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torri, tette e grembiulini

In Uncategorized on maggio 28, 2013 at 2:26 pm

febbrebigE’ il torrido luglio bolognese: sudore che scorre a rivoli sul selciato, calore trattenuto dal marmo del Crescentone ed sprigionato, lentamente, nella notte. E’ il 2010, e mi ritrovo con l’amica del cuore in Piazza Maggiore, per assistere alle varie proiezioni gratuite estive. Quella sera danno la “La febbre del fare”, un bel documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi.

Sono passati alcuni anni, ma una delle scene che ricordo con maggior chiarezza era quella dedicata alle scuole materne emiliane. – “Andammo a Stoccolma per studiare come funzionavano gli asili, e il biglietto ce lo pagammo di tasca perche’ allora si usava cosi’,” ricorda dal maxischermo una consigliera comunale di quei tempi, mentre nella piazza scrosciano gli applausi; del resto e’ la stessa piazza che pochi anni prima aveva incoronato Grillo al primo Vaffa Day, l’umore contro la corruzione e’ gia’ pesante e lo scandalo Del Bono e’ una memoria recentissima.

Quelle immagini trasmettevano l’idea che la scuola materna emiliana fosse un vanto, una conquista sociale non solo per le madri lavoratrici ma soprattutto per i bambini, finalmente considerati persone e non appendici dei loro genitori. Quella scuola studiata dagli esperti in tutto il mondo e’ ancor oggi uno dei simboli del famoso modello emiliano, lo stesso modello che – si dice – resiste a tutto, persino ai terremoti. Eppure, la sinistra che si dice erede di Dozza  e che per un film come “La febbre del fare” si e’ certamente spellata le mani, in questi mesi si e’ arrampicata sugli specchi per cercare di dimostrare che i finanziamenti alle private in fondo fanno bene a tutti, e che sostenere la scuola pubblica e’ una cosa da pericolosi sovversivi. Da bleccblocc, magari.

Oggi, 27 maggio 2013, Bologna e’ di nuovo un luogo simbolico per l’educazione, a sinistra. Per la prima volta dopo quasi quindici anni il fronte della scuola pubblica segna una vittoria importante.

Certo, l’affluenza e’ stata bassa, anche nell’ambito di un tipo di consultazione senza quorum che raramente vede grandi masse recarsi alle urne (il referendum che nel 1997 portò alla privatizzazione delle Farmacie Comunali vide poco piu’ del 36% di affluenza, e su tre giorni). Non so quanto questo risultato incidera’ sulla realta’ dei servizi cittadini: un Comune che ha fatto di tutto per boicottare il voto, riducendo il numero dei seggi, facendo propaganda nemmeno troppo mascherata, amplificando vergognosamente la campagna di un solo schieramento e dipingendo gli avversari in modo sleale, non avra’ certo interesse a tener fede a questo risultato. E’ gia’ partito il balletto delle scuse, dei distinguo, delle sottili analisi per scorporare il voto e dimostrare che in realta’, se la A ha vinto, e’ solo perche’ il gioco non vale. B come Bambini, appunti, per non dire cinnazzi.

Per età e storia politica, ho fatto in tempo, purtroppo, ad assistere alla distorsione mentale per cui i sostenitori della scuola pubblica si sentono continuamente dire che sono di parte, mentre i difensori di interessi (oltre che scuole) privatissimi vengono fatti passare per portavoce della collettività.

E’ il 1998, e l’Emilia Romagna, pochi mesi dopo la Lombardia guidata da Formigoni, propone una legge che introduce surrettiziamente il finanziamento pubblico alle scuole non statali. Per me che ho 14 anni, la questione e’ confusa, ma di pancia sento che la Rivola è una bella schifezza. Gli unici che conosco che sono a favore delle private sono i ciellini che frequentano la mia (ottima) scuola pubblica: a parole si lamentano che la loro opinione non sia rispettata, ma in realta’ vorrebbero che il loro particolare credo (che è tanto politico quanto religioso, trattandosi pur sempre di CL) venisse propinato a tutti come la minestra del giovedi’ alla mensa di Giamburrasca.

Io che ho respirato l’aria della scuola pubblica, piena di germi ma anche di idee e di differenze, mi trovo in piazza un pomeriggio alla fine di febbraio, per quella che e’ forse la mia prima grande manifestazione. Siamo cinquantamila, strilla Moretto da un megafono. Col senno di poi la cifra mi pare dubbia, certo e’ che di gente ce n’e’ davvero tanta. La Legge Rivola va avanti, viene modificata per includere tra i possibili beneficiari anche — bontà loro — alunni di scuole pubbliche, ma il principio resta. E’ il cavallo di Troia.

E’ il 2001, e passa il referendum per la riforma del Titolo V della Costituzione. Il principio della sussidiarieta’ orizzontale viene fatto passare per un miglioramento dei servizi (anzi no, dell’offerta, con terminologia biecamente capitalistica), mentre la PseuDoSinistra si ammanta di parole vuote e roboanti come “liberta’”, “trasparenza”, “efficienza.” Il fronte del NO e’ in mano a poche decine di persone, le solite facce abituate a schierarsi contro il senso comune, dalla parte del torto. E’ una battaglia persa in partenza. Il referendum confermativo non raggiunge il quorum, che comunque non e’ richiesto: e siccome hanno vinto i “buoni”, nessuno fa obiezioni. Anno dopo anno sembra che non ci sia speranza. Ma il senso comune puo’ cambiare, soprattutto quando i soldi finiscono e l’illusione collettiva di essere tutti belli biondi e borghesi svanisce per forza in una bolla di sapone. Il risultato di Bologna ne e’ la dimostrazione.

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Ora che i numeri sono noti, i pareri si moltiplicano. C’e’ chi dice che a pronunciarsi per la A sia stato poco piu’ del 16% degli aventi diritto, e sulla base di questa logica vorrebbe imporre all’intera citta’ il volere, evidentemente piu’ rappresentativo, dell’11% scarso. C’e’ chi si rimangia le regole, chi promette ricorsi, chi lamenta ingiustizie e brogli, chi parla di una mobilitazione inesistente e chi invece sostiene che, a conti fatti, l’affluenza non sia stata cosi’ malvagia.

Ho anch’io una mia teoria politica: che in Italia, e particolarmente in Emilia, quando si parla di scuola ci siano due tipi di sinistre. C’e’ quella che sostiene la scuola pubblica sempre e comunque: per una questione di principio, per quella che gli altri chiamano ideologia (come se dall’altro lato invece non ci fossero implicazioni politiche e interessi di parte) e che a me sembra invece una banale questione di coerenza. Poi c’e’ la sinistra a soffietto, che funziona come una porta scorrevole o un armadio a scomparsa. Per esempio, se al Ministero siede una Moratti, una Gelmini o magari un d’Onofrio, allora siamo per la scuola pubblica senza e senza ma: scendiamo compatti in piazza cantando bandiera rossa e agitando cartelli. Se invece al ministero ci stanno Berlinguer o Carrozza, contrordine compagni!, cominciano i distinguo, le giravolte, e a volte i capitomboli. Come in quest’ultimo referendum cittadino, col PD che si è trovato in bella compagnia, tra la Lega, Bagnasco, e chi piu ne ha piu’ ne metta.

Per alcune persone, che si sentono costrette ad arrampicarsi sugli specchi in nome di una malintesa coerenza, quasi quasi mi dispiace. Sul serio. C’e’ gente che ha fatto le proteste contro la Gelmini e che a ‘sto giro non sapeva piu’ cosa inventarsi per sostenere che finanziare le private non vuol dire finanziare le private. Oppure gente che ai tempi della Moratti srotolava striscioni dalle torri contro i finanziamenti alle scuole private, che in questi mesi si e’ prodotta in sforzi altrettanto ginnici pur di difendere l’opzione B. E il tutto senza mai, nemmeno per un attimo, discutere criticamente un’oleografia fatta di sfogline volontarie alle feste dell’Unita’, di foto in bianco e nero, di strisce tricolori, di minuti di silenzio, di ossequi al passato. Nel frattempo quei  servizi che erano il fiore all’occhiello e il simbolo del modello emiliano sono stati saccheggiati, smontati, o svenduti per due lire. La scuola pubblica, i consultori di quartiere, le farmacie comunali: l’elenco sarebbe lungo. Cimeli buoni solo per l’Archivio Storico, per dar colore alle rievocazioni dei bei tempi andati e per riempire qualche strenna natalizia.

Dopo quasi quindici anni di lotte e di proteste e di raccolte di firme sotto il solleone e di cariche contro i mulini a vento, il fronte della scuola pubblica raccoglie la sua prima vittoria: una vittoria costruita non in mesi di mobilitazione, ma in anni di lavoro sul campo e di informazione. All’altra sinistra (che continuo a chiamare tale più che altro per pietà) tra un po’ non rimarrà che l’orgoglio felsineo. Perche’ il modello emiliano, se lo svuoti dei suoi servizi, e del suo senso di collettività e della sua cultura laica, non è altro che una celebrazione stantia e impettita della propria identità: un principio che va bene giusto per gli elettori della Lega.

Suicidi, il balletto delle cifre

In Uncategorized on maggio 9, 2012 at 12:35 pm

Quando ho letto sulla Repubblica edizione locale (sì, di tanto in tanto la leggo anche da qui) che un artigiano cinquantenne si era dato fuoco davanti all’Agenzia delle Entrate di Bologna, mi si è gelato il sangue nelle vene. Parlando più tardi a casa, mia madre mi ha detto che nell’ufficio dove sta lei tutti hanno avuto la stessa reazione. Chi ha pensato al fratello, chi al figlio, chi al marito. Tutti con la corda al collo in questi anni di crisi. Tutti col terrore di Equitalia.

Per questo, forse, ho reagito emotivamente leggendo le smentite alla presunta ondata di suicidi proposte prima da Mazzetta, e ora da The Daily Wired.

Parto dalla conclusione del pezzo di Mazzetta, che scrive: «Equitalia è l’esattore pubblico che ha sostituito una pletora di esattori privati, alcuni dei quali spariti con la cassa e non certo alieni alle inefficienze o alle cartelle pazze.»

Che la gestione unificata non sia necessariamente peggiore di quella che l’ha preceduta, è difficile da negare. Né credo che la frammentazione del sistema di riscossione tributi o, peggio ancora, la sua ‘rivendita’ a privati sia uno scenario particolarmente rassicurante (consiglio a proposito la visione di «Maxed Out», un documentario sul fenomeno dei debiti da carte di credito negli USA: è interessante vedere come le stesse dinamiche di vergogna e disperazione siano provocate dall’indebitamento verso privati e da quello nei confronti dello Stato). E non ho dubbi sul fatto che la CGIA possa essere considerata una voce di parte e, dunque, poco autorevole.

Detto questo, penso che l’isteria su Equitalia sia solo una componente di questo problema, e che minimizzare o negare il problema non sia tanto più utile che arrendersi alle sirene giornalistiche. Mi sembra, soprattutto, che alcuni dati siano difficili da negare.

Per esempio, il fatto che i tassi di interesse e la mora sulle cartelle esattoriali abbiano livelli elevatissimi, il che rende molto difficile per il piccolo artigiano o per il piccolo imprenditore rimanere in regola in periodi di crisi economica, quando il mercato langue. Oppure il fatto che la pressione fiscale sia superiore a quella di altri paesi europei, anche per compensare un livello scandaloso di evasione fiscale tollerato e addirittura giustificato dalla passata amministrazione di centro-destra. O, ancora, che la legislazione corrente non tuteli adeguatamente l’impresa rispetto al committente, sia esso pubblico o privato, per cui di fronte a un contenzioso o al ritardo nei pagamenti, la piccola impresa o il singolo artigiano (il cui utile è già assottigliato nel sistema dei subappalti) non ha alcun modo di recuperare la propria liquidità in tempi ragionevoli, ma deve nel frattempo far fronte alle spese correnti, alle cartelle esattoriali e ai costi d’impresa senza alcuna possibile dilazione.

Certamente gli imprenditori e i piccoli artigiani non sono gli unici a soffrire in tempi di crisi. Le madri separate, i lavoratori pubblici esternalizzati che a ogni giro di tagli vedono il posto minacciato o le ore ridotte, la marea di giovani senza lavoro o costretti alla sottooccupazione senza diritti né tutele, non possono essere dimenticati. Detto questo, io rifiuto la premessa non dichiarata che i lavoratori culturali (non importa se davvero preparati, qualificati, capaci) siano necessariamente rappresentanti del bene in quanto «precari» e che, all’opposto, chiunque svolga un lavoro artigianale o provi onestamente a “fare impresa” incarni il male per definizione. E non accetto che le stesse persone pronte a dare una lettura politica dei suicidi in Grecia siano le prime a fare gli opportuni distinguo quando a suicidarsi è un imprenditore veneto o un artigiano emiliano.

Non penso che dire queste cose sia di destra. Di destra è la cultura del privilegio, la cultura di chi va al supermercato e se ne frega di sapere come vengono raccolte le sue mele, la cultura di privilegio per cui crediamo che una laurea (anche se presa a spinta e senza vocazione) debba garantire una vita comoda solo a chi ha studiato, di destra è il senso di superiorità sociale (questo sì, piccolo-borghese) per cui parliamo solo a chi è come noi, laureato, “masterizzato” e precario.

Non so dire quanto ci sia di reale in questa percepita ondata di suicidi e quanto sia, invece, puro sensazionalismo. Certamente posso capire il fastidio per le “emergenze” giornalistiche montate ad arte; ed è corretto, di fronte alle notizie, chiedersi se queste non siano in qualche modo dettate o orientate da un’agenda non dichiarata. Dovremmo avere più giornalisti disposti a fare domande scomode e verifiche sui numeri. Ma temo anche che in queste particolari denunce possa nascondersi un pregiudizio ideologico per cui chi fa impresa è sempre, per forza e comunque un ladro, uno sfruttatore, un evasore fiscale. Un pregiudizio che, come talora accade, si fonda su una verità parziale, su una generalizzazione: un concetto non del tutto falso, ma pericoloso se lo adottiamo come unica chiave di lettura.

Perché di questo pregiudizio cadono vittime, ancora una volta, le persone oneste che si trovano prive di qualsiasi protezione, sempre e comunque dalla parte del torto e dei ‘padroni’, anche se magari si tratta di un meridionale emigrato che da trent’anni svolge un lavoro usurante e vede il proprio utile ridotto fino a intaccare la propria sussistenza. E non voglio andare avanti parlando del fatto che la sinistra ha perso terreno anche perché ha lasciato questo popolo a partiti razzisti e di destra come la Lega, perché tale considerazione suonerebbe retorica; ma penso che questa riflessione andrebbe fatta, prima o poi, e per davvero.

Non ho risposte, questo è chiaro. Non faccio la giornalista e il mio blog è solo un blog, non un punto di riferimento per la controinformazione. Le mie sono solo domande, dettate da un profondo sconcerto, un infinito turbamento, e – se posso permettermi – anche una punta di fastidio.

what i’ve been up to (lately)

In Uncategorized on febbraio 18, 2012 at 2:27 pm

In questi giorni di grande tensione, di grande violenza di classe, e di tagli indiscriminati a tutti i servizi, mi arriva una petizione online in favore del dipartimento di Italian Studies a Royal Holloway, che rischia di sparire. La petizione è qui, e l’ho anche firmata, per quel che costa.

Io credo che tutto faccia brodo ed è per questo che alla fine ho messo il mio nome e dò spazio all’episodio su parlacoimuri, il blog meno letto e meno aggiornato della blogosfera italiana. Però mi fa strano pensare che, mentre io e i miei colleghi ci prepariamo a uno sciopero duro e difensivo, ancora ci sia qualcuno aggiro che crede basti cliccare una petizione per fermare un gruppo di CEO dal tagliare i “rami secchi” di un’università.

Lo dico fuori dai denti: io non credo che le petizioni online siano inutili. Credo che siano quasi sempre controproducenti, dannose, lesive delle lotte, a meno che non abbiano destinatari e mittenti precisi. Perché le petizioni addormentano, illudono. Peggio ancora: ghettizzano. Ci convincono che anche se siamo tre gatti a crederci, va bene, l’importante è aver ragione in teoria anche se poi, in pratica, chi detiene il potere ci incula a sangue.

E sia chiaro: a me dispiace per IS a Royal Holloway – è assurdo ridimensionare l’italianistica britannica che ha formato alcuni dei migliori studiosi in circolazione – e mi sento di esprimere solidarietà da una riva all’altra dello stesso oceano, perché qui da noi le cose non vanno meglio.

Qui a Toronto, per esempio, pochi giorni fa è stato mandato alla ratifica un contratto dei dipendenti comunali che, in cambio di alcuni incentivi monetari, rinuncia alla protezione del posto di lavoro. Il sindaco (questo individuo) ha parlato di una vittoria dei “contribuenti”. Si parla di circa 7000 posti di lavoro (sì, avete capito bene, settemila persone mandate a spasso con un tratto di penna). Che ci abbiano vinto i contribuenti non mi è chiaro. La coppa del nonno, probabilmente. Il lockout* dei lavoratori delle poste, lanciato lo scorso luglio, si è concluso con la precettazione da parte del governo provinciale dopo circa 3 mesi (tre mesi in cui, per dirla chiaramente, se avevate bisogno di spedire una lettera conveniva affidarvi al piccione viaggiatore).

Non va meglio nelle università. Solo qui a U of T l’anno scorso abbiamo rischiato un accorpamento distruttivo, con la cancellazione di tutti i dipartimenti di lingue moderne e la creazione di un’enorme insalatiera che comprendesse italiano, spagnolo, portoghese, tedesco, cinese mandarino, yiddish, russo, polacco, neogreco e probabilmente qualcos’altro che al momento mi sfugge. Due giorni fa a Montréal un gruppo di studenti che protestava contro l’aumento delle tasse universitarie (l’ennesimo) ne ha cavato un po’ di teste rotte, con il gentile omaggio di una ramanzina della Montreal Gazette (il cui titolo, “Hey, McGill students: your protest wasn’t ‘peaceful’”, già dice tutto). Non si capisce per quale motivo la gente debba pretendere l’accesso a un diritto come quello di studiare ed emanciparsi. E noi università “di massa”, strette fra una retorica di élite e la realtà di numeri ingovernabili, siamo particolarmente vulnerabili a questa retorica dell’eccellenza, che per continuare a dirsi tale deve erigere muri sempre più alti ma nel contempo diventare sempre più appetibile.

In questi anni di merda, anche l’idea che gli incarichi didattici svolti da dottorandi e assegnisti possa essere coperta da trattativa sindacale è troppo bella per durare. E così, a meno che non arrivi per miracolo un contratto presentabile tra una settimana, pure noi TA (e gli istruttori come la sottoscritta) della University of Toronto andremo in sciopero. Non che l’idea ci diverta, come qualcuno pare pensare. Ci saremo costretti, tirati per la giacca. Controvoglia e smadonnando, perché avremmo altro da fare e perché uno sciopero è l’ultima cosa che vorremmo per noi, per i nostri studenti e per la nostra ricerca. Anche perché lo sciopero qui non significa una giornata di astensione simbolica dal lavoro (che pure è un atto importante), ma l’interruzione a oltranza delle attività lavorative, con tanto di picchetti per sensibilizzare e, ovviamente, stipendi congelati.

Questo, nella norma. In un clima particolarmente antisindacale, poi, il tuo “employer” può avere delle finezze tutte sue: per esempio tagliarti pure la busta paga del mese precedente allo sciopero (e fortuna che non ce la possono levare proprio), offrire paga maggiorata ai crumiri tramite “un semplice modulo” (su cui non si sa che verrà scritto) e di fatto proporre il contratto per la ratifica con un trucchetto aziendale, e dulcis in fundo mandare in giro comunicazioni che mistificano la tua cultura sindacale. Del resto, Marchionne si è formato in Canada…

Ecco, la prima considerazione che mi viene da fare (molte altre verranno nel prossimo pippone) è che se vogliamo resistere a questo genere di aggressioni dovremmo disconnetterci un po’ dalla cultura dei like (la stessa che genera, o meglio, amplifica, le battute idiote su sindacati di cui non si conosce nulla) e usare la tecnologia invece di esserne usati. Situazioni del genere sono il miglior banco di prova per dimostrare se davvero tutta la cultura e la consapevolezza acquisite in anni di studio si fermano al mondo dei libri o sanno anche tradursi in umanità, in capacità di comunicare e di capire, in intelligenza strategica.

[segue]

*Il lockout è una serrata aziendale imposta ai lavoratori finché non accettino le condizioni contrattuali proposte: famoso quello di Reagan sui controllori di volo.

senza titolo [5 settembre 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 5:16 am

Sono stati due mesi di “ferie forzate”, questi, per Parla Coi Muri. Non per la sua autrice, che quest’anno le ferie non le ha viste nemmeno col binocolo – anche se mi sono guardata bene dallo scrivere post lagnosi o esternazioni “social”; anzi, se c’è una cosa che mi sta qua, ma proprio sul gozzo, a pari merito con le finte polaroid vintage scattate con l’i-phone da 300$, sono le lamentazioni via web, in generale.

Sono sempre stata una convinta assertrice del motto «meno è meglio», e continuerò ad esserlo, perché di post microscopici di 10 o 15 righe che riportano una notizia o un fait divers non si sente la mancanza, mentre credo che abbia senso sfruttare le potenzialità di questo mezzo estendendolo verso le forme della riflessione. Non amo, quindi, pubblicare cose a getto continuo, affollando la settimana di uscite magari buttate giù nel tempo di una sigaretta. Lo so che “i blog funzionano così”, ce ne sono molti di questo tipo che seguo e che apprezzo: il mio no, funziona diversamente. Una volta ogni 7 o 10 giorni basta e avanza, se il contenuto è di qualità – e per emettere scritture qualitativamente sorvegliate, nei contenuti e nelle forme, ci vuole tempo, il tempo di documentarsi e il tempo di rileggere.

Ma un silenzio che si protrae per due mesi ha evidentemente delle altre ragioni. Ragioni contingenti, certo: una scadenza importante calendarizzata per fine agosto, il fatto che sto finalmente entrando in tesi, il fatto che nel tempo cosiddetto “libero” ho più lavoretti (pagati! yay!) di tipo editoriale o traduttivo, il fatto che mi sono cimentata con un progetto corposo che ha assorbito molto del mio tempo e in cui sono confluite scritture che altrimenti avrei pubblicato qui, e da ultimo il fatto che, vivaddio, a volte spengo il computer per dedicarmi alle persone cui voglio bene.

Accanto a queste ragioni ne sono però subentrate altre, più profonde e complesse. Se non si cambia si muore, e il blog – dopo tre anni di vita – è soggetto alle stesse logiche. Strumento nato – in modo certamente ingenuo – per condividere le mie esperienze con gli amici “a casa”, è diventato qualcosa in più, e qualcosa di diverso, evolvendosi assieme alla mia stessa persona.

Scrivere un blog, poi, porta a confrontarsi quotidianamente con il principio della “gratuità” e della “condivisione”, così caro a chi riflette sulle forme di saperi scambiati nella rete. Tenere aperta una piattaforma come questa, sia pure per una manciata di lettori (che a volte si allarga inaspettamente ma per fortuna non è un pubblico), comporta tempo, energie, lavoro. Che tu scriva per il più prestigioso dei quotidiani o per il più oscuro dei blog, sei comunque un autore, e di conseguenza sei responsabile di quanto diffondi. Una presa di posizione scorretta o mal documentata, una frase sgrammaticata, un’informazione falsa o non verificata hanno chiaramente un effetto diverso, ma, almeno in linea di principio, la stessa gravità, che si scriva per un largo pubblico o per cinque amici intimi. Non esiste scrittura “privata” nella rete. Nemmeno in quell’orinatoio a cielo aperto che risponde al nome di “Facebook”.

In anni come questi, in cui tutto deve essere convogliato verso obiettivi precisi, “monetizzabili” o comunque utili, uno si chiede se abbia senso “investire” in qualcosa che si fa per il proprio personale piacere, come appunto un blog su cui ti ostini a scrivere per il semplice piacere di scrivere. Perché la situazione in cui viviamo noi (e per noi intendo i “cognitari” di qualsiasi genere e specie) è complessa: se da un lato siamo chiamati alla situazione privilegiata di “fare cose piacevoli per lavoro”, dall’altro tendiamo fatalmente portato a trasformare tutto il tempo , compreso quello “libero”, in tempo di lavoro. A volte perdi il controllo e vai in piena sindrome di allagamento. Tutto è lavoro – poi, chissà come, va a finire che non combini niente….

Ma la cosa che ultimamente mi ha frenato ogni volta che mettevo mano alla tastiera è stata un’altra. È stata la tendenza – quasi l’obbligo, verrebbe da dire – di seguire tutto. La possiamo chiamare “Sindrome del Ritwittatore compulsivo”, “Sindrome da Copia Incolla”, “Sindrome dell’Evento Epocale Reiterato” o semplicemente, un deficit di attenzione a lungo termine. Certi miei amici hanno siti, o account (Tumblr, Twitter, Facebook, you name it), che sembrano la Madonna Pellegrina, perché stanno sempre dietro a questa o quella cosa (senza quasi mai avere il tempo di seguirne una dal vero, opzione che comunque a me non è data), ma una settimana dopo, la battaglia fondamentale della settimana prima viene puntualmente dimenticata. Le discussioni si addensano come sciami di vespe, ma si spostano, con la stessa labilità, di fiore in fiore. Oddio, l’hai letto questo? L’hai sentita quest’altra? Hai commentato la tal notizia? E allora mi viene, per reazione, la fobia di internet. La voglia di stare in silenzio, resistere in questa apnea verbale un minuto di più degli altri. Il senso di incomprensione totale, perché non fai a tempo a documentarti su una cosa, a cercare di capirla, di informarti come si deve, che già “si parla di altro”. Il senso dell’inutilità, anche, di quel che uno può dire o commentare – perché il primo dovere di chi usa strumenti intellettuali è quello di rendersi immistificabile, e invece le nostre parole si impastano alla saliva del Leviatano, sono in partenza comprese in una macchina incontrollabile.

Ora, scrivo questo e sembra che il problema sia nostro, delle persone che scrivono e commentano e perdono tempo con la rete. E magari a volte, è davvero è un problema soggettivo, di persone che stanno dietro ai monitor come in una bacheca privata, o che usano la rete come uno sfogatoio di frustrazioni personali. Ma io credo che questi casi siano minoritari, e non spieghino il continuo rincorrersi delle “mode”. Penso che il problema sia nella realtà, per una volta, e non nella trascrizione. Perché quella che abbiamo di fronte (in Italia e fuori d’Italia, nei diversi pezzi di questo capitalismo ormai rottamato ma non per questo meno pericoloso, anzi) è una strategia di attacco su più fronti. Ed è questa continua moltiplicazione e proliferazione dei fronti che rende impossibile “fare sistema”. L’attacco è a tutti i livelli. Sul fronte economico e su quello culturale. Su quello storico e su quello del diritto. Su quello simbolico e su quello reale (del resto in Italia si fa ormai fatica a distinguere, tra un simbolico che mai è stato più incarnato e “realtà economiche” che hanno ormai l’evanescenza di spettri). E la proliferazione dei fronti non è l’effetto malefico di una strategia indotta dall’alto, o di un complotto della spectre. È la forma correntemente assunta dal Leviatano Italia. Stiamo vivendo il collasso. Quello che abbiamo di fronte è la metastasi. La malattia è ormai inarrestabile e segue uno schema proprio, imprevedibile e letale, proliferando continuamente in tutti i sistemi, in tutti i pezzi diversi di Sistema. E non c’è niente da festeggiare. Perché, come ormai è sotto gli occhi di tutti, il collasso non implica affatto che le cose siano più semplici, che basti una spallata finale e poi si cambia. Al contrario, questo caos implica l’assenza di visione, e di chiarezza. Perché tutto è impastato a tutto. Bisogna combattere dentro a questo fango, ricostruire l’edificio mentre l’incendio che lo devasta è ancora in corso.

Ecco, se mi rimetto a scrivere non è perché credo di avere la chiave che può forzare questa impasse, o spiegare questo collasso. Né perché ho trovato la formula che magicamente aggregherà tutti questi contenuti, integrandoli in un unico discorso coerente. Ma semplicemente perché ho capito che, tra i molti obiettivi cui una persona dotata di strumenti critici e retorici può tendere, questo è uno degno, che vale la pena perseguire: fare sistema e non dimenticare le “lotte” (o gli hahstag) della settimana precedente. Anche questo è un corpo a corpo con il Regno di Leviatano.

amori felici [10 marzo 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 4:51 am

Sono giorni di silenzio (obbligato) e di tristezza. Avrei varie cose da scrivere, ma devo lasciarle in sospeso a scalpitare per un po’, non posso dedicarmi a tutto quel che vorrei approfondire, ci sono scadenze da rispettare e un affitto da pagare. Sono giorni di clausura monacale, in cui la compagnia umana è inquinata dallo stress e devo sforzarmi più del solito di ricordare che attività come la catena di montaggio, la raccolta delle pesche o anche solo un turno da Tim Hortons sono comunque peggiori di questi “lavori forzati” accademici.

È meglio della catena e del cantiere, questa vita. Ma non  è comunque facile, e per tanti motivi.

Cerco parole adatte a esprimere quello che provo, e le uniche che mi vengono sottomano non sono mie. Sono versi di Louis Aragon, letti la prima volta nel 2005, e dimenticati fino ad ora. Avevo 22 anni, non avevo amici , prendevo tutto sul serio, come ora, ero molto triste e molto determinata, proprio come ora, ma forse con più slancio, perché non mi rendevo conto di quanto fossi giovane e di quanto la giovinezza fosse breve. Li rileggo ora,in questa specie di eremitaggio forzato che ha in sé una vena di manìa, in questa specie di esilio che non potevo immaginare così lungo e così duro, e che mi porta a ridiscutere ogni sfumatura di quel che ho sempre inteso per lavoro politico, lavoro culturale, profondità dell’essere umano.

Rien n’est jamais acquis à l’homme Ni sa force
Ni sa faiblesse ni son coeur Et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d’une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce

Il n’y a pas d’amour heureux

Sa vie Elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu’on avait habillés pour un autre destin
A quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu’on retrouve au soir désoeuvrés incertains
Dites ces mots Ma vie Et retenez vos larmes

Il n’y a pas d’amour heureux

Non ho mai amato così tanto questa vita, che non mi ha mai fatto soffrire tanto come ora. Non ho mai cercato tanto intensamente di andare a fondo nelle cose, e le cose non mi hanno mai ripagato tanto male, o in modo tanto precario e sfuggente, come in questi ultimi anni. E, dimenticavo: non ho mai amato così tanto il mio paese come nel momento in cui l’ho lasciato:

Il n’y a pas d’amour qui ne soit à douleur
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit meurtri
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l’amour de la patrie
Il n’y a pas d’amour qui ne vive de pleurs

Ho sempre pensato istintivamente che l’unico modo di amare (la vita, gli altri, il proprio paese) fosse questo, provare a stringere con slancio persino l’ombra che non si impiglia alle mani, non temere la perdita e la sconfitta ma “osare perdere“, non aver paura dei pianti e delle ferite e, se necessario, degli “omicidi” che fanno parte di ogni crescita. A quasi trent’anni, al termine una lunga giovinezza, ho finalmente capito, anche razionalmente, che non esistono amori felici.

una, nessuna, centomila. feuilleton critico #2 [12 febbraio 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 4:41 am

Alda_MeriniSempre a proposito di avanguardie, mi colpì molto, nella circostanza quasi simultanea della morte di Alda Merini e Edoardo Sanguineti, una manciata di commenti malevoli riferiti a quest’ultima, e al fatto che le fossero tributati i funerali di stato. C’era chi, dalle pagine dei propri blog invocava l’insufficienza della Merini come paradigma della poesia femminile, e chi coglieva nei funerali di stato alla poetessa (addirittura equiparata a Mike Bongiorno!) la funesta e deprecabile condizione delle patrie lettere – secondo quell’inveterata pratica di chiamare “decadenti” tutte le voci letterarie che esulano dalla propria scuola o dal proprio canone.

È proprio vero, per una donna niente è scontato. Nemmeno il fatto di esistere. Ora capisco perché fosse una corazza vuota – secondo la geniale immaginazione di Calvino – l’unico amore possibile di Bradamante: perché quando si critica la scrittura degli uomini, nessuno si perita di chiamare in causa l’esistenza della loro ‘scrittura”; alle donne che scrivono, invece, occorre prima di tutto rivendicare un decreto di esistenza. Col risultato negativo che tante energie preziose vengono sprecate nell’accertarsi della propria esistenza, e nel difendere il proprio diritto di parola,bradamante prima di potersi dedicare alla scrittura e alla parola in quanto tali. Ma in questa posizione sta anche una grande forza: che nulla è scontato per una donna che parla e scrive nell’ambiente culturale, e la parola prodotta in queste condizioni è una parola, se non liberata, quantomeno consapevole della propria “posizione”.

Curiosamente, nessuno si pone tante domande rispetto ad altri settori letterari. Per esempio, di fronte a quella variegata produzione che va sotto il nome di giovane poesia, spesso a diffusione locale e spesso animata dai dottori in materie umanistiche del più vicino Ateneo, nessuno si domanda se siamo di fronte a vera “letteratura” o, poniamo caso, solo a sfoghi esistenziali, esercizi di stile, scritture dal valore più che altro terapeutico. Una simile preoccupazione è consolidata solo per alcuni ambiti: la para-letteratura (che, come indica il nome stesso, è una scomoda fiancheggiatrice alle belle lettere) la letteratura della migrazione (“scrittori della domenica”, come ne definì alcuni Gnisci, peraltro uno dei pochi ad aver studiato seriamente tale fenomeno) e la letteratura femminile. Il nero e il rosa, appunto.

La scrittura femminile esiste? La negazione di esistenza della soggettività femminile si accompagna spesso al calcolo censorio della ‘letterarietà‘ (ovviamente un’essenza precisa, che tende a coincidere coi gusti del critico), assumendo una posa ipocrita: il censore non sta negando il valore della scrittura femminile, ma anzi, se lo fa è “per il loro bene”: per proteggere le ‘brave scrittrici’ dalla loro lettura sessuata, e promuoverle nel parnaso della Scrittura tout court. Peccato che poi, tale promozione nel concreto non avvenga mai, e resti solo il paternalismo di una critica tutta maschile.

La scrittura femminile non esiste, esistono buoni e cattivi scrittori. La frase, ricicciata oltre i limiti del luogo comune, corre sulle bocche di uomini e donne, ad affermare più o meno implicitamente che le scrittrici sono cattivi scrittori. Oppure, si sente dire, non si può identificare una scrittura “femminile” in quanto tale. L’affermazione ricorre con sfumature più o meno ingenue, a volte garbate – ad esempio quelle assunte qui da un commentatore del blog Lipperatura:

[…] Però mi chiedo al di là del sesso del suo autore, esistono caratteristiche che ci possono far dire questa opera è inequivocabilmente di una donna quest’altra è inequivocabilmente di un uomo? Io credo di no, è proprio per via della pluralità, molteplicità di sguardi che riguarda entrambi i generi. Quando ho letto scrittrici che apprezzo come Amelie Nothomb, Isabel Allende o Simona Vinci, non ho visto in quella scrittura caratteristiche “femminili” ontologicamente diverse da quelle che potrebbe avere uno scrittore uomo che raccontasse la stessa storia. Non ho mai pensato “un uomo lo racconterebbe in maniera diversa o non lo racconterebbe affatto”, ma ho pensato “quel dato scrittore, uomo o donna che sia, lo racconterebbe in maniera diversa”. Insomma credo che a distinguere un’opera femminile da una maschile sia solo il sesso dell’autore non lo stile o il tema affrontato, anche se per fattori culturali ci sono tematiche considerate “maschili” e “femminili” che però in realtà non appartengono ad un solo genere,e una regista premio Oscar come Kathryn Bigelow sta là a dimostrarlo. […] Postato domenica, 6 febbraio 2011 alle 12:56 pm da Paolo1984

A volte, invece, la polemica assume toni più roboanti, giungendo a coniare argute, quanto civilmente indignate, etichette di ‘Puttanismo‘. Ma l’equivoco di fondo è lo stesso: quello di credere che la scrittura femminile si identifichi con la “scrittura delle donne” (o delle “femmine”, sempre parafrasando Dante?), e quindi una serie di temi, modi, sfumature, ‘vibrazioni’ derivate dall’identità sessuale delle donne. Una forma di essenzialismo – come la definirebbe il più scoperto gergo femminista – di cui il movimento femminista si è liberato circa una trentina d’anni fa. Basta prendere una vecchia dichiarazione di Julia Kristeva, per esempio :

La convinziotsne che “si sia una donna” è assurda e oscurantista quasi quanto la convinzione che si sia “un uomo”. […] A un livello più profondo, una donna non può “essere”: è qualcosa che non appartiene nemmeno all’ordine dell’essere. Ne consegue che una pratica femminista può solamente essere negativa, in contrasto a quanto già esiste, cosicché possiamo dire: “non è questo” e “non è neanche questo”. Nella “donna”, vedo qualcosa che non può esser rappresentato, qualcosa di non detto, qualcosa al di sopra e oltre le nomenclature e le ideologie. (Kristeva, Julia. “Women can never be defined”. New French feminisms: an anthology. Ed. by Elaine Marks and Isabelle de Courtivron. New York, Schocken Books, 1981, p. 137, trad. it. Mia).

[The belief that “one is a woman” is almost as absurd and obscurantist as the belief that “one is a man”. (…) On a deeper level (…), a woman cannot “be”: it is something which does not even belong in the order of being. It follows that a feminist practice can only be negative, at odds with what already exists so that we may say: “that’s not it” and “that’s still not it”. In “woman” I see something that cannot be represented, something which is not said, something above and beyond nomenclatures and ideologies. (Kristeva, Julia. “Women can never be defined”. New French feminisms: an anthology. Ed. by Elaine Marks and Isabelle de Courtivron. New York, Schocken Books, 1981, p. 137.)]

Se prendiamo Women’s time, basilare articolo del ’79, ecco una bellissima dichiarazione, che in un colpo solo prende in carico il problema dell’essenzialismo e quello, tanto assillante, della qualità letteraria. La cito per intero, perché è un testo fondamentale: e per chi l’avesse già letto, repetita iuvant.

[…] un altro atteggiamento è invece dall’inizio più lucido, il quale – senza rifiutare o aggirare l’ordine socio-simbolico – consiste nel tentare di esplorare il costituirsi e il funzionamento di questo contratto, prendendo le mosse non tanto dalla conoscenza accumulata (antropologica, psicoanalitica, linguistica), quanto dall’effetto davvero personale che subiamo nel rapportarci a esso, come soggetti e come donne. Ciò porta alla ricerca attiva, ancora rara, indubbiamente ancora tentennante ma sempre dissidente, condotta dalle donne nelle scienze umane: e in particolare a quei tentativi, nel solco dell’arte contemporanea, di rompere il codice, di disgregare il linguaggio, di trovare uno specifico discorso più vicino al corpo, alle emozioni e a quell’innominabile represso dal contratto sociale. Non mi riferisco a un “linguaggio femminile”, la cui esistenza è, almeno in termini sintattici, assai problematica, e la cui apparente specificità lessicale è forse più il portato di una marginalità sociale che di una differenza socio-simbolica. Né mi riferisco alla qualità estetica delle opere di donne, che per la maggior parte, con rare eccezioni (ma non è ciò vero, e da sempre, per entrambi i sessi?), sono la reiterazione di un romanticismo più o meno euforico o depresso, oppure l’esplosione di un ego in cerca di gratificazione narcisistica. Ciò che vorrei trarne, malgrado tutto, come il segno di un’aspirazione collettiva, come un’intenzione sicuramente vaga e non ancora raggiunta, ma che è intensa ed è stata profondamente manifestata in questi ultimi anni, è questo: La nuova generazione di donne sta mostrando di aver soprattutto a cuore la natura sacrificale del contratto socio-simbolico. (Kristeva, Julia. “Women’s time”. Trans. by Alice Jardine and Harry Blake. Signs. 7.1 (1981): 13-35. Trad italiana mia).

[(…) another attitude is more lucid from the beginning which – without refusing or sidestepping this sociosymbolic order – consists in trying to explore the constitution and functioning of this contract, starting less from the knowledge accumulated about it (anthropology, psychoanalysis, linguistics) than from the very personal affect experienced when facing it as subject and as a woman. This leads to the active research, still rare, undoubtedly hesitant but always dissident, being carried out by women in the human sciences; particularly, those attempt, in the wake of contemporary art, to break the code, to shatter language, to find a specific discourse closer to the body and emotions, to the unnameable repressed by the social contract. I am not speaking here of a “woman’s language”, whose (at least syntactical) existence is highly problematical and whose apparent lexical specificity is perhaps more the product of a social marginality than of a sexual-symbolic difference.
Nor am I speaking of the aesthetic quality of productions by women, most of which – with a few exceptions (but has this not always been the case with both sexes?) – are a reiteration of a more or less euphoric or depresed romanticism or always an explosion of an ego lacking narcissistic gratification. What I should like to retain, nonetheless, as a mark of collective aspiration, as an undoubtedly vague and unimplemented intention, but one which is intense and which has been deeply revealing in these past few years, is this: The new generation of women is showing that its major concern has become the sociosymbolic contract as a sacrificial contract. (Kristeva, Julia. “Women’s time”. Trans. by Alice Jardine and Harry Blake. Signs. 7.1 (1981): 13-35. Trad italiana mia)]

Sto volutamente parlando di un testo del 1979 (dell’81 è la traduzione inglese che ho tra le mani, in un fondamentale monografico di Signs, rivista di Women’s Studies della Chicago University Press, interamente dedicato alla critica francese, da Cixous a Irigaray). Sono testi vecchi, fondamentali e quasi “classici”, che si trovano, letteralmente, sui banchi dell’usato. In vent’anni il pensiero della differenza ha macinato tanta altra strada, ma in Italia stiamo ancora all’abicì, il che forse spiega anche il ritardo della nostra critica letteraria, compresa quella ‘femminile’, ferma ad elencare le signore di proprio gusto mentre l’italianistica anglo-americana indaga la produzione delle scrittrici novecentesche servendosi di paradigmi filosofici e critici ben più rigorosi.

Ora, un conto è criticare la seconda generazione del femminismo – come faceva Genna nella prefazione a Tu sei lei (minimum fax 2008) – sostenendo che, almeno in Italia, si debbano ancora raggiungere, o peggio, ripristinare, diritti e conquiste appartenenti al vecchio orizzonte “emancipazionista”:

Dalla torsione che Julia Kristeva praticò su Lacan, fino alle ipostasie di Donna Haraway e ai suoi teoremi cyborg, è accaduto esattamente ciò che accadde allo strutturalismo: da un nucleo vivente, si giunge al manierismo, che perde di vista la realtà. I “gender studies” hanno perso di vista la realtà. Judith Butler può teorizzare quello che vuole, ma fa la figura del Socrate che Aristofane piazza nel frontisterion, un pensatoio sospeso, lontano dalla terra. La società consumistica e mercantilista in cui viviamo favorisce questa deriva: che gli intellettuali pensino, intanto… Intanto cosa? (Genna, Giuseppe. “Tu sei lei. Otto scrittrici italiane”. Carmilla, 12 febbraio 2008).

Quella di Genna è posizione critica e provocatoria, anche legittima se pensiamo allo scacco di determinati pensieri e alla loro insistita banalizzazione, completamente avvenuta nel senso comune: una critica che, però, parte dal rispetto e dalla lettura, e mostra di conoscere a fondo un certo dibattito e una certa tradizione. Altro è, invece, mettersi a blaterare di scrittura femminile come se nulla fosse stato scritto a riguardo, partendo solo dalla propria ristrettissima esperienza di vita e finendo a sollevare obiezioni che il pensiero della differenza si è posto quasi prima di nascere. Ma già, si sa: il pensiero femminile non esiste, esistono buoni e cattivi pensatori…

[segue]

i fatti sono stupidi [9 febbraio 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 4:33 am

Il fatto è stupido: parla per bocca di chi lo fa parlare. Sono parole di Friedrich Nietzsche, evidentemente non meditate a sufficienza, ma decisamente messe in pratica nella nostra quotidianità. Mentre la nostra vita politica sembra procedere in un ping-pong inarrestabile di smentite e contro-smentite, tanto da rendere ingenua persino la nozione tutta italiana di “dietrologie”, da tutte le parti i ‘fatti’ parlano, dicono la loro “versione”, pardon, la loro storia.

Dalle colonne del Guardian, ad esempio, nel commentare il successo di due film ‘tratti da storie vere’ come The Social Network e The King’s Speech, il giornalista William Skidelsy invitava a farla finita con la faction e a tornare a un po’ di sana invenzione. Pur ricordando che da secoli la letteratura, il teatro e più recentemente il cinema si basano su storie vere, Skidelsky parla di una vera e propria inondazione di uno storytelling basato sui fatti (termine, sia detto per inciso, sempre più di moda anche nell’ambito della critica). Il fenomeno si spiega con il mutare delle nostre idee di privacy e di verità, e con quello che in italia chiameremmo “il trionfo del privato”, come se le circostanze e i fatti più intimi delle persone pubbliche fossero della più assoluta rilevanza. L’articolo si conclude, pertanto, con un doppio appello al ritorno alla fiction, per il bene della verità e, soprattutto, dell’arte.

La critica di Skidelsky vale soprattutto nell’ambito anglo-americano, dove il non-fiction movie spadroneggia da anni e il non fiction-novel è ampiamente consolidato, nel senso che ha anche una tradizione didattica e non solo una serie di antecedenti (come è invece in Italia, dove non mancano gli esempi illustri, da Serao in poi, ma dove solo in anni molto recenti si è avviato un vero e proprio filone, con un pubblico preciso e una riconoscibilità editoriale). La non-narrative fiction è un elemento di molti dei curriculum universitari in Creative Writing, oltre che uno degli sbocchi più convenienti per brillanti laureati in materie umanistiche o in giornalismo desiderosi di avviare una carriera come scrittore e giornalista free-lance. Per non-fiction, del resto, si intende spesso un reportage scritto in forma di libro, ossia la capacità di porgere un’inchiesta, condotta in forme più o meno tradizionali (per esempio sulla base di documenti riservati, interviste, dati finanziari), in una forma apprezzabile anche da un punto di vista narrativo, accattivante per chi legge (e idealmente, per chi compra).

Invocare il ritorno alla finzione tradisce sicuramente la nostalgia per un realismo vecchio stile, quel realismo che non si esplicitava nel ‘costeggiare’ la realtà degli eventi vissuti, secondo un ideale di trascrizione quasi diaristica, ma nel distillare concentrati di iper-realtà dalla propria immaginazione: persone mai esistite e fatti mai accaduti, che suonavano più veri della vita reale. È quel realismo letterario che fa degli americani i più recenti eredi di una tradizione fino a quel momento europea (quella di Cechov, ad esempio): penso ai frammenti di Carver, o agli stili scarni e crudi di Southern novelists come Eudora Welty e Flannery O’ Connor. Del resto, se Norman Mailer eleva il giornalismo a narrazione, molti casi sono ambigui: tanto il primo Ellroy quanto soprattutto il Capote di In cold blood – forse gli esempi più celebrati per quanto riguarda il versante più strettamente narrativo – attingevano a trafiletti semi-occulti di cronaca nera, e non si sognavano di scrivere un romanzo direttamente su figure alla ribalta o su casi irrisolti (come invece farà l’Ellroy più famoso, o come continua a fare Joyce Carol Oates, da Blonde a My sister, my love).

Detto questo, qual è la realtà raffigurata da un film come The Social Network? È la stessa realtà fotografata da Walker Evans, tanto passare da una crisi all’altra? O ha uno statuto discorsivo diverso? Spostandosi dalla madrepatria britannica al suo Commonwealth, leggo sulle colonne dell’assai moderato Toronto Star un episodio che fa riflettere: la proposta di modificare la regolamentazione della Canadian Radio-television and Telecommunications Commission [CRTC] in merito alla diffusione di “notizie false e tendenziose” sui mezzi radio-televisivi. Sostenuta dalla destra nazionale e diretta a difendere la locale Sun TV, l’equivalente canadese della ‘Fox’, la nuova regola prevederebbe il divieto di fornire consapevolemente informazioni false, o “pericolose per le vite, la salute e la sicurezza del pubblico”. Nessun problema, dunque, a riportare pubblicamente un tweet distorto o falso senza peritarsi di controllarne l’attendibilità: d’ora in poi basterà dire “Ooops, non lo sapevo”. In nome della sacrosanta libertà di espressione, viene dunque eliminato il principio deontologico, dando licenza a trasformare l’informazione in un guazzabuglio in cui fatti e menzogne, bugie e smentite, voci diffuse ad arte e rapporti giudiziari hanno tutti lo stesso peso. Una libertà, peraltro, assai aleatoria, dato che la stessa informazione mainstream non risparmia impostazioni tendenziose quando fa gioco, ad esempio ogni volta che si parla di temi come Israele e Palestina (amici che organizzavano la Toronto Anti Israeli Apartheid Week si sentirono chiedere, come prima domanda: “Perché promuovete una cultura d’odio?”. Alla faccia del giornalismo anglosassone). Nel frattempo, il modello Fox fa effetto: ed è una notizia di soli due giorni fa, che il 52% degli statunitensi abbia sentito poco o nulla delle rivolte in Egitto. E vai con la cultura dei “fatti”.

Come fa notare sulle colonne del Toronto Star la commentatrice Heather Mallick, l’autorizzazione al “falso” non è cosa da prender sottogamba, sia perché legittimare il modello Fox porta una ricaduta su tutto il giornalismo compreso quello cartaceo e on-line, sia perché l’informazione distorta passa, si fa strada e si conficca nelle coscienze, soprattutto quelle di un pubblico già abituato a prender tutto per buono. Ancora più duro il commento di Elizabeth LittleJohnson sulla rivista online di informazione alternativa rabble.ca. Insegnante di media e giornalismo, l’autrice che analizza la proposta da un punto di vista quasi ‘semiotico’, legando la proposta allo stile di governo dei conservatori (“i conservatori governano mediante l’emozione”) e alla retorica dell’odio assai diffusa anche dal lato sud del confine. Non sfuggono, ad esempio, le implicazioni nel caso di scandali e montature: la calunnia ritwittata ad arte diventerebbe immediatamente notizia. Ma soprattutto, la LittleJohn riesce a fondere l’analisi di questa nuova proposta di legge a quella della comunicazione globale e virale. Così come la perenne espozione alla gogna potenziale del social network non aiuta l’adolescente a essere consapevole della propria identità, così anche la sua immediata trasformazione in “breaking news”, in “ultim’ora” non aiuterebbe l’identità collettiva : e del resto, dal giornalismo di professione ci si aspetterebbe, appunto, una responsabilità professionale, la capacità di filtrare e verificare.

Del resto, diffondere o ri-linkare una notizia senza averne certezza, senza poterne valutare l’attendibilità, è una responsabilità grave per chiunque. Lo stiamo vedendo anche in questi giorni: tra smentite e controsmentite, i numeri dei morti nelle piazze egiziane crescono e calano di continuo, mentre, pochi giorni fa, sul suo canale Twitter, occupied cairo lanciava il seguente appello: “The state is propagating rumours to create fear. Do not spread information you are not certain of. It is unhelpful and dangerous #jan25

Effettivamente, l’utilizzo di social network e altre piattaforme 2.0 per la rapita diffusione di notizie ha avuto un ruolo determinante nel tenere desta l’attenzione (è il caso della Rivoluzione Verde in Iran o dei fatti del #jan25), spesso permettendo di aggirare non solo la censura dei regimi, ma anche il disinteresse dei sistemi informativi occidentali, per cui la tempesta di sciocchezze generata da una Paris Hilton merita molta più attenzione di una carestia o di una guerra civile in uno dei tanti “laggiù” dimenticati. Ma su Twitter non ci sono solo i contestatori, c’e anche il potere: un potere sempre più scaltro (potere politico ed economico, come dimostra l’acquisto di Huffington Post da parte di AOL) ha da tempo capito il potenziale “disinformativo” di certe reti e pratiche, e che dal gioco delle smentite e delle fughe di notizie può trarre vantaggio, trasformando l’informazione seria in una replica di quel ‘gossip’ cui siamo così ben abituati.

Se è dunque vero che la gente ha fame di realtà, e che un intrattenimento sempre più incapace di regalarci “storie” attinge in misura crescente ai “fatti”, è anche vero che questi fatti sono sempre più simili, a propria volta, a delle “storie”. Qualcosa di vicino alle ‘verità finzionali’ della letteratura (definizione di Michael Riffaterre), o allo statuto di ‘discorso narrativo’ della storia (Hayden White), che non all’ideale positivista di una storia fattuale e oggettiva, o men che meno al reportage non “embedded”, fatto da chi per la ‘verità’ (quella scomoda e non di regime) lascia la pelle. Rischiamo dunque di affidarci, prendendola per vera, a una ‘fattualità’ sempre meno verificata e sempre più narrativa: e che siano narrazioni controllate, non sia mai che qualche verità scomoda offenda le nostre orecchie.

il rogo del libro (e l’apoteosi dello scrittore) [30 gennaio 2011]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 4:30 am

1. Where have all the writers gone?

In Sotto gli occhi di tutti (2004), Valerio Evangelisti formula alcune riflessioni assai critiche sugli intellettuali e scrittori italiani a lui contemporanei:

Ma sbaglia chi crede che, a fronte di questo vuoto [NDR quello della politica berlusconiana], gli intellettuali non allineati al potere svolgano davvero la funzione antagonistica di loro pertinenza. Molti di loro denunciano le ripetute violazioni della legalità, ma non le connettono né al segno di classe del governo Berlusconi, espressione di una nuova borghesia arricchitasi con il commercio, i servizi, le comunicazioni, le speculazioni di borsa, né a un quadro internazionale posto sotto il segno dell’imperialismo e del neocolonialismo. Mancano in Italia i Bordieu, le Forrestier, le Susan George, i Gore Vidal. Se protesta c’è, è contingente e partitica. (Evangelisti, p. 22).

Dopo aver tracciato un quadro apocalittico degli anni 2001-2004, Evangelisti continua col suo affondo: “A parte qualche autore di genere, ignorato in quanto tale dall’accademia, nessuno si chiede se l’ideologia neoliberale, fatta propria dal centrosinistra, non contenesse in germe la vittoria di berlusconi e del suo governo.” (p. 24) E, per concludere, “Si comprende, allora, il prevalere del minimalismo più oltranzista nella letteratura italiana di oggi: non solo mancanza di idee, ma anche di coraggio.” (p. 24).

La paraletteratura come alternativa alla paraculaggine letteraria, verrebbe da dire.

A quasi tre settimane dall’inizio del #rogodilibri, vinto il primo round (ma non la “guerra”, per cui è importante continuare a mobilitarsi), una cosa emerge più chiara che mai. Almeno un singolo elemento è migliorato dal 2004 ad oggi, in una pur sconfortante italietta: la situazione dell’impegno politico tra i letterati. La funzione degli intellettuali, da questa storiaccia, emerge infatti ben più viva di quanto non ci si potesse aspettare. Anche alla faccia di chi, forse confondendo il panorama delle proprie frequentazioni con la “letteratura” tout court, ancora pochi mesi fa continuava a lamentare un’Italia senza scrittori o un paese morto e privo di intellettualità (a proposito, dove sono in tutta questa storia i critici “militanti” e gli alfieri del “ritorno alla realtà”?). L’Italia non pullulerà di intellettuali, ma ha degli scrittori capaci di attivarsi, non solo nelle forme facili e consumistiche della protesta virtuale (l’attivismo da click, fatto di petizioni e inviti per cause su Facebook), ma nelle piazze, nelle strade e anche sulla rete, usata creativamente e in modo orizzontale. Scrittori che non parlano solo alla loro comunità di lettori, ma cercano di saldare la loro specifica lotta con altri “segmenti” (come si usava dire nel movimentese di vecchio corso) dalle proteste della FIOM a quelle degli studenti. Si discute, ci si scambiano pareri, metodi e forme creative di lotta, senza dimenticare la vecchia modalità, quella da suola&selciato. Sembrerebbe quasi un ritorno al passato; e non lo è, invece.

Nella battaglia sul #rogodilibri, si sono ritrovati alcuni dei filoni più vitali della letteratura italiana, o della riflessione su di essa: il vivace mondo delle riviste on-line e dei blog letterari (carmilla, giap, il primo amore, lipperatura…), il variegato insieme di autori che, nel rinnovamento della letteratura di genere (noir e giallo in primis) hanno colto l’occasione per abbandonare le poetiche ombelicali del minimalismo made in italy e, occorre dirlo, molti degli autori che Wu Ming 1 aveva incluso nel suo Memorandum ormai quasi tre anni fa. Autori spesso tra loro in polemica si trovano dalla stessa parte, in questa occasione (penso ai Wu Ming e a Scarpa, che si sono scontrati su più di una questione, dalla valutazione del caso Saviano alla stessa etichetta di New Italian Epic), mentre anche chi era stato contrario all’appello, o semplicemente non vi aveva aderito (vedi alla voce Pennacchi), ha comunque espresso solidarietà a chi l’aveva firmato.

A leggerla con attenzione, la listaccia di Speranzon e sodali sembrerebbe quasi un nuovo “canone”. Basta leggerli: Valerio Evangelisti, Luigi Bernardi, Christian Raimo, Carla Benedetti, Giuseppe Genna, Marco Philopat, Sandrone Dazieri, Domenico De Simone, Lello Voce, Tiziano Scarpa, Enrico Remmert, Gianfranco Manfredi, Nanni Balestrini, Nicola Baldoni, Cristina Brambilla, Dario Voltolini, Alessandro Bertante, Stefano Tassinari, Giovanni Zucca, Alessandro Mazzina, Giorgio Agamben, Massimo Carlotto, Luca Masali, Rossano Astremo, Ray Luberti, Pino Cacucci, Simone P. Barillari, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Biagio M. Catalano, Michele Monina, Mauro Smocovich, Girolamo de Michele, Antonio Moresco, Enzo Fileno Carabba, Vittorio Catani, Gabriella Fuschini, Fausto Giudice, Massimiliano Governi, Giovanni De Caro, Laura Grimaldi, Roberto Saporito, Francesco Cirillo, Tommaso Pincio (Marco Colapietro), Wu Ming…. Non sarà una “nebulosa”, ma c’è aria di famiglia.

Un canone in primo luogo etero-diretto: nel mirino finiscono autori scomodi perché “non” in linea con il “regime”, al di là del loro specifico valore letterario (che comunque non manca, a partire da prestigiosi riconoscimenti come lo Strega, per non parlare del pluri-tradotto e quasi venerato, ovviamente all’estero, Agamben). Ma questa non è solo un’accozzaglia di scrittori messi lì a casaccio dal “regime” per fare la parte del babau. Con misure e forme diverse, molti degli autori hanno espresso posizioni politiche al di fuori del gran bazar critico-mediatico-letterario, anche al di là della questione Battisti. Non solo firmando petizioni e appelli, ma scegliendo di prendere posizione nel loro scrivere (un esempio? Il modo in cui molti autori, da Carlotto a Camilleri, scelsero di inserire, sottocoperta, racconti dei fatti del G8 di Genova nei loro romanzi: un modo per dar testimonianza di una violenta repressione, attraverso i ferri del loro ‘mestiere’). Non chiamiamoli intellettuali. Ma qualcosa in più che scrittori, sì.

Quello che cambia, forse, è la natura non più “individuale”, singola e quindi facile da isolare, della protesta. Allora, che un gruppo di intellettuali sia identificabile – sia pure per pressione esterna, e non per affinità elettiva – è già una questione politica. Questa vitalità, questo impegno, che non è riassumibile nel #rogodilibri, ma è la sintesi di un processo in corso da anni, dovrebbe andare avanti e articolarsi in un discorso. E questo è compito di tutti. Scrittori e lettori; insegnanti e studenti; professionisti della cultura e cittadini che liberamente ne fruiscono.

2. Riscrivere la storia. A Venezia e oltre.

Nel 1567, a un papa Pio V scandalizzato per l’enorme disponibilità di materiale eretico nella troppo tollerante Venezia, il legato Paolo Tiepolo rispondeva che Venezia adoperava, verso gli “eretici”, “più fatti che demostrationi, non fuochi e fiamme, ma far morire secretamente chi merita”. Altro che tolleranza. È però vero che, malgrado lo strapotere gesuitico affermatosi a partire dagli anni ’60 del ‘500 (e culminato nella “liberatoria” espulsione dell’ordine dalla città nel 1657), e malgrado il giro di vite post-tridentino della locale Inquisizione, l’editoria veneziana, soprattutto per la forza del suo capitalismo, rimase una relativa oasi di libertà, continuando a competere con sedi come Ginevra e Lione anche per settori scottanti come la pamphlettistica religiosa o la produzione di Bibbie in volgare. Tutto questo per dire che, quando assessori dal passato più o meno fascista pretendono che Venezia dia il “buon esempio”, diventando la prima città italiana a bandire gli autori “eretici”, sta prendendo piede una grottesca e mostruosa riscrittura della storia.

Non è un caso. La riscrittura della storia è esattamente il terreno su cui si gioca questa partita. È in gioco, più precisamente, la legittimità di una o più ricostruzioni della storia, a fronte di una politica della memoria monolitica e, si potrebbe dire, monologica. Si badi: qui nessuno difende l’opportunità che ognuno “dica la sua”, in una sorta di caricatura del relativismo o del postmoderno applicato alla storia. Ci sono ambiti (per esempio la Shoah) in cui, con tutte le incertezze e le difficoltà del caso, una verità di fondo è stata raggiunta, e pretendere di dirne un’altra è puro e semplice negazionismo. Del resto, anche i fondatori del moderno metodo storico parlano di una storia come ricostruzione, come “lavoro storiografico”; ma Marc Bloch, per relativista che fosse, è morto combattendo contro i nazisti.

Qui si tratta piuttosto di difendere la complessità della storia, il suo essere un portato di variabili e fattori e soggetti distinti, contro una pericolosa idea delle storie monolitiche, storie per “figurine” e per “santini” (attività in cui eccelle la premiata ditta Rai Fiction), o persino di “storie parziali”, da usare come teste di ponte per poi imporre una nuova visione a senso unico (io che sono fascista mi riscrivo la mia storia centrata sui “Ragazzi di Salò” e le do lo stesso valore della storia “ufficiale”, cioè quella scritta dai costituenti e dalla resistenza, due fastidiosi orpelli dei tempi che furono).

Questa preminenza della dimensione “storiografica” è importante per capire quanto accade. Nel caso Battisti, infatti, le posizioni hanno di rado un valore specifico. Quasi mai esse dipendono dal giudizio assunto su questa o quella specifica tesi o affermazione, ma dipendono, invece, dal loro valore simbolico. Così per Umberto Eco, sul blog di Alfabeta 2 dichiara di trovarsi, per una volta, d’accordo con il governo per rivendicare, almeno all’estero, la sovranità e l’autorevolezza di una magistratura sempre più villipesa nei confini nazionali. E così anche molti firmatari dell’appello, per i quali il caso Battisti è l’epitome di una questione più ampia, legata a una ricostruzione a senso unico del passato, fatta di associazioni pavloviane. Una storia che alla parola “terrorismo” accompagna la locuzione “senza se e senza ma” e l’aggettivo “rosso” [Mutatis mutandis, perché i musulmani che si fanno saltare in aria sono “terroristi” mentre il tizio che va a sparare alla Gifford è un cane sciolto, un matto isolato? È una domanda interessante, che qualcuno sulle colonne del Guardian si è posto]. Una lettura di parte della storia, che parla al passato perché le suocere di oggi intendano: una ricostruzione centrata sulla necessità (anch’essa narrativa, in fondo) di un villain, e che non ha nulla a che vedere con la legittima richiesta di verità e giustizia espressa dai familiari delle vittime.

Anche solo per questo, allo scrittore è qui implicitamente riconosciuta una grande responsabilità e un grande valore. Quello di poter scrivere, o se non altro problematizzare, la Storia attraverso il racconto delle proprie storie. Ancora una volta, un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.

3. Buoni e cattivi maestri

Dei libri, in questa vicenda, si parla invece molto poco. Nessuno dei censori sembra averli mai letti o sfogliati, evidentemente avendo applicato per primi la censura che propongono di estendere a tutti. Non serve leggerli, i libri: sono libri degli amici di Battisti, satis diximus.

È chiaramente in gioco il potere simbolico dei libri: un potere che si attua principalmente, a volte esclusivamente, sul paratesto, inclusa la quarta di copertina e il suo enunciato di autorialità. L’autorialità è quella cosa per cui i libri incriminati diventano immediatamente i libri “degli amici di Battisti”, con una semplificazione linguistica degna di Pietro Gambadilegno. Che fa davvero venir voglia di ritirare fuori un certo saggio di Barthes sulla morte dell’autore e distribuirlo, a mo’ di volantino.

Non ricordo più se nel suo Comment lire les livres qu’on n’a pas lu (traduzione italiana per i tipi della Excelsior 1881, uscita nel 2007), Pierre Bayard si fosse premurato di menzionarla: ma di certo la censura è una forma di non-lettura, che tuttavia non dipende dal pregiudizio selettivo di cui tutti (e specialmente i professionisti della letteratura) ci serviamo per un orientamento preliminare nell’infinità dei possibili percorsi, lo stesso su cui si basa la stessa nozione di “canone”. No, la censura è una non-lettura diversa, una non-lettura preventiva e ‘assimilante’, al ribasso.

Fa impressione vedere che, quasi in contemporanea, copertine o quarte di copertina siano state brandite, nelle piazze da chi le ha dipinte sugli scudi e da chi, temendone il potere, vuole espellerli da tutte le scuole del regno. Il libro agitato comunica, è spauracchio, è sovversione. Del resto, ce lo ricordiamo: Pinocchio finì nei guai per colpa di un libro. L’abbecedario, simbolo del potere: quello che vende per pagarsi l’ingresso al circo, e quello che lo fa diventare assassino all’uscita della scuola, per ribellarsi a un episodio di bullismo ante litteram. Fosse rimasto analfabeta, nessuno gli avrebbe dato fastidio. Anche per comprendere e far comprendere quanto è accaduto in Veneto o nel Trevigiano, si è fatto ricorso a varie figure (le chiamo “figure” e non “metafore”, perché radicate nella storia) imperniate sulla fisicità dei libri: prima tra tutte, quella del rogo nazista, così simile agli autodafé, la pratica che distrusse gran parte dell’universo culturale pre-colombiano, cristianizzato e “de-paganizzato” a forza. E chissà, che dopo l’orgia di metafore ispirate, in alternativa, alla babelica biblioteca di Borges e alla rete (spesso sovrapposte insieme), non si torni finalmente al dominio simbolico del libro “cartaceo”.

È un fatto che la nostra civiltà dello schermo eleva spesso l’oggetto-libro a valore in sé. Così si moltiplicano gli appelli a “leggere”, in nome del potere salvifico della lettura. “Leggere” diventa un imperativo, e, al tempo stesso, un verbo intransitivo. Bisogna “leggere”, indipendentemente da che cosa: Il cacciatore di aquiloni, l’Iliade, Primo Levi e Bridget Jones figurano a pari merito nelle liste della BBC, mentre né Paul Celan né Ben Okri mi pare ne facciano parte (ma correggetemi se sbaglio), e, sempre a proposito di ‘canoni’, pochissimi ricordano che uno dei primi romanzi inglesi, già nel ‘600, era scritto da una donna e aveva per protagonista uno schiavo nero di sangue reale.

A questa esaltazione del potere salvifico e redentore del libro, fa da contraltare la folle censura del libro in nome della sua “pericolosità”. Attenzione: non sono due conformismi diversi, è lo stesso. I libri contagiano e convertono, quasi più in virtù dell’aura magnetica del loro estensore che per il loro specifico discorso (di qui il proliferare di opere, letterarie e filmiche, sulle biografie di grandi scrittori, Jane Austen in testa) : perciò bisogna leggere, o per lo meno comprare e regalare, i “100 libri del secolo” e tenersi alla larga dai “cattivi maestri”. Il ragionamento non fa una grinza.

E questo è il pericolo, quando si gioca solo sul paratesto, sul valore simbolico del libro, sull’aura autoriale. Che lo si faccia da destra (vedi gli innominabili S&D) o persino da sinistra (vedi, nell’ordine il savianismo e, a livello ancora solo potenziale, esclusivamente di rischio, il book bloc). Ché i libri non basta brandirli e agitarli o anche tirarli in testa, bisognerebbe pure aprirli, e leggerli. Molti hanno citato, in questi giorni, Farhenheit 451 come altro esempio di #rogodilibri. Ma la lezione finale del libro è anche una lezione su come si legge: perché Montag, abituato alla lettura distratta, ha letto l’Ecclesiaste in treno e se l’è dimenticato, e dovrà rimuovere tanti strati di nulla per poterlo ricordare, e quindi ripetere ai sopravvissuti del nuovo inverno nucleare. Quella a cui Montag – e noi con lui – deve arrivare, è la lettura come interrogazione critica, come tentativo di costruire un senso anziché di trovarne uno precostituito e con la maiuscola (il “Senso” di ciellina memoria).

E questo si fa leggendo i libri, non idolatrandone gli autori, fosse pure in virtù del loro coraggio civico. Ho, qui sul mio tavolo, una copia di Burn this book, un’antologia curata da Toni Morrison (Premio Nobel per la Letteratura, per chi ci tiene a saperlo), pubblicata nel 2009 a cura del PEN (chi sono quelli del PEN? Quelli che hanno protestato per un decennio affinché il comunista Dario Fo potesse avere un visto negli USA. Quelli che promuovono campagne per la libertà degli scrittori in tutto il mondo, forse con un orientamento sempre più bipartisan, ma pure con importanti campagne contro le limitazioni alla libertà imposte dal Patriot Act e per il ripristino dell’habeas corpus nella cultura giuridica statunitense post 9/11). La raccolta è interessante, anche se forse un po’ sopravvalutata dai commenti in rete – del resto come si fa a parlare male di un libro che per statuto difende la libertà di espressione? Nell’antologia sono inclusi autori coraggiosi che hanno saputo dar voce a conflitti dimenticati, o a posizioni eretiche a rischio della propria vita, insieme ad autori del mainstream angloamericano, e ad autori che probabilmente sono solo midcult e saranno forse svelati come tali tra un decennio o due (sempre che il mondo non finisca prima). Il libro è profondo e contiene molte verità, ma a fondo non mi convince proprio per questa sua natura meta-letteraria. Alla fine, tra una testimonianza e l’altra, emerge solo il senso di uno “scrivere” necessario e indeclinabile, senza padroni forse, ma anche senza oggetto e senza soggetti.

Lo scrittore censurato diventa un simbolo, ma è bene che sia, invece, un corpo presente e vivo, con una faccia e una voce e un discorso. Altrimenti si cade nell’estetica del “martirio”, nella retorica della scrittura che è “salvifica” e rivelatrice indipendentemente dal suo contenuto. Una retorica scomoda per l’autore censurato, ma comodissima per il lettore che si auto-assolve leggendone le opere. E finisce che, persi a idolatrare i martiri della verità e gli eroi di carta, ci si dimentichi poi di difenderli quando, silenziosamente, qualcuno li fa sparire dalle biblioteche.

una lezione di scrittura e di vita [2 giugno 2010]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 3:23 am

Una grande lezione di vita e di scrittura da Alba de Céspedes, scrittrice italiana purtroppo caduta nel dimenticatoio malgrado sia stata una delle figure più internazionali del nostro Novecento, dalla nascita (di padre cubano e madre italiana) alla morte, avvenuta nella “sua” Parigi. Il suo romanzo d’esordio Nessuno torna indietro (successo degli anni Trenta), che le valse l’ostracismo del regime, fornì modelli di Bildungsroman femminile alternativi alle immagini stereotipate dell’eterno femminino allora in voga. Modelli che, vent’anni dopo, furono rinnovati con altrettanto coraggio nel suo Quaderno proibito, spaccato non convenzionale di una famiglia piccolo-borghese italiana, e prima di tutto riflessione sulla legittimità femminile alla scrittura e alla cultura nei primi anni del’emancipazionismo.

Capace di dedicarsi con grande originalità a temi caldi come la partecipazione femminile alla Resistenza – nella vicenda, prepotentemente simile all’archetipo aleramiano, di Dalla parte di lei – , la De Céspedes non abbandonò l’impegno fino alla fine della sua attività. Si definiva, ad esempio, particolarmente affezionata a Le ragazze di maggio, libro di poesie composto in terra francese e ispirato ai fatti del maggio ’68.

Ecco cosa dichiarava a Sandra Petrignani, nell’anno di grazia 1984:

Lo stile è tutto. Io riscrivo i miei libri tantissime volte. Ciò che viene di getto non va mai bene, bisogna limare all’infinito. È necessaria una grande autodisciplina e una grande forza di carattere per riuscire, nello scrivere come in qualsiasi altra cosa. Mai dire: oggi no, domani. C’è sempre una scusa buona per rimandare. La vita deve essere un impegno altrimenti non ha senso. (Alba de Céspedes. La pasionaria, in Sandra Petrignani, Le signore della scrittura, Milano, La tartaruga, pp. 43-44).

E, sempre a proposito del valore della scrittura:

Il grande segreto della vita è eliminare. Proprio così: eliminare tante cose inutili, quelle che ci fanno perdere tempo. Bisogna avere la forza di dire no, se si vuole riuscire in qualche cosa. Ci sono persone che stanno bene solo se si distraggono, non possono restare sole dieci minuti. Bene, uno scrittore è esattamente il contrario. Ma avere la forza di eliminare un po’ di cose dalla propria vita è un segreto per tutti. Sa, quando ero giovane e mi invitavano a ballare (da brava cubana, ballavo benissimo) dire: no, devo scrivere, mi costava moltissimo. Oggi non ne sono affatto pentita. Quando si scopre di avere un interesse, bisogna essere pronti a sacrificargli tutto. Per scrivere qualche cosa di serio, poi, bisogna dare la vita. Perché che senso ha pavoneggiarsi per aver pubblicato un libretto, scritto in quattro e quattro otto, un romanzetto che non resisterà più di qualche mese? (ibid., 44-45)

Parole che oggi suonano altamente rivelatrici e necessarie. Per tutti: scrittrici e scrittori; intellettuali; donne e uomini.

ragazze e valigie [1 giugno 2010]

In Uncategorized on novembre 16, 2011 at 3:20 am

Le poste qui in Canada sono uno dei luoghi dove passo più tempo. I titolari dell’ufficio postale di Bloor/Dovercourt – una coppia di indiani, marito e moglie, sulla quarantina – si sono ormai abituati a vedermi e hanno sostituito all’aria burbera dei primi tempi un bel sorriso. Anch’io, martedì scorso, sorridevo, e a trentadue denti. Tra le mani avevo il modulo per accettare l’OGS, una borsa di studio che la provincia dell’Ontario stanzia per i Graduate Student (MA o PhD, come sono io) più meritevoli. Aggiungo che, per un criterio che ora non intendo commentare, su circa 2000 posti annuali solo una sessantina sono riservati agli studenti stranieri o comunque non permanentemente residenti qui in Canada. Bene, la mia è una di quelle 60 borse. Lo annuncio qui, ai miei venticinque lettori, rompendo la discrezione che di solito mi fa aborrire lo show off. Non l’avevo mai fatto in vita mia, e come Paganini, non intendo ripetere. Stavolta, però, un grido mi ha attraversato la testa. In your face, Italy!

Non è bello nutrire sentimenti di rivalsa verso il proprio Paese. Nel mio caso, poi, avverto una bruciante contraddizione: uno degli elementi decisivi per vincere questa borsa, ossia il curriculum, viene dall’Italia. Mettendo da parte le sciocche rivalse e gli ancor più sciocchi esibizionismi, prendo il mio caso a esempio di un paradosso più vasto. Perché l’Italia non è interessata a impiegare e riconoscere quel merito che pure crea, in ottime scuole pubbliche prima, e in buone università pubbliche poi? Perché, una volta che si tratta di “impiegare” quel merito, la società Italiana – e la sua Università, che ne è lo specchio fedele – poi tira lo sciacquone di fronte ai dei “bravi” e ai “superbravi” che non hanno santi in paradiso e non son bravi a far “la genuflessioncella d’uso”?

La borsa di studio è solo la punta dell’iceberg. Alcuni giorni fa, ad esempio, ho potuto constatare che è uscito il mio primo articolo scientifico vero e proprio, risultato di una ricerca condotta all’interno di uno dei miei corsi. I miei tentativi di pubblicare in Italia, malgrado avessi materiali di qualità non inferiore, si sono sempre infranti contro un mare di “Mah, boh, vedremo”, fra ritardi e mancate risposte, nella ricerca frenetica del “contatto” (persino nelle riviste scientifiche, quelle con board e revisione anonima dei pezzi, si ha talora la sensazione che la presenza di qualcuno a “oliare” i meccanismi possa far la differenza, se non per l’accesso, almeno per i tempi delle risposte).

E ancora: prima di partire, alcuni colleghi già dottorandi mi domandavano con candore se qualcuno mi avrebbe “mandato” a qualche convegno. Era normale, per loro: “Sei così brava…”. Io, puntualmente, rispondevo di no. Erano sempre altri a essere “mandati”, talora ancor prima di essersi laureati. Qui in Nord America, il meccanismo è un po’ differente. Le call for papers sono pubbliche, e sono diffuse su appositi strumenti di comunicazione (riviste specialistiche, liste elettroniche, siti, etc). Ragion per cui, nel mio primo anno di PhD, ho fatto tre presentazioni a conferenze, di cui due all’estero (USA). Senza bisogno di intercessioni (né umane né divine). E questo non perché io sia un genio. Molti altri colleghi, infatti, hanno una media di due presentazioni all’anno; un graduate student che non prova a mandare paper da nessuna parte è visto come un’eccezione, non certo come una regola.

Dulcis in fundo, sono letteralmente svenuta nel constatare l’elevato numero di donne – non solo dottorande, ma anche lecturers e tenure track – che partecipavano alla conferenza annuale della American Association of Italian Studies. A chi mi passava la boccetta dei sali, ho chiesto di compatirmi: avevo ancora in mente il dominio incontrovertibile degli uomini in nell’accademia italiana, dove, si badi, le facoltà umanistiche sono prevalentemente frequentate da donne, che si laureano meglio e più in fretta – ma evidentemente, sono tutte indisposte il giorno della prova d’esame. Nel nostro ambiente, insomma, ragazze e valigie diventa un binomio inseparabile: un po’ come in un film di Almodovar, ma, ve l’assicuro, molto meno divertente.

Naturalmente io, ragazza con la valigia (ma almeno senza più la pistola di monicelliana memoria) sono consapevole di questo mio sguardo straniato, da Paese dei Balocchi. Sparare sull’Italia e sulla cultura italiana, in questo momento, pare diventato lo sport nazionale, e qualsiasi commento si faccia sul vecchiume, sul nepotismo, sul clientelismo della sua classe accademico-intellettuale rischia di alimentare una politica di tagli alla cultura che nasconde, oltre a una feroce resa dei conti, la volontà di distruggere qualsiasi germe di critica e di pensiero.

Soprattutto, mi rendo conto che il mio racconto non si discosta in nulla dalla marea di testimonianze che si possono leggere in rete – in Italia non ero nessuno, e all’estero posso fare il mio lavoro; in Italia ero sfruttato, e all’estero ho la mia dignità; in Italia ero costretto a dar via volantini alla fermata della metro, e all’estero vivo con la mia professione di giornalista/insegnante/account…. Lette tutte d’un fiato, queste storie fanno probabilmente l’effetto di una lagna interminabile. Quel che è peggio, la mia testimonianza, esattamente come tutte le altre, rischia di far male, ad esempio capitando sotto gli occhi sbagliati. Così com’è, infatti, rischia di alimentare le illusioni dei tanti ingenui, pronti a credere che con una laurea italiana ci stendano davanti i tappetini rossi (ma dove?), che le università straniere non aspettino altro che italiani col dottorato e magari una tesi sul cinema di Ejzenstein (come se non ci fosse la fila, e se i dottori di ricerca delle università più prestigiose non si trovassero a loro volta disoccupati), e insomma, che all’estero piovano le rane.

Tanto nel partito degli “scappisti” (o “emigranti potenziali”, compresi quelli che non faranno mai le valigie), quanto nel partito dei “rimanisti” convinti, pare che la scelta dell’estero sia sempre quella più comoda e facile. Ripeto, non è così. Andar via, ragazzi, non è una passeggiata. Persino un PhD all’estero non garantisce nulla; anche se si studia come dannati, poi non è detto che le capacità vengano riconosciute. Quanto alla fatica: non ritengo la mia vita più facile di quella dei tanti miei coetanei che si sentono falliti mentre cercano invano un lavoro, o che magari si sono adattati alla vergognosa proposta di uno stage non retribuito pur di non passare le giornate in preda al vuoto e alla depressione. Ma la ritengo più dura, e più dignitosa, dei tanti che si fanno strada con gli aiutini, coi concorsi truccati, con le soffiate – nell’accademia da cui vengo, ce ne sono molti, compresi certi che girano col Manifesto nella tasca.

Non voglio fare facili moralismi. Sono in Nordamerica, ma studio in un’Università pubblica, e ne vado fiera più che se fosse un’Ivy League. Sono in Nordamerica e amo lo spirito di meritocrazia che rende finalmente sensato il fatto di darci dentro, di fare l’alba sui libri (ciò che in Italia, se non trovi il giusto “mentore”, produce solo frustrazione); ma spero di non dimenticare mai che questo “lavoro”, improntato allo studio delle “humanities”, dovrebbe rendere il mondo migliore, e non solo essere finalizzato alla carriera o all’arrivismo personale. Soprattutto, spero di non chiudere mai gli occhi sul fatto che questo è uno spicchio di estremo privilegio, sia dentro la società “westerner”, sia su scala globale. Sono Italiana, però ho il cuore in valigia, gli affetti scritti in una lingua e il curriculum in un’altra, e nella mano la tazzina amara del viaggio.

Unica cosa, una domanda mi assilla, in questi giorni. Fino a che punto una classe accademica così arroccata nel proprio mondo chiuso e benestante, capace di promuovere solo quelli che riconosce come “figli” ed “eredi” (quindi immancabilmente uguali a se stessi, per censo, mentalità, gender, identità di classe -cioè borghese- e gusti), può sperare di resistere all’ondata nera e oleosa che la sta sommergendo? A chi appartiene quel mondo? E perché gli “altri”, che ne sono stati esclusi – prima di tutto mediante l’ignoranza generalizzata, e poi, quand’anche abbiano avuto accesso alla cultura, mediante logiche clientelari e nepotistiche – dovrebbero riconoscerne il valore e magari difenderlo?