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be nazi, be stupid [9 agosto 2010]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, generazioni, lavori pieghevoli, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:03 am

Questa non è una recensione, anche se ci somiglia molto. Non lo è, per due motivi. Primo, perché sono in ferie, se così si può dire, ferie di una scribacchina quasi professionista, pagata anche nei mesi estivi per continuare a “fare ricerca”. Secondo, perché non ho voglia di essere obiettiva o sistematica, né di servirmi di termini come ‘trama’, ‘ambientazione’, ‘complessità’ o ‘struttura narrativa’, cosa che dovrei fare se stessi recensendo ufficialmente Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010).

Avevo sentito parlare di questo libro due anni fa, o forse tre. L’autore era venuto in trasferta a Bologna per presentare il suo romanzo precedente (Italian Fiction, ISBN 2007), un libro sui cosplayers (e, per la cronaca, la presentazione si teneva in quella stessa libreria che compare, sotto falso nome, anche in GND, la libreria Interno 4 di Bologna). A quel tempo, Michele Vaccari stava già lavorando al suo successivo progetto, di cui erano già chiare le linee narrative principali. Mi aveva incuriosito, anche se mai avrei potuto pensare che il libro avrebbe fatto il verso, nel titolo, a una delle mie ossessioni principali: “Giovani, carini e disoccupati”. I film, voglio dire. E anche il titolo, un tricolon di superbo andamento.

“Giovani, nazisti e disoccupati”, nell’italia del 2010 suona un po’ come dire un ipotetico “Precari ma belli”. Una corruzione dell’Italia anni 50, che invece del boom trova una generazione di scoppiati. In fondo, buona parte della narrativa e della cinematografia milleurista (o senzanalirista che dir si voglia) potrebbe dimorare sotto un simile titolo. Il libro di Michele Vaccari no. Fa eccezione. Quel “nazisti” nel titolo, del resto, è lì a dimostrarlo. Sfrigola come soda caustica sulle piastrelle del bagno. Leva ogni senso al termine “giovane”, ogni sorriso, ogni risata registrata.

Il protagonista del romanzo, difatti, non è un giovane. Pur avendo vent’anni, si sente vecchio. Non vecchio: decrepito, inamovibile. “Sentirsi vecchi condizione propria della giovinezza è”, parafrasando le parole rivolte a un’altra giovane-non-giovane dell’attualità letteraria, la Modesta de L’arte della gioia. Ma di sicuro, la condizione descritta da Vaccari stona con quella dominante, oggi. E anche il suo protagonista stona.

I giovani sono decrepiti pur sentendosi invincibili, e nuovissimi. Sono così i giovanissimi aderenti alla nuova estrema destra italiana, quei giovanotti che indossano le magliette del Blocco Studentesco come se fossero gli slogan di Renzo Rosso (slogan come “La nostra rivoluzione sarà una ficata”, dicono niente?). Vecchi che si sentono giovani sono anche gli eterni studenti, i neo-trentenni che non si rendono conto di procedere a larghe falcate verso gli -anta, invecchiati nei loro gilet e nei loro rasta; e i punkabbestia (o -bbancomat, o -mmerda come li chiama folkloristicamente l’io narrante di Vaccari) eterni fuori-sede e fuori-corso, i giovani dello sballo che, negli anni del ritorno all’eroina, ricominciano a chiamarai “tossici”. I precari, persino, quelli che si barcamenano tra un contratto e un aperitivo. Si può scegliere di opporsi a tutto questo mediante l’impegno, la serietà, il lavoro. Oppure NON si può scegliere, e allora si subisce. Certo, anche non scegliere e’, spesso, una scelta. Il non-giovane del romanzo ne è l’esempio. La sua rabbia è eccessiva, svapora senza esplodere, per il troppo bollore.

Giovani, nazisti e disoccupati è un romanzo, o forse persino un racconto lungo, è un “nero” che di “nero” ha solo il colore di certe ambientazioni politiche, ed è un libro ben scritto, con voce e ritmo credibili, forse qualche incertezza di ambientazione e qualche schematismo nella trama, ma un incipit superbo e un finale che non delude. Ma è, soprattutto, un grido d’allarme, un “Non sottovalutateci” (o “sottovalutateLI”, non so) lanciato da quella che non si sente una generazione, al massimo un’accozzaglia di singoli, di individui sull’orlo del fallimento. Un “non sottovalutateci” gridato da chi è inetto, ma che mostra – mediante il ricorso a una metafora politica, quella del nazismo, forse iperbolica ma per nulla infondata – a che cosa può arrivare l’inettitudine, lasciata a se stessa. Un urlo che è una contraddizione in termini. Ma vera, e bruciante.

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doppiaggi e coincidenze [29 giugno 2009]

In cinema, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 1:48 am

Ritrovarsi a vedere un film americano doppiato in tedesco, nel cuore di Berlino Est, è una di quelle coincidenze che parlano al cuore. Miracoli del Freiluft Kino, uno dei tanti che animano le serate della capitale tedesca. E quando le coincidenze si accavallano, diventano giochi di specchi che finiscono per ferire gli occhi. The Reader, diretto da Stephen Daldry, è uno di quei film che, doppiato in tedesco, sembra caricarsi di un significato ulteriore, e invece svela tutte le sue opacità, le sue ottusità, le mistificazioni.

La trama sembra semplice: un quindicenne berlinese, nel 1958, ha una breve relazione con una donna più anziana di lui. L’avventura si interrompe prima di avere conseguenze gravi. Dieci anni dopo lui, ormai un giovanotto, studente in giurisprudenza, ritrova l’antica fiamma, seduta sui banchi di un tribunale, come imputata a un processo per crimini nazisti. Benché si dica chiaramente che la donna è stata guardiana ad Auschwitz, il crimine per cui è punita è un eccidio immaginario, l’omissione di soccorso (se non peggio) a un gruppo di prigioniere, intrappolate nell’incendio di una chiesa durante le marce forzate di evacuazione dei campi di sterminio polacchi. Questa scelta narrativa sembra rendere normale il contesto dell’episodio, quelle marce forzate con cui i tedeschi cercarono di cancellare le prove dello sterminio di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa. Peccato che così si dimentichi il sadismo di quell’evacuazione, in cui migliaia di prigionieri malati furono costretti a raggiungere a piedi la Germania dalla Polonia, a tappe forzate, tra le fucilazioni di chi restava indietro e quelle di chi provava a fuggire: una vera e propria forma di sterminio, che proseguiva l’opera interrotta di quelle camere a gas. Di questo, però, al regista e agli sceneggiatori non importa. Contano solo le sofferenze della bellissima aguzzina (interpretata da Kate Winslet) che con ironia decisamente evitabile si ritrova “capro espiatorio”: inchiodata da un rapporto ufficiale che non può aver né stilato né firmato dato che – segreto noto solo al suo amante – l’infelice non sa scrivere. Le tocca l’ergastolo, e da carnefice si ritrova vittima.
Eppure l’umanità trionfa. Come ai tempi della loro relazione, il giovane-non più giovane legge ad alta voce intere opere letterarie, che poi registra su cassette e spedisce all’indirizzo del carcere. Si susseguono lunghe inquadrature di frontespizi, rigorosamente in inglese (ma non eravamo a Berlino?): così come in Inglese sono i messaggi che la prigioniera, in uno stampatello claudicante, impara a comporre. L’anima di certi film te la trovi negli errori, a volte.
Per tutta l’ultima ora, il film si barcamena tra il disgusto per la spietata assassina (un sentimento teorico e puramente dichiarato) e la pietà che dovremmo provarne noi spettatori. L’equazione è suggerita abbastanza chiaramente: la poverina è analfabeta, dunque non sapeva quel che faceva. Dovremmo dispiacerci per lei? O dovremmo commuoverci per la storia d’amore mancata, resa impossibile (e ci mancherebbe solo) dal nefando passato della donna?
E le domande si succedono, nella livida aria serale di Frederichshain. Forse dovremmo inferire che i pochi responsabili davvero puniti siano – come l’aguzzina del film – solo i più «fessi», quelli che si sono fatti incastrare, mentre i più colpevoli, sorridenti e volgari, sono riusciti a farla franca? Dovremmo quindi dedurre la totale inutilità dei processi per crimini di guerra?
Oppure dovremmo commuoverci per il sadico barlume di umanità che sembra apparire negli occhi dell’ex guardiana che faticosamente impara a leggere nella sua cella? Dovrebbe rassicurarci la scena finale, quando tra la discendente e superstite ebrea, il giovane tedesco oppresso dai sensi di colpa e la memoria dell’aguzzina ormai morta sembra ristabilirsi un barlume di accordo, di riconciliazione? E mentre il mio disagio si fa malessere, e l’incomprensione arrabbiatura, la domanda vera si staglia nella mente. Perché abbiamo tanta voglia di riconciliarci con i carnefici, scurdannoce o’ passato? Perché tutto questo bisogno di scoprire che sì, anche se dalla parte sbagliata, i carnefici erano pure loro persone, con delle emozioni e tutto il resto? E perché, per converso, tutta questa insofferenza contro i sentimenti e l’umanità delle vittime, quest’ansia di dire “ebbasta, vabbé, ‘amo capito però…“?
Forse nelle SS di ieri vogliamo scagionare le nostre colpe di oggi: i testimoni silenti, interti e conniventi che rischiamo di diventare in quest’Europa sempre più razzista e preoccupata di difendere il suo benessere. E allora diventa significante che qui gli aguzzini – e i loro amanti – scrivano nell’inglese che ci viene spontaneo pensare oggi come lingua della storia, tanto spontaneo che manco ci accorgiamo che è un refuso. The Reader è la nostra memoria. La memoria dell’anima che stiamo perdendo.