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New York, NY [19 giugno 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, road post on novembre 16, 2011 at 5:13 am

Sono a New York, in un ostello. Il condizionatore spento promette temperature polari. Abbasso la finestra invece, una specie di ghigliottina alla rovescia che lascia liberi un 15 cm al massimo da cui passerebbe forse un gatto, ma a fatica. Siamo al quarto piano, tira aria di prevenzione anti-suicidio. Mi avvicino al condizionatore con la curiosità di capire come funziona. Non ne ho mai visto uno, non l’ho mai avuto e non lo voglio.  Li odio, i condizionatori. Odio il loro inquinamento e odio, per strada, le nuvole di calore ancora più torrido che fuoriescono dalle grate dei palazzi. L’idea di comprarsi il proprio piccolo angolo di Paradiso ghiacciato, arroventando l’inferno a tutti gli altri. Qualcuno lo chiamava Paradice. Preferisco patire il caldo, quello naturale. Guardo le rotelline sporche, le tocco senza accenderle.

Accendo la tv, invece. Faccio zapping, passando da uno schermo nero all’altro. A volte invece del nero c’è l’effetto neve, ma il messaggio è lo stesso. No signal, dice. Si prendono solo due canali, che non so perché rispondono ai numeri sette e nove. Dev’essere una qualche cabbala della sfiga. Sul sette c’è una specie di notiziario con l’anchorman che legge le notizie (è un’anchor woman per la verità) ma dopo un po’ capisco che sono notizie locali, il traffic jam a un certo incrocio e una vecchietta rapinata in qualche dove. Sul numero nove c’è uno show che sembra la Corrida. Le scritte in sovraimpressione mi informano che sto guardando 30 secondi di celebrità. Andy Warhol era stato più generoso, ne aveva promessi ben 15 minuti. Lo show è già iniziato comunque la sua complessità ermeneutica non è tale da richiedere un riassunto delle puntate precedenti.

La gente che si esibisce ha trenta secondi per far ridere. Vengono presentati con professione e provenienza, invece che col nome. Tipo, un barista di Las Vegas. Un’assicuratrice di Tallahassee. Un idraulico texano, padre di due figli. Le performance sono di tre tipi: ci sono quelli che raccontano barzellette, quelli che fanno performance super-atletiche e quelli che si coprono di ridicolo e basta. Un nano nero canta una canzone, stonatissimo. La gente applaude e ride, probabilmente perché è alto un metro. Una laureata in Inglese di Yale finge di cantare l’opera lirica. Quando uno fa proprio schifo viene eliminato dal pubblico che ha una specie di citofono con cui vota. Si vede che il pubblico e io abbiamo idee diverse di cosa vuol dire fare schifo. Del resto probabilmente se dipendesse da me io eliminerei l’intero programma, con quel citofono. Alla fine restano quelli che fanno le cose fisiche, tipo le acrobazie o la ginnastica incasinata. Vince un ensemble di 5 acrobati africani. Il premio sono 25,000 dollari che diviso cinque fa 5,000 dollari a testa. Un bel gruzzolo, eh, dice il presentatore, prima di invitare alla prossima puntata-lampo.

Nell’intervallo pubblicitario passa lo spot di un anti-depressivo. I personaggi dello spot hanno una nuvola che li segue come Fantozzi. La nuvola sono i sintomi della depressione. Non la depressione, giusto i sintomi. I personaggi dello spot sono di tutti i colori e di tutte le età. Ci sono giovani donne nere, uomini bianchi, una donna bianca che entra in un tribunale con la cartelletta dei documenti sottobraccio e un signore nero sui 50 che passa l’aspirapolvere in un ufficio. I personaggi dello spot sono sotto anti-depressivi da più di sei settimane ma la nuvola è ancora lì sopra le loro teste. Niente paura, dice lo spot, se gli anti-depressivi blandi non funzionano, c’è questo nuovo prodotto che può aiutarti. Parlane con il tuo medico. Però devi stare attento quando lo assumi perché potresti ad esempio avere la vista sfocata o perdere lucidità. Poi può provocare stati di ansia, torpore, infarto, tumori, problemi allo stomaco e al fegato, peggioramento della depressione, stress, panico e suicidio e assolutamente non va dato ai bambini perché invece di alleviare la depressione infantile, questo farmaco probabilmente la peggiora. A parte questo, è un toccasana.

Il secondo show è una replica di una vecchia serie TV, Everybody loves Raymond. Wikipedia mi dice che si tratta una serie finita nel 2005, ma io questo non lo so ancora, mentre guardo la tv. Nella puntata Raymond ha un problema: sua moglie ha le mestruazioni. Il problema ce l’ha la moglie allora, penso io, invece no, il problema ce l’hanno Raymond e gli amici di Raymond. Raymond per esempio ha il problema che deve spiegare il problema agli amici, però si imbarazza e non riesce a dire “mestruazioni”. Dice “Bio-… female…. hormonally”. Le risate registrate fanno capire che “hormonally” è un avverbio divertente. La moglie di Raymond ha la PMS (sindrome pre-mestruale) e nega che questo sia un problema per cui rifiuta di prendere le pillole che potrebbero fargliela passare. Prima urla contro Raymond poi tenta di ucciderlo poi ride poi gli butta le braccia al collo piangendo. Questa dev’essere l’idea che gli sceneggiatori hanno degli sbalzi d’umore. Alla fine la moglie chiede scusa al marito dicendogli che però anche lui deve capire che lei ha tutta una serie di cose dentro e sta malissimo. Lo dice come se invece delle mestruazioni avesse, poniamo, un cancro alle ovaie. Nel frattempo per me è di nuovo ora di uscire, tra venti minuti ceno con le amiche. Spengo e mi riallaccio le runners (non sneakers, queste sono running shoes).

Sono a New York city, in una sera afosa d’estate, in una città che è la Città all’ennesima potenza e sembra uno specchio di tutte le città possibili, visibili e invisibili, create e immaginarie. Una città dove i ragazzi che scollettano recitano il Macbeth sulla metro invece di suonare il bongo, e dove quelli che fanno i graffiti sulla metro non disegnano cazzi e fighe ma fanno i baffi alle pubblicità come Duchamp alla Gioconda, e a volte invece di disegnarli, scrivono “moustache”. In questi giorni ho visto i capolavori dipinti da un ex illustratore e le illustrazioni ricreate da chi prometteva a ciascuno il suo quarto d’ora di celebrità, poi accendo la televisione e ci sono i tizi della corrida e le mestruazioni della moglie di Raymond e i sintomi della depressione, ed è la stessa civiltà che produce queste cose. Complessità, il tuo nome è America.

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