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We are the world, we are the children

In a spasso tra i libri, attitudine popular, cinema, generazioni, sci-fi, this is the end of the world on agosto 25, 2012 at 1:37 pm

1. Beasts of the southern wild.

Fonte: Beastswofthesoutherwild.com

Dopo aver guardato Beasts of the southern wild, sono uscita dalla sala del cinema in preda a sensazioni ambivalenti, ma senza stupirmi del successo incontrato alla prima proiezione al festival di Cannes.  Perché con una storia del genere, attori del genere, e una fotografia di tale qualità, è tecnicamente impossibile non strappare applausi.

Beasts of the southern wild è un film visivamente perfetto, di una bellezza selvaggia (l’aggettivo non è scelto a caso) e struggente. Nel fotogramma che ha fatto il giro di tutte le cartelle stampa, c’è l’anima del film: una bambina di 6 anni, la protagonista “Hushpuppy” (interpretata dalla strepitosa Quvenzhané Wallis), dalla tempra indomabile e dai capelli intricati come una mangrovia, che sprizza energia e faville dalla punta delle dita.
Una fantascienza tutta d’ambientazione, basata sulla proiezione lineare del nostro presente ed evocata in pochissimi tratti. Il mondo di Beasts of the Southern Wild è in preda alla trasformazione: i poli si stanno sciogliendo e il mare è destinato a innalzarsi di decine e decine di metri, cancellando ampie aree di quella che oggi conosciamo come civiltà umana. Cinefili e appassionati non devono tuttavia aspettarsi catastrofi brusche (ed esteticamente mediocri) in stile The day after tomorrow. La trasformazione è appena accennata, lenta, lasciata intravedere per piccoli indizi. Nella sua denuncia, il film parla soprattutto del presente: neanche lo spettatore più sprovveduto riuscirebbe a non cogliere il riferimento uragano Katrina, alla gestione del Superdome e alla politica razziale attuata dall’amministrazione Bush in occasione di quel tragico evento.

Anche visivamente, il lavoro è opera di qualcuno che ha profondamente riflettuto sulla natura dei confini. Lo spazio della comunità (idealmente creola, ibridata e “sporca”) sfugge alla dicotomia utopico/distopica: è un’eterotopia foucaultiana, ciò che il cultore di fantascienza Darko Suvin (un mai troppo citato genio della teoria letteraria contemporanea) considera come una forma di immaginazione fantascientifica. Quello di Hushpuppy e di suo padre Wink (nel film, interpretato da Dwight Henry) è un mondo governato da altre leggi, tanto sociali quanto fisiche: vigono un’altra scuola e un’altra nozione di famiglia, un’altra legge civile regola la nascita il battesimo e la morte; persino la fisica obbedisce ai principi del realismo magico per cui ogni cosa si trasforma incessantemente e nulla, in fondo, muore. L’aspetto più politico del film, a mio avviso, è proprio questo: non la “denuncia” del riscaldamento globale e della crisi ecologica, ma la rappresentazione degli spazi e dei confini che vi prende piede. È un confine segregante l’argine costruito dagli abitanti – non a caso bianchi – della città per arginare non solo la marea montante ma anche il “nomadismo” e l’assenza di regole della comunità di “diversi”. E non è un caso che il viaggio dei protagonisti si concluda su uno spazio liminale, una “no man’s land”, una lingua di terra che non è né mare, né sabbia. L’incertezza nebbiosa dell’ultimo fotogramma sembra fornire l’unica possibile rappresentazione del “futuro”, il tema cui rimanda peraltro l’intero racconto, nel significante della sua protagonista bambina.

2. Il futuro comincia adesso

«Frankly, our ancestors don’t seem much to brag about. I mean, look at the state they left us in, with the wars and the broken planet. Clearly, they didn’t care about what would happen to the people who came after them» (84). Sono parole tratte da un’altra epopea distopica/post-apocalittica, Mockingjay, il terzo volume (per la verità assai mediocre, e inferiore ai primi due) della trilogia The Hunger Games. Siamo sempre nello stesso tema: l’infanzia come specchio (e metafora) dello spazio che il nostro mondo dedica, davvero, al futuro anteriore[1].
Abusati e traviati come gli adolescenti dell’America neo-pagana di Suzanne Collins, o liberi e selvaggi come l’indomita Hushpuppy, i bambini sono il simbolo del futuro, e stanno lì a denunciare della mancanza di rispetto per il futuro che la nostra società pratica su basi direi quasi scientifiche. Il futuro di rifiuti e scorie che lasciamo in eredità ai nostri discendenti si metaforizza nelle piccole vite di questi protagonisti, in bene o in male. Simboli di speranza e di rinascita secondo i criteri del più antico messianismo, ma anche pronti ad ammonirci col loro sguardo straziato, testimone della più intollerabile delle violenze.

L’idea che i bambini siano (più che il mondo, come cantava Michael Jackson, uno che con l’infanzia aveva una relazione complicata) il futuro è, a mio avviso, un altro dei mitologemi d’inizio secolo. Ci aveva già provato 6 anni fa Alfonso Cuaròn in quel brutto film che è Children of Men (trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di P.D. James), un racconto infarcito di valenze religiose  e messianiche  malgrado il suo sbandierato odio per il ‘fanatismo’ (stigmatizzato almeno in due personaggi, il puro guerrigliero di colore e il guerrigliero bianco-rasta, razzista inconscio e, presumibilmente, figlio di papà). E, per rientrare in Italia, anche lo zombie-book I primi tornarono a nuoto di Giacomo Papi (Einaudi 2012) si conclude con la stessa scena: nell’oscena inversione della vita e della morte, una madre salvata dal linciaggio che procrea, un vagito come segno della speranza che rinasce.

L’immaginazione che attribuisce ai bambini poteri salvifici è potente come quella che nei bambini vede una minaccia o un’incarnazione del male: ci sarà sempre un fortunatus puer da contrapporre ai non-nati, agli elfi, ai bambini senza tempo di Running Wild di Ballard, di Lord of Flies di Golding, del già citato Hunger Games oppure di The Veldt, il terrificante racconto di Ray Bradbury. Per questo, nei film e nei libri distopici continuiamo a rivivere il mito di Noé (tra arche salvifiche e piccoli legni alla deriva) o, alternativa meno ovvia ma altrettanto pertinente, quello di Lot e delle sue figlie. Fateci caso: non c’è film catastrofico, dalla produzioni indipendente con velleità sperimentali fino alla peggior patacca da multisala, da Independence Day a 2012 a, appunto, Children of Men, che non contempli una scena dove l’Amico del Salvatore/Futuro Progenitore viene incenerito perché si sofferma a guardare la fine del proprio mondo, o (variante soft della precedente, il Salvatore/Futuro Progenitore si scuote appena in tempo dalla pericolosa attrazione per la catastrofe e si salva per un pelo).

Storie di speranza, di redenzione, di futuro, che ricordano allo spettatore distratto che esiste un’altra dimensione oltre al presente, una responsabilità verso quelli che verranno. Storie benefiche, a patto di non trasformare il bambino del futuro in un messia, in un idolo d’oro. Perché la tentazione di fare di queste storie dei messaggi a senso unico è molto forte, e produce discorsi senza senso. Come quello che ha fatto, appena due settimane fa, Ewan Morrison dalle colonne del Guardian, in un post (fintamente) provocatorio intitolato: What I’m thinking about … why capitalism wants us to stay single. Morrison tuona contro il consumismo implicito nell’idea di rimanere ‘single’ e ‘unattached’, non più una scelta controcorrente ma, al contrario, l’emblema del nuovo conformismo:

«It now makes economic sense to convince the populace to live alone. Singles consume 38% more produce, 42% more packaging, 55% more electricity and 61% more gas per capita than four-person households, according to a study by Jianguo Liu of Michigan State University», ha ammonito lo scrittore, scatenando le reazioni infuriate dei molti lettori che, oltre a doversi sorbire le domande invadenti della zia Clotilde a ogni pranzo di Natale, ora devono fare i conti coi sensi di colpa rispetto all’intero pianeta. Ed ecco la severa conclusione dell’autore.

Consumerism now wants you to be single, so it sells this as sexy. The irony is that it’s now more radical to attempt to be in a long-term relationship and a long-term job, to plan for the future, maybe even to attempt to have children, than it is to be single. Coupledom, and long-term connections with others in a community, now seem the only radical alternative to the forces that will reduce us to isolated, alienated nomads, seeking ever more temporary ‘quick fix’ connections with bodies who carry within them their own built-in perceived obsolescence”.

Ma se il primo vagito può produrre momenti di adorazione, e se può forse rappresentare un messaggio di responsabilità (più che di speranza), attenzione a non farne un simbolo universale, e a non trarne inferenze indebite. Perché in quest’epoca apparentemente bambino-centrica, che impone alle persone il dovere sociale (non morale, sociale!) di vivere il sogno familiare perfetto ma che eradica sistematicamente la possibilità di un vivere dignitoso per troppi esseri umani, in paesi dove le coppie spendono migliaia di dollari per un matrimonio e non hanno un’ora del loro tempo libero da dedicare al volontariato, in un mondo che considera dovere esporre su Facebook le foto del proprio neonato (il quale, ovviamente, non può rifiutarsi di essere esposto in quanto di più intimo si possiede, la propria nascita) ma se ne strafotte dei milioni di bambini che muoiono di denutrizione o di morbillo, il problema non è se procreare o non procreare, ma come educare.

enjoy! (finché dura)

In attitudine popular, cinema, generazioni, this is the end of the world on dicembre 10, 2011 at 8:38 pm

Questa recensione è uno spoiler, nel senso che oltre a togliere ogni possibile dubbio sul finale del film di cui parlo Melancholia (2011), ne rivela anche diversi episodi di rilievo. Ma a voler essere rigorosi, il film è in partenza uno spoiler di se stesso, dato che anticipa il proprio finale e le proprie sequenze salienti nelle spettacolari e nelle sequenze d’apertura, dei veri e propri tableaux vivants che raffigurano la Passione del Mondo in slow motion, stazione dopo stazione. È lo stesso Lars von Trier, del resto, che ritiene necessario rivelare da subito la conclusione (“una specie di lieto fine”, come la definisce non senza una notevole dose di ironia) per evitare che il lettore sia distratto dalla suspence:

 Indeed the ending was what was in place from the outset when he started to work on the idea of ‘Melancholia’, just as he immediately knew that the audience needed to know it from the first images of the film.
«It was the same thing with ‘Titanic‘,« he says as he assumes his favourite interview pose, lying on the faded green cushions on his exuberant couch, arms flung over his head. »When they board the ship, you just know: aw, something with an iceberg will probably turn up. And it is my thesis that most films are like that, really.»

Da Longing for the End of All, intervista di Nils Thorsen (leggibile per intero qui)

Trattando della “fine del mondo”, Melancholia è facilmente ascrivibile alla categoria della fantascienza. Eppure verrebbe voglia di far proprie le riserve che Margaret Atwood, nel suo recentissimo In other worlds (Signal 2011), esprime sulla propria opera, dichiarandosi creatrice di mondi e di finzioni, ma non di finzioni “scientifiche”. Così anche Von Trier, che si astiene dal giocare con i registri della verosimiglianza scientifica e della verità, ma prende la visione dell’apocalisse a fondamento di una riflessione sull’uomo e sulla fragilità della sua psicologia.

Tuttavia, il fatto che un film come questo si occupi della fine del mondo esprime qualcosa d’importante sul nostro presente. In primo luogo, racconta della nostra percezione di civiltà al collasso, la nostra ansia apocalittica (tema esplorato da molti in questi anni, compreso un autore come Zizek nel suo Living in the end times, Verso 2010, ora disponibile in italiano per i tipi di Neri Pozza). Quasi che dall’“Enjoy!” di capitalistica e post-moderna memoria sia ormai indispensabile passare a un “Enjoy it while it lasts!”, consapevoli che non durerà ancora a lungo. Non è un caso, dunque, che Melancholia rappresenti la fine del mondo come un’accettazione – risparmiandoci le corse contro il tempo alla Armageddon, le astronavi in fuga verso l’ignoto e le immancabili derive complottiste della fantascienza apocalittica propriamente intesa. La fine del mondo è già tra noi, e non è qualcosa che sia in nostro potere impedire.

In secondo luogo, colpisce il fatto che la fine del mondo sia narrata non con le modalità di un “dramma fantascientifico”, ma con quelle di un dramma familiare (e l’ispirazione dichiarata è a Le serve di Genet). Certamente questa scelta ha origine nella genesi stessa del film – la volontà di Von Trier di esplorare un aspetto sociale della malattia, il fatto che “i depressi siano più calmi nelle situazioni di emergenza perché hanno già delle aspettative negative sul futuro”. I depressi vivono in una condizione che è già un’apocalisse permanente – tanto più ora che mezzo mondo occidentale sembra vivere in una sindrome da stress post-traumatico. L’etica dei depressi – impietosamente dimostrata da una sequenza del film – è che il mondo in cui viviamo è già cenere. Nessun inferno può essere peggiore di così. Ed è certamente quel che prova Justine (interpretata dall’incredibile Kirsten Dunst)– nome ispirato alla creatura di Sade, ma anche evocativo di Juno, Jupiter, e della giustizia personificata –, trasfigurata in un simbolo sotto la fredda luce dell’altro pianeta. Ma in questo contesto, Melancholia diventa anche una parabola sulla nostra assenza di misura e il nostro antropocentrismo “I promise it won’t hit Earth”, dice il personaggio di John  (interpretato da Kiefer Sutherland) a Claire, come  le traiettorie degli astri dipendessero dai calcoli degli scienziati. E da questo punto di vista, il grande merito del film è la sua capacità continua di scivolare tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, tra macrocosmo e microcosmo. Ed ecco che una patologia percettiva (la mancanza di empatia sociale, l’incapacità di percepire le realtà intermedie) permette di raggiungere un risultato filosofico: restituire allo sguardo quell’extra-mondità che sola può guarire la nostra «démesure».

Melancholia è un film troppo bello e troppo brutto allo stesso tempo. È un film “brutto”, che non scorre, le cui siderali lunghezze ci mettono a disagio, un film sconnesso, fatto di due parti asimmetriche e in collisione – come i pianeti di cui narra, come le due sorelle Justine e Claire, come il macrocosmo e il microcosmo chiamati a specchiarsi l’uno nell’altro. Ma è anche un film eccessivamente bello, estetizzante, che usa la lucida compiutezza dell’immagine per dire ciò che non si può dire – fino al nero che conclude il tutto: il non-detto come unico spazio per l’assenza di futuro. E il futuro è un registro ambiguo, a metà fra l’onirico e il trasfigurato (i due modi con cui la narrativa, filmica o letteraria, riesce a dire la catastrofe, ad affrontare, mediante la trama di infiniti “mondi possibili”, la sfida di dire il nostro “poterci non essere”, la radiazione di fondo emessa dal nostro possibile morire.

Non esistono piani intermedi tra quello cosmico (dove il tempo eccede qualsiasi possibilità di immaginazione umana) e quello dei piccoli conflitti interni all’individuo (conflitti tra la rappresentazione sociale e il dolore esperito dall’individuo, conflitti tra membri della stessa famiglia, ma anche conflitti tra semantiche, tra significati apparenti e implicazioni latenti). I personaggi obbediscono a impulsi propri, bambole meccaniche di un universo chiuso e auto-alimentato. Un universo in cui non occorre provvedere alle necessità materiali, in cui l’onnipresenza del denaro è segnalata in primo luogo dalla sua invisibilità; come una corrente segreta e sotterranea, il denaro e il lusso, uniti a una raffinatissima e decadente assenza di gusto, modellano i rapporti tra le persone, si sostituiscono ai flussi di empatia.

Eppure, sembra dirci il film (soprattutto alcune inquadrature, come la scena in cui due globi di marmo, accostati tra loro, suggeriscono l’impatto delle sfere celesti) l’immensità del nostro cosmo è tutta racchiusa nel nostro microcosmo, se solo fossimo capaci di leggerne le nervature e le simmetrie; e davvero la fine del mondo ci colpirà così, inconsapevoli fino all’ultimo, persi nei giardini segreti della nostra anima mentre tutto intorno il mondo si prepara a esplode e ritorna al suo silenzio primigenio.

una nota di Gramsci su quella che potremmo definire la preistoria della letteratura del lavoro [27 ottobre 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, lavori pieghevoli on novembre 16, 2011 at 5:30 am

«Per quali forme di attività hanno “simpatia” i letterati italiani? Perché l’attività economica, il lavoro come produzione individuale e di gruppo non li interessa? Se nelle opere d’arte si tratta di argomento economico, è il momento della “direzione”, del “dominio”, del “comando” di un eroe sui produttori che interessa. Oppure interessa la generica produzione, il generico lavoro in quanto generico elemento della vita e della potenza nazionale, e quindi motivo di volate oratorie. La vita dei contadini occupa un maggior spazio nella letteratura, ma anche qui non come lavoro e fatica, ma dei contadini come “folclore”, come pittoreschi rappresentanti di costumi e sentimenti curiosi e bizzarri: perciò la “contadina” ha ancora più spazio, coi suoi problemi sessuali nel loro aspetto più esterno e romantico e perché la donna con la sua bellezza può facilmente salire ai livelli superiori. Il lavoro dell’impiegato è fonte inesausta di comicità: in ogni impiegato si vede l’Oronzo E. Marginati del vecchio “Travaso”. Il lavoro dell’intellettuale occupa poco spazio, o è presentato nella sua espressione di “eroismo” e di “superumanismo”, con l’effetto comico che gli scrittori mediocri rappresentano geni della loro propria taglia, e, si sa, se un uomo intelligente non può fingersi sciocco, uno sciocco non può fingersi intelligente». Gramsci, Antonio. Letteratura e vita nazionale. Roma: Editori Riuniti, 1979, 15-16.

la legge (del) Reale [18 ottobre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, repubblica delle lettere, taking action on novembre 16, 2011 at 5:27 am

Mi scrive mia madre – il che di per sé è un evento – dicendomi preoccupata che in Italia vogliono rimettere in vigore la Legge Reale. Lo so già. Ho letto la notizia un’ora dopo che era uscita sui giornali, e non mi stupisce, nel clima del mio Paese.

Non ho MAI dico MAI pensato che Di Pietro fosse di sinistra ed questo è il motivo per cui MAI, dico MAI, l’ho votato. Ho fatto cose di cui mi sono pentita, in cabina elettorale, ma MAI dico MAI ho votato Di Pietro, anche quando ci sono stati compagni che si sono lasciati abbindolare dalla sirena dei vari Giulietti Chiesa e delle varie Franche Rame candidati nelle fila di IDV.

Il punto è che a me (classe 1983), la Legge Reale, in barba al suo spettrale nome lacaniano, evoca determinate cose. Per esempio, gente morta sparata (uso il verbo transitivamente in barba alla grammatica) per non essersi fermata a un posto di blocco. Un’infrazione, certo, ma passibile di morte? Invece a molti viene in mente solo il desiderio (quanto, esso stesso borghese o, come si sarebbe detto un tempo, “benpensante”), di tracciare contorni, di dormire sogni tranquilli, senza il rischio che qualcuno venga a tingerli di nero.

È normale che, quando le leggi vigenti (quelle della democrazia) sono screditate, si affermi il desiderio di nuove leggi. Così, quando un cantante viene diffamato da un sito che è una fogna a cielo aperto, si invocano leggi restrittive contro la Rete nonostante esistano già strumenti legali atti allo scopo. Quando vengono commesse delle azioni criminose (per le quali la magistratura e le forze dell’ordine hanno già la possibilità, il diritto e direi il dovere di acquisire prove, filmati, etc, senza lanciare idiote quanto disinformate cacce alle streghe in rete), si invocano leggi speciali. Senza comprendere che la trasformazione dell’ordinamento politico e giudiziario è l’istituzione di una nuova realtà, storica e sociale, da cui non sempre è facile tornare indietro.

Le coltri di fumo nero che avvolgono l’Italia sono molte, oggi. Sono quelle di chi ragiona dal punto di vista dei propri personalismi, di chi ragiona per “bianchi” e neri”, alla comoda di ricerca di un altro su cui scaricare il proprio odio. Misseri, Vasco, il banchiere di merda, lo sbirro di merda, il blackbloc di merda. Va bene tutto.

Sono quelle di chi parla a nastro, essenzialmente, perché a gridare oscenità dietro uno schermo (magari domandando a gran voce di sapere i “nomi e cognomi” dei colpevoli, o presunti tali) ci vuol poco, e ci si sente grandi. Sono quelle di una sinistra che ha perso talmente tanto il senso della propria identità da confondere piani e situazioni storiche, per cui la mafia, gli anni di piombo, tutto stesso case impasto verbale. Legge Reale, DASPO, intercettazioni. Tutto uguale. L’importante è chiedere scusa, possibilmente in diretta.

Ed è questo che porta a dire che il berlusconismo (ma il termine da usare sarebbe un altro, perché non si trova Berlusconi solo in Italia) ha fatto presa nelle menti. In quelli che sfasciano una vetrina pensando alla foto che li inquadrerà, senza sapere di posare secondo un cliché ormai buono per i fotografi di moda (e se fossi una critica letteraria direi, con Lacan, che appagano il desiderio del Grande Altro, ma aver letto Lacan non ha mai salvato nessuno da se stesso). Ha fatto presa in quelli che si sentono (come scriveva qualcun altro meglio di me), più “sfigati” e più “disoccupati” degli altri, chiunque siano, questi altri. Magari perché non sono davvero pronti a mettere in discussione le tante cose inutili che costellano il nostro stile di vita. Ma ha fatto presa anche tra quelli che si classificano aprioristicamente e apoliticamente tra i pacifisti, dimenticando che anche il pacifismo è costruzione, è complessità, è lotta nonviolenta che mette in gioco il corpo.

Essere davvero pacifisti è cosa che richiede un coraggio infinito. Voglio essere onesta ed ammettere che non so se trovo in me un grammo di questo coraggio. Non lo si trova da soli, il coraggio di durare, di essere “responsabili” di un metro quadrato. E non ha niente a che vedere con il fatto (sempre discendente dalla stessa logica legalitaria e tardo-illuministica) di esporre il proprio nome e cognome. A volte è politico negare il cognome, per esempio coprendolo con una X. Il corpo conta molto più del nome.

Il punto è che non basta sostituire Paolo Bonolis con Beppe Grillo, Rete 4 con Facebook, Ambra Angiolini con V for Vendetta (e nemmeno Microsoft con Mac, se è per questo) per cessare di essere spettatori e consumatori. Invece c’è un’intera generazione che si sta formando alla politica solo su Facebook (ed equivalenti). Forse è anche per questo che, di fronte alla Legge Reale, e alla delirante proposta di un partito che oltretutto sarebbe l’opposizione, non tutti saltano sulla sedia. E anzi, alcuni continuano imperterriti a cliccare “like”.

pietà l’è morta [24 settembre 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora, taking action on novembre 16, 2011 at 5:23 am

Mi piacerebbe che il video in cui le forze dell’ordine sgomberano un gruppo di tunisini a Lampedusa costringendoli a saltare da tre metri d’altezza fosse stato condiviso, ricliccato e spammato quanto il filmato dell’oscena intervista a Terry de Niccolò – un’intervista peraltro importante, perché nel masticamento verbale della escort si declinano i termini di un nuovo fascismo light, tra il paillettismo del sogno berlusconiano e il fascismo da uni-posca di frasi come ‘meglio un giorno da leone che cento giorni da pecora’, eternata sulle porte di migliaia di cessi.

Invece, per la maggior parte dei miei connazionali, pare che il corpo possa costituire corpo di scandalo solo quando, perfettamente depilato e lucidato, esso si offre in pasto al drago, e non quando esso è vittima di violenza, di fame, di malnutrizione, quando sopporta le tempeste e rischia la morte, quando è oggetto di manganellate e sassate (chi è senza peccato, diceva qualcuno…).

Guardavo quei corpi saltare dalla balaustra, indistinti, ridotti a numero, a quantità, a esubero. Maschi e femmine indistinguibili, il semplice ritmo delle persone costrette a lanciarsi nel vuoto e saltare, senza il tempo di prendere la mira, salvare gambe e braccia un lusso che non viene concesso. Persone che cadono come pezzi di legno.

Non era diversa da altre scene che ci commuovono in film, fumetti o libri, questa immagine: solamente, era vera e ci riguardava da vicino. Ma l’Italia sembra aver voltato la testa da altre parti, attenta ad altri corpi, ad altre vittime.

In tutto questo mi viene in mente un episodio accaduto nel lontano 1999. Pochi anni dopo il grande esodo dall’Albania (e dalla strage di Otranto, che portò Moretti a criticare una generazione di politici cresciuti con Happy Days), e pochi mesi dopo l’invereconda espulsione di Ocalan dall’Italia, ci fu, in Calabria, a Soverato, uno sbarco di curdi. Ricordo nitidamente, al telegiornale, le inquadrature della nave che si accostava a riva mentre decine di abitanti sulla spiaggia applaudivano il salvataggio di tante vite umane. Ricordo la mobilitazione popolare che portò a raccogliere coperte, generi di soccorso e alimentari per “i curdi del palasport” (uno di quei paesi era cui quello dei miei nonni: ho una nitida memoria delle casse di succhi di frutta raccolte nei locali della Pro Loco). E ricordo la nostra sorpresa (e, devo dire, il nostro orgoglio) quando il sindaco di un comune povero e spopolato come Badolato Superiore aprì le porte ai nuovi arrivati, invitandoli a rianimare le strade di un paese fantasma. Molti sono poi ripartiti, vuoi perché fin dall’inizio avevano come meta la Germania, vuoi perché in una regione povera c’è poco altro da fare se non le valigie, indipendentemente che si sia curdi o italiani.

Mi piace ricordare quell’Italia come si ricorda un parente caro scomparso da anni. Perché è evidente che quella parte di Italia è morta – quella parte, dico, capace di accogliere nonostante l’ignoranza o la diffidenza che pure ci dovevano essere, capace di ricordare i tempi in cui ad accalcarci sui bastimenti per Buenos Aires o Nuova York eravamo noi, capace di distinguere il momento delle legge, col suo inevitabile rigore, da quello dell’umanità che va custodita e salvaguardata prima di ogni cosa.

Pietà, l’è morta, e con la pietà l’Italia.

botte da orbi e lacrime di coccodrilo: ovvero, dell’eroe destituito [17 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, cinema, generazioni on novembre 16, 2011 at 5:10 am

51wJBjgCO+L«Uno non ci pensa, ma che razza di telenovela sono i campionati di seconda serie. Immaginate il mix: una vagonata di giovanotti il cui unico obiettivo è di andarsene da qualche altra parte, e che, se sono al terzo o quarto anno di seconda serie, stanno cominciando a contemplare una vita da falliti in tutto il suo splendore. E poi le donne, che, anche se non sono tecnicamente delle groupies, sono attratte da questi ragazzi solo per il loro fisico e per il fatto che bisogna pagare per guardarli. E poi le ore in autostrada, e i bar, e quelle donne che sono un po’ più “groupies”, e i tipi da motel, giovanotti instancabili che si affidano al silenzio omertoso della squadra. Non è facile dire che le storie da campionato siano fondate su qualcosa di solido, durezza del materasso a parte.
Una telenovela. Se ne vedono di belle prima delle trasferte, fuori dallo stadio, mentre l’autobus fermo manda il suo impaziente fumo di diesel, coi portelloni del carico ancora aperti. Gare a chi urla di più, richieste fatte in pubblico, occhi impiastricciati di mascara. Uno che mette dentro la sua sacca in silenzio, la sua ragazza vistosamente assente, i pettegolezzi bisbigliati. Poi sì, ci sono le coppie che sulla crisi ci marciano, ma molto di quel che si vede è dolorosamente vero.» (Bill Gaston, The good body, 2000, p. 220. Traduzione mia)

Questa mezza paginetta viene da The good body, un romanzo dello scrittore canadese Bill Gaston che parla di hockey (mai tradotto in italiano, a quanto ne so). Di una serie minore del campionato, per l’esattezza, lontanissima dunque dai riflettori della NHL e dai suoi eroi. Malgrado la scelta di un tono (e di una lega) ‘minore’, quella che viene raccontata è un’epica e una ‘telenovela’ al tempo stesso: l’epica di un eroe sconfitto (l’ex giocatore di hockey Bob Bonaduce, costretto al ritiro dopo una lunga carriera da professionista nelle serie minori), e la telenovela di un padre (lo stesso Bonaduce, che smessa la casacca ridiventa Robert, plagia un po’ di poesie a caso per guadagnarsi l’ammissione a un Master in Creative Writing e cerca di riallacciare i rapporti familiari, con esiti prevedibilmente disastrosi)

Mi pare che ultimamente questo genere di storie stiano diventando una moda. C’è l’epica dello sport minore (definizione che non si adatta certo all’hockey in Canada, ma serve benissimo altre discipline) e c’è l’epica delle seconde categorie, con le loro interminabili trasferte e la loro variegata umanità. C’è il duro che rivela le proprie miserie e la propria fragilità, e c’è lo sportivo di professione che ha abbandonato la propria famiglia e vorrebbe recuperare il tempo perduto.

507A raccontare il lato intimista di sport “violenti”, ci aveva già provato ad esempio Dan Aronofsky in un bel film di qualche anno fa, The Wrestler. Disciplina a parte, le due trame si somigliano molto, e ancor più simili sono i loro eroi, giocatori professionisti costretti dalla malattia (infarto in un caso, sclerosi multipla nell’altro) ad abbandonare la carriera e ad affrontare i fallimenti di un’intera vita. Ma ci sono anche casi più estremi, quelli in cui lo sport violento — per dirne uno, sempre il wrestling — è addirittura il veicolo del riscatto, permettendo quella trasformazione del “loser” (fallito, perdente, sfigato…) in “eroe” tipica della Commedia da Sundance (chi ha visto film come Miss Little Sunshine, sa di che parlo). E’ quel che accade in Win Win (USA 2011, diretto da Thomas Mc Carthy), brillante commedia e — parlo per esperienza diretta — micidiale relationship-killer. Agli scenari più consueti del degrado americano (i quartieri malfamati o “tough”, il distretto automobilistico falcidiato dalla saturazione del mercato, le cittadine assolate in the middle of nowhere in stile Hopper o in stile Ang Lee), si sostituisce addirittura il New Jersey dei colletti bianchi: ecco, se non è crisi questa… . Madri tossiche e nonni con l’Alzheimer, casalinghe del New Jersey piene di stereotipi ma che, all’occorrenza, si riscoprono fan di Jon Bon Jovi, avvocati sull’orlo della bancarotta: gli ingredienti della sfiga ci sono tutti. In questo insieme non poteva mancare il ragazzino problematico, che nonostante le apparenze è però un adolescente modello: pronto a non sprecare la seconda chance che la vita gli offre, divide i pomeriggi tra gli allenamenti e i compiti fatti a casa dei nonni, fa giocare le bambine di casa e spinge il carrello per la mamma, redimendosi attraverso la passione per il wrestling. Qui la sfida è all’apparenza più facile, perché non parliamo di lottatori professionisti, con costumi sbrilluccicanti da Captain America e lucidante per muscoli in abbondanza, ma di wrestler adolescenti, che si allenano sul linoleum verde della palestra scolastica; ma per certi versi l’operazione risulta ancora più strana ed ostica, almeno ai miei occhi italiani, ché il wrestling come terapia davvero, qui si fatica a immaginarlo (terapia d’urto, al limite).

In questi lavori, hockey e wrestling non sono solo sport “violenti”, ma sport che della violenza o, comunque, del confronto fisico, fanno spettacolo: una dimensione tutta “esteriore” del vivere che contrasta con l’assoluta incapacità di confrontarsi con le proprie debolezze, o anche solo con i propri sentimenti. La dimensione ‘intimista’ – si intreccia per altro alla rivalutazione degli sport tradizionalmente considerati violenti – basti pensare al vero culto che in Italia alcuni hanno del rubgy — o di quegli sport tradizionalmente considerati popolari (persino il calcio, ovviamente attraverso la mediazione di Soriano). Tanto il lottatore costretto al ritiro da un infarto, quanto il giocatore di hockey consumato dalla malattia incarnano il tipo dell’eroe destituito, il supereroe paralizzato e ormai incapace di volare e di illuderci: un supereroe sfigato, pronto a tradire le nostre infantili aspettative eppure, proprio per questo, capace di riscattare i nostri fallimenti di adulti.

Nella potenza scenografica dei propri muscoli il wrestler mantiene le sembianze di quelle action figures che ne sono l’icona più scontata — non a caso Aronofsky gioca su questo tema, con continui scarti di prospettiva tra l’eroe Randy the Ram e il suo pupazzetto, che finisce, come è giusto che sia, tra le mani di un bambino vero. Allo stesso tempo, però l’eroe si mostra sofferto e consumato, costretto a confrontarsi con il fantasma della propria vecchiaia senza mai esser passato per l’età adulta: in tutto e per tutto un eroe destituito. Anziché incarnare la trasformazione dell’uomo qualunque a potenziale eroe, questi lavori mostrano la riduzione dell’eroe a nullità, e la caduta del mito infantile (la figurina del giocatore, il pupazzo miniatura del wrestling) costretto a confrontarsi con le durezze della vita adulta: una tragedia, secondo le più classiche definizioni del genere, che diventa eloquente rispetto alla nostra contemporaneità proprio in virtù del suo rapporto con forme di ‘intrattenimento’ di massa.

Se su un piano esteriore essi rappresentano una “caduta degli dei” in piccolo, nella loro vita privata questi personaggi appartengono al più tradizionale tipo della ‘trasformazione del loser in persona decete, recuperando una dimensione affettiva, riallacciando rapporti con i familiari dimenticati, riscoprendo il valore delle piccole cose e diventando ‘persone decenti’ – salvo scontrarsi, nel finale, con l’impossibilità di riscattare la lunga serie di errori seminati nel corso della propria vita. Una duplicità che si mostra anche nello sdoppiamento tra la persona creata dal nome di battaglia e quello anagrafico-ortografico (Randy/Robin nel film, Bob/Robert nel libro). Ed è prorio questa doppia natura di winners e di losers (vincenti e falliti), che rende i personaggi qui dipinti, o le loro storie, interessanti e, quel che più importa, significativi di un’epoca. All’alba del nuovo secolo, un’America sempre più triste e depressa cerca invano di ritrovare un briciolo di umanità nei propri eroi dai muscoli lucidi e sgonfi, e cerca invano di imparare a “perdere” senza lasciarsi sopraffare dalla barbarie.

tigri, pecore e altri animali, ovvero: “la mia famiglia 2.0” [3 maggio 2011]

In a spasso tra i libri, attitudine popular, canadian bacon, educazione, generazioni on novembre 16, 2011 at 5:06 am

Seguo spesso La ventisettesima ora, il blog che Il corriere della sera dedica ai rapporti tra generi e a riflessioni che potremmo definire “al femminile”. Non perché mi piaccia , anzi, ma perché mi pare sia indicativo di come temi e riflessioni che in altri anni avrebbero trovato uno spazio naturale nel femminismo siano, nel nostro clima culturale, “stemperate” e decolorate fino a diventare semplici riflessioni di costume. Più precisamente, trovo questa rubrica indicativa di un certo surrogato liberale al femminismo”, o talora di una sua parodica reductio ad “Sex and the city”, di cui si son visti parecchi esempi anche altrove, in occasione del 13 febbraio.

Tra i più letti del mese scorso (sì, lo so, il mio tasso di aggiornamento lascia un po’ a desiderare), sta un post relativo alla vicenda della Mamma Tigre, intitolato “Confessioni di una mamma pecora”.

Il riferimento, per chi se lo fosse perso, è a una polemica divampata negli Stati Uniti a seguito della pubblicazione, in anteprima, di un estratto del romanzo di Amy Chua, madre di tre figlie e a propria volta figlia di emigranti cinesi, che raccomanda l’estrema severità del proprio metodo educativo rispetto alle “mollezze” delle famiglie occidentali. Come accade spesso, le discussioni nate altrove, si trasformano in qualcosa di diverso quando varcano la frontiera italiana: mai come in questo caso, la traduzione è una traduzione culturale.

“Sto dunque contribuendo a creare una generazione di maleducati / fastidiosi / capricciosi / viziati / prepotenti piccoli individui, che è come la maggior parte degli italiani (e parte non indifferente di chi commenta i post della 27esimaora) vede i ragazzini di oggi”, scrive Paola di Caro, che si definisce orgogliosamente una “mamma pecora”, e che tesse l’elogio della serenità (o indulgenza che dir si voglia) nei confronti dei bambini. Si può essere più o meno d’accordo con la filosofia genitoriale della giornalista, ma ad essere precisi, la fenomenologia della Tiger Mom è un po’ diversa e ha sicuramente poco a che vedere con dita nel naso, gomiti sul tavolo e gimcane tra le sedie del ristorante.

Ho seguito bene la vicenda, che per mesi è stata argomento di conversazione qui in Nordamerica. Dalle colonne del Wall Street Journal, dove la dottrina educativa della “Tiger Mom” è stata presentata per la prima volta, la discussione è infatti rimbalzata sui principali giornali statunitensi prima e canadesi poi. Altre mamme di origine cinese hanno criticato la loro conterranea (di origine) Amy Chua, denunciando la natura violenta e manipolatrice di questo sistema di aspettative, mentre madri di altre provenienze etniche hanno puntualizzato la severità del loro metodo educativo, non certo inferiore a quello di Mamma Tigre. Tuttavia, è davvero difficile capire il senso di questo dibattito se lo si priva di rapporti con la questione di un razzismo anti-cinese sempre più evidente e strillato – benché nessuno si periti di stigmatizzarlo con formule politiche come quella di “hate speech”.

Il richiamo all’odio può sembrare eccessivo: eppure è parte integrante del problema. La contrapposizione, infatti, non è tra bravi e cattivi genitori, ma tra genitorialità occidentale e orientale. La stessa autrice insiste continuamente su questo elemento, il che spiega l’aggressività con cui molte mamme “bianche” le hanno risposto, o l’arrendevolezza con cui altre mamme – quasi sempre “occidentali” – hanno rivendicato la loro stessa severità, non certo appannaggio di una sola etnia. Chua, almeno nel ristretto brano che ha dato fuoco alle polemiche, precisa più volte che il suo obiettivo è dimostrare la “superiorità” delle mamme cinesi, un’affermazione che ha in seguito cercato di attenuare, sottolineandone l’ironia, evidentemente difficile da cogliere. “Sulle prime ho pensato che fosse uno scherzo”, è stato del resto il commento a caldo di un’altra mamma di origini cinesi, “una di quelle barzellette razziste del tipo: perché alle analisi del sangue hai preso B e non A?”. Le madri cinesi sono superiori, argomenta Chua, perché non permettono ai loro figli di cedere e lasciar perdere, ma li obbligano a riuscire; perché pretendendo il massimo insegnano ai bambini la vera e profonda auto-stima; perché non dipendono dalla libertà lasciata al bambino (chiunque, a nove anni, preferirebbe il luna park a studiare pianoforte, è la premessa non dichiarata del ragionamento), e impediscono a ragazzi e adolescenti immaturi di sprecare energie e tempo in attività inutili e diseducative, dagli “sleepovers” (fermarsi a dormire a casa di un’amica) alla commedia della scuola allo sport. Ed è proprio per questo che il suo ‘metodo’ spaventa: perché avvalora una serie di paure e di luoghi comuni ampiamente diffusi e sempre più percepiti come realtà. Nel malcelato senso di inferiorità delle mamme “americane” rispetto a quelle “cinesi” si riverbera una competizione che è percepita sia su scala globale (la ‘spaventosa’ crescita economica della Cina), sia su scala nazionale, all’interno delle proprie società.

Nel frattempo, il razzismo dilaga. Basti pensare che a Toronto, città che da sempre si fa si va vanto della propria natura multietnica, lo scorso ottobre hanno eletto sindaco uno come Rob Ford, che in campagna elettorale dichiarò pubblicamente: “I cinesi lavorano come muli, ci stanno sorpassando”. Sempre restando da questa parte del confine, è dalla fine degli anni 70 che ciclicamente riemerge sulle pagine di giornali come “MacLean” la questione della presunta “Asianness” di alcuni campus, dove la competizione con gli studenti “asiatici” mette in difficoltà i ragazzi bianchi di buona famiglia, solitamente più propensi a sbevazzare e a impegnarsi nelle attività atletiche (senza scomodare john belushi, bastano i proverbiali 4 anni di partite di football di Forrest Gump).

Naturalmente, non ha la minima importanza che l’identità Asian sia uno stereotipo razzista, incapace di descrivere differenze nazionali e anche di generazione (nel mucchio sono compresi anche i ragazzi di terza e quarta generazione, compresi quelli che vengono spregiativamente chiamati “banane”, gialli fuori e bianchi dentro… è un termine orripilante, lo so, ma non l’ho inventato io). Quel che conta è la ‘verità’ percepita, ripetuta tante volte da diventare ‘dato oggettivo’: i cinesi sono macchine da lavoro, sono inumani, sono una massa informe destinata a conquisteranno il mondo. Il passo alla disumanizzazione è breve, potenziale ma terribilmente breve. È un fenomeno semplice, si chiama razzismo.

Da questo punto di vista, la vicenda di Amy Chua è abbastanza indicativa di come uno stereotipo culturale, intrinsecamente razzista in quanto spiega un dato culturale e sociale mediante i tratti somatici di una presunta “comunità”, sia assunto come proprio da quella stessa minoranza, che ne fa un apparente punto di forza. Un gioco pericoloso, perché – e noi italiani lo sappiamo bene – degli stereotipi, una volta radicati, non ci si libera più.

Come si vede, siamo lontani anni luce dalla consueta diatriba su figli viziati, a letto senza cena e rimettiamogli il grembiulino. Se mai una qualche forma di traduzione culturale è possibile, tra il mondo delle Chinese Moms di terza e quarta generazione, e le mamme milanesi di estrazione borghese che forse leggono la ventisettesima ora, è proprio in questa pianificazione estrema del futuro. Non sono Mamme Tigri, le mamme che piantate su tacchi a spillo portano il pupo infante a danza e musica-col-metodo-Suzuki, tra un corso di inglese e una lezione di scherma. Non sono Mamme Tigri, ma ci assomigliano molto, così pronte a sbranare chiunque metta in dubbio il talento del loro pargolo, o l’insegnante colpevole di non “stimolarlo” abbastanza. Del predatore, certi genitori hanno la competitività vissuta di riflesso, e la consapevolezza che tutto si giochi nei primi anni di vita (ma è poi vero, questo?), nei quali procacciarsi le migliori “opportunità”, nel tentativo spasmodico di programmare l’Erede perfetto. E da questo punto di vista, sarò impopolare, ma preferisco le mamme cinesi. Che di fronte a una pagella sgangherata, spezzano le gambe ai figli, e non ai loro professori.

buon non-compleanno italia [17 marzo 2011]

In generazioni, la memoria e l'oblio on novembre 16, 2011 at 4:53 am

Non oso immaginare l’aspetto delle strade della mia città stanotte, tra le coccarde tricolori delle celebrazioni per il 150º anniversario dell’Unità d’Italia e il verde brillante dei seguaci nostrani di St. Patrick. Le strade non ancora ripulite di quello sporco tutto particolare (uno sporco fatto di cartacce, plastica ed entropia) che segue le manifestazioni politiche o istituzionali, e subito invase dal sudore acido dei tanti giovani che questa notte la passeranno a ballare.

L’Unità d’Italia come tema del discorso politico e San Patrizio sono due cose che non c’erano durante la mia adolescenza. Per la verità, quando ero alle superiori, cominciava a vedersi in giro qualche matto che andava a spaccarsi di birre e di balli in qualche palazzetto dello sport di provincia. Quanto all’unità di Italia, ricordo che l’allora Capo di Stato Carlo Azeglio Ciampi, in un’inaugurazione dell’anno scolastico (2000/2001, credo) ci fece su un bel pistolotto retorico, peraltro adatto alla cornice (la cerimonia si teneva al Vittoriano). Un fatto che mi costò il voto più basso mai appioppatomi ad un tema in classe, per manifesto anti-patriottismo.

Questo 17 marzo conguaglia solo due tra le tante feste artificiali o commemorazioni ufficiali che visto spuntare come funghi nell’ultimo decennio. Anche se non è una festa, penso ad esempio alla Giornata della Memoria (iniziativa nel complesso meritoria, che rischia di non servire se ci si limita a portare la scolaresca al cinema per una mattinata, senza un adeguato percorso, ma che alcuni insegnanti sanno davvero trasformare in un’occasione di apprendimento e di civismo), e il Giorno del Ricordo, istituito per una volontà di inversione resa evidente fin dal passaggio di genere grammaticale (memoria → ricordo; giornata → giorno); ancora, sono stata testimone dello scandaloso ripristino delle parate militari il 2 giugno, in barba al vilipeso articolo 11 della nostra Costituzione. L’elenco potrebbe continuare, numeroso quasi quanto quello delle beatificazioni di Papa Woytila: a testimoniare di uno Stato (l’Italia) talmente in crisi da continuare a compattarsi su eventi pubblici destinati a generare ondate di retorica sempre più corte.

Che il nostro sia il tempo della celebrazione continua, non sono certo io la prima a dirlo: Meschonnic, ad esempio, dedica a questa constatazione financo banale diverse pagine del suo Pour en sortir du post-moderne (Paris 2009; non ho idea se sia stato pubblicato in Italia). Nell’epoca della mediocrità elevata a sistema di vita e del privato come unico orizzonte dell’informazione, tutti possiamo diventare supereroi, e per la stessa ragione ogni gruppo e ogni identità ha il proprio giorno, quasi un certificato di esistenza nel mondo.

La continua proliferazione di festività, giornate di lutto e celebrazioni, con la sua pomposità di fascismo post-moderno, trova poi un’eco nel continuo proliferare del discorso in ondate, anch’esse sempre più corte, fatto patente a chi si aggira per la blogosfera. Ogni settimana ha il suo piccolo epicentro, fatto di garriti e barriti telematici, fatto di copiaincolla compulsivi e di piccoli isterismi collettivi, che producono picchi di produzione verbale ma non sedimentano mai in discorso, secondo una logica, a cui, per essere amor di verità, nemmeno il qui presente blog e la qui presente blogger sfuggono – la logica è nel mezzo, non nelle persone che credono di usarlo e ne vengono fatalmente usate.

Viviamo in un perenne funerale di stato, e non ne siamo nemmeno consapevoli. Tutto è celebrazione e tutto è trauma. L’imperativo di ricordo (di per sé un controsenso, peraltro) è esteso ad ogni sfera del vivere, trasformata in atto pubblico proprio mentre l’informazione è sempre più ridotta a mostruoso allagamento del privato nelle nostre vite (il privato di alcuni, naturalmente, lasciato dilagare senza più alcun confine tra notizia, gossip e velinismo di stato). L’equazione tra storia e narrazione è pertanto implicita nel suo contenuto reazionario, senza quasi alcun bisogno che tale vocazione politica sia ribadita esplicitamente: già questo continuo trapasso dell’effimero è una forma di manipolazione. E anche quando ci illudiamo di usare le occasioni per rilanciare il “nostro” discorso politico, ne siamo fatalmente risucchiati – sono icone ready made, si portano addosso valori fabbricati da altri.

Perché si fa presto a mettere una bandiera come avatar nei propri profili, e a dire che l’Unità d’Italia è un valore della Sinistra: ma che cosa scegliamo, quando facciamo del 17 marzo (e non, poniamo, del 25 aprile) il cuore del discorso politico, compreso quello che vorrebbe dirsi “altro”, antagonista e alternativo? Scegliamo di ribadire che l’Italia in cui viviamo è quella dei Savoia, monarchica e oligarchica insieme, fondata per un atto di RealPolitik, sulla cui retorica si sono giustificate le peggiori porcherie (perché l’auto-proclamazione del Fascismo come compimento del Risorgimento è, tra le tante mitologie e mistificazioni di quel regime, una delle più potenti e velenose, almeno secondo Luigi Salvatorelli; per una dimostrazione “iconografica” di tale costrutto, si veda il film di Alessandro Blasetti, 1860, nel doppio finale, quello fascista che si chiude con la sfilata delle camicie nere, e quello dell’edizione rimontata del 1951). È l’Italia colonialista e borghese che va dal 1861 alla Guerra di Libia, passando per Adua e ripartendo per arrivare ad Assis Abeba e all’Amba Aradàn – che non è, come pensano a Bologna, un “casino terrificante”, ma uno dei massacri in cui il nostro Regio Esercito fece impiego di iprite. È quell’Italia che il colonialismo ce l’aveva all’interno dei propri confini, e che del meridione ha fatto una “questione”, applicando ai suoi abitanti, per oltre un secolo, quella retorica di ‘denigrazione’ e di ‘squalificazione’ che piace tanto alla Lega, e che in un paese civile risponde al nome di “razzismo”: eppure continuiamo a chiudere gli occhi, pensando che ammantarci di un tricolore in funzione anti-leghista basti a risolvere il problema di uno sciagurato colonialismo intero, e di una sciagurata “fuga dei cervelli” interna, su cui si fonda di fatto la nostra unificazione culturale. Scegliendo la data del 17 marzo, si sceglie la continuità con la Destra e la Sinistra Storiche (ah! Il pareggio del bilancio!), con lo squallore di lunga durata del ‘trasformismo”, e con quella Belle époque italiana che fu tanto bella da regalarci D’Annunzio e Mussolini; e si sceglie una – in barba al suffragio universale MASCHILE, conquistato sul Piave, quello sì, a forza di cannonate e di carne da cannone.

Da persona che è stata portata in piazza a ogni 25 aprile a stringere la mano ai “vecchietti dell’ANPI”, mi piacerebbe pensare di appartenere a un altro Stato, quello nato dalla Resistenza, quello nato il 2 giugno 1946, quello in cui anche noi donne possiamo votare; eppure, comincio a pensare proprio ora che il 17 marzo sia, in fondo, l’anniversario più adatto per questa orrenda Italia, incapace di riscatto e di sollevazione, incapace di memoria vera e condannata, per questo, a ripetere il proprio destino.

frammenti di un’educazione antifascista [27 febbraio 2011]

In a spasso tra i libri, educazione, generazioni, la memoria e l'oblio, malatempora on novembre 16, 2011 at 4:47 am

imageHo da poco terminato la lettura de Il nome delle parole, autobiografia intellettuale di Guglielmo Petroni, autore quasi totalmente dimenticato, attivo come poeta e come narratore negli anni Trenta e nel secondo Dopoguerra. È un libro che si legge in un’ora, e che per scrittura e contenuto mi ha ricordato I piccoli maestri di Luigi Meneghello. Entrambi, infatti, sono biografie intellettuali di ragazzi che furono vestiti da avanguardisti, ma che maturando presero parte alla rinascita antifascista dell’Italia, rischiando la pelle in prima persona: Meneghello con le armi in pugno nelle fila della Resistenza, anche se, come dirà a guerra finita a una giovane amica, “San Piero fa dire il vero. […] Non eravamo mica buoni di fare la guerra”. Petroni, passato all’antifascismo attivo solo dopo l’otto settembre (“Tra il 25 luglio e l’8 settembre la mia più che trentennale incubazione era finita; uscivo dal bozzolo, c’era da lavorare allo scoperto, cioè segretamente” , p. 135) fu arrestato e torturato fisicamente e psicologicamente, con la triplice simulazione di una esecuzione. Un colloquio con la morte che scava nella sua mente un “prima” e un “dopo”, quasi epitome del valore che lo stesso impegno antifascista doveva assumere nell’esperienza del molti che ne furono partecipi.

Quelle di Meneghello e quelle di Petroni sono due “educazioni” atipiche, pur separate per educazione, vicende ed età: Petroni, classe 1911, non è interamente prodotto culturale del regime, come è invece Meneghello, nato l’anno della marcia su Roma. Del resto, se quella di Meneghello è una vicenda esemplare per precocità intellettuale e politica, di segno opposto è la biografia di Petroni: bocciato e ritirato da scuola per mancanza di rendimento, messo giovanissimo a lavorar dietro al bancone della bottega paterna, e rinato alla cultura attraverso uno spontaneo e tortuoso percorso di letture personali, Petroni trascorrerà gli anni della giovinezza a convincersi d’esser poeta, a dispetto e forse persino in virtù di una formazione da autodidatta.

La vita e la prima maturazione dei due giovani si svolge in piena età fascista, ed essi seguono le tappe di un regime che, fino a tutti i pieni anni ’30, e all’impresa coloniale d’Africa, godette del supporto quasi unanime nella “repubblica” delle patrie lettere. Così, nei primi tempi della propria vita da giovane intellettuale romano, Petroni racconta addirittura di un colloquio con l’allora ministro fascista Bottai, mentre è ambigua e sfumata la valutazione di alcuni autori indelebilmente compromessi col regime, come Malaparte o Soffici, di cui, quasi in un tentativo quasi di riabilitazione, scrive:

Proprio lui, che ci affascinava con quel cipiglio e quel tipo di coraggio civile; l’unico di tanti noi coi quali ci si vedeva , a quei tempi, al Forte, che affrontasse gli argomenti della vita politica, dei diritti umani, della libertà, è stato l’unico che, ad un certo punto, abbiamo dovuto guardare come un nemico, un proimages-2tettore di quello che ci aveva indicato come la nefandezza della vita civile. Ci aveva tradito? Aveva tradito se stesso? Resta il fatto che quello che sapeva ergersi come un poderoso gigante, è stato l’unico privo delle semplici virtù che salvarono, nei momenti difficili, la maggior parte degli altri intellettuali che sedevano tutte le estati con lui sotto al Quarto Platano.
Che la retorica, quando sopraggiunge, sia come una malattia che uccide il senso comune? (Petroni, 69)

Alla presa di coscienza Petroni arriva per gradi e conscio di un terribile ritardo; arriva grazie alla propria istintiva avversione per i cori di guerra e ai gagliardetti degli avanguardisti (da cui verrà espulso come renitente), o per quella predisposizione all’agire politico maturata nell’educazione fiorentina, “quel tipo di raffinata apparente estraneità alla vita, che conteneva quasi l’iunica via d’accesso, via segreta per il rifiuto di tanta ignoranza, di tanto cattivo gusto, dietro cui si nascondevano, infine, ferocia e indifferenza per i diritti dell’uomo”. (119). Ma l’odio per il cattivo gusto, come scrive lo stesso Petroni, non basta, e dovrà cedere il passo all’impegno attivo e consapevole:

In me, per quello che ho potuto comprendere dopo, c’era un profondo fastidio per la sicumera che veniva dagli uomini che detenevano il potere, un fastidio che proveniva dal cattivo gusto d’ogni espressione che scendeva sulle nostre teste dalle manifestazioni del regime, dal portamento quasi più che dal comportamento di coloro che potevano fare e disfare. […] Ne nasceva tra noi strafottenza, fastidio, satira e disprezzo: ma ancora molti di noi non sapevano bene che dietro a tutto ciò c’era qualche cosa che avremmo dovuto avversare anche a costo dello scontro […]. (120-121)

Più deciso e consapevole il taglio col passato operato Luigi Meneghello, che conscio dei propri limiti e dei propri adolescenziali compromessi, all’indomani della liberazione rifiuta di scrivere il fondo del “primo giornale libero del Veneto”:

“Io e Marietto, qui, siamo diseducati”, dissi.
“Cosa siete?”
“Diseducati, politicamente diseducati. Non abbiamo niente da dire a nessuno. Non possiamo educarci per iscritto a spese del pubblico. Questa è roba per una persona matura”
L’uomo invece di arrabbiarsi si rattristò.
“Ma sono cose da dire in un momento come questo?”
“Noi abbiamo bisogno di studiare, non di scrivere articoli”, dissi. “Gli articoli li abbiamo già scritti sui giornali fascisti, almeno io, perché lui era troppo giovane”.
La sua faccia diceva: che tristezza! I suoi occhi contrariati cercavano qualcosa di meno sconsolante su cui posarsi. (Luigi Meneghello, I piccoli maestri, in Id. Opere scelte, Milano, Mondadori, p. 608)

In misura diversa, tanto la posizione di Meneghello quanto quella di Petroni nascono dalla stessa estraneità alla cultura ‘ufficiale’, e del suo sistema di nozioni, basato sull’arrogante predominio della scrittura (“Guarda un po’ i libri, guarda i giornali: è fatto così o no il Mondo? Possono sbagliare i libri? possono sbagliare i giornali?”, si chiede Meneghello rievocando la propria infanzia, Pomo pero, in Opere scelte, 652). Privilegio di pochi, in un’Italia che in gran parte si ferma alle prime classi delle elementari.

Quella di Petroni è allora una storia di anticonformismo rispetto a due dei regimi autocratici della modernità: quello dell’alfabeto, e quello del fascismo, allora saldamente intrecciati (anche nel progetto di educazione gentiliana). Rifiutando il conformismo che identifica la cultura con la regolarità degli studi, il poeta autodidatta scopre un valore intrinsecamente anticonformista del proprio linguaggio, per quanto destinato a una lunga latenza e a un’altrettanto lunga gestazione; mentre Meneghello si salva anche grazie alla percezione dello sberleffo, alla sua anima di parlante nativo del dialetto, che lo porterà, in anni ben più tardi, a smascherare la retorica nazionalistica delle patrie lettere:

Nazario Sauro ti ammonisce nel suo alfabeto, sulla copertina del quaderno in cui scrivi: “Tu forse comprendi, o comprenderai tra qualche anno, quale era il mio dovere di italiano. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi rimane la Patria che di me farà le veci, e su questa Patria giura, o Nino, e farai giurare i tuoi fratelli, quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani”.
È un giuramento straordinario, elettrizzante. Essere sempre e ovunque italiani. La faccenda è certamente associata alla scrittura. (‘Cari i me tusiti, juré ca sarì senpre italiani’: chi mai si sognerebbe di dire una cosa simile?) (Meneghello, Jura, in Opere scelte, 984-985).

Una sensibilità che viene dal rapporto, ancora vivo e modesto, con la parola viva, con i suoni e gli odori , con la parola orale e il suo correr di lepre, che ancora negli anni ’60 le fiabe urbane di Calvino e gli altri esperimenti narrativi col “parlar basso”, cercheranno invano di acchiappare. Una simile vocazione alla conquista della parola – conquista non imperialista ma, anzi, quasi “campesina” – suona forse esotica per la “letteratura italiana”, come la intendiamo di default: al contrario, per la scrittura femminile essa è quasi la norma. Basta pensare a Teresa Noce, che lascia il banco delle ‘povere infelici’ conquistando la grammatica dalla passione spontanea e continua per la lettura. Ma persino a Goliarda Sapienza, educata in casa, in quella che il suo compagno e curatore Angelo Maria Pellegrino definisce come “un’oasi di libertà”; più tardi, la scelta di non terminare il ginnasio per entrare alla Regia Accademia d’Arti Drammatiche, per quanto pericolosa e discutibile, sottrarrà la giovanissima donna al veleno della retorica.

Qual è, dunque, la particolarità di libri come I piccoli maestri e, forse in subordine, Il nome delle parole? Quella di dimostrare come un’auto-educazione all’anticonformismo e all’antifascismo siano possibile anche partendo dal “ventre” del regime, lentamente mettendo in discussione le parole da cui veniamo parlati, e imparando a porsi domande. Quella di dimostrare che anche dal disgusto per i doppiopetti, per l’arroganza del “corpo di stato” può maturate una giusta insofferenza – purché essa spinga all’azione, alla partecipazione, e non a un raffinato snobismo entre nous. Questi libri (e i molti altri casi che si potrebbero citare, da Mario Lodi a Vittorini) tessono quindi un elogio dell’autodidattismo come fonte di emancipazione: il chiamare a sé i propri modelli, eletti fuori dei conformismi nazional-popolari e modaioli (fossero pure le mode del parterre militante e alternativo…). Due storie da rileggere anche oggi, nell’opacità culturale e morale dell’italia berlusconiana, così ricca di corpi limati dal denaro e sagomati dal potere. Con una differenza: che se allora esisteva una parola viva e della strada, cui rivolgersi per cercare un discorso anti-conformista, oggi l’unica strada possibile è quella del ritorno ai saperi complessi, alle letture difficili, al duro cimento della critica. E forse, per ritrovare una possibile distanza e alterità di “discorso subalterno”, dobbiamo imparare a ritornare al silenzio di biblioteche semideserte.

on the way back home (Bologna – Milano Linate) [27 agosto 2010]

In generazioni, la memoria e l'oblio, lavori pieghevoli, partire o restare on novembre 16, 2011 at 4:05 am

Partire con l’Intercity notturno è un modo forte di ricordarti la natura brutale dei viaggi, delle partenze, quel che usavamo fare pochi anni fa, prima dell’era i-tech, prima dei low cost, prima dei web-check in e dell’adsl che ha trasformato ogni laptop in una potenziale agenzia di viaggi. Parlo di quando il mezzo più low cost era il treno espresso, senza limiti di peso per i bagagli, se non quello – assai ampio – della tenuta delle rastrelliere in ferro, o quello – per alcuni assai ridotto – della tenuta della propria schiena. È un modo, forte e secco come un whisky, di ricordarti la realtà delle migrazioni, non quelle intellettuali ma quelle interne che per decenni hanno scavarla l’italia, e continuano a farlo; e proprio come il primo whisky nella gola morbida di un ragazzo, fa tossire, sputare e lacrimare.

Il treno notturno è un mondo dove la ‘stampata’ della prenotazione è solo un pezzo di carta. Qui la logica implacabile e serena dei numeri, coesiste, senza per forza prevalere, con l’altra logica, quella del morto di sonno che ha preso il posto prima di te, cinquecento o ottocento chilometri a monte, e non c’è modo di fargli capire che una ‘transazione elettronica’ è un’altra forma di priorità. E spesso prevale infatti l’altra logica, quella del passeggero che, semplicemente, non si sveglia, non risponde agli stimoli, resiste abbarbicato al proprio scampolo di sonno.

C’è la ragazza in giubbotto di renna chiaro, salita quasi quattro ore prima a Vasto-San Salvo, che a Modena si sveglia e si stropiccia gli occhi perché tra un’ora va a lavorare; e vorresti bucare il suo silenzio per sapere dove, se in un supermercato, in un ufficio, o in un ospedale.

C’è la famiglia scesa per le vacanze, che ha prenotato sedili opposti da Bari a Milano e stendendo i piedi, mamma contro figlia, papà contro figlio, riesce a farsi una mezza notte di sonno.

C’è la bambina con il suo primo giubbotto di jeans, che confonde Reggio Emilia e Reggio Calabria.

C’è il ventenne che dorme piegato sul sedile del corridoio, la testa pesante tra le cosce fasciate dal jeans tarocco, e a ogni fermata gli amici lo svegliano, ‘Pasquà, t’ô faciste nu bello sonnariello?”

C’è la donna africana buttata a dormire come un sacco direttamente sul pavimento sporco, solo le scarpe alte e le unghie laccate che sbucano dalla coperta che qualcuno le ha steso addosso, e le treccine, gettate in terra, a pochi millimetri dai tacchi di chi passa lungo il corridoio.

C’è il cinquantenne dal collo taurino, strizzato nella maglietta Emporio Armani, che malgrado l’ora non toglie dal telefonino la suoneria, e lo scompartimento si riempie del suono di una chitarra, a metà tra un jazz rifatto e Pino Daniele.

C’è il padre premuroso, che trova un posto per sé e per la figlia piccola, e ripercorre l’intero vagone a ritroso per recuperarle il cuscino scordato in chissà che valigia, e poi si addormenta sfinito, finché la bambina lo sveglia a Rogoredo credendo che siano arrivati.

Ragazzi di Napoli davanti ai portelloni ridono forte, sollevando borsoni militari sdruciti e sgargianti trolley di chissà quale sottomarca, mentre nell’aria livida delle sei di mattina il treno già sfila, lentissimo, sotto i ferri liberty della Stazione Centrale.