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La strage di Montréal: un ‘femminicidio’ di vent’anni fa (6 dicembre 1989).

In dododonne, la memoria e l'oblio on dicembre 6, 2012 at 2:02 pm

Oggi è il 6 dicembre 2012. Sono passati esattamente 23 anni dal Montreal Massacre, quando il 25enne Marc Lépine (un canadese di origini franco-algerine) irruppe nelle sale del Polytechnique e aprì il fuoco su una massa di aspiranti ingegneri. A differenza dei molti stragisti di questo tipo, però, Lepine era selettivo. Il suo obiettivo era colpire quante più studentesse possibili. Donne. Colpevoli di essersi iscritte a ingegneria e di aver voluto occupare un territorio “maschile.” Per questo, nell’aula universitaria, separò i maschi dalle femmine prima di aprire il fuoco, selettivamente, su queste ultime. “Voi siete femministe, e io odio le femministe,” spiegò prima di toccare il grilletto. E poco valsero le parole con cui Natalie Provost, una delle studentesse lì presenti, cercò di salvare se stessa e le proprie compagne di classe: “Non siamo femministe.”

Delle 27 donne colpite dal fuoco, 14 persero la vita. Si chiamavano Genevieve Bergeron, Nathalie Croteau, Anne-Marie Edward, Maryse Laganiere, Anne-Marie Lemay, Michele Richard, Annie Turcotte, Helene Colgan, Barbara Daigneaul, Maud Haviernick, Maryse LeClair, Sonia Pelletier, Annie St-Arneault e Barbara Klucznik-Widajewicz. Altre, come la stessa Natalie Provost (cui il Toronto Star dedica un interessante articolo in occasione del 20º anniversario della strage, tre anni fa), proseguirono la propria carriera, contribuendo a combattere stereotipi e ineguaglianze con il loro esempio.

La storia della strage di Montreal non è molto conosciuta in Italia, dove di femminicidio si parla molto, e spesso a sproposito. Sicuramente Marc Lépine sarebbe un caso da manuale. Chissà se i vari “esperti” italiani, pronti a negare valore alla categoria in nome del preteso universalismo dell’essere umano, riuscirebbero a negare lo status di ‘femminicidio’ anche a un massacro come quello. Nella sua psiche minata da abusi infantili e traumi (dico questo per comprendere, non per giustificare), le donne erano diventate responsabili dei suoi fallimenti personali. Nella nota suicida si dichiarava fieramente anti-femminista, e nel suo “Annex” (allegato) arrivava a stilare una lista di 19 donne, colpevoli, col loro successo, di aver ‘derubato’ gli uomini del loro legittimo rango. La sua nota suicida, pubblicata pochi giorni dopo la strage su La Gazette e successivamente ristampata molte volte, è illuminante:

“Dato che, scienza a parte, sono un retrogrado per natura, le femministe hanno sempre avuto un talento speciale nel farmi infuriare. Pretendono di mantenere i vantaggi che derivano dall’essere donne (come assicurazioni più economiche, o il diritto a una lunga maternità preceduta da una lunga aspettativa) mentre cercano di arraffare anche quelli degli uomini. Per esempio, è auto-evidente che se si eliminasse la distinzione maschile/femminile alle Olimpiadi, non ci sarebbero più donne, salvo che negli eventi decorativi. Perciò le femministe si guardano bene dal cercare di rimuovere quella barriera. Sono talmente opportuniste che non vogliono nemmeno trarre vantaggio dalla conoscenza accumulate dagli uomini attraverso i secoli. E cercano sempre di rappresentarli negativamente, ogni volta che ne hanno l’opportunità.”

Il punto è che, come Breivik, Lépine non era un folle isolato. Lo scrive lui stesso:

“Anche se i media mi attribuiranno la qualifica di ‘Folle Omicida’, io mi considero una persona razionale ed erudita, che solo la Morte [Grim Reaper] ha costretto a intraprendere atti estremi.”

E mentre la società piangeva il lutto di una strage senza precedenti, il movimento femminista tentò di indicare il vero mostro, riconoscendo nell’episodio una forma estrema, ma non isolata, di violenza contro le donne – anche attirandosi altre accuse di opportunismo, nel voler ‘politicizzare’ una tragedia.
Come scriveva, in un articolo di 3 anni fa,  la militante Judy Repin:

“Noi non fummo sorprese. Conoscevamo benissimo quella rabbia. Le femministe ne parlavano da decenni. La violenza contro le donne era un’epidemia in corso: ma fu solo il 6 dicembre 1989 che il velo sulla misoginia fu sollevato, e con un atto di tale odio e furia da rendere impossibile qualsiasi altra spiegazione. Quel tremendo atto di violenza premise a molti di noi di ricordare, o di ammettere la verità con noi stesse, o di parlare finalmente ad altri della violenza subita per mano maschile.”

Contrariamente ai desideri di Marc Lepine, negli anni successivi al suo massacro l’iscrizione femminile alle facoltà di Ingegneria è cresciuta dal 13% al 19% (ma ora i tassi sono nuovamente in calo). Nel 1991 venne lanciato un movimento contro la violenza di genere (White Ribbon, dai nastri bianchi che lo simboleggiavano), ma ci sono voluti vent’anni perché fosse istituito un registro delle armi da fuoco, allo scopo di controllarne la circolazione e prevenire stragi come quella di Montreal (l’opposizione dei conservatori è venuta meno solo in tempi recentissimi). La strada da fare è ancora lunga, e non solo in Canada.

Fonti citate:

[en] Judy Repin sulla strage di Montreal (Rabble.ca)
[en] La nota suicida di Marc Lepine (City TV)
[en] Lezioni a vent’anni dal Montreal Massacre (Toronto Star)

Tutte le traduzioni dall’inglese sono mie.

“non vestitevi come delle troie” (cit.)

In dododonne, educazione on agosto 31, 2012 at 10:32 pm

Le ragazze sono sulla metropolitana. Hanno entrambe i capelli acconciati in due trecce, una gonna marrone, un improbabile corpetto alla tirolese color cipria e un finto paniere di vimini con un noto marchio aziendale. Sono state tutto il giorno in strada come promoter e sono svaccate sui sedili della metro, i piedi sollevati e – presumibilmente – in fiamme.
Un ragazzo dall’aria volpina si avvicina e cerca di stabilire una conversazione con una delle due. La ragazza sulle prime risponde con gentilezza, come a tutte noi verrebbe spontaneo fare perché da piccole ci hanno insegnato che si risponde sempre educatamente, soprattutto se si è femmine. Poi il ragazzo si fa insistente e lei diventa elusiva.
Il ragazzo fa commenti sulla lunghezza delle loro gonne e l’amica spiega che si tratta di un costume per una promozione commerciale.
Il ragazzo si protende verso la bionda e le chiede se quella sera è libera. Le due, ritraendosi, dicono che sono stanche morte dopo una giornata di lavoro e vogliono solo andare a dormire.
Il ragazzo, sempre più vicino, insiste per farsi lasciare il numero di telefono, finché la ragazza presa di mira non dice rapida che ha un fidanzato. Le due lasciano improvvisamente il vagone, con uno scatto felino che lascia il tipo di stucco e che mi fa pensare che siano state infastidite molte altre volte.
Quando le due ragazze sono ormai sparite, il molestatore si volta verso un gruppo di maschi – evidentemente degli amici che gli tenevano bordone – e commenta l’episodio. Cominciano una cagnara rivoltante da cui si evince che, chiaramente, le due erano troie [slut], che avevano fame di eccetera eccetera, che se solo fossero rimaste sul mezzo per un’altra fermata la bionda sicuramente gli avrebbe dato il numero, e che comunque è da troie aspettare la fine della conversazione per tirare fuori la scusa del moroso. Li sento ancora berciare a Union Station, dove il treno si svuota. Sto bene attenta a infilare un’uscita completamente diversa dalla loro, anche a costo di dovermi fare un chilometro e mezzo di strada in più.

Mi capita spesso di pensare che cosa induca gli uomini a pensare che atteggiamenti simili possano essere graditi o anche solo socialmente accettabili. Poi leggi una cosa così e capisci che non c’entra niente il desiderio, la voglia, o anche la disperazione di qualcuno che non ha la morosa dai tempi del primo esecutivo Berlusconi. Capisci, insomma, che non c’è niente di capire.

Poi leggi che nel quartiere dove hai abitato per due anni, vicino al parco dove sei solita andare ad allenarti la domenica, nella strada dove c’era il tuo caffè preferito e dove andavi a correre anche alle otto-otto e mezza di sera, ci sono stati sette stupri consecutivi nell’ultimo mese e mezzo, presumibilmente seriali. E che altre donne stanno cominciando a parlare, dopo la conferenza stampa della polizia, per cui il numero delle violenze non è ancora definitivo. E che lo stupratore non è stato ancora identificato. E ti caghi in mano pensando che in quella strada, in quel cespuglio, ci potevi finire tu.

Fonte: The Spec.

Per finire leggi che un’altra donna, nipote del sindaco di Toronto e figlia di un altro consigliere comunale, sul suo account di Twitter ha commentato la notizia invitando le donne a “girare in gruppo, portarsi dietro il Mace (uno spray al peperoncino che tra parentesi è pure proibito NDR), prendere lezioni di autodifesa e non vestirsi come delle ‘troie’”. Notare che, tra tutte le parole che l’inglese ha per esprimere il concetto, l’eloquente twitteratrice ha usato la più pesante. “Whore”. Non per nulla siamo a Toronto, la città dove è nata l’idea delle ‘slut walk’, in risposta a un episodio simile (l’ufficiale di polizia che, in una conferenza stampa, invitava le ragazze a non vestirsi come delle “sluts”, appunto). Una delle vittime ha risposto pubblicamente alla twitteratrice, con un coraggio e una lucidità notevoli, mentre le dichiarazioni di quest’ultima (de cuyo nombre no quiero acordarme) sono rimbalzate un po’ ovunque, associate alla spazzatura cui evidentemente appartengono.

Sono una ragazza carina, giro sempre sola, e non ho un fisico che incuta timore. Ma non è per questo che mi è capitato di essere infastidita da perfetti sconosciuti, qualche volta al punto da averne paura. È perché c’è una cultura di maschilismo che giustifica, se non lo stupro, le sue premesse. Non voglio indulgere alla pratica (invalsa in certi ambienti femministi nordamericani) di equiparare tutto a uno stupro, perché se c’è una categoria comunemente abusata in questi anni è quella di trauma, e invece penso si debba avere l’onestà intellettuale di separare i traumi veri da quelli simulati, o metaforici. Ma penso che sia troppo comodo pensare che lo stupratore sia solo il maniaco che si nasconde dietro la siepe, o, eventualmente, il poliziotto conservatore ancora convinto che la minigonna sia, se non proprio una “giustificazione”, una “provocazione”.

Ho lavorato, per un periodo abbastanza lungo, in ambienti dove la molestia era quasi una malattia professionale. Alle prime sessioni eravamo istruite su tutti i comportamenti provocatori da non tenere, sull’abbigliamento da evitare, sul fatto che qualsiasi gesto familiare o amichevole avrebbe potuto provocare una molestia. Effettivamente io andavo in giro con uno scafandro addosso. Il mio moroso di quel periodo non sapeva se ridere o piangere quando mi vedeva uscire di casa. Il fuoco della formazione, ovviamente, eravamo noi ragazze, e in parte si tratta di un atteggiamento comprensibile: se sai che vivi in un mondo di merda ti proteggi, cerchi di non dare alibi, di non diventare un’esca. Ma il passo da “meglio essere prudenti perché questo è un brutto mondo” a “se ti succede vuol dire che te la sei cercata” è sempre breve, troppo breve. Del resto, quando episodi spiacevoli avvenivano (di qualsiasi livello o “gravità”), a farne le spese era più spesso l’operatrice (o la volontaria) che il diretto responsabile.
Stupro?
No.
Maschilismo, e una cultura che colpevolizza, biasima ed emargina sempre e comunque la donna?
Sì. Decisamente.

Mi è anche capitato di essere infastidita in occasioni che volevano essere sociali o divertenti, dove qualche persona con evidenti turbe psichiche mi ha fatto pentire di non essere rimasta a casa (il posto dove, evidentemente, una donna che non abbia un compagno o marito pronto a proteggerla deve starsene rintanata). E mi è anche capitato che gli amici che mi accompagnavano non si siano resi conto del mio disagio ma anzi, mi abbiano preso in giro per le mie “conquiste”, tra fragorose pacche sulle spalle e risate complici”, come se essere smanazzata da un estraneo su una pista da ballo o sentirmi alitare in faccia da un ubriaco costituisca chissà quale balsamo per la mia già fragile autostima.
Stupro?
No.
Maschilismo, e una cultura che emargina e colpevolizza la donna?
Sì. Decisamente sì.

Perché l’implicazione, condivisa anche da tanti uomini e donne che si ritengono di sinistra colti e scafati, è che se uno ci prova in fondo ti sta facendo un complimento, e che l’attenzione sessuale sia sempre un gentile omaggio e debba essere sempre e comunque gradita. Che se ti infastidisce è perché ci hai dei problemi. E che comunque sono cose di poco conto, che in fondo se ti poni correttamente certe cose non succedono, che se ti vesti decentemente certa gente non ti nota.

E il problema non è solo lo stupratore (anche perché, come sappiamo, lo stupro non è un atto sessuale, è un atto predatorio), il problema sono tutte quelle persone, lì attorno, che pensano che urlare qualcosa a una donna dai finestrini di un’auto o farle un apprezzamento viscido in fila dal macellaio, o sedersi di fianco a lei mentre scrive in un bar senza essere invitati e cominciare a farle domande insistenti siano comportamenti tollerabili, o comunque non così gravi. Sono tutte quelle persone, donne e uomini, che dicono che l’uomo è cacciatore, che se esci e ti ubriachi lo fai apposta per farti trombare contro un muro mezza tramortita, che se sei svenuta e qualcuno ti violenta te la sei cercata, che se il tuo partner, anche occasionale, insiste per avere un secondo rapporto non protetto e lo fa a tradimento mentre dormi, te la sei cercata perché prima hai avuto un rapporto consensuale e protetto (mi riferisco alle disgustose dichiarazioni di questo parlamentare inglese, che sono gravi indipendentemente da come la si pensi sul caso Assange. Una frase come «I mean, not everybody needs to be asked prior to each insertion» si commenta da sola).
Tutti stupratori?
No.
Tutti complici di una cultura di maschilismo che permette lo stupro?
Forse.

dagli americani di rabbato agli italiani di redwood city

In dododonne, partire o restare on dicembre 12, 2011 at 12:53 pm

fotomontaggio involontario

Alcuni giorni, fa, sul blog “la pentola d’oro”, leggevo le seguenti righe, che mi hanno colpito come un pugno in pieno volto:

Quello che merita, sono i giovani raccontati dall’infotainment in prima serata, quelle brave ragazze e quei bravi ragazzi che hanno studiato tanto e poi vanno all’estero per cambiare il mondo con la loro incorrotta creatività. Piacciono tanto questi giovani, sono un brand favoloso, il jolly che fa quadrare l
a scala e che permette di sbaragliare tutti gli avversari. Basta tirarli fuori, tirare fuori quel sogno di rinascita che rappresentano, che di colpo diventiamo pronti a tutto. La loro voglia di fare emenderà i vecchi dai peccati della loro vita confortevole, all’ombra dell’articolo 18, della sanità e della scuola pubblica. Sacrifichiamoci per loro, stringiamo la cinghia affinché possano andare com’è loro natura a combattere sul fronte duro e giusto del libero mercato, dove la meritocrazia premierà i migliori. Mica come ai vecchi tempi, quando i sindacati ti paravano il culo e andavi in pensione ancora giovane e in gamba. Che mollaccioni che eravamo, che squallidi viveur decadenti, con tutte le nostre tutele e il nostro denaro facile. I giovani invece, loro sono limpidi, belli, pieni di nuove energie. Loro sono il futuro. E’ nelle loro mani che andrà il mondo nuovo, che sarà più povero magari, però più pulito e più autentico, come loro. (Qui il post integrale)

Credo che l’ultima delle inchieste di Repubblica, “Italians di Silicon Valley”, curata da Daniele Vulpi e con articoli di Flavio Bini e Paolo Pontoniere, risponda benissimo a questa lucidissima descrizione fornita da Adrianaaa. Italiani (“giovani e meno giovani”) nella Silicon Valley raccontano le loro storie di successo, parlando dell’Italia che rimpiangono e di quella che vorrebbero dimenticare.

Ora, forse mi sento agghiacciata scorrendo queste righe perché, guardando le facce di questi “giovani e meno giovani”, ho paura che rappresentino uno specchio in cui spero di non vedermi mai riflessa. Può darsi che questo sentimento nasca invece dalla vergogna: come se sentissi di aver schivato (almeno temporaneamente) un destino che in fondo meritavo, e che è sempre lì in agguato. Tuttavia, più manco dall’Italia (Paese nel quale, sinceramente, spero di non dover tornare, perché ho altri progetti e altre speranze e tornare indietro significherebbe averle mancate), più mi sento solidale con chi ci vive. Più mi allontano dal mio Paese (tra amicizie allentate, un continuo disagio e una crescente sensazione di provenire da Marte ogni volta che ci rimetto piede), più mi è facile cominciare a elaborare, a deporre i rancori, stemperare la rabbia. Trovare un equilibrio, senza dimenticare i motivi impellenti e urgenti e la massa di problemi che erano e sono reali, ma riconoscendo anche l’insieme di luoghi comuni che mi hanno spinta a vedere la partenza non come una soluzione individualmente giusta per me (il che si è rivelato vero), ma come l’unica possibile.

Di quella tempesta emotiva rimane il dispiacere per il mio Paese, la sensazione d’impotenza, la volontà (o forse il desiderio) di restituire qualcosa. E restituire non vuol dire solo riportare a casa ciò che si apprende stando fuori, ma anche ripagare ciò che si è ricevuto.  In fondo, noi expats siamo tutti prodotti di una scuola pubblica. Siamo troppo pronti a dimenticarcelo, persi in una falsa idea di “meritocrazia” che ci porta a credere che sia tutto e solo “merito nostro” – e non che, magari, se siamo arrivati a fare i nostri MBA e i nostri PhD d’eccellenza, è anche perché abbiamo potuto studiare il greco o l’analisi matematica a 16 anni in scuole gratuite e statali, e frequentare delle Università sovraffollate e poco attrezzate ma ancora decenti, senza trovarci con 40,000 dollari di debito da ripagare.

Certo, non stupisce che le storie selezionate siano storie di successo. Di gente che “ce l’ha fatta”. La Silicon Valley è un sogno, e la demografia dei suoi abitanti sta lì a dimostrarlo. A Palo Alto (dove ha sede Skype) ci sono stata alcune volte, sempre per brevi periodi, e ogni volta ho pensato che mi sarebbe piaciuto vivere lì. Ma ero anche spaventata dalla sua apparente artificialità, dalla sua rassomiglianza con Disneyland, dalla ricchezza che sembrava lastricare le strade e intonacare i muri. Quella non è la realtà. È una realtà. Lo spettacolo di una possibile realtà.

Ed è la stessa sensazione (un misto di fascino e di spavento) che provo leggendo queste dieci storie. Storie chiaramente eccezionali, di persone eccezionalmente dotate e motivate (e sia detto con il massimo rispetto per ciascuna di loro), ma, appunto, storie fuori dall’ordinario. Che non hanno nulla in comune con le migliaia di giovani pieni di velleità che finiscono a fare i camerieri a Londra, Berlino e Barcellona. Nessuno che abbia mai avuto problemi di visto, nessuno che lamenti elementari difficoltà di comunicazione, di spaesamento (e anche le esperienze più positive ne comportano sempre). Nessuno che ammetta una difficoltà (fosse solo linguistica), un dubbio, una paura, un ripensamento, un’incertezza per il futuro (anche solo al pensiero di genitori o parenti anziani, lo spettro che tutti abbiamo nelle nostre vite). Nessuno che abbia avuto una difficoltà a conciliare l’ennesimo trasferimento con una relazione sentimentale (cosa che nella vita reale è abbastanza frequente). E certamente, il mio riportare l’accento sulle “difficoltà”, sui lati negativi appartiene a quel “lamentismo”, a quel “pessimismo” che gli italiani di Redwood City rimproverano ai loro compatrioti. Suona quasi un’accusa di disfattismo, nell’Italia di oggi, di SuperMario, della Meritocrazia, delle lettere ai figli spedite da padri che hanno le mani in pasta, nell’Italia dove l’eccellenza ci viene predicata anche da chi diventa giornalista seguendo le orme dei padri (o degli zii). E allora non posso fare a meno di chiedermi quanto ci sia di rappresentativo, in questa immagine così “seducente” e patinata? E soprattutto, che messaggio trasmette un reportage come questo alle migliaia di giovani italiani che coltivano sogni di gloria (o di fuga)?

Vorrei precisare un punto, a scanso di equivoci: anch’io vivo fuori dall’Italia, e il bilancio costi-benefici per me è ancora positivo. Faccio cose che in Italia non farei, sono pagata per studiare e ricercare. Anche al netto delle difficoltà di inserimento culturale e linguistico (che per me erano attutite da un’ottima conoscenza di partenza dell’inglese, ma che non sono eliminabili nel giro di 3 o 5 anni), non mi sento così “socially awkward” come mi sentivo in Italia e nella mia città natale, dove tutto passava per contatti, per la capacità di andare a fare l’aperitivo con le persone giuste, e l’intelligenza o la preparazione contavano, sì, ma venivano inficiate o invalidate dall’incapacità di “farsi notare”. Per questo capisco profondamente il sentimento espresso dalle interviste e dai filmati di Repubblica. La mia non è la critica – a meta tra l’invidioso e il rancoroso – di chi vorrebbe essere al loro posto. E non è la critica ingenerosa di chi disconosce l’impegno, la fatica e anche il merito che evidentemente ha avuto un ruolo fondamentale in queste storie. Allo stesso tempo, però, non me la sentirei, in tutta onestà, di avvallare questa immagine tutta rose e fiori dell’estero per chiunque, sempre e comunque, che una certa stampa (e Repubblica in particolare) promuove da anni.

A me, finora (e sottolineo con forza: “a me” e “finora”) partire ha portato indubbi vantaggi materiali, intellettuali e, anche se non sembra, persino relazionali: la mia vita sentimentale era e resta una catastrofe, ma voltandomi riesco a guardare con distaccato sgomento all’abisso di maschilismo che era una parte naturale e non dichiarata della mia esistenza, più o meno come bere o respirare, e questo in barba al mio preteso “attivismo”, alla mia presunta consapevolezza, and so forth. Per questo non mi sembrerebbe corretto “disilludere” i giovani, come fanno molti, spesso con la foga e l’acrimonia delle proprie delusioni. Se uno ha un progetto professionale per cui ha senso lasciare l’Italia, se uno ha desiderio di vivere altrove, se uno s’innamora di una persona che vive lontana e ha voglia di rischiare, se uno vuole sfruttare le opportunità aperte da un passaporto canadese o australiano ereditato da una passata storia migratoria, ben vengano i voli di sola andata. Ma non me la sentirei nemmeno di promettere che basta partire e va tutto bene in automatico, o che appena lasciato il suolo italico si parte necessariamente per un volo che ha come solo limite il cielo. Non è realistica questa immagine lanciata come una bomba sui giovani italiani, per alimentarne le illusioni – o le frustrazioni, portandoli a credere che se fanno una vita di merda, se prendono 500 euro al mese per fare un lavoro che, va bene, non sarà creativo e qualificato come quello di un “designer” o di un “creative consultant”, ma è comunque un lavoro e andrebbe trattato con dignità –, se devono stare in una doppia a 30 anni, è colpa loro, del loro “disfattismo” o della loro incapacità di “sognare”.

Anche questa che si sta promuovendo con questo falso mito dell’estero è la cultura dell’1%, ciò che ne spiega il successo nell’Italia di SuperMario. L’Italia delle élite che si presentano come rappresentanti del “merito”, così pronte a dimenticare i dettagli materiali che spesso fanno la differenza tra chi a 29 anni ha una carriera e chi solo un insieme di lavori. (Come mi mantengo agli studi in un paese che non prevede alcuna politica seria e reale per il diritto allo studio? Come pago l’affitto? Come compro i pannolini e il latte in polvere al pupo, se mi capita di restare incinta? Come faccio a essere creativo/a se per mantenermi lavo piatti?) E fa parte di questa mentalità da 1% (o wanna be) la tendenza, che soprattutto alcuni degli intervistati mostrano, a usare continuamente la III persona plurale. “Gli Italiani fanno”, “gli Italiani pensano” come se noi italiani “targati AIRE” avessimo poi un passaporto diverso.

Ma al proprio paese non si sfugge, nemmeno lasciandolo. La cattiva Italia ce la portiamo dentro dovunque andiamo. E continuiamo a fabbricarla ogni volta che guardiamo con disprezzo al nostro Paese sentendoci migliori di chi continua a viverci e a lottare, giorno dopo giorno, non contro il Sistema, ma semplicemente per rimanere appena sopra il pelo dell’acqua. La cattiva Italia è quella del non sentirsi italiani a dispetto del passaporto e dell’accento, è quella del razzismo inconscio e giudicante, ma è anche quella del rimpiangere una piazza che non si è mai fatto nulla per riempire.  E’ quella delle “fidanzate bravissime a cucinare” (guarda caso, sempre le donne ai fornelli), ed è quell’Italia da luogo comune (moda, cibo, mari e bellezza) cui noi stessi riduciamo il nostro Paese ogni volta che lo guardiamo con gli occhi del turista. E non ricuciremo questo strappo finché non cominceremo a pensare (anche noi espatriati) come portare un po’ del nostro «miracolo» – o presunto tale – a chi è rimasto a casa, a come trasformare Milano o Salerno non in un’altra Silicon Valley (per l’amor del cielo), ma in una valle coltivata, dove le cose possono anche germogliare e crescere col nostro aiuto.

ancora dalla parte delle racchie [31 maggio 2011]

In dododonne, educazione on novembre 16, 2011 at 5:11 am

Qualsiasi persona dotata di buon senso si innervosisce se, all’ora di cena, mentre fa zapping tra un tiggì e un documentario, vede far capolino dalla propria tv una donna in tanga avvinghiata al palo della lap dance. Uno dei tanti motivi del crollo elettorale nella destra è da ricercarsi, probabilmente, nella nausea provocata da mesi di bunga bunga, Nicole Minetti, Ruby e minestre (o ministre) varie: un balletto che rappresenta non solo un’offesa alla dignità delle donne e uomini del Paese, ma anche uno schiaffo alle tante persone che si arrabattano tra problemi materiali e alle tante giovani plurilingui, laureate e disperate che si sentono proporre, quando va bene, stage gratuiti o lavoretti, se non addirittura l’umiliante invito a “sposare un milionario”.

Alle donne “quarto di macelleria” stiamo finalmente cominciando a reagire, eppure altri stereotipi resistono inossidabili. Quello della “bruttina stagionata”, per esempio, anche nelle sue numerose varianti: ad esempio quello delle “single che se le guardi capisci perché sono single” (su cui ebbi un giorno a redarguire un giovane redattore on-line), o quello della “racchia che diventa scopabile all’ottava birra”. Certo, in molti ci siamo indignati quando Mr. B. ha dato ripetutamente della ‘racchia‘ a Rosi Bindi, ma la tentazione di farlo a nostra volta (uomini o donne che si sia), magari verso una ‘rivale’ in amore o verso una collega che non stimiamo è dura da estirpare. E mentre per le battute più volgari esiste un codice di riprovazione condiviso, le reazioni difensive in questo caso sono più alte: ci si nasconde dietro la scusa della mancanza di senso dell’umorismo (“è solo una battuta”), dietro al topos del “così fan tutte” (“anche le donne lo fanno sui maschi”), se proprio non si persevera nell’insulto (i.e. “te la prendi perché sei una racchia pure te”). Non che ne senta la mancanza – anzi… –, ma non riesco a trovare un equivalente prettamente maschile per termini quali “racchia” e “cozza” (“cesso” essendo usato in funzione aggettivale ma per entrambi i generi, i.e. nella frase “quella ragazza è un cesso”; ci sarebbe “rospo”, al limite, ma fateci caso, i ‘rospi’ maschi trovano sempre qualche principessa che si offre volontaria per baciarli.). E soprattutto, non riesco a trovare un motivo per cui si debba far ricorso allo stesso immaginario per spiegare un triste intreccio di gelosie e patologie in un ambiente malato e oppressivo sfociato in un tanto noto quanto tragico delitto familiare.

Parlo dell’articolo “Gli sms, i flirt e le grinfie della madre”, uscito su Il corriere della sera il 28 maggio 2011, a firma Goffredo Buccini. Lo dico a scanso di equivoci: di solito cambio pagina quando mi imbatto nel nome proprio di luogo “Avetrana”, perché a leggere tutti quei morbosi dettagli avrei la sensazione di profanare un cadavere. Ho letto questo articolo perché l’ho trovato segnalato in un commento (indignato, ça va sans dire) a un post di Lipperatura, all’interno di una discussione OT. Avendo letto l’articolo, capisco il motivo dell’indignazione. Scrive infatti il giornalista: «Lei è la ragazza del dopo mezzanotte, grassottella, collo taurino, braccia da camallo, quella con cui non ti faresti mai vedere in pizzeria ma che dopo la terza birra a ora tarda non ti dispiace più come prima».

Picture 3Leggere una frase del genere mi ha riportato indietro di quasi quindici anni, in quel mondo di paturnie per gli apparecchi dentali, i brufoli, le andature storte dettate dall’atroce moda della fornarina e i gonfiori vari che funestavano la nostra prima adolescenza. Ricordo ad esempio la battuta di un mio compagno di quarta ginnasio, orecchiata durante l’intervallo, che proponeva di mettere un “cartone in faccia” alle più bruttine della classe per renderle “scopabili”. Il problema è che qui non siamo in uno spogliatoio di quindicenni frastornati dalle loro prime tempeste ormonali. Siamo sulle colonne del Corriere della Sera. Il giornalista fa indiscutibilmente appello a un mondo condiviso («Lui cammina sul filo dell’amicizia ambigua, fanfarone come siamo noi maschi», scrive ad esempio, con un tono che vorrebbe suonare critico), e dipinge una mentalità che effettivamente esiste ed è radicata, ma il risultato non cambia: nella presentazione di una vicenda di sangue, si insiste sull’avvenenza dei protagonisti, presentata secondo gli immancabili cliché del bar. E, nel momento in cui questi termini, senza l’impiego di virgolette o altre strategie citazionali che rendano chiaro un distanziamento da parte di chi scrive, appaiono sulla cronaca di un quotidiano “autorevole” e “moderato” come il Corriere della Sera, a me vien da dire che lo sfondamento è totale.

Ora, abbiamo scoperto l’acqua calda, lo so. Che il “delitto di Avetrana” sia, in quanto narrazione condivisa, la negazione del giornalismo e di una qualsivoglia deontologia professionale, non è certo una gran novità. Narrazioni simili (perché questo è diventato il delitto, in seguito alla sua crassa spettacolarizzazione) si nutrono non solo della morbosità condivisa, ma anche di paure e isterismi collettivi, oltre che di una certa noia e oziosità da parte di chi le segue per passatempo. I cliché hanno una funzione strutturante, in questo tipo di rappresentazioni che si servono di tipi fissi, di stereotipi e di una palette predefinita di “tinte fosche”. Su questo aspetto talora gioca anche la satira, come per esempio in un recente pezzo degli immensi Lia Celi e Roberto Grassilli, apparso su Il Misfatto. Avverto i lettori che il link è decisamente alieno a qualsiasi misura e senso di politically correct, e richiede la consueta dose di cinismo, ma se vi piace lo humour nerissimo, ne vale la pena.

Il mio può sembrare un commento frivolo, rispetto alle questioni di più stretta attualità, o anche un po’ ideologico (di una certa ideologia femminista d’antan) e invece non lo è. Non lo è perché alle donne (a cominciare dalla bolognese Amelia Frascaroli, che con la sua dignità e competenza si è rivelata la più votata d’Italia con 3.941 preferenze) spetta un ruolo importante nell’attuale risveglio politico, al di là di qualsiasi retorica da “quote rosa”: non si può pensare di cambiare il modo di far politica senza coinvolgere le donne e le loro pratiche, non in uno spazio di separatismo ma in piena dialettica e confronto con le altre istanze e con tutti i soggetti in gioco. E non lo è perché l’ossessione per il possesso di carni fresche e giovani (fatto che non ha niente a che vedere con la bellezza, ma semmai con un consumo e quasi un divoramento dei corpi) è un’ossessione del potere maschile di questi anni: che poi, è questo il vero punto di contatto tra il Puttanaio di Stato che siamo diventati e la vicenda di Dominique Strauss-Kahn, al di là delle vignette idiote e delle battute stupide che – soprattutto all’estero – ci sono piovute addosso. Stupro di stato, impunità che si erge a sfidare lo stesso senso delle convenzioni e del ridicolo così care alla vecchia etica borghese, nuova etica della volgarità e dell’ostentazione, dilagante a negare qualsiasi confine tra il “dentro” e il “fuori”, ancor più che tra il “pubblico” e il “privato”: sono questi gli elementi di un fascismo del corpo, che è un architrave psichico del sistema politico finora vigente. Del resto il bunga bunga, nelle sue implicazioni storiche e presenti, ha una fortissima dimensione di pratica “coloniale”, e non è un caso che lo ritroviamo a far da pilastro all’immagine della sovranità assoluta di questi anni, il Re ed il suo Harem. Se non cominciamo a far piazza pulita ANCHE di queste cose, di Mr B. e del suo impero mentale non ci libereremo mai.

Detto questo, il vento sta cambiando: e non lo dimostra solo la débacle dei vecchi leoni, o la freschezza di chi neo-eletto, promette di dare spazio a donne e giovani ma soprattutto a rigore e competenza (aspettiamo i fatti, però, e restando vigili…); ma lo dimostrano anche i commenti indignati dei lettori che, finalmente, hanno cominciato a saltare sulle sedie e sulle poltrone girevoli, protestando contro il maschilismo palpabile di certi stereotipi e luoghi comuni. Il fulcro della questione non sta nell’indignazione fine a se stessa o nei “processi alle intenzioni” del giornalista; sta nel fatto che certe modalità, certi toni e certe metafore siano avvertite come ‘connotate’ e non passino come elementi neutri (nulla è più ideologico della “neutralità”), che suonino ‘stridenti’ e non passino inosservate amalgamandosi, come componenti inoffensivi, al linguaggio d’ogni giorno. Certo, sono smottamenti piccoli, in confronto alle rivoluzioni che ci fanno sognare (e dove, ricordiamolo, alle dimostranti viene imposta la tortura fisica e psicologica del test di verginità, altro che maschilismo….): pure, è nei piccoli passi che si cambiano le cose.

una, nessuna, centomila. feuilleton critico #3. [20 febbraio 2011]

In a spasso tra i libri, dododonne on novembre 16, 2011 at 4:43 am

Se persino le avanguardie, pec_violetta2r poter inscenare il loro carnevale, hanno bisogno dell’oggettivarsi del desiderio in un corpo giovane, disponibile e altro (quindi femmineo), non stupisce l’esiguità dello spazio concesso alle donne non più “desiderabili”. Laddove l’innocenza, con le relative perversioni, tende a declinare, si fa strada un altro personaggio della tradizione classica: la vecchia laida, inesauribile fonte di comicità (da Plauto e Terenzio a Giovan Battista Basile), tendenzialmente identificabile con la figura della “lena” o della “mezzana” (de Rojas docuit), la cui furbizia consiste nel mettere a frutto la propria passata esperienza diventando, diremmo oggi, “imprenditrice di se stessa” e delle altre. La commedia classica, e il suo revival rinascimentale, avevano ben chiaro il nesso economico, e la natura di “transazione”, caratteristico di qualsiasi scambio erotico, e la somiglianza fondamentale tra l’acquisto della meretrice e il contratto legittimo di matrimonio, spesso drammaturgicamente interscambiabili mediante un colpo di scena o un’agnizione: una somiglianza che, non più ammessa dal moralismo borghese, era de-negata dai contrasti patetici del démi-monde dumasiano, ma che negli anni ’50, sul palcoscenico della Scala, il dito puntato di Maria Callas denunciava con violenta trasgressione). Ed ecco che la vecchia ruffiana ritorna, ancor oggi, col suo riso de-semantizzato, privato di qualunque carica politica e di qualsiasi valore di denuncia, trasformato in un segno reazionario che stigmatizza la vittima e mai il carnefice.

In alternativa, la donna anziana appare solo nei panni di nonna: essa ha dunque valore solo per il proprio potenziale generativo. A farlo notare, è Loredana Lipperini nel suo ultimo libro, Non è un paese per vecchie (2010), ricostruzione degli stereotipi di una cultura generalmente ostile alla vecchiaia, e particolarmente intollerante verso le rughe femminili. Il libro propone un viaggio assai scoraggiante nei possibili stati di esistenza futuri a noi concessi, tra cougars imbellettate e presunti pericoli pubblici stigmatizzati da una aggressiva moda ‘virale’ (le pagine FB dedicate ad “anziani che..” e “vecchiette che…”), “poracce” o “porelle” che si attaccano alla bottiglia e nonnette canute che elargiscono consigli su pappe, pannolini e panni sporchi. A fronte della complessità storica del volto rugoso, ecco un set pronto uso di stereotipi, tutti pensati per denigrare la donna non più giovane e non più sessualmente attiva (anche se le pubblicità assicurano il contrario, almeno a un’élite benestante e bianca). La letteratura italiana non se la cava molto meglio. Donne altruiste che si sacrificano per le nipoti: questo è l’unico ruolo che la letteratura, almeno quella dei best-seller da un milione di copie, concede alle “vecchie”. Non stupisce, quindi, che alla fine di una delle presentazioni pubbliche del volume (quella del 17 dicembre 2010, alla libreria modo infoshop di Bologna, di cui sono disponibili in rete podcast e filmato), qualcuno abbia domandato se esistono romanzi italiani che abbiano per protagonista una donna over 50, ricevendo in risposta un silenzio rigido e imbarazzato. Altri commenti, sul thread di Giap, hanno suggerito possibilità cariche di senso: Arzestula (un racconto di Wu Ming 1 apparso in Anteprima Nazionale, minimum fax 2009) e L’Agnese va a morire di Renata Viganò, classico della letteratura resistenziale. Sono due risposte importanti (soprattutto la seconda), da non lasciar nel dimenticatoio: perché ci riportano a quel “desiderio di esistenza” nella storia che ha segnato l’emergere delle scritture femminili, e che sembra evidente soprattutto nell’appropriarsi del romanzo storico. Se nelle tradizioni anglosassoni, anche sull’onda di un postmodernismo rampante e non sempre “reazionario”, la scrittura di genere si è riappropriata delle tecniche tradizionali (la fantascienza di Lessing e Atwood, anche lo stesso romanzo storico), in Italia il romanzo storico ha avuto un ruolo fortissimo, sia per influenza endogena di una tradizione da sempre attenta ai “vinti” e agli “umili”, sia per il bisogno di negoziare un ruolo all’interno di vicende ed eventi tradizionalmente scritti da parte maschile. E leggendo i titoli di Anna Banti, Maria Corti, Maria Bellonci (per non parlare dell’elefante nella stanza, una certa Elsa Morante), viene il sospetto che la pretesa ipotesi del lungo “declino” e del ritorno solo recentissimo del romanzo storico, sia solamente il frutto di un oscuramento critico. E non è un caso, ma un sarcasmo del destino, che a rappresentare l’Unità d’Italia si sia scelto il libro di una donna, ma mediato da una trasposizione cinematografica maschile, Noi credevamo: più mitologema di così…

Personalmente, nell’ascoltare la domanda del pubblico a Loredana Lipperini, mi sono venute in mente almeno tre possibili risposte. In ordine cronologico: Annalena Bilsini (1927) di Grazia Deledda; Quaderno proibito (1951) di Alba De Cespedes; Mi manchi (2008), terzo episodio di una bella trilogia di Ippolita Avalli (di cui consiglio soprattutto il primo volume, La dea dei baci). Ma è chiaro che sto barando. E per due motivi.

Primo, perché in tcopj170utti e tre i casi la donna non è una vecchia ottuagenaria, bensì una donna alle soglie della menopausa, potenzialmente ancora fertile. E proprio questo confine anagrafico, anzi, a venire tematizzato: così per la protagonista di Quaderno proibito, in cui l’ingresso nel regime della “vecchiaia” coincide con l’ingresso nel silenzio; così per le protagoniste di Mi manchi e per l’eroina eponima Annalena Bilsini, costrette a bilanciare la propria carnalità, il proprio desiderio di amore con i doveri di una maternità ancora asessuata – ovviamente con esiti opposti, data la differenza che intercorre tra la società degli anni ’20 e quella del 2010. Eppure, per noi, una donna quarantacinquenne non è vecchia. Al massimo “matura” (termine che sembra ormai completamente ri-semantizzato). Sembra quasi di trovarsi in una scena di Brave New World, dove una società artificialmente ringiovanita dalla chirurgia e eccitata dagli stimolanti non ha più categorie per riconoscere il volto di una vecchia, e la considera, semplicemente, un mostruoso e chimerico “spettacolo”.

Secondo, perché anche in questi tre romanzi, la donna esiste come madre. E non è un caso. “A girl will never be able to reestablish this contact with her mother – a contact which the boy may possibly rediscover though his relationship with the opposite sex – except by becoming a mother herself, through a child or through a homosexuality which is in itself extremely difficult and judged as suspect by the society” (29), scrive Kristeva nel suo già citato Women’s time, concludendo: “her eternal debt to the woman-mother make[s] a woman more vulnerable within the symbolical order, more fragile when she suffers within it, more virulent when she projects herself from it” (29) Quello cui Kristeva fa riferimento non è il desiderio di maternità a tutti i costi, quasi come un prolungamento egoistico della propria essenza, prepotentemente affermato dalla comunicazione mainstream e dalle biografie dello star system. Si tratta invece di quella maternità cui il pensiero della differenza ha affidato un valore euristico, a volte anche al limite del dogma, ma intendendolo come la marca di un sapere di un potere specifico del femminile. Un potere simbolico e, solo in secondo luogo, iscritto nei corpi, ma che dei corpi non rimane prigioniero, a patto però di saper elaborare, e percorrere, questo “debito” iniziale nei confronti della precedente generazione.

Che si radichi nella storia, o nelle generazioni dei singoli, questa è forse una strada per il “racconto” delle donne. “Autodeterminazione”, parola impegnativa e talora ridondante, indica proprio questo: l’uscita dallo stato di puro assoggettamento corporeo, ma senza rinnegare il corpo, combinando invece corpo e parola. E a segnare questo percorso è la conquista di una “voce” (ciò che alla Bilsini, ‘mater familias‘ di area contadina, è concesso solo per la mediazione di un sapere molto più antico, e che alla Avalli viene da faticose rotture esperite nel proprio vivere) e di un proprio posto nelle “generazioni”. E non è un fatto così scontato. Dopo tutto, nelle generazioni che fondano la nostra tradizione (quelle omeriche e quelle bibliche, vetero- e neo-testamentarie, e persino in quella parodica di Rabelais), i nomi delle donne sono assenti. Perché, nel mondo della iper-rappresentazione, alla donna in fondo è negato esattamente questo: il diritto ad avere una storia, e non solo ad essere un’immagine. La piattezza bidimensionale dell’icona (Marylin in quadricromia, le donne infinite della chirurgia plastica) si contrappone dunque alla profondità del tempo storico, tempo di racconto. Riappropriarsi della storia, dello scorrere del tempo, mediante il proprio corpo ma soprattutto mediante il pensiero e l’azione: guadagnare la propria fisicità al corpo e alla storia, e non solo ai recinti del privato o dei generi “semi-letterari” tradizionalmente riservati alla scrittura delle donne: per avere generazioni, e non voci isolate di donne.

[fine]

una, nessuna, centomila. feulleton critico #1 [7 febbraio 2011]

In a spasso tra i libri, dododonne on novembre 16, 2011 at 4:37 am

imagesNel 1969, molto prima che botox e liposuzione diventassero entrassero nella quotidianità del nostro vissuto, Goffredo Parise vi dedicò un racconto, la variazione numero 22 del suo Crematorio di Vienna. Il racconto è scritto il prima persona, e la voce narrante è quella di una giovane di ventitré anni, commessa in un grande magazzino. Come accade spesso nella prosa dello scrittore vicentino, l’incedere è dapprima lento e piano, e la follia è lasciata trapelare da pochi indizi.

Non c’è dubbio che qui la chirurgia estetica, una delle tante mode importate da quell’America che Parise vide e raccontò di persona, sia un altro dei simboli ricorrenti per dire la società alienata degli anni Sessanta e la sua ‘malattia del denaro’: “Posso dire di essermi fatta la mia vita, ho cominciato molto presto a conoscere il valore del denaro e infatti, proprio per ragioni di denaro e ne sono andata da casa appena compiuti ventun anni”, esordisce infatti la protagonista (p. 126, nell’edizione dei Meridiani). L’ossessione per il proprio volto viene a situarsi, dunque, accanto ai molti altri simboli del valore linguistico, o di feticcio, assunto dal denaro. Nella raccolta, la chirurgia appare quindi accanto ai manichini cui stessa protagonista di questo raccontmariao vorrebbe assomigliare, accanto alle case perfettamente ammobiliate, accanto alle famiglie stile Mariarosa Bertolini di cui Parise svela l’orrore latente, accanto al luogo di lavoro con la sua trasparente alienazione, e, da ultimo, accanto alla prostituzione, una delle immagini sempre più ricorrenti del periodo, elevata da prime e seconde avanguardie a icona stessa dell’artista massificato oltre che della merce.

Tuttavia, lo svolgimento è cosa ben diversa da un semplice racconto à thèse, o da un’allegoria a chiave. Per quanto simbolica e rarefatta, la donna rappresentata ha un preciso grado di realtà, e altrettanto reale è la sua dissoluzione, che passa per tutti i luoghi chiave del “femminino”. La difficoltà nelle relazioni, innanzitutto, con quel “fidanzato” che le rimprovera di esser “diversa da tutte le altre”, e poi la nevrosi (“undici mesi durante i quali sono vissuta praticamente di acqua e tranquillanti”, p. 127); quindi la Posta del Cuore da giornale femminile, cui la ragazza si rivolge per sedare il sentimento di angoscia che nasce dalla propria singolarità (“Diversa da tutte le altre vuol dire unica. Dunque si compiaccia, cara signorina, invece di crucciarsi. Vuol dire che per il suo fidanzato, che l’ha scelta proprio tra tutte le altre, lei è unica. Le pare niente?”, è la laconica risposta, p. 127). Segue l’ossessione per il proprio volto, il compulsivo guardarsi allo specchio, e la volontà di assomigliare fino in fondo a un manichino:

Poi ho cominciato a osservare i manichini da esposizione che tocca proprio a me di vestire, e anche quelli erano diventati un’ossessione. Mi ripetevo: “Lui ha ragione: io mi vesto con gli stessi vestiti di queste qua, ho la stessa gonna, la stessa camicetta, le scarpe che hanno migliaia e migliaia di ragazze, in tutto simili a manichini e come questi graziose, e invece io sono diversa. Questo essere diversa non va bene, è una cosa che può dare fastidio, me lo dice l’istinto […]” (127).

vintage+barbie+number+1+prototypesIl racconto di Parise finisce dunque per avere un doppio fuoco. Ancor più che l’angoscia della donna, incapace di dar valore alla propria irriducibile “differenza”, lo scrittore coglie infatti l’indifferenza della persona riprodotta, quasi ridotta a serigrafia o a icona. Così le donne fotografate e famose hanno tutte lo stesso volto: “Le ho guardate tutte, saranno state una cinquantina di fotografie a colori, volti di donna di faccia e di profilo. Via via che sfogliavo mi sono resa conto che quei volti, apparentemente diversi, erano in realtà tutti uguali: le brune come le bionde, le rosse come le castane. Cioè quei volti, pure mostrando linee e armonie diverse, alla fine si confondevano in una sola espressione.” (p. 129). Un femminile artificiale, così diverso dalla singolarità unica del proprio volto:

Insomma una faccia con un’espressione personale, certo diversa da altre espressioni di altre facce. Ma se quella faccia aveva fatto sì che lui e che altre persone mi dicessero quella parola, diversa, voleva dire che era proprio da quella faccia e da quell’espressione che loro mi giudicavano diversa. Se avessi avuto un’altra faccia, mettiamo una faccia come se ne vedono tante nelle riviste di moda o nelle pubblicità, o, appunto, nei manichini che arrivano dall’America, nessuno più avrebbe trovato da ridire e io sarei stata uguale alle altre. (p. 128)

Ragionamento quasi filosofico, che il finale porta alle estreme conseguenze:

Proprio ieri sera un giovanotto, un ingegnere di una grande ditta che da qualche tempo mi fa la corte, mi ha detto guardandomi fisso:
«Sa che mi sembra d’averla già conosciuta? Volevo dirglielo tante volte e tante volte mi sono chiesto dove.»
«Ah sì? E dove, dove? Cerchi di ricordare.»
«Ci ho pensato e solo ora mi è venuto in mente. Guardi di là» e ha indicato con un dito un calendario dietro il banco del bar, dove stavamo bevendo un aperitivo.
Era vero. Ero uguale a quella ragazza del mese di dicembre, persino il cappuccio del paltò, col bordo di pelliccia bianca, era uguale al mio che avevo in quel momento. Ho riso, tutta contenta e mi è parso anche d’arrossire.
«Ma sono io» ho detto, così in fretta cxhe non mi sono nemmeno accorta di mentire. Ma mentivo? Pensandoci mi sono deta che non mentivo affatto: quelli erano i miei capelli, il mio naso, i miei occhi, la mia bocca e persino il mio cappuccio del paltò. Dunque che differenza c’era tra me e quella ragazza? Nessuna. (p. 131).

Invece di trovare la ‘propria identità’ (ammesso che l’identità sia poi unica, e monolitica), la donna del racconto perde se stessa, diventando un’icona che chiunque può impersonare. Una, nessuna e centomila, finalmente.

Stupisce una tale sensibilità, anche considerando che si tratta di una parabola sul mondo moderno, rispetto alla mancanza di problematicità mostrata dalla narrativa più all’avanguardia di questo periodo. Lo stesso Parise, nel più sperimentale dei suoi romanzi, Il padrone (spesso definito un apologo kafkiano, ma non di quel kafkismo’ allegorizzante e facile molto in voga negli anni ’60), presentava ad esempio una figura simile a questa giovane commessa: la segretaria Selene, che esiste solo in quanto corpo. Selene offre la propria nudità senza esserne richiesta, il suo essere oggetto esprime l’alienazione della grande macchina produttiva nel più semplice e ovvio dei modi. Analogamente, nella menzogna de Il serpente – il primo romanzo di Luigi Malerba – il protagonista non trova di meglio che immaginare la conquista e la silenziosa resa di una donna: la quale è naturalmente immaginata nella sua più piena, totale e immediata disponibilità (e poco importa che il romanzo sia costruito come un castello di menzogne, a spirale: l’immagine si imprime, comunque, nella mente). Un po’ meglio va, forse, con il Capriccio Italiano di Sanguineti, forse il letterato che, tanto in poesia quanto in prosa, ha più contribuito a ‘disinnescare’ l’inconscio ideologico del linguaggio: ma anche in esso l’ottica rimane maschile, il soggetto che si libera è quello maschile, e la libido non problematizza mai pienamente l’oggetto femminile, di cui ha bisogno per potersi liberare appieno.

Questa natura ‘maschile’ delle avanguardie italiane – le prime che, in bene o in male, hanno preso a martellate l’ideologia linguistica allora vigente –, questa loro impermeabilità all’altra metà del cielo, e anche alle successive articolazioni teoriche del pensiero italiano della differenza, continua ad essere operativa in tanti paradigmi critici nostrani. Anche una studiosa come Lucia Re, attenta a sottolineare le eredità teoriche e gli spazi aperti al movimento femminista dalla critica linguistica delle avanguardie, non può fare a meno di chiedersi, in un suo saggio recente: “Dati questi e altri elementi di grande interesse e rilevanza per le donne, perché dunque la neo-avanguardia italiana, almeno nella sua dimensione più pubblica e istituzionale, come le conferenze, le antologie, le mostre o i cataloghi, è rimasta in gran parte un fenomeno maschile”? (p. 198, traduzione approssimativa mia)

Una domanda cui converrebbe provare a rispondere, e che genera altre domande, oggi non meno rilevanti. Come chiedersi perché la filosofia della differenza non abbia poi riportato, in seno alle ‘avanguardie’ (o a quel che ne restava) il proprio patrimonio di scoperte e di critiche. O perché la teoria femminista italiana, pur all’avanguardia in Italia, sia rimasta patrimonio di poche, e abbia oggi un’influenza così ridotta sulla politica, oltre che sulle nuove generazioni. O perché in Francia e negli USA alcune delle figure più importanti della critica siano e siano state donne, (alcune si leggono e si traducono anche in Italia, Butler, bell hooks, Braidotti, Cixous, Kristeva…) mentre in Italia le donne sono confinate all’informazione ma raramente approdano alla teoria (con poche, validissime eccezioni di cui sono ovviamente consapevole). O perché i percorsi di ri-soggettivazione maschile e femminile siano rimasti tra loro scollati, al limite dell’incomunicabilità, con esiti perversi di cui paghiamo ancor oggi le conseguenze. E perché sia rimasto nella cultura italiana, un pericoloso scollamento tra soggetto e oggetto, di modo che spesso la ‘liberazione’ dei soggetti coincide con la ‘brutalizzazione’ degli oggetti; una variante commerciale e banalizzata della liberazione sessuale. Domande sulla pervasività della pornografia, e su quanto sia difficile comunicare a un uomo la violenza dello sguardo pornografico (e sì che le teorie a riguardo, anche scritte da uomini, non mancano). E sul perché i critici e gli intellettuali di mestiere, tanto liberati e illuministi, continuino ad avere posizioni di ripulsa verso le istanze femminili, tacciate di volta in volta di moralismo, di incomprensione dei media, e chissà, forse nel chiuso degli spogliatoi, persino di frigidità. (Sembra di sentire le parole di una delle donne intervistate da Luisa Passerini nel suo Autoritratto di gruppo, che lamentava l’obbligo “morale” di “darla via” per non essere tacciate di moralismo borghese o peggio). E perché tale incomprensione sembri, talvolta, un complemento ineludibile di quegli stessi liberalismi e illuminismi. Dieci domande, non meno utili di quelle a suo tempo rivolte al Presidente del Consiglio, per capire come l’ideologia si sia fatta corpo, e il corpo verbo, in una nuova mostruosa versione politica – e sessuata – della Trinità al potere. [segue]

tipi da spiaggia. antropologia litoranea calabra [5-20 agosto 2010]

In attitudine popular, dododonne, partire o restare on novembre 16, 2011 at 4:04 am

Le famiglie degli “svizzeri” quest’anno sono coppie sulla trentina. Sgridano in tedesco figli di nome Marco o Stella, intimano loro in tedesco di mettersi i braccioli delle Winx o di Nemo, incoraggiano in tedesco timidi tuffi e capriole tedesche e rispondono in tedesco a capricci in tedesco. Rispolverano il dialetto solo tra adulti, per mettersi d’accordo su come si va alla Festa Patronale e alla processione, o per rievocare le proprie marachelle di bambini. L’italiano lo parlano piano, al massimo con qualche vicino di ombrellone, scandendolo bene, consapevoli di star traducendo.

Fanno la loro comparsa coppie nuove: maschi sui 45 anni con pance che debordano dai boxer neri aderenti, al fianco di ucraine non più giovanissime ma ancora piacenti. Talora mani brancicanti a polipo, talora il baluginio di una fede nuziale a legittimare l’unione, e qua e là bambini – frutto di qualche precedente amore – dai capelli quasi diafani e nomi tradotti tipo Vladimiro o Eugenio.

In mare bambini snelli e bruni nuotano aggrappati a tubetti di Polarase® gonfiabili o salvagenti della Nivea©, sulla battigia donne grasse e canute si riparano sotto ombrelloni della Motta© o della Sammontana© , mentre quest’anno nei lidi si portano colori acidi senza marchi e anche le pubblicità dei gelati sono più discrete, un po’ meno in evidenza, seminascoste dietro a un cavalletto coi menu del giorno oppure in basso a destra, sotto al cartellone del regolamento.

Giovani sposi raccontano delle loro ultime vacanze alle Maldive, le vacanze “vere”, subito prima della settimana d’ordinanza con i nonni (quelli della bambina, no i loro). Ostentano tatuaggi tribali e pesanti accenti brianzoli. Esibiscono un atteggiamento di preoccupazione, tanto finta quanto compiaciuta, per la loro bambina, non ancora tre-enne, che manifesta la tendenza a dimenarsi quando sente alla radio il motivetto di una certa canzone reggae.

Un giovane con la canotta gialla dei Lakers e il cappellino dei Red Sox riconosce i propri connazionali statunitensi dell’ombrellone a fianco, una numerosa famiglia di Philadelphia capeggiata da un signore brizzolato. Il ragazzo invece è di Boston, ma in California ha fatto il college, trovato un lavoro e preso moglie. Entrambi i paterfamilias abbandonano di colpo l’inglese di fronte al venditore ambulante africano – uno di quelli giovani, che alla djellaba preferiscono la canottiera dei Cavaliers – passando al dialetto calabrese: stentato quello del giovane, very fluent quello dell’anziano.

Una famiglia di soli cugini e fratelli, composta di ragazzi tra i 25 e i 9 anni, è impegnata in improbabili battaglie di schizzi d’acqua. Trattative con l’ambulante per l’acquisto di un nuovo tipo di arma – una specie di pompa fluorescente che aspira e schizza l’acqua del mare concentrandola in un unico getto letale – si concludono con la rottura della pompa stessa. Alla famiglia, che offre a titolo riparatorio almeno un bicchiere d’acqua, il venditore oppone uno stizzito rifiuto adducendo le prescrizioni rituali del Ramadan.

Due vecchietti, sdraiati sotto il loro ombrellone: lei addormentata stesa di tre quarti, con la faccia schiacciata contro una copia de La Settimana Enigmistica; lui prono con la testa appoggiata sul fianco di lei, una mano a sfogliare la Gazzetta dello Sport e l’altra in un’anacronistica, commovente carezza da fidanzatini.

Una signora appesantita, dall’improbabile bikini viola e dal marcato accento brianzolo, interrompe la trattativa con il venditore indiano di “collane di tartaruga” per chiedergli che effetto fa, a lui e ai suoi colleghi, “tutti musulmani”, la vista di tante donne semi-nude. Il venditore ribatte che lui non è musulmano. La signora insiste che un effetto lo deve pur fare. Il venditore risponde serafico che lui viene in spiaggia per lavorare, non per trovare moglie.

Un suocero presenta ad amici e compaesani la propria nuora, una giovane dai tratti cinesi, venuta senza il marito, sola coi due figli di nome Luca e Mattia. Occhi a mandorla e capelli liscissimi anche per i ragazzi, che fanno gli stessi tuffi e gli stessi capricci di tutti gli altri bambini della spiaggia. Sorrido pensando che la ragazza di via Paolo Sarpi e il ragazzo di Montauro sono entrambi “milanesi di seconda generazione”, ed è bello così.

Un giovanotto dai capelli dritti, non si capisce se per il gel o l’acqua, interpreta tutto compito la sua parte di “beato tra le donne”, folto gruppetto che comprende anche una fidanzata. Il Giovane, ovviamente dotato di cellulare, telefona a svariati amici per richiedere in prestito dei pantaloni “neri, eleganti, taglia 46”, da utilizzare in paese per una certa sfilata di bellezze locali. Il volume delle telefonate è particolarmente alto, forse nella speranza che il paio di pantaloni gli arrivi provvidenzialmente da qualche ombrellone, nel raggio di un chilometro o due. A un ambulante carico di borsette e occhiali, il Giovane domanda quante borsette potrebbe ottenere in cambio della fidanzata. L’ambulante tira dritto. Il Giovane insiste, tra le risatine e finte proteste di fidanzata & amiche. Il venditore, ormai lontano, si gira per ribattere che la ragazza già ce l’ha. Un’ora dopo, ancora gocciolante dall’ennesima nuotata, il Giovane chiede alla ragazza se nel frattempo ha visto “qualche marocchino che le piace”, quindi ribadisce che scambiarla con tre o quattro Gucci finte sarebbe stato un buon affare.

È proprio vero, mi dico contemplando questa distesa di carni al sole che vanno dal nero ebano al rosso gambero: non c’è un luogo dove il potere si iscriva più violentemente che sui nostri corpi.

donne, gambe e slogan [19 luglio 2010]

In dododonne on novembre 16, 2011 at 3:45 am

Pare che il principale problema delle donne oggi in Italia non sia il divario nella qualità e nella quantità dell’occupazione femminile, né le sparate di una classe dirigente sempre meno avvezza a mascherare il proprio incoercibile gallismo, e neppure la dominante mercificazione del corpo femminile che invade menti, muri e schermi a qualsiasi ora del giorno e della notte – comprese le cosiddette fasce protette, concetto che di per sé ha un vago sentore di “riserva indiana” o “specie protetta dalla WWF”. Il problema più gravoso col quale fare i conti, a quanto pare, sarebbe un altro: gli stridii infelici e fastidiosi di “seriose” femministe come Lorella Zanardo o Michela Marzano. Questo sembrava suggerire domenica 18 luglio un breve articolo apparso sulla Domenica del Sole 24 ore a firma di Serena Danna, dall’indicativo titolo “Salvate le soldatesse degli anni 70”; dove il colorito rosaceo del quotidiano si sposa, ironicamente, con il tono oggettivante e frivolo assunto dalla commentatrice.

Le idee, in questi giorni, tendono a esser confuse già in partenza. La “donna”, il “femminile” (spesso pensato come “eterno”), concetti impugnati come manganelli e forniti di una rigidità che non dovrebbero mai avere, risuonano pervicaci tra i commenti delle ultime ore, mescolandosi e sovrapponendosi a concetti precisi come quello di “femminismo”; e mentre Berlusconi si rivolge a una platea di studentesse della e-campus avvalorando (di fatto) il valore strumentale della loro “bellezza”, ci sono commentatrici capaci di vedere un improbabile ritorno di femminismo nella “rioggettivazione” del corpo femminile incarnato, per esempio, dalla politica conservatrice americana (su tutti, l’icona di Sarah Palin). Come se “usare” un determinato modello (anche ammesso che questo uso sia una scelta consapevole), non fosse comunque un modo di avvalorarlo, proponendolo a tutte le altre. Un “proporre” che, in assenza di alternative, fa pericolosamente rima con “imporre”.

Se c’è davvero un revival in atto – in Italia e non solo – pare sia quello degli anni Cinquanta, tra gli schiamazzi di Peyton Place, i corpetti color carne affiancati ai doppiopetti maschili, e, per contraltare, una forzata esaltazione di virtù materne dell’Italica moglie madre & sposa proposta ancor oggi senza onta da finzioni più o meno commerciali. Serena Danna, invece, ne vede uno tutto suo: il revival degli anni ’70, che prenderebbe corpo non nella società o nella comunicazione ma, udite udite, nelle università (negli inesistenti programmi di Gender Studies o nei dipartimenti umanistici macellati dai tagli?).

«Non importa – scrive la giornalista – che le donne oggi siano più numerose degli uomini nelle università, girino il mondo con disinvoltura, occupino anche posizioni importanti al lavoro, e possono sentirsi intelligenti pure senza peli in bella vista. […] Comunque negli anni Settanta le donne stavano meglio».

Trattandosi di giornalismo, qualche dato non guasterebbe; soprattutto qualche dato relativo alle condizioni occupazionali (non solo le % di occupazione femminile, ma anche l’impatto del genere sull’incidenza della precarietà e sullo stipendio medio), o anche alla formazione: che ne è, ad esempio, del gap relativo alle professioni scientifiche? Colmato nel giro di una notte? E poi, innegabile che il numero delle studentesse supera quello dei colleghi maschi; sicuri che sia così anche tra i ricercatori? E tra i professori? I dati, insomma, servirebbero, se non altro per attenuare la fastidiosa sensazione che questa percepita “pace dei sensi” sia la descrizione di uno stato limitato alla ristretta cerchia di amiche e parenti benestanti, e vipperie varie.

Ad ogni modo, che le donne negli anni Settanta “stessero meglio” nessuno si sogna di dirlo: tant’è vero che si riversavano nelle strade, con folkloristico contorno di dita tese nel famoso gesto a vulva – equivalente femminista delle dantesche “fiche”? – di gonne zingaresche e di quegli slogan che tanto irritano la Danna. Protestavano, insomma; segno che tanto bene non stavano; e lo facevano con un’energia che, quella sì, oggi ci manca. Ora, può pure darsi che le varie Zanardo e Marzano non siano all’altezza di quei movimenti (critica che io non mi sognerei di muovere, proprio perché nostalgica e passatista), o che la loro prospettiva sia a volte nostalgica; ma le immagini raccolte ne Il corpo delle donne provengono dalle pubblicità, dai varietà e dagli scherzi della tv di oggi. Personalmente, da una giornalista vorrei sapere se l’Italia di oggi è un luogo che, in termini di rappresentazioni culturali e di opportunità materiali, rispetta le cittadine donne quanto i cittadini uomini. Il resto è fuffa. Compresi i fastidi per certi stereotipi, peraltro non si sa quanto ascrivibili al linguaggio della contestazione e quanto alla rappresentazione artefatta ed esautorante delle “contestatrici”.

Le quali, da un lato, sono accusate di essere “seriose”, perché incapaci di «farsi una risata davanti a un’attrice tanto rifatta da non riuscire a parlare» (immagine alla Baby Jane che, personalmente, mi inquieta quasi come un film horror), e dall’altro lato, di non riuscire a leggere la realtà di donne emancipate e libere, che esistono pur se nascoste da un immaginario mistificante. Peccato che sia proprio quella mistificazione a costituire lo specifico oggetto di critica, e che la si contesti proprio perché non risponde alla realtà complessa di milioni di donne, singolari e uniche. E peccato che questo immaginario sia tanto pervicace da contagiare un’articolista che, nel presentare la Zanardo, non sa glissare sulla sua bellezza (tu quoque?) e che, nel cercare una metafora per il revival femminista, non trova di meglio che il simbolo di un negozietto di abitini vintage.

Ma tutto questo non importa: la mercificazione del corpo è un gioco che oggi le donne usano consapevolmente; e, al tempo stesso, la mercificazione del corpo non esiste. Non è una cosa seria; e comunque, come Babbo Natale, non esiste. Perché poi una critica infondata provochi reazioni tanto astiose e infastidite, questa è una domanda evidentemente troppo maliziosa (o troppo stupida) per essere posta.

L’inviperito articolo della Danna è solo l’ultimo di una lunga serie e si inscrive in una globale svalutazione di qualsiasi tradizione libertaria: tutta colpa del 68, della Resistenza, della Rivoluzione Francese… e via via – probabilmente fino alla trasgressione biblica suggerita da Eva. È, insomma, un perfetto esemplare di quella critica che, per mostrarsi emancipata e ‘scafata’, picchia duro contro i fastidiosi orpelli morali e le pesantezze ideologiche d’oggi e di ieri. Quella critica capace di essere “acida” contro i deboli ma mai contro i potenti, quella critica che se si infastidisce ai lamenti delle “vittime” ma che non sembra avvertire il pesante russare del padrone. Quasi che, a forza di negarli, i problemi sparissero. Una critica avanzata in nome della realtà contro i “luoghi comuni”, che poi si appiglia allo stereotipo più trito di tutti, quello della maggioranza silenziosa: nelle parole della Danna, le «migliaia di donne che lavorano e resistono alla fatica come ai luoghi comuni». Donne dududù, davvero. Chissà se, oltre alle gambe e allo slogan, c’è davvero di più.