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Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II, Napoli, venerdì 29 giugno 2012

In a spasso tra i libri, educazione, repubblica delle lettere on giugno 30, 2012 at 1:14 pm

La ragazza è carina, con una massa di capelli lisci castano scuro che le si sciolgono sulla schiena. Ha un sorriso fresco, un corpo appesantito ma sodo, lineamenti belli e generosi. Si fa largo indossando shorts mozzafiato (con questo caldo ci può anche stare) e una borsa da mare di stoffa celeste, grande, che non capisco come sia stata autorizzata all’interno di una Biblioteca  Nazionale, e specificamente di una sezione contenente libri pregiati, cataloghi, manoscritti e rari. Poi mi ricordo che, a differenza dell’ingresso, il passaggio dallo stanzino con gli armadietti alle sale di consultazione non è sorvegliato, per cui il rispetto delle regole enunciate è affidato al buon cuore dell’utente (il che, devo dire, solitamente funziona).

Trascinandosi per la sala, si rivolge in tono lagnoso agli addetti: “Devo fare un’analisi di un film…”

L’addetto, che già di suo non sprizza entusiasmo, la guarda con fare interrogativo.

“Non so proprio cosa devo fare,” finisce di articolare lei.

Il bibliotecario, per fortuna, è uno di quelli all’antica, e non un semplice distributore di libri e giornali. Uno di quelli che magari, di solito, hanno i tempi di reazione di un orso in letargo, ma all’occorrenza si trasformano in supereroi capaci di indirizzare e consigliare anche l’utente più smarrito. “Guardi nella sezione recensioni”, dice alla ragazza, “qui abbiamo un catalogo per soggetto e anche un catalogo di recensioni ordinato per titolo”. Il titolo, già, ammesso che uno se lo ricordi. La ragazza estrae laboriosamente un foglietto con un titolo scarabocchiato. “Sentieri selvaggi”, sillaba. “John Ford”, aggiunge poi.

Vaga tra le diverse cassettiere del catalogo cartaceo per alcuni minuti, con l’aria sperduta. “Allora signorina, ha trovato qualcosa”, domanda il bibliotecario che è tornato dentro a controllare. “No, non trovo niente,” dice lei, contemplando le mattonelle del pavimento.

“Aspè, jà”, esordisce lui. E di sua iniziativa le trova due titoli di critica su John Ford di cui è al corrente. Glieli molla sul tavolo e le manda una collega che l’aiuti a cercare tra i periodici e a compilare i moduli di richiesta. A un certo punto la ragazza, che ha preso confidenza con le cassette, ci espone il problema: “Qui ci sono solo libri con la V e la VU doppia”. Io e un’altra utente ci guardiamo costernate. “Ma scusa, guarda nelle cassettiere di fianco.” “Ah. Non c’è!” risponde stizzita, prima che l’altra utente (che sta evidentemente facendo ricerche su Vittorio Pica e il decadentismo napoletano) si alzi ad additarle, tre cassetti più in là, la cassettiera che inizia per F, effe come Ford.

Entra in azione la seconda bibliotecaria, quella dei periodici. Insieme scoprono che su un qualche numero di Ciak! il film è stato recensito. Casomai, dopo, dice il primo bibliotecario, ritornando. “Comincia da questi”, ordina alla ragazzetta indicandole i libri da lui trovati, “che sono di base”.

La compilazione delle carte (il tutto, s’intende, a toni di voce da pescherie generali), avviene con modalità simili: lei che fa la svampita e gnola rifiutandosi persino di provare a leggere, i bibliotecari che finiscono per compilarle loro carta d’ingresso, moduli e già che ci sono anche la dichiarazione dei redditi per l’anno prossimo. Per tutto il tempo dell’operazione, a tratti lei riprende la tiritera: “Devo fare un’analisi di un film… non so come fare…” e la bibliotecaria le risponde di sì.

Finalmente tutto tace. La ragazza è alle prese con il suo libro. Dopo tre minuti dà di mano al cellulare. “Pronto… Sì sto qui alla Nazionale… guarda, già ho malditesta… una cosa complicatissima… Sì… Sì…”.

La telefonata si interrompe. Altri cinque minuti, un’altra telefonata. “Sì, sto già qua. No, aspè è complicatissimo. Chiamami quando arrivi che ti vengo a prendere io. Sì. Sì. Mamma mia. Vabbùo.” Mette via il telefono. Dopo tre pagine si volta verso di me e mi chiede, “Scusa, posso chiederti una cosa?”.

“Dimmi”.

“Sai se i libri si possono sottolineare?”

Osservo con un’occhiata preoccupata gli evidenziatori multicolori che prorompono dall’astuccio Hello Kitty. “No, assolutamente”, dico io. “Infatti, mi sembrava.” E tira fuori la matita. Intervengo, da brava maestra che non stacca mai: “Scusa ma ti ho appena detto che non vanno sottolineati!”.

“Nemmeno con la matita? Ma perché?” domanda con gli occhi sgranati.

Indovina, mi verrebbe da dire.

“E io come faccio?”

“Prendi appunti. O ti fotocopi le pagine che ti servono. O scendi al piano di sotto e vedi se lo stesso libro da un’altra collezione te lo danno in prestito.” Gli occhi una girandola. “Come, te lo danno in prestito?” (Ricordo che siamo in una biblioteca) “Sei residente?” “Sì”. “Allora chiedi ai bibliotecari, ti spiegano loro come fare”.

“Stai facendo gli orali?”, chiedo poi, per mitigare il teutonico rigore di prima. Sperduta com’è, sembra una ragazzina alle prese con la maturità. Avrei detto l’esame di terza media, se non fosse già quasi luglio.

“No… sono al secondo anno di università,” aggiungendo il nome di una triennale che riguarda, a quanto capisco, le arti, la fotografia e il cinema.

Capitombolo dalla sedia. Al secondo anno di università e non hai mai messo piede in una biblioteca? Non hai mai compilato una scheda di consultazione? Mai usato un catalogo? Ma come si fa a uscire indenni dal primo anno di università senza mai, dico, mai passare da una biblioteca, leggendo solo dispense e appunti evidentemente presi da qualcun altro? Possibile che una persona esca così da tredici anni di scuola (elementare, media, superiore) e almeno uno di università?

La ragazza, che ormai vede in me un volto amico, ne approfitta per sfogarsi e gnolare anche con me.  “Devo fare quest’analisi di un film per un professore… ma lui è pignolo proprio… non vuole che si copi da internet”.

Eh, le tragedie della vita.

Poi un lampo. “Ma tu? La sai fare un’analisi di un film? Mi aiuti tu?”

No, guarda, mi dispiace. Ho da fare. E poi forse non te l’ho detto, ma studio chimica.

PS: Ho trovato, per un euro, a una bancarella, Le parole sono pietre [1955] di Carlo Levi. Bellissimo e a tratti commovente. L’edizione è un tascabile Einaudi, classificata tra le “Letture per la scuola media“. Ricordando che in quella scuola media la maggioranza dei ragazzi italiani non ci imparava molto (nel 1997, quando mi iscrissi alle superiori, l’obbligo scolastico era ai 14 anni e il 40% della popolazione scolastica si fermava al diploma delle medie inferiori), mi rifiuto di far l’elogio dei bei tempi andati o delle scuola di una volta. Ma c’è una forbice, un divario tra la realtà dei molti e l’utopia dei pochi, che se pur ridotta nominalmente, non è stata colmata appieno, dal 1963 ad oggi.

lo scrittore, il futuro, la speranza. un talk di william gibson

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, this is the end of the world on gennaio 12, 2012 at 11:27 pm

Si parla di fine del mondo e la sala ride. Succede quando l’autore di fantascienza che, per molti, è semplicemente colui che “previde Internet” invita la platea a non attendersi risposte, programmi politici o soluzioni da uno scrittore. Un autore di genere che invita il pubblico a non prenderlo sul serio, e ne viene puntualmente obbedito: cose che succedono solo a Toronto, forse l’unico angolo del globo dove ancora si nasconde, ormai braccato, un po’ di postmoderno.

A conversare con William Gibson, alla Toronto Reference Library, c’è Robert J. Sawyer, e l’incontro diventa subito un “confronto” amichevole tra due pesi massimi della fantascienza nazionale – anche se, per la verità, Gibson è nato in South Carolina (ma non lo dà a vedere) ed è emigrato in Canada negli anni ’60 per sfuggire al draft.

Gibson presenta la sua ultima opera, Distrust That Particular Flavor, una raccolta di saggi pubblicati nel corso della sua attività. Scritti d’occasione o “fallimenti”, come l’introduzione mai consegnata a La macchina del tempo di H. G. Wells («era troppo personale, parlava di me e non di Wells»), per tutti gli scritti Gibson confessa di sentirsi a disagio: si tratta di violazioni all’unica regola che abbia mai davvero osservato, quella di scrivere solo fiction. Eppure l’aspetto autobiografico (che, fra tutti i registri della non-fiction, è quello verso cui l’autore si dichiara maggiormente in imbarazzo) affiora spesso nel corso della conversazione, per esempio quando Gibson fa risalire le origini della propria fascinazione per il genere a un’infanzia costellata di fantascienza, sia scritta, sia narrata dalle immagini (video, packaging, fumetti).

L’intera conversazione è ingombra dei molti futuri che le precedenti generazioni si sono lasciate le spalle. Si va dalla fantascienza anni ‘40 (ancora legata a doppio filo alle memorie della guerra appena combattuta) al terrore nucleare degli anni ’80 («è incredibile la rapidità con cui l’abbiamo dimenticato»). Del resto, ci dice Gibson, la fantascienza parla sempre del particolare futuro dell’epoca che l’ha prodotta: non c’è futuro più credibile di quello che viviamo, o che abbiamo già vissuto. A titolo di esempio, lo scrittore riporta le invenzioni del suo libro più famoso, le cui strutture socio-economiche sono una Reaganomics portata alle estreme conseguenze («a Reaganomics with volume turned 11») e la cui organizzazione malavitosa è modellata sul sottobosco criminale d’epoca vittoriana, col suo “apprendistato” e le sue “gilde”.

In questa rassegna di futuri arrugginiti, la tecnologia è sempre l’elemento dominante: “i cambiamenti culturali sono una conseguenza di quelli tecnologici”, afferma Gibson, quasi riecheggiando McLuhan. E ancora, il padre dello steampunk prende ad esempio l’invenzione del motore a due tempi (1881) per dimostrare come nel nostro mondo la tecnologia (intesa come applicazione concreta, avulsa da qualsiasi riflessione sulle sue possibili conseguenze) prevalga su qualsiasi regolamentazione e normatività.

Ma a chi gli chiede se l’avvento dello sprawl sia inarrestabile, o come salvarsi dalla nuova minaccia apocalittica del riscaldamento globale, Gibson risponde col rifiuto di ruoli messianici e salvifici. Così come rifiuta l’etichetta di autore distopico: «I miei lavori sono pieni di ottimismo. Negli anni Ottanta, pensavamo che il mondo fosse sull’orlo dell’olocausto nucleare, eppure io ho deliberatamente scelto di ambientare Neuromancer in un continuum dove ciò non fosse accaduto», dichiara scatenando l’ilarità generale. Ma lo scrittore è velocissimo a riportare il silenzio in sala: «molta gente oggi vive – e trascorrerà la totalità della propria breve e miserabile vita – in condizioni di gran lunga peggiori di qualsiasi “distopia” io possa mai aver immaginato». E conclude, dopo una pausa: «La vera distopia è proprio questa».

Una scrittura consapevole, insomma, della propria distanza dalla realtà, e poco incline a trasformarsi – malgrado l’insistenza di chi la vorrebbe futurologia a tutti i costi – nella promessa di una salvezza o nello spettacolo di un vaticinio. Perciò, al ragazzo che, un po’ enfaticamente, gli chiede di dare alla sua generazione qualunque cosa utile a sopravvivere, Gibson replica: «Sono uno scrittore. Tutto quel che posso darti è un po’ di speranza».

frammenti di un’educazione antifascista [27 febbraio 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:47 am

imageHo da poco terminato la lettura de Il nome delle parole, autobiografia intellettuale di Guglielmo Petroni, autore quasi totalmente dimenticato, attivo come poeta e come narratore negli anni Trenta e nel secondo Dopoguerra. È un libro che si legge in un’ora, e che per scrittura e contenuto mi ha ricordato I piccoli maestri di Luigi Meneghello. Entrambi, infatti, sono biografie intellettuali di ragazzi che furono vestiti da avanguardisti, ma che maturando presero parte alla rinascita antifascista dell’Italia, rischiando la pelle in prima persona: Meneghello con le armi in pugno nelle fila della Resistenza, anche se, come dirà a guerra finita a una giovane amica, “San Piero fa dire il vero. […] Non eravamo mica buoni di fare la guerra”. Petroni, passato all’antifascismo attivo solo dopo l’otto settembre (“Tra il 25 luglio e l’8 settembre la mia più che trentennale incubazione era finita; uscivo dal bozzolo, c’era da lavorare allo scoperto, cioè segretamente” , p. 135) fu arrestato e torturato fisicamente e psicologicamente, con la triplice simulazione di una esecuzione. Un colloquio con la morte che scava nella sua mente un “prima” e un “dopo”, quasi epitome del valore che lo stesso impegno antifascista doveva assumere nell’esperienza del molti che ne furono partecipi.

Quelle di Meneghello e quelle di Petroni sono due “educazioni” atipiche, pur separate per educazione, vicende ed età: Petroni, classe 1911, non è interamente prodotto culturale del regime, come è invece Meneghello, nato l’anno della marcia su Roma. Del resto, se quella di Meneghello è una vicenda esemplare per precocità intellettuale e politica, di segno opposto è la biografia di Petroni: bocciato e ritirato da scuola per mancanza di rendimento, messo giovanissimo a lavorar dietro al bancone della bottega paterna, e rinato alla cultura attraverso uno spontaneo e tortuoso percorso di letture personali, Petroni trascorrerà gli anni della giovinezza a convincersi d’esser poeta, a dispetto e forse persino in virtù di una formazione da autodidatta.

La vita e la prima maturazione dei due giovani si svolge in piena età fascista, ed essi seguono le tappe di un regime che, fino a tutti i pieni anni ’30, e all’impresa coloniale d’Africa, godette del supporto quasi unanime nella “repubblica” delle patrie lettere. Così, nei primi tempi della propria vita da giovane intellettuale romano, Petroni racconta addirittura di un colloquio con l’allora ministro fascista Bottai, mentre è ambigua e sfumata la valutazione di alcuni autori indelebilmente compromessi col regime, come Malaparte o Soffici, di cui, quasi in un tentativo quasi di riabilitazione, scrive:

Proprio lui, che ci affascinava con quel cipiglio e quel tipo di coraggio civile; l’unico di tanti noi coi quali ci si vedeva , a quei tempi, al Forte, che affrontasse gli argomenti della vita politica, dei diritti umani, della libertà, è stato l’unico che, ad un certo punto, abbiamo dovuto guardare come un nemico, un proimages-2tettore di quello che ci aveva indicato come la nefandezza della vita civile. Ci aveva tradito? Aveva tradito se stesso? Resta il fatto che quello che sapeva ergersi come un poderoso gigante, è stato l’unico privo delle semplici virtù che salvarono, nei momenti difficili, la maggior parte degli altri intellettuali che sedevano tutte le estati con lui sotto al Quarto Platano.
Che la retorica, quando sopraggiunge, sia come una malattia che uccide il senso comune? (Petroni, 69)

Alla presa di coscienza Petroni arriva per gradi e conscio di un terribile ritardo; arriva grazie alla propria istintiva avversione per i cori di guerra e ai gagliardetti degli avanguardisti (da cui verrà espulso come renitente), o per quella predisposizione all’agire politico maturata nell’educazione fiorentina, “quel tipo di raffinata apparente estraneità alla vita, che conteneva quasi l’iunica via d’accesso, via segreta per il rifiuto di tanta ignoranza, di tanto cattivo gusto, dietro cui si nascondevano, infine, ferocia e indifferenza per i diritti dell’uomo”. (119). Ma l’odio per il cattivo gusto, come scrive lo stesso Petroni, non basta, e dovrà cedere il passo all’impegno attivo e consapevole:

In me, per quello che ho potuto comprendere dopo, c’era un profondo fastidio per la sicumera che veniva dagli uomini che detenevano il potere, un fastidio che proveniva dal cattivo gusto d’ogni espressione che scendeva sulle nostre teste dalle manifestazioni del regime, dal portamento quasi più che dal comportamento di coloro che potevano fare e disfare. […] Ne nasceva tra noi strafottenza, fastidio, satira e disprezzo: ma ancora molti di noi non sapevano bene che dietro a tutto ciò c’era qualche cosa che avremmo dovuto avversare anche a costo dello scontro […]. (120-121)

Più deciso e consapevole il taglio col passato operato Luigi Meneghello, che conscio dei propri limiti e dei propri adolescenziali compromessi, all’indomani della liberazione rifiuta di scrivere il fondo del “primo giornale libero del Veneto”:

“Io e Marietto, qui, siamo diseducati”, dissi.
“Cosa siete?”
“Diseducati, politicamente diseducati. Non abbiamo niente da dire a nessuno. Non possiamo educarci per iscritto a spese del pubblico. Questa è roba per una persona matura”
L’uomo invece di arrabbiarsi si rattristò.
“Ma sono cose da dire in un momento come questo?”
“Noi abbiamo bisogno di studiare, non di scrivere articoli”, dissi. “Gli articoli li abbiamo già scritti sui giornali fascisti, almeno io, perché lui era troppo giovane”.
La sua faccia diceva: che tristezza! I suoi occhi contrariati cercavano qualcosa di meno sconsolante su cui posarsi. (Luigi Meneghello, I piccoli maestri, in Id. Opere scelte, Milano, Mondadori, p. 608)

In misura diversa, tanto la posizione di Meneghello quanto quella di Petroni nascono dalla stessa estraneità alla cultura ‘ufficiale’, e del suo sistema di nozioni, basato sull’arrogante predominio della scrittura (“Guarda un po’ i libri, guarda i giornali: è fatto così o no il Mondo? Possono sbagliare i libri? possono sbagliare i giornali?”, si chiede Meneghello rievocando la propria infanzia, Pomo pero, in Opere scelte, 652). Privilegio di pochi, in un’Italia che in gran parte si ferma alle prime classi delle elementari.

Quella di Petroni è allora una storia di anticonformismo rispetto a due dei regimi autocratici della modernità: quello dell’alfabeto, e quello del fascismo, allora saldamente intrecciati (anche nel progetto di educazione gentiliana). Rifiutando il conformismo che identifica la cultura con la regolarità degli studi, il poeta autodidatta scopre un valore intrinsecamente anticonformista del proprio linguaggio, per quanto destinato a una lunga latenza e a un’altrettanto lunga gestazione; mentre Meneghello si salva anche grazie alla percezione dello sberleffo, alla sua anima di parlante nativo del dialetto, che lo porterà, in anni ben più tardi, a smascherare la retorica nazionalistica delle patrie lettere:

Nazario Sauro ti ammonisce nel suo alfabeto, sulla copertina del quaderno in cui scrivi: “Tu forse comprendi, o comprenderai tra qualche anno, quale era il mio dovere di italiano. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi rimane la Patria che di me farà le veci, e su questa Patria giura, o Nino, e farai giurare i tuoi fratelli, quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani”.
È un giuramento straordinario, elettrizzante. Essere sempre e ovunque italiani. La faccenda è certamente associata alla scrittura. (‘Cari i me tusiti, juré ca sarì senpre italiani’: chi mai si sognerebbe di dire una cosa simile?) (Meneghello, Jura, in Opere scelte, 984-985).

Una sensibilità che viene dal rapporto, ancora vivo e modesto, con la parola viva, con i suoni e gli odori , con la parola orale e il suo correr di lepre, che ancora negli anni ’60 le fiabe urbane di Calvino e gli altri esperimenti narrativi col “parlar basso”, cercheranno invano di acchiappare. Una simile vocazione alla conquista della parola – conquista non imperialista ma, anzi, quasi “campesina” – suona forse esotica per la “letteratura italiana”, come la intendiamo di default: al contrario, per la scrittura femminile essa è quasi la norma. Basta pensare a Teresa Noce, che lascia il banco delle ‘povere infelici’ conquistando la grammatica dalla passione spontanea e continua per la lettura. Ma persino a Goliarda Sapienza, educata in casa, in quella che il suo compagno e curatore Angelo Maria Pellegrino definisce come “un’oasi di libertà”; più tardi, la scelta di non terminare il ginnasio per entrare alla Regia Accademia d’Arti Drammatiche, per quanto pericolosa e discutibile, sottrarrà la giovanissima donna al veleno della retorica.

Qual è, dunque, la particolarità di libri come I piccoli maestri e, forse in subordine, Il nome delle parole? Quella di dimostrare come un’auto-educazione all’anticonformismo e all’antifascismo siano possibile anche partendo dal “ventre” del regime, lentamente mettendo in discussione le parole da cui veniamo parlati, e imparando a porsi domande. Quella di dimostrare che anche dal disgusto per i doppiopetti, per l’arroganza del “corpo di stato” può maturate una giusta insofferenza – purché essa spinga all’azione, alla partecipazione, e non a un raffinato snobismo entre nous. Questi libri (e i molti altri casi che si potrebbero citare, da Mario Lodi a Vittorini) tessono quindi un elogio dell’autodidattismo come fonte di emancipazione: il chiamare a sé i propri modelli, eletti fuori dei conformismi nazional-popolari e modaioli (fossero pure le mode del parterre militante e alternativo…). Due storie da rileggere anche oggi, nell’opacità culturale e morale dell’italia berlusconiana, così ricca di corpi limati dal denaro e sagomati dal potere. Con una differenza: che se allora esisteva una parola viva e della strada, cui rivolgersi per cercare un discorso anti-conformista, oggi l’unica strada possibile è quella del ritorno ai saperi complessi, alle letture difficili, al duro cimento della critica. E forse, per ritrovare una possibile distanza e alterità di “discorso subalterno”, dobbiamo imparare a ritornare al silenzio di biblioteche semideserte.

fortuna che esistono le biblioteche [27 luglio 2010]

In a spasso tra i libri, repubblica delle lettere on novembre 16, 2011 at 3:49 am

Mi sono bastati tre giorni (vabbé, facciamo quattro) per reinserirmi nella temperie culturale di questa Italia, afferrando i sofismi del suo dibattito culturale, i riboboli della sua scena letteraria, la misura della sua vivacità intellettuale. Sabato notte, ad esempio, ho letto il “quasi Strega” Acciaio, della “giovane” Silvia Avallone. Il titolo, che rievoca reminiscenze sia pirandelliane che ejzensteiniane per poi auto-distruggersi nel confronto, preannuncia subito la materia di cui son fatti i sogni della Avallone: l’alienazione. Non, quella che nasce dalla fabbrica ma quella generata da qualsiasi scrittura veramente commerciale e “a scadenza”. Domenica, invece, mi sono dedicata al pamphlet con cui Alessandro Dal Lago demolisce un certo non-fiction novel uscito nel 2006 (su questo, link immaginario al prossimo post, ancora da pubblicare benché in fase avanzata di stesura su cartaceo). L’Italia ha o non ha bisogno di eroi? Sullo sfondo, un vociare degno di Juve-Inter (Viva Saviano, abbasso Saviano), e l’eco lamentoso di una sinistra sempre più nostalgica: O tempora o mores!

E per fortuna che esistono le biblioteche, per chi come me è perennemente in bolletta e specula persino sulla marca del tonno sottolio, figuriamoci comprare un libro a 18,00 solo perché ‘accende gli animi’; anche se, ad acchiappare in biblioteca libri così popolari, tra un rientro e una prenotazione, sembra quasi di star appostati aspettando che passi una lepre. Ma io ho i miei informatori, e grazie al dio degli aspiranti intellettuali scalcagnati, la sfango sempre.

Tanto mi consolano le biblioteche della mia città – comprese quelle universitarie, ormai deserte perché gli studenti, beati loro, sono “in ferie” – quanto mi deprimono le librerie. Ieri, ad esempio, ho percorso svariati chilometri entro il perimetro del centro cittadino solo per cercare un’edizione accettabile delle poesie di Carlo Porta. Un’edizione decente, diciamo; anzi, morettianamente, anche solo un’edizione. Invece niente: dappertutto, buchi scoperti rimuovendo impettite edizioni dei Canti Pisani di Pound – ah, l’egemonia culturale della sinistra! – e le azzurrine Opere complete dell’omonimo poeta d’avanguardia. (A questo punto, un Dal Lago probabilmente obietterebbe che un libro non può essere “impettito”, ma noi siamo i giovani, yè yè, e leggiamo i fumetti. Anche perché i poeti come Carlo Porta non vanno più di moda).

L’avvicendarsi delle fortune letterarie mi strappa un accorato sospiro. Il Porta Carlo obliato e oscurato dal Porta Antonio, e poco importa che il nome d’arte sia stato scelto proprio come omaggio all’illustre milanese. La cultura e la poesia delle avanguardie, del resto, è ormai oggetto di insegnamento accademico nel peggior senso del termine, anziché portare il suo graffio – le poesie di Cara graffiavano, eccome! – nelle aule e nei luoghi del potere. Del resto c’è stato chi, con mortale serietà, ha invocato i funerali di Stato per il funambolo per eccellenza, E.S.: tipico esempio di carnevalesco involontario.

Nel frattempo, continuo a scarpinare. Librerie usate: nisba. Librerie patinate: nada. L’unica libreria che non mi delude è la principale Feltrinelli cittadina, manco a dirlo. All’ombra delle Due Torri, tra una plaquette di qualche giovane poeta e un’antologia di poesie scelte “a tema” (per non dire altro), mi imbatto in una non meglio precisata raccolta pubblicata da Baldini Castoldi Dalai. Sfogliando l’edizione non poi così economica, mi avvedo che, tra un apparato critico inesistente e una pessima stampa, mancano una carriolata di poesie, e che dell’Inferno ci son solo il canto I e VII. The Best of Carlo Porta, praticamente. Ringrazio dell’offerta, e vado avanti. In un’altra libreria (la rivale Coop) trovo una ricca e accurata versione dei Poemetti (Marsilio), cose tipo la Ninetta del Verzée eccetera, che non sono quel ch’ io vo cercando, ma è meglio di niente. Ringrazio dell’offerta, e vado avanti.

Una visita nella Biblioteca Comunale mi permette di comprendere lo stato tragico delle cose. Chi volesse un’edizione completa dei versi di Porta, comprese le traduzioni in milanese dell’Inferno che son proprio quel ch’io vo cercando, non ha speranza, dovendo affidarsi o a una costosissima edizione dei Meridiani Mondadori (55 euro sono tanti anche per una bibliomane come me) o a uno di quei preziosi e inarrivabili volumi UTET con cui, ormai, trafficano solo le librerie antiquarie.

Speravo in una qualche edizione “classici economici”, come le stampano Rizzoli, Mondadori, Einaudi, Garzanti: come ce ne sono per altri fondamentali classici della nostra letteratura compresi autori poco letti come Pulci e Burchiello – e Porta, autore dialettale, è un classico della nostra letteratura. Invece nulla. Milan l’è semper Milan, e in nome della sua grettezza affaristica, tanto proverbiale quanto stereotipica, la capitale dell’editoria italiana condanna all’oblio uno dei suoi più illustri intellettuali. Fortuna che esistono le biblioteche, mi dico: e mentre esco dalla Biblioteca Comunale con un bel Meridiano di Carlo Porta sottobraccio, per la prima volta mi sento finalmente legittimata a pensarlo anch’io, un bell’O tempora, o mores…. Vedi mamma, che sto diventando pure io un’intellettuale italiana?

il prezzo di una biblioteca frequentata [11 gennaio 2010]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 2:44 am

Sto scrivendo dalla biblioteca pubblica di Toronto, nella mia sede di quartiere (Gladstone/ Bloor), nella pausa tra un lavoro e l’altro. Fuori nevica, durante queste vacanze la metro è aumentata fino al vertiginoso prezzo di 3 $ la corsa (proprio così, avete letto bene), quindi di andare a studiare alla biblioteca universitaria non se ne parla. Camera mia è una sentina di distrazioni, tecnologiche e non (niente è peggio della casalinghitudine che si insinua nelle pieghe della poca voglia di studiare). Ergo: ho attraversato la strada, ed eccomi qui.
Il wi-fi è gratuito e senza password. A rigore, non servirebbe nemmeno la tessera. Vari homeless sono seduti sulle poltrone (questo per la verità succede anche a Bologna, dove, esattamente come qui, li si tollera a patto che non siano strafatti, il che dà talvolta luogo a surreali conversazioni con le guardie giurate).
La biblioteca è pienissima di persone, un po’ meno di libri. Molti dei titoli più interessanti dell’emeroteca sono indisponibili (per dire, manca l’intera annata di Adbusters) e i quotidiani sono tutti in lettura. Qualcuno li legge, dunque…
La disciplina non è ferrea. Tutti sbevazzano e sgranocchiano. Alcune suonerie di cellulari vengono lasciate bellamente squillare, o vengono spente solo quando tutta la sala ha preso il ritmo e sta ormai ancheggiando a tempo.
Una poliziotta sorveglia svogliatamente la sala e a metà pomeriggio si concede una telefonata di tenore non esattamente professionale. Solo al suono dell’antifurto la vediamo schizzare verso la postazione di controllo, inciampando tra zaini e borse al grido di ‘Sorry sorry sorry’, per appollaiarsi come un falco sul ballatoio interno.
Falso allarme.
Un gruppo di adolescenti che sembrano usciti da uno spot di Oliviero Toscani ci sorpassano sghignazzanti e dinoccolati. Su ogni tavolo campeggiano i dépliant dello sportello di orientamento per nuovi immigrati, organizzato all’interno della biblioteca. Leggendo, scopro che non si tratta solo di una semplice guida ai servizi bibliotecari, ma di una vera e propria assistenza nella ricerca di lavoro o di servizi primari. Mi domando quanto sia frequentato. Di sicuro una connessione Internet gratis (fruibile non solo via wi fi col proprio laptop, ma anche attraverso una quarantina di postazioni pubbliche) è un servizio utile per chi cerca lavoro. Difatti, di computer liberi non ne vedo.
Una ragazza musulmana (hijab celeste e smalto rosa super-pop sulle unghie) lascia il laptop incustodito, contravvenendo alle decine di cartelli che intimano di non abbandonare le nostre proprietà. Viva la fiducia nel prossimo, penso.
Al mio tavolo siamo in cinque, tre con laptop e due con carta e penna. Il mio vicino, sopra i 40 e Asian, alterna la lettura di una dispensa in scienze infermieristiche a un più avvincente romanzo in ideogrammi (riesco a leggere solo FICTION, in inglese, dall’etichetta di catalogazione).
Un vecchietto si alza dalla poltrona – per come ci sta seduto, potrebbe benissimo essere la sedia a dondolo di un western – rispondendo in tono più che alto al cellulare.
Dal piano inferiore, completamente aperto, arrivano ciangottanti voci di bambini, sempre più alte, poi due strilli. Il suono della sberla si sente da quassù. A seguire, due pianti quasi urlati. Dopo qualche minuto, la tragedia familiare non accenna a placarsi, e i bambini continuano a spolmonarsi in un pianto che ha sempre più del recitato e sempre meno dell’autentico. Tutti abbiamo la testa voltata in una sola direzione, e una speranza in comune. D’altra parte, mi dico, è questo il prezzo da pagare, se vuoi una biblioteca veramente frequentata e vissuta.

toronto, 22 agosto, ore 20:00

In canadian bacon on novembre 16, 2011 at 2:06 am

Al mio primo risveglio canadese, alterno momenti di entusiasmo e di panico. Arrivare in una casa completamente vuota e sprovvista di tutto (letto compreso) non è davvero uno scherzo. Quando non c’è assolutamente niente, le cose più ovvie ti mancano quando meno te l’aspetti. Me ne sono accorta stamattina alle sei (scherzi del fuso orario), quando dentro la doccia ho allungato la mano e mi sono ricordata dell’esistenza del sapone, che non c’era. Mi trovo quindi nell’urgenza di comprare tutto, se non voglio morire di fame in questi primi tre giorni – o vivere di hot dog fino a venerdì, ingrassando di 10 chili. Non è una situazione consigliabile: facendo acquisti così presto, i soldi scivolano via dalle mani incontrollati, e io già non ne ho molti… Ho comprato stoviglie, due pentole, uno strofinaccio, il necessario per lavarmi e una spesa con cui conto di arrivare almeno a lunedì prossimo. So di avere speso troppo, cosa che lo scontrino mi conferma: alla mia perizia certosina è sfuggito il prezzo delle cipolle, ed ecco che tre cipolle mi costano l’astronomica cifra di 3 $ e 98! Possibile? In Italia te le tirano dietro! Ancora: sono inorridita (ma per fortuna in tempo) di fronte al prezzo della carne di pollo e di tacchino. È più economico il controfiletto di manzo!
Intanto, ho fatto subito due cose tipicamente “americane”: andare a una garage sale (anzi, due) e spedirmi una cartolina all’indirizzo di casa, per potermi iscrivere alla Biblioteca del mio quartiere (e usare Internet gratis). E fortuna che per domani non mi hanno invitato a nessun barbecue.
Sono quelle cose che fanno “America”… peccato solo che siamo in Canada! Riconosco l’architettura, le case di mattoni o di legno (appena più scalcinate e proletarie delle eleganti villette bostoniane che ho visto io), il cemento sconnesso delle strade, gli yard ben curati e quelli impazziti di erbacce, i “blocchi”, i tre segni del semaforo pedonale: solo che, improvvisamente, a svettare da un davanzale o su un playground è la foglia d’acero e non la bandiera a stelle-e-strisce. Mi sembra un’illusione ottica, molto simile allo scherzo del destino per cui io, che sempre pensavo di finire negli USA, mi ritrovo a Toronto.
Dovrò fare a lungo i conti con la discrepanza tra il mio immaginario, prepotentemente statunitense, e questa città che ha le sue abitudini e i suoi umori. Ne ho avuto la prova ieri sera, appena scesa dalla navetta che dall’aeroporto arriva a kipling station, capolinea della green line. “Cosa vuoi che sia portare una valigia di 30 kg”, mi aveva detto mio padre, “in una città moderna come Toronto ci saranno scale mobili e ascensori dappertutto”. È così che mi ritrovo a trascinare un bagaglio più pesante di me per una scalinata stretta e scomoda, un vero rompicollo. A Boston non sarebbe mai successa una cosa simile, mi basta ripensare alle stazioni della Red Line e alle scale mobili, tanto lucide che sembravano appena uscite dall’imballaggio. Però all’uscita dalla metropolitana non ho più avuto problemi: un signore si è offerto di aiutarmi, solo vedendomi in difficoltà, e quel bagaglio che per una persona era ingestibile, in due è diventato umano. Non credo che a Boston mi sarebbe successo, nella fila che preme e sbraita se qualcuno rallenta il ritmo della camminata lungo la scala mobile…
Per ora Toronto mi sembra uno spicchio di America, meno tirato a lucido e con alcuni vantaggi. È una nazione bilingue, benché non nella regione dell’Ontario. Se uno non capisce bene una indicazione, ha sempre la traduzione francese sottomano. Soprattutto, le persone sono abituate alla differenza linguistica (anche troppo: sentendo il mio accento “diverso”, il mio padrone di casa mi ha chiesto subito se venivo dal Quebec….).
Altro vantaggio, la verdura. Già uscendo dall’aeroporto non ho visto altro che negozi di verdura, mercati e mancarelle di verdura, striscioni di leghe di agricoltori locali, mercatini biologici dei produttori della zona, supermercati di verdura e groceries grandi quanto mezzo shopping mall. E sono dappertutto i cartelli che esaltano i prodotti delle Ontario Farms, quasi un marchio di qualità. Da questo punto di vista, la distanza con gli USA è notevole e mi rassicura non poco. L’attenzione ambientale, del resto, mi pare un po’ più condivisa: la raccolta differenziata capillare (anche se un po’ sgraziata, devo dire), i cartelli che invitano a eliminare l’impatto ambientale delle plastic bag, i sacchetti di plastica non riciclabili, e a sostituirli con borse di tela non inquinanti, la presenza delle biciclette e dei negozi che le vendono o riparano… sarà una tutta facciata? Uno stereotipo alla Michael Moore?
A me basta dire che, ieri, sono entrata nell’Ufficio Immigrazione alle ore 18.49 e ne sono uscita alle 19.01, con in tasca uno Study Permit (permesso di soggiorno per motivi di studio) valido fino al 2013. Fatto direttamente in aeroporto, senza isterismi o soperchierie di nessun tipo. E non aggiungo altro.

la biblioteca ai tempi di facebook [2 luglio 2009]

In attitudine popular, facebbok on novembre 16, 2011 at 1:52 am

È il primo pomeriggio di luglio e sono seduta in una delle poche biblioteche bolognesi prive di aria condizionata (lusso che, sul dépliant delle biblioteche comunali è simpaticamente contrassegnato dall’icona di un pinguino). Sto consultando alcune opere di superstiti italiane della Shoah, una lettura che val bene il caldo di questa fornace.
Dalle imposte socchiuse arrivano chiacchiere sparse di studenti del DAMS, l’abbaiare nervoso di un cane.
Alla mia destra, una postazione computer pubblica accesa emana un alito rovente. Sono le quattro quando arriva una ragazza e si siede alla tastiera. È poco più anziana di me, sembra, anche se per essere libera a quest’ora, probabilmente è ancora una studentessa, o al massimo una nullafacente temporanea come me.
L’aria ordinata dei suoi vestiti è parzialmente contraddetta dall’esuberanza dei capelli. Un rigoglio sano, fluttuante e disordinato. Si china sulla tastiera e digita con furia, come una qualsiasi laureanda alle prese con la tesi, o peggio, come una neo-laureata che risponde compulsivamente agli annunci di lavoro da una postazione pubblica (un’esperienza avvilente che non auguro a nessuno).
Dopo un po’ mi arriva una sua risata. Non posso fare a meno di dare una sbirciatina allo schermo e compare l’immancabile striscia blu di facebook. Foto, anzi “fotine” – per quanto possiate pensar male, è così che molti le chiamano – da commentare, pardon: da taggare.
È un fenomeno che noto sempre più spesso. Due mesi fa, in un’altra biblioteca comunale con una fila di computer a parete, tutti ad accesso pubblico, avevo avuto la sconfortante visione di otto (8) schermi affiancati, tutti sintonizzati sulla pagina di accesso a FB. Che, in una biblioteca, fa sempre un certo effetto.
Non ho mai apprezzato le tirate moralistiche su Facebook. Sono connessa, ci passo parte del mio tempo, e anzi ho sempre scrollato le spalle di fronte a certe osservazioni dietrologiche di amici non connessi. «Se volete evitare il Sistema, liberatevi da Windows e passate a Ubuntu», dico in tono superiore. Figuratevi che ne sono “fan”, io.
Facebook è una piattaforma che permette alle persone di fare certe cose, punto. Non ti obbliga a caricare fotografie intime, né a condividere esperienze private e familiari, tantomeno a passare metà della tua vita a chattare con compagni che hai perso di vista dalla fine delle elementari o ex fidanzati di cugine di terzo grado.
Uno strumento offre sempre delle possibilità in più, un ulteriore spazio di contatto – per quanto virtuale – con persone lontane, a volte quasi irraggiungibili dalla distanza, e i miei amici “canadesi” e bostoniani ne sanno qualcosa.
Però mi viene da pensare che anche una biblioteca sia uno strumento che offre delle possibilità di incontro e di contatto. Uno potrebbe anche mettersi offline prima o poi, alzarsi dalla sedia, scegliere la copertina di un libro che lo ispira, mettersi comodo e leggere un’oretta. E magari, così facendo, avrebbe anche qualcosa di nuovo da condividere su facebook.
E se proprio non ha niente da fare, uno potrebbe anche spegnere, dopo un’oretta, e gironzolare per i tavoli. E magari fare una richiesta d’amicizia a qualcuna delle ragazze e dei ragazzi che studiano lì a fianco, sbuffando sul loro mucchietto di fotocopie e di dispense. Chissà che non clicchi il tavolo giusto?
Invece no. Mi rimane in testa la visione di quelle schiene, voltate al resto del mondo, ma inesplicabilmente “connesse”.
Sono le sei meno cinque, so che la biblioteca sta per chiudere. Mentre rimetto in ordine i miei libri e i miei appunti, do una controllatina finale allo schermo della ragazza. Che, finalmente «offline», sta digitando furiosamente i suoi dati sulla schermata di qualche homepage – dai colori potrebbe essere quella dello SVE, Servizio Civile Europeo. Che cosa spinge una persona, evidentemente priva di una connessione internet domestica, a sprecare le sue due uniche ore di connessione gratuita su facebook?
La biblioteca chiude. La ragazza interrompe il proprio lavoro a metà, sbuffa e spegne controvoglia. Usciamo, senza incrociare i nostri sguardi.