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the revolution will (not) be hashtagged [9 novembre 2011]

In attitudine popular, smanettare, taking action on novembre 16, 2011 at 5:39 am

“Revolution will not be televised”, cantava nel 1970 lo scomparso Gil Scott Heron; e ancora nel 2001, c’erano fumettisti che invitavano a spegnere la televisione e a uscire di casa, perché il nuovo movimento (all’epoca era quello no-global) non sarebbe stato né una pillola da ingoiare, ne un ballo da ballare.

Deve essere davvero cambiato il mondo, se Henry Jenkins, pubblicizzando il lavoro di due studiose di comunicazioni e media, adotta la frase “revolution will be hashtagged”, passando dalla perentoria negazione a una previsione alquanto ottimistica. Il passaggio da “will not” a “will” sembra chiamare in causa la differenza tra media verticali e media orizzontali, con il loro diverso grado di interattività e di partecipazione,  ma anche il fatto che le ultime rivoluzioni, dall’Egitto alla Tunisia, sono state effettivamente “twittate” e “taggate”. Una differenza che, come vedremo, non è però priva di ambiguità e di problemi.

Il lavoro di Alison Trope (Clinical Associate Professor, USC Annenberg) e Lana Swartz (PhD student, USC Annenberg) si svolge all’interno di Civic Paths, un progetto ibrido che propone contributi accademici (almeno quanto allo stile argomentativo) all’interno di una piattaforma non convenzionali come i blog (anche se interamente finanziati e basati su strutture universitarie, nel caso specifico quella di USC) e con una scrittura decisamente più sintetica e diretta dei tradizionali registri accademici.

Partendo da un’introduzione abbastanza generica sull’importanza della cultura visiva nelle rivoluzioni, Trope e Swartz decostruiscono l’origine di alcuni dei simboli usati da OWS, compreso quello del polipo, impiegato già nel 1904 per prendere di mira il monopolio di Standard Oil. L’uso di metafore zoomorfi è, in realtà, una costante della comunicazione politica e si presta a interpretazioni tanto di sinistra quanto di destra (si pensi ai ratti e alle cimici della propaganda razzista, ma anche all’ambivalente retorica pre-fascista contro i “pescecani”).

Lo spazio dato all’inversione di miti popolari e icone della comunicazione di massa non deve stupirci, se pensiamo che OWS è iniziato a partire da un appello di Adbusters, il collettivo di Vancouver che da oltre 15 anni propone un’ecologia mentale contro il consumismo, stravolgendo i messaggi pubblicitari con cui veniamo bombardati di continuo. L’appello, lanciato in rete in luglio, proponeva di vivere anche in Nordamerica un movimento in stile “Tahrir” (a Tahrir-like movement). A margine, è curioso notare come l’origine canadese sia stata spesso rimossa e, almeno in patria, contestata: il movimento sarebbe inadatto al Canada dove, grazie alle protezioni del welfare e a una “miglior” gestione della crisi, non ci sarebbero i problemi che hanno scatenato la rabbia del 99%. Si tratta di una tesi alquanto discutibile, non senza ricadute comiche (come vedere noti liberali e conservatori agitarsi a difendere il welfare per la prima volta in vita loro, e in modo assolutamente peloso). Il movimento comunque si è esteso a nord del confine, tra Vancouver, Toronto e diverse altre città, compresa London (Ontario, non UK), dove proprio stamattina all’alba il primo accampamento è stato sgomberato.

Come notano Trope e Swartz, nel movimento Occupy si attua un enorme dispiegamento di creatività collettiva, che produce sia forme creative individuali (cartelli, uso del web, fotografie), sia forme di “art-guerrilla” più elaborate, al limite dell’installazione di arte contemporanea. Ne fanno spese simboli noti e meno noti: loghi e brand della pubblicità globale, ma anche le icone del fumetto, dai supereroi agli zombi, sovvertite con finalità politiche (l’immagine dello zombi in giacca e cravatta come immagine della metastasi finanziaria è ormai luogo comune, da Romero a Max Brooks).

La riflessione di Swartz e Trope prosegue con un’analisi delle strategie comunicative del movimento, relativa alla sua retorica (anonimato e pluralità), e al suo rapporto con i media, inclusi quelli ufficiali (il cui silenzio è un ostacolo da oltrepassare). Il lavoro si conclude con alcune domande relative al futuro del movimento, suggerendo che l’attuale pluralità di forme adottate potrebbe essere un’eco della struttura policentrica dello stesso movimento. Soprattutto, aggiungono le due studiose: «Il movimento e la sua espressione visiva, nelle sue forme variegate e spesso personali, sono dei catalizzatori. Stanno trasformando i problemi, ma soprattutto la rabbia e le emozioni, in un discorso».

La parte più interessante di questo lavoro è, a mio avviso, quella in cui le autrici analizzano le strategie comunicative di OWS, a volte in contrasto tra di loro: per esempio, se da un lato il movimento ricorre alla strategia dell’anonimato (con la popolare maschera di Guy Fawkes), dall’altro lato tumblr e altre piattaforme hanno permesso di dare un volto al 99%, dando voce a una miriade di singole storie (il formato foto + cartello che tanto successo ha avuto anche in Italia). Trope e Schwartz discutono anche le implicazioni della partecipazione di nomi celebri (le superstar della critica al sistema Michael Moore e Slavoj Žižek, ma anche nomi meno scontati come Harry Belafonte, Justin Jeffre o Alec Baldwin).

Un’ambiguità nel rapporto con lo star-system, e nelle modalità di enunciazione politica possibili (collettività indefinita, come nel caso dell’anonimato, o supplemento di ego, come nel caso di volti celebri), che conduce a riflettere su un’ulteriore ambiguità , quella nel rapporto con una tecnologia che non è certamente “grass-roots based”. Non solo, infatti, alcune delle icone sovvertite sono a propria volta marchi di successo (ogni volta che comprate una maschera di Guy Fawkes, Warner Bros aumenta i suoi profitti, ricorda un cartello citato dalle studiose), ma la stessa rete non è certo uno spazio libero e privo di profitti. In altri termini, le pur efficaci strategie comunicative di OWS e affini dipendono dall’enorme disponibilità di tecnologia informatica usabile (cioè, che qualcuno ha reso usabile) e a basso costo (basso costo per noi, non per il pianeta), una tecnologia che non è certo indipendente dall’accumulazione finanziaria correntemente in atto. Una contraddizione di cui non sarà facile liberarsi e che, no, non sarà taggata.

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squali, squaletti e piranha

In educazione, facebbok, smanettare on novembre 16, 2011 at 2:55 am

Ho appreso dalla rete (nella fattispece tramite Facebook, dalla pagina dello scrittore Giuseppe Genna) la triste vicenda di Daniel, un enfant prodige della rete passato abbastanza rapidamente dalle stalle alle stelle della rete. Non riporto il cognome, benché sia ampiamente risaputo, perché è un ragazzino di cui la famiglia ha giustamente chiesto di rispettare il silenzio.

Il ragazzino è uno che smanetta forte. Fosse nato in Italia, la mamma gli metterebbe il modem sotto chiave, ma siccome è nato nella Silicon Valley, si è trovato nel mondo delle start-up ad appena sedici anni. Esempio tipico dei “Nativi Digitali” (alla cui kermesse romana è stato invitato poche settimane or sono), ma più ancora della categoria dei teenager di cui fa parte, Daniel ha reagito come qualsiasi ragazzino: si è montato la testa. Così ha accettato una regalìa (nella fattispecie un MacBookAir) in cambio di una recensione positiva da scrivere sul sito di TechCrunch, un colosso dell’informatica che aveva arruolato il promettente giovane come “stagista”. Beh, in Italia nessuno si scandalizzerebbe, sotto sotto tutti pensiamo che i recensori di qualunque cosa, dai ristoranti ai vini ai pc agli aspirapolveri, siano in combutta con le aziende che producono gli oggetti recensiti; ma siccome negli USA le cose vanno diversamente, il povero Daniel è stato sbattuto fuori per direttissima, con tanto di scuse ufficiali da parte dell’azienda e si è visto tutti i precedenti articoli cancellati dal web – una scelta che gli ha, di fatto, sottratto l’anonimato. Una punzione dura, per un ragazzo tanto giovane. E mentre sul sito dell’azienda le tempeste di commenti si addensano intorno a pochissimi pensieri ricorrenti (“Colpa vostra se assumete i ragazzini”), anche il diretto interessato è costretto a scusarsi, annunciando pubblicamente che tornerà a fare l’adolescente. Scuola, compiti, ragazzine e gelati. Che non sono poi del tutto fuori luogo, se hai sedici anni.

La punizione cui il pargolo è stato sottoposto è smisurata almeno quanto i guadagni, la visibilità e il credito a cui è stato esposto, in un’età in cui ci si dimentica troppo facilmente qual è la linea da non travalicare. Un’età insomma, in cui le indubbie capacità intellettive di alcuni ragazzi (e di Daniel sicuramente) non sono sempre supportate da un’adeguata maturità. Sta di fatto che ora il giovane rischia di vedersi bruciata in partenza la carriera da un errore che non verrà giudicato come la sbandata di un ragazzino, ma come il fallo etico di un professionista. Sempre che l’incredibile ammontare di informazione, entertainement, stupidario blogghettaro non sommerga per sempre il ricordo di quel Daniel e dei suoi post – cosa che ci si augura di cuore. In fondo, nessuno studio legale rifiuterebbe di assumere un avvocato di 28 anni perché, quando era in seconda liceo, ha falsificato il libretto delle assenze o ha dilapidato in fumetti e gelati la cassa del giornalino scolastico: azioni riprovevoli, da punire severamente ma che via, restano confinate agli anni difficili dell’adolescenza.

In tutto questo, però, una nota degna di attenzione viene proprio dal blog del sedicenne, che qualche mese fa – quando era ancora sulla cresta dell’onda – si interrogava pubblicamente sull’eventualità di andare al college o meno. Ha senso – si chiedeva il ragazzino – sprecare 4 anni della tua vita in un’Università dalla quale, verosimilmente non puoi imparare niente di utile per il mondo delle startup, o più in generale per diventare imprenditore? Cosa ancor più inquietante, quasi tutti i commenti (di studenti di college terribilmente intimiditi di fronte al tecno-teenager) puntavano sul lato umano dell’esperienza universitaria, dalla possibilità di incontrare le amicizie e le reti di una vita a quella, più prosaica, di “rimorchiare”. La storia dimostra che ci sono cose che non si possono rimpiazzare. Cose che non servono a creare uno start-up, ma sono molto più importanti. Non lasciamo che un’intera generazione di ragazzini dotati rovini il suo talento esponendolo precocemente all’arena della comunicazione globale, quando addirittura non alla gogna. Adulfriendfinder non potrà mai sostituire le persone reali, le sofferenze e i piaceri che ci danno e l’educazione relazionale che ne ricaviamo in così giovane età. Il blogging, per quanto intelligente e stimolante, non potrà mai sostituire lo studio e l’ascolto. Wikipedia non può sostituire né la scuola né l’educazione, che è un concetto globale e riguarda la persona nel suo complesso. Abbiamo più bisogno di scuole che di startup, perché i bambini del futuro sappiano comportarsi da uomini e non da piranha, precocemente anestetizzati dall’abitudine a trovarsi dietro agli schermi degli acquari globali.