile, “che cosa farò da grande”? Confusa sensazione che nessuna strada di quelle sognate era compatibile con la necessità di mantenersi.
Nessun lavoro cosiddetto “figo” risultava accessibile se non eri figlio di, parente di, amico di, a volte – in una città come Bologna – compagno di partito.
Tutto questo ce l’avevo in testa, cinque minuti prima di discutere la tesi.
Sono entrata nell’aula. Alla mia discussione, hanno assistito due persone. Nessun parente. Non volevo dare in pasto alla degnazione snobistica dei miei professori lo spettacolo dell’inutile, ingenua, pura euforia per il primo laureato di casa.
Nessuno dei miei genitori (entrambi diplomati, e residenti come me a Bologna) è venuto, su mia richiesta.
Non ci sono state le cugine con lo strascico, il brindisi pacchiano nel cortile, l’orrendo coretto goliardico che riecheggia a ogni sessione. I brindisi li ho fatti poi, in privato, con le persone a cui volevo bene.
Sapevo che quel giorno si chiudevano i conti di una partita già scritta, in altre sedi e con altri mezzi.
Sono entrata nell’aula con la mente rarefatta, incapace di concentrarmi.
Con la sensazione di assistere a una formalità.
Alla laurea di qualcun altro, non la mia.
Avevo il 110 e lode in tasca: questione di aritmetica.
Sono uscita, senza corona e senza applausi, in lacrime.
L’università era riuscita a sorprendermi, in extremis.
A un anno dalla laurea, faccio fatica a definire la mia condizione occupazionale.
Di occupazione ce ne sta parecchia, questo sì. Leggo le storie dei miei coetanei raccolte su Repubblica, e penso con orrore che se fossi in Italia, la mia voce starebbe lì dentro. Come stagista non pagata, come disoccupata, come contrattista alle prese con l’ennesimo rinnovo?
Ho lasciato a qualcun altro l’emozione di rispondere. A un anno dalla laurea, sono alla fine del mio primo semestre di PhD, in un altro paese, con una borsa di studio.
Certo, quando la gente mi chiede perché mai venire in Canada per fare un dottorato nella mia lingua e letteratura, cambio discorso. Il mio lavoro (che non è un lavoro) è in linea con gli studi fatti e risponde ai miei interessi. Ho uno stipendio superiore ai 1000 $ al mese. In euro quanto fa? Non ve lo dico.
Non mi pento di aver studiato una disciplina umanistica, perché l’ho presa sul serio.
Non devo chiedere soldi a casa, sono in grado di pagare le mie bollette e di fare la mia spesa: se solo ci penso mi pare un miracolo.
Credevo che la strada fosse segnata e non lo è stata, credevo che non avrei avuto sorprese e le ho avute, giorno dopo giorno.
Dovunque stia andando, la mia vita ci sta andando sulle mie gambe – che da qualche tempo hanno ricominciato a correre.
Ma non per questo ho risposte da dare, né consigli, né lezioni (come a volte fanno, con arroganza, ingegneri o economisti, che rimproverano ai colleghi umanisti di prendere lauree inutili: per quel che mi riguarda, l’unica laurea inutile è quella presa male e studiando poco).
E non credo che la mia storia smentisca quelle degli altri.
Sono stata brava, ma non necessariamente chi adesso è in Italia senza lavoro o con contratti ridicoli è meno bravo di me.
Ho avuto coraggio a partire, ma non credo che ce ne voglia meno a restare in Italia, oggi, se si cerca di vivere con dignità.
A un anno della laurea, cerco di descrivere la mia condizione occupazionale e mi mancano le parole, salvo una, forse.
Sollievo.

il sabato del villaggio globale [17 ottobre 2009]

In canadian bacon, partire o restare on novembre 16, 2011 at 2:30 am

Sono qui da due mesi, ormai, e la mia assimilazione procede furiosamente sul piano esteriore, mentre dentro di me la lingua resiste, vischiosa, e i miei pensieri sono impastati di un Italiano che è un sangue, una pelle, un umore intimo come lo sdegno che continua a legarmi al mio Paese. Dopo anni di completa inattività, oggi pomeriggio ho infilato i pantaloni della tuta, allacciato gli sneakers e mi sono messa a correre. Inutile dire che ho fatto mille metri e mi sono fermata, col sangue nelle gengive e il petto trapanato dal male: gli inizi sono così, ci vorranno secoli a rifare il fiato. Ma almeno mi sono rimessa in moto. Qui è tutto naturale: io che corro per strada, un universitario in skateboard sulla rampa del più esclusivo college cittadino, un rasta gigantesco che pedala su una bicicletta rosa da ragazzina… Il pomeriggio canadese prosegue nella Star Coin Laundry, la lavanderia a gettoni che sopperisce alle carenze di casa. Il proprietario è un signore dai capelli grigi, portoghese come quasi tutti gli altri negozianti dell’isolato. Accanto a me, una ragazza di origini asiatiche studia un manuale di politica comparata. Un ragazzo cinese, bello anche se un po’ appesantito, aspetta in piedi che la sua macchina finisca il ciclo di lavaggio, tamburellando nervoso le dita sullo sportello. Vicino alla porta siedono due signore, madre e figlia. La ragazza è massiccia, squadrata, e ride sguaiatamente, alle prese con una specie di palmare. La madre, che cerca invano di attaccare bottone con qualcuno, indossa una felpa vistosamente patriottica, bianca e rossa, con un’enorme foglia d’acero sormontata dalla scritta : “Support our troops”. Entrambe, madre e figlia, hanno in volto la stessa espressione sciatta e consumata: la faccia livida di chi lavora tanto e guadagna poco. Quell’espressione, oggi, ce l’ho anch’io. Ce l’ho nelle giornate come oggi, quando la mancanza di alcune persone mi scava dentro come un verme, e dispero di poter trovare una casa, e finisco a chiedermi quale sia il prezzo delle vocazioni, e che senso abbia l’impegno, se non posso condividerlo con le persone che amo. La tristezza è una fisionomia, arrossa la pelle, altera i lineamenti, screpola le labbra. Mi guardo negli oblò, che continuano a girare, ottusi e indifferenti. Sono vestita come i miei compagni di ginnasio dieci anni fa: stupidamente, volgarmente. Il piumino che loro compravano per 300 mila lire io l’ho comprato usato per 10 dolalri, e gli anfibi sotto i jeans stretti mi servono solo per resistere alle temperature di un autunno già rigido. La metà degli abiti che ho addosso l’ho comprata usata, l’altra metà era mia, ed è di gran lunga quella ridotta peggio. Sembro uno spaventapasseri, davvero. Qual è il prezzo della cultura? Sembrare un nuovo povero? Essere un nuovo povero? I poveri, ad esempio, non hanno la lavatrice in casa. Eppure io, che vivo con uno stipendio minimo, non sono una persona povera. In Italia lo sarei, senza dubbio. Non potrei sostentarmi con le paghe normalmente attribuite al genere di lavori che ambisco a fare. Ma questa parola, “ambire”, così come qualsiasi concetto di “ambizione”, cozza drasticamente con la nozione di “povertà”. Quando hai fame l’ambizione te la metti sotto i piedi. Ma allora cosa ci faccio, di sabato sera, in una lavanderia a gettoni dall’altra parte dell’Oceano? Qui a Toronto ci sono due università importantissime, due milioni di immigrati e una lavanderia a gettoni ogni cinquecento metri. La lavanderia a gettoni è un posto da studenti, da poveri, da immigrati. Uno studente, in fondo, è una specie particolare di povero: è un povero finto, un povero temporaneo, un povero che sarà ricco, ma sperimenta la sensazione del poco con finalità educative e formative. Poi finiscono gli anni della scuola, trovi un lavoro e ti compri una lavatrice, mentre gli altri, poveretti loro, continuano a leggere riviste e fumetti in attesa di fronte a una fila di oblò. E un dottorando Italiano all’estero che cos’è allora? È un nuovo povero che non ammette di essere tale, un immigrato troppo privilegiato per definirsi tale, uno studente troppo cresciuto per continuare a dirsi tale: un paradosso del villaggio globale.

hoc profectio et non fuga est (Liv, II, 38, 5) [30 agosto 2009]

In partire o restare, Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:17 am

Un mese e mezzo fa, prima di lasciare Bologna, ero dal barbiere. Un barbiere abbastanza fighetto e costoso, perché già che ci vado ogni dieci anni (non è un’iperbole), perlomeno mi tratto bene. Nell’attesa, presto orecchio alle conversazioni degli altri clienti. Mi colpisce tra tutti un giovane, ancora studente della triennale. È stato un anno in Erasmus a Barcellona, città della quale ha apprezzato soprattutto la vita notturna. Vorrebbe tornare a lavorare lì, dopo la laurea, anche se si lamenta che è difficile. Ha le idee chiare sul suo futuro: una bella macchina, un lavoro con cui fare tanti soldi. Sta per laurearsi in Economia.
Arriva il mio turno. A farmi i capelli è una ragazza simpatica, di Santo Domingo, con un sorriso che mi spinge a vincere la mia timidezza e a scambiare due chiacchiere. Parliamo un po’ di Santo Domingo, le chiedo se ci sono stati casi di Influenza Suina, mi dice di no, attribuendo questa immunità a una protezione miracolosa della Vergine. Non torna in patria da molti anni, a causa del costo del biglietto, e aggiunge che le manca soprattutto il clima tropicale d’inverno, poter stare in canottiera e infradito il 31 dicembre. Tiene duro, però: è vicina al decimo anno dal suo arrivo in Italia, presto potrà chiedere la cittadinanza. Mi dice, con aria triste, che Santo Domingo non è come pensano le persone che ci vengono una settimana in vacanza. C’è tanta povertà, tanta. A raffiche mi arriva la voce dello studente di Economia, che continua ad arringare il povero sciampista con le sue illuminazioni: gli spiega quant’è bello vivere in Spagna e che però lavoro in Borsa, da quelle parti non se ne trova… Alé, ho pensato, ecco il tormentone dell’estate 2009: la fuga dei cervelli. “Quasi quasi me ne vado all’estero” è una frase che comincio a sentire sulle labbra di tutti. Anche di chi il cervello non l’ha mai avuto.

Mi ha riportato a questo episodio il dibattito che da qualche giorno ferve in rete il dibattito sulla cosiddetta “fuga dei cervelli” – in senso lato, riferito ai talenti dell’arte delle professioni oltre che in area accademica, dato che a innescarla è stata una proposta del cantante dei Baustelle. Rimbalzata sui blog Scritture Precarie, Clobosfera, Vaghe stelle dell’Orsa, fino ad approdare sulle pagine cartacee della Domenica del Sole 24 ore, la discussione ha preso corpo intorno alla questione “Partire o restare?”. Da un lato, i fautori della partenza, vista più che altro come una necessità individuale e a volte, come una reazione di rabbia verso un paese che non riconosce adeguatamente i propri talenti; dall’altro il monito a restare, per non impoverire di risorse e resistenze individuali un paese già attraversato da un profondo declino morale e intellettuale.
Ecco, io sento che in questo dibattito ci sono troppe contraddizioni inespresse. Proprio come quelle che si sfioravano, senza riuscire a comunicare tra loro, in un metro quadrato dell’Hair Studio Bolognese.

Guardiamoli un attimo, questi giovani italiani: lo studente festaiolo che è stato in Erasmus (e per quel che ne ha ricavato poteva fermarsi a Casalecchio di Reno); la dottoranda in partenza per il Canada; la parrucchiera emigrata da Santo Domingo – naturalmente paziente, gentile, disponibile all’ascolto e… in posizione subordinata, ça va sans dire. Eccoli, i tre attori di questa oscena commedia all’italiana che è la “fuga dei cervelli” giornalisticamente intesa: quello che vorrebbe partire (o non vorrebbe partire ma non può permettersi di dirlo), il “nomade del terzo millennio” (parafrasando l’interpretazione glamour e cattiva della Braidotti) e il migrante vero, con le mani immerse nello sciampo (quando va bene). La definisco “oscena” perché permette a tante, troppe persone conniventi con la MAFIA accademico-universitaria di continuare a giocare il ruolo delle vittime. Quante volte abbiamo sentito il fatidico «Di questo passo saremo costretti a emigrare» in bocca a gente che e valigie non le ha mai fatte nemmeno per andare in ferie (in quel caso gliele prepara la colf filippina, o magari la moglie), quante volte abbiamo sentito usare la mancanza di fondi per giustificare l’ennesimo concorso truccato – e la conseguente emigrazione forzata dei perdenti?

La mia posizione è particolare, rispetto agli altri intervenuti nel dibattito: sono più giovane, tanto che i miei 26 anni mi inscrivono a pieno diritto nella seconda generazione di precari italiani, e sono ancora agli inizi di questa mia esperienza. Sono “in-between”, ancora in sospeso tra un mondo dal quale voglio liberarmi e un altro che devo imparare a conoscere. Però so chi sono e cosa sto facendo.

Ho deciso di andarmene dall’Italia e no, non mi sento affatto perdente, come sottolineava (con una giusta ed efficace provocazione) ‘caracaterina’ dalle pagine del blog Vaghe stelle dell’Orsa. Quando mi sono laureata, un anno fa, ho ricevuto solo porte sbattute, rifiuti più o meno cortesi e una vagonata di consigli che per fortuna non ho seguito, anche di qualche giovane ricercatore engagé: «Non partire, se parti non torni più, l’unica è farsi i contatti, a qualsiasi costo, lavora pure gratis, fatti sfruttare, paga diecimila euro per un Master, non andare sient’ammé». Salvo poi portarmi in palma di mano, o dire “Beata te che vai all’estero”, quando ho ottenuto una borsa di cinque anni. Per me partire è stato un modo di ribaltare una situazione di minorità: prendere una sconfitta e trasformarla in una potenziale vittoria.

Solo potenziale, si badi. La mia storia è tutta da scrivere. Qui non contano credenziali e conoscenze, dovrò dimostrare ogni giorno cosa sono e cosa valgo, e quando sei dentro, beh se non vali la porta è sempre aperta. Pochi dei ricercatori di mia conoscenza sarebbero disposti a passare in mezzo a questo. In mezzo ai distacchi (anche affettivi) della partenza. Allo stress di una condizione precaria che non ammette defaillance (io ho il permesso di stare qui finché sono nel corso, se no divento illegale, prima ancora che disoccupata). Soprattutto, alla fatica di ridiscutere i propri pregiudizi, le proprie idiosincrasie accademico-bibliografiche. Che cosa c’è di comodo in tutto questo?

Partire è lasciare affetti, consuetudini, relazioni, amori. Io penso che sia più comodo trovare uno strapuntino nella propria città per continuare a dirsi che si svolge un’attività culturale, magari approfittando di quelle conoscenze maturate in anni di permanenza nello stesso ambiente (almeno per chi se lo può permettere, ma scusate, il mondo delle professioni culturali è in partenza di chi se lo può permettere. E forse è proprio questo il problema, forse è proprio per questo che non c’è bisogno di lottare mettendosi in gioco totalmente, perché per quanto arrabattandosi, arrangiandosi, incasinandosi, un minimo di margine ce l’hai – se no faresti le valigie e via. Non equivochiamo il disagio, pur giusto e comprensibile, dei delusi figli di una classe media, aspiranti a lavori intellettuali e intimoriti – come il resto della società – dalla prospettiva di una proletarizzazione, con la povertà vera e col bisogno chessò, di un rifugiato politico o di un cassintegrato. Decenza, please.

Mi ha colpito molto una frase del post di Simone Ghelli, quando dice «Io non mi riconosco in quest’Italia di nani e ballerine, di truffatori, di corrotti, di puttanieri, di razzisti, di analfabeti, ma proprio per questo non me ne voglio andare, anche se ci sono tanti posti migliori, oggi, dove poter vivere».
È importante chiarire questo equivoco (per la verità SG_ lo fa, in diversi interventi successivi, ma io sento che i fraintendimenti resistono): non si tratta di andare dove si vive meglio, ma dove, SE CE LA FAI, vivi meglio. La protasi non può essere disgiunta dall’apodosi, come fa chi guarda solo ai risultati, agli effetti della scelta. Ribadisco questo perché in molti dei commenti che hanno accompagnato la mia partenza, ho riscontrato solo un generico senso di invidia, quasi che all’estero ci fosse la manna che piove dal cielo e in Italia solo il duro lavoro non riconosciuto. E allora ci tengo a sottolineare una cosa che è talmente ovvia da apparire trascurabile: andare all’estero è più difficile. È meno comodo. Sottoporsi a una selezione internazionale, potendo contare solo sui propri meriti senza alcun aiuto dovuto al nepotismo o anche solo all’onesta stima che deriva dalla consuetudine con i propri maestri, è molto più difficile che concorrere per una borsa di dottorato nell’Università dove ci si è laureati. Non parliamo di chi si siede e scrive un tema costruito appositamente per lui, potendo ricorrere alle frodi che sono moneta corrente nei dipartimenti da dove veniamo. E io penso che per poter cambiare le cose bisogna essere prima di tutto liberi da compromessi (Never compromise. Even in the face of the Armageddon.).

Certo, do ragione a Claudia ed altri, quando parlano di alternative, sia personali, sia politiche (=capacità di incidere e trasformare una realtà ingiusta). Se io rimanessi in Italia, non potrei cambiare un bel niente, non avrei potere per incidere semplicemente verrei espulsa da un sistema che mi ha giudicato su due diversi binari, uno, quello del merito, quando mi valutava nelle prove d’esame; l’altro, quello del censo, nell’arroganza con cui mi è stato consigliato di “darmi ad altro”. E allora, tanti saluti Italia. Per me andare all’estero è stato un modo per liberarmi – sia pure in una logica individuale che non cambierà, a breve, la mia società – e per negare un ordine, una gerarchia, un ruolo. Se la supina accettazione del precariato era la scelta che mi veniva suggerita (insisto, non da un barone d sessantanni, ma da giovani ricercatori che avrebbero l’età e il ruolo per inserirsi in questo dibattito, e questo è una parte integrante del problema), beh, almeno su un piano personale io sento di averla rifiutata. Non intendo impiegare anni ed energie per diventare una contesa e sottopagata brava insegnante per i figli di mafiosetti e lacché che mi hanno scavalcato. Tenetevi le prof. che avete laureato, specializzato e abilitato in serie, al ritmo di venti al giorno.
Però io credo che anche questa prospettiva sia limitante, e succube dei facili moralismi di questo dibattito. Io non ho deciso di partire perché il mio paese non mi vuole. Io ho deciso di partire perché nel 2006, andando a trovare i miei parenti ormai diventati cittadini USA, ho avuto modo di confrontare la mia preparazione universitaria e quella di alcuni laureati scientifici di lì, rendendomi conto di quanto fossero presuntuose e infondate certe pretese di superiorità della cultura umanistica italiana. E perché volevo formarmi per poter davvero svolgere un lavoro di ricerca, trovando quella libertà e quella solidità accademica che finora mi sono mancate, senza dover dipendere da Tizio e da Caio per poi trovare uno straccio di lavoro. E perché ero stufa di vivere in una città che si fermava a sòcmel e banbàn, tortellini e dumaròn (e in una nazione che andava poco oltre). E perché non volevo far scandire la mia vita dalla paura, che è l’alimento del servilismo. E perché mi sono resa conto che forse, a forza di lecchinaggio e servilismo, avrei persino potuto inserirmi in quell’Università che conoscevo così bene o nell’ambiente pseudo-cultural-teatral-letterario-artistico di Bologna, magari sullo sfondo, tra una conca di salatini e un vassoio di pasta fredda, ma a patto di diventare una persona vile, incapace di reagire e di lottare. E forse sì, anche perché vengo da una famiglia che le migrazioni le ha fatte per davvero, trovandovi un mezzo per riuscire e per migliorare la propria condizione, prima di tutto personale e culturale. Chi ha nella propria famiglia l’esperienza (dura, faticosissima, spesso anche umiliante) di una migrazione di successo, ne porta un marchio vincente. E questo, senza voler attenuare la sofferenza reale, la patente ingiustizia o l’orrore che ci prende in questi giorni, in cui il razzismo diventato politica di Stato viene lasciato sgorgare fuori controllo.
Per questo – oltre che perché sono una newcomer, ma questo va da sé – credo che la priorità sia “partire” per davvero, almeno con la testa, emanciparsi dalla logica “perdente” che ti fa restare ancorato ai giardinetti di casa, alle polemichette domestiche anche quando sei a un oceano di distanza. “Partire o restare” è un binomio falso perché figlio di un doppio vincolo, che ci rende dipendenti – di buon grado o riottosi – da un dato sistema di potere. Quel potere glielo stiamo dando noi, in ogni giorno della nostra vita, in ogni nostra scelta che deleghiamo, in ogni nostro silenzio.

E forse il problema ha radici ancora più profonde, nello stato psicologico di due generazioni (almeno quella immediatamente precedente; la mia non so ancora come inquadrarla, ma a quanto vedo mi pare una generazione fascistoide) che continuano a porsi come “figlie”, ad aspettarsi che un esercito di padri e di nonni ci dia le garanzie o i diritti che ci spettano. E se non ce le danno? Dovremmo prendercele no? E prendersele implica dei rischi. Di perdere il contratto e vivere un mese di patate, per esempio. Di scontentare il nostro tutore, il “mio” o il “tuo” professore, ecc.

Per me la differenza è questa: andare all’estero è un modo, duro ma individualista, di prendersele. Restare passivi in Italia, no. Quando vedrò un movimento di precari capace di andare oltre la seconda riunione e di indire uno sciopero bianco di più di un giorno, sarò la prima a ricredermi. Intanto mi fa piacere che il discorso tra chi “resta” si sti riorientando a capire come poter resistere, come reinvertire la tendenza a subire che ha caratterizzato (scrive giustamente SG) le ultime due generazioni.

Cambiare le cose, DOVE, COME E QUANDO? Senza queste precisazioni, si resta in una vaga aspirazione che non produce niente. E di per sé restare non equivale di per sé a cambiare le cose. Ne danno una dimostrazione molti ricercatori sedicenti precari, di fatto completamente asserviti al sistema clientelare-nepotistico dell’università, che quando scrivono fanno marchette e lo dicono pure, e che passano le loro giornate a lamentarsi, guardandosi bene dal contrariare apertamente il “loro” professore (già il possessivo dice tutto). In che cosa dovrei considerarli più coraggiosi di me?

E, scusate, dove sta scritto che andando all’estero si cessi di essere cittadini, del proprio paese e del mondo, o che si cessi di poter essere attivi politicamente? Conosco persone che, se fossero rimaste in Italia, si troverebbero in condizione di oggettivo privilegio e potrebbero comodamente inserirsi negli ingranaggi del potere accademico, ma che invece, restando fuori d’Italia, dedicano i loro anni migliori al rispetto dei diritti umani, al sostegno dei rifugiati politici, alla lotta contro lo sfruttamento e il sistema di caste che regola i rapporti tra Nord e Sud del mondo. Questo non è un modo di “provare a cambiare le cose”? Guardiamo oltre il nostro giardino di casa, per favore. E ricordiamoci – ma già, i no-global sono passati di moda… ora si portano i cervelli in fuga – che l’ingiustizia è globale come la crisi, è figlia di un mondo in cui l’80% delle risorse sta in mano al 18% della popolazione… lo si può dire? di un mondo capitalista.
Sinceramente, riconosco che la partenza – non fuga, parafrasando Tito Livio – è una scelta singolare e soggettiva, ma credo che schiuda delle possibilità più ampie; per cambiare le cose è necessario disfarsi di una cultura clientelare profondamente interiorizzata, e forse anche acquisire strumenti, capacità di lavoro e di analisi che a una persona della mia età (26 anni) in Italia oggi mancano. Mancano nella scuola, nel lavoro, nella lotta politica che troppo spesso si riduce a una serie di ritualità stanche e settarie, nel rapporto con le altre culture verso le quali, inconsapevolmente, continuiamo ad agitare uno stanco paternalismo neocoloniale.

Forse da un rientro di persone abituate a farsi strada con altri mezzi – quelli del lavoro e della responsabilità anche politica verso gli studenti, non della frode personale accompagnata dall’eterno piagnisteo, e lo dico proprio pensando all’Università – potrà maturare un cambiamento reale. E non importa che si sia all’estero, in Italia o sulla luna: quel che conta è la disponibilità a mettere in gioco il proprio corpo, nella lotta e nella cultura che produciamo. Perché è su questo terreno che si giocherà la prossima battaglia (lo stesso su cui abbiamo perso l’ultima).

Sul terreno di quell’incontro – finora mancato – tra il giovane fighetto che non va in Erasmus perché dovrebbe sbattersi (e se ci va si limita a bere la sangria) e la giovane dominicana che gli va bene solo finché fa l’estetista o la badante. In quell’incontro negato, perché foriero di vergogna, tra l’emigrante di ieri e quello di oggi, che adesso si guardano in cagnesco. Perché è vero quel che ha scritto qualche giorno fa Wu Ming 1, l’Italia sta diventando un ghetto: ma è il ghetto della nostra storia, delle nostre leggi razziali, delle nostre colonie che ancora oggi continuano a far danni, e delle quali crediamo di poterci sbarazzare lanciando un sacchetto di plastica, con dentro un panino e una bottiglietta d’acqua. E torniamo a quella coazione a ripetere che ci spinge a essere colonizzati mentre colonizziamo gli altri – basta pensare a quanti conflitti irrisolti, alla nostra migrazione interna che continua a dare forma alle nostre polititiche e alle nostre percezioni, e al nostro continuo modo di comportarci come sudditi del nostro stesso paese, che ne è una diretta conseguenza.
È ora di tornare alle proprie responsabilità, se non vogliamo che al prossimo tracollo, tutti si dichiarino innocenti, nessuno c’entri niente, tutti a piangere e a inveire contro il prossimo villain della storia. E questo riguarda tutti, dovunque ci si trovi.

roma fiumicino, 21 agosto, ore 13:00

In partire o restare on novembre 16, 2011 at 2:02 am

Sto aspettando il mio turno, seduta su una poltrona del Terminal C di Fiumicino, tra i passeggeri del volo TS 915 per Toronto. Un viaggio di sola andata: sto partendo per un PhD di 5 anni, presso la University of Toronto, garantito da una buona borsa di studio.
Al mio fianco due ragazze di origine indiana, una grassa e l’altra magra, accompagnate dalla madre in sari, continuano a trangugiare gelati simil-artigianali spendendo gli ultimi euro in portachiavi a forma di orsetto e souvenir last-minute. Cerco di vincere l’emozione, ricordandomi che fino a tre giorni fa anche io ho viaggiato sempre e solo come loro: da turista.
Non riesco a pensare. Queste donne corpulente, questi ragazzoni con la canotta dei Lakers, questi bambini occhialuti col naso incollato al mini-schermo di un palmare saranno da domani i miei “buddies”: gli amici e i compagni di una strada lunga cinque anni.
La mia non è una vacanza, eppure provo la stessa sensazione di vuoto, di sospensione, di non-attesa eccitata che sento a ogni partenza. Nessuna tensione, solo so che dovrò fare l’abitudine a molte cose nuove.
Mi chiedo se lasciare la casa a diciott’anni per studiare da fuorisede dia la stessa sensazione, o per lo meno mi domando se l’avrebbe data a me, rimasta a casa fino a 25 anni. Tra il mio stato d’animo e i racconti eroicomici dei miei amici fuorisede, ci sono delle differenze, credo. Io sono più grande, e le paure aumentano; andare via è lasciare delle abitudini sedimentate, in bene o in male. Poi, data l’età, parto perché ho raggiunto un’indipendenza anche economica: dovrò e potrò mantenermi. Buona parte delle mie angosce dipendono da questo, con l’incognita di una casa ancora tutta da sistemare, dei panni invernali che mi mancano…. Ultimo punto: ho davanti a me 4 o 5 anni, non un semestre o due. Questo dà al mio viaggio un carattere totale, irrevocabile, che cerco di attenuare ricordandomi che, comunque, non si può mai sapere. A volte si parte per due mesi e si trascorre il resto della vita in un altro Paese; a volte si crede di partire per la vita e si rientra, presto o tardi, pieni di delusioni. “Che sarà, sarà…”, cantavano gli italo-americani.
Se mi guardo attorno, tra gli altri passeggeri in attesa di imbarcare, vedo che la mia situazione è per certi versi tanto condivisa da rappresentarne una media. Gli Italiani sono quasi tutti come me, viaggiatori e non turisti. Ascolto conversazioni (a volte privatissime) con accenti campani, pugliesi, calabresi. Al desk mi precedeva una famiglia di 4 persone (con 5 bagagli a mano, uno in più del consentito) con la stessa lettera di ingresso che ho io, rilasciata dall’Ambasciata Canadese di Roma. Gli unici passeggeri in vacanza sono quelli col passaporto blu scuro, si tratti di studenti universitari con zaino in grand-tour europeo, famiglie benestanti dall’aria WASP o italocanadesi che approfittano delle ferie per vedere i parenti rimasti in Italia – esattamente come me e i miei genitori quando torniamo in Calabria. Tutto ha un’aria familiare, anche troppo.
Incontro alcuni Italo-Canadesi, che parlano un Italiano della memoria – fortemente dialettale nella pronuncia, a volte un po’ semplificato, anche se corretto – e un Inglese perfetto da persone istruite e laureate. Persone sospese tra un ponte, che a ogni ritorno vedono l’immagine di ciò che sarebbero oggi se loro (o i loro genitori) fossero rimaste in Italia e quel che sono diventati. Lucia*** ha fatto il viaggio in senso opposto: tornata in Italia per amore, rientra spesso per vedere i genitori anziani, rimasti in Canada dopo anni di emigrazione. In Italia fatica a lavorare perché il governo Italiano non riconosce la sua laurea (presa in Canada, e valida a tutti gli effetti) per l’insegnamento. Così Lucia va avanti lo stesso e insegna il suo inglese perfetto e forbitissimo in una scuola privata, mentre a noi poveri mortali restano i tanti insegnanti d’inglese MADE IN ITALY, con un accento a volte fantozziano.
Mi volto. Le due ragazze canadesi si puliscono le mani del gelato e cominciano a parlare dell’imminente rientro a scuola. Una di loro estrae un voluminoso manuale di Chimica, tutto sottolineato, e comincia a studiare. Sorrido, mentalmente sospesa tra i due mondi, quello di queste ragazze che, come me, frequentano l’Università e viaggiano con lo zaino, e quello dell’anziana donna alle mie spalle che mastica un panino al salame ancora per metà nella carta stagnola. Chi sono? Un po’ di tutte queste cose, mescolate insieme: vedremo, col tempo, che miscuglio ne salterà fuori.
Stanca di scrivere, mi dedico ad altro. L’ultima mia immagine italiana è questa: a Roma, in partenza per Toronto, apro un libro francese (di Pierre Guyotat, un autore che pochi hanno letto anche in Francia) che ho comprato a Bruxelles. Vive l’Italie!