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Archive for the ‘facebbok’ Category

i-camp [16 ottobre 2011]

In facebbok on novembre 16, 2011 at 5:24 am

icamp

Palo Alto, CA. A 12,4 miglia da Cupertino.
Pensavamo fossero acampadas. Invece era gente che si era messa ad aspettare due giorni prima l’uscita dell’i-phone 4. Commentare sarebbe superfluo, oltre che moralistico. Ma dubito che si possa avere un esempio migliore di “narrazioni tossiche”, e della perversione commerciale del significato di parole come “revolution”, “revolutionary” e affini.
E questo, senza nulla togliere a coloro che in questi giorni, al netto di ogni possibile critica politica o sociale, hanno voluto esprimere rispetto davanti alla morte di un uomo.

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squali, squaletti e piranha

In educazione, facebbok, smanettare on novembre 16, 2011 at 2:55 am

Ho appreso dalla rete (nella fattispece tramite Facebook, dalla pagina dello scrittore Giuseppe Genna) la triste vicenda di Daniel, un enfant prodige della rete passato abbastanza rapidamente dalle stalle alle stelle della rete. Non riporto il cognome, benché sia ampiamente risaputo, perché è un ragazzino di cui la famiglia ha giustamente chiesto di rispettare il silenzio.

Il ragazzino è uno che smanetta forte. Fosse nato in Italia, la mamma gli metterebbe il modem sotto chiave, ma siccome è nato nella Silicon Valley, si è trovato nel mondo delle start-up ad appena sedici anni. Esempio tipico dei “Nativi Digitali” (alla cui kermesse romana è stato invitato poche settimane or sono), ma più ancora della categoria dei teenager di cui fa parte, Daniel ha reagito come qualsiasi ragazzino: si è montato la testa. Così ha accettato una regalìa (nella fattispecie un MacBookAir) in cambio di una recensione positiva da scrivere sul sito di TechCrunch, un colosso dell’informatica che aveva arruolato il promettente giovane come “stagista”. Beh, in Italia nessuno si scandalizzerebbe, sotto sotto tutti pensiamo che i recensori di qualunque cosa, dai ristoranti ai vini ai pc agli aspirapolveri, siano in combutta con le aziende che producono gli oggetti recensiti; ma siccome negli USA le cose vanno diversamente, il povero Daniel è stato sbattuto fuori per direttissima, con tanto di scuse ufficiali da parte dell’azienda e si è visto tutti i precedenti articoli cancellati dal web – una scelta che gli ha, di fatto, sottratto l’anonimato. Una punzione dura, per un ragazzo tanto giovane. E mentre sul sito dell’azienda le tempeste di commenti si addensano intorno a pochissimi pensieri ricorrenti (“Colpa vostra se assumete i ragazzini”), anche il diretto interessato è costretto a scusarsi, annunciando pubblicamente che tornerà a fare l’adolescente. Scuola, compiti, ragazzine e gelati. Che non sono poi del tutto fuori luogo, se hai sedici anni.

La punizione cui il pargolo è stato sottoposto è smisurata almeno quanto i guadagni, la visibilità e il credito a cui è stato esposto, in un’età in cui ci si dimentica troppo facilmente qual è la linea da non travalicare. Un’età insomma, in cui le indubbie capacità intellettive di alcuni ragazzi (e di Daniel sicuramente) non sono sempre supportate da un’adeguata maturità. Sta di fatto che ora il giovane rischia di vedersi bruciata in partenza la carriera da un errore che non verrà giudicato come la sbandata di un ragazzino, ma come il fallo etico di un professionista. Sempre che l’incredibile ammontare di informazione, entertainement, stupidario blogghettaro non sommerga per sempre il ricordo di quel Daniel e dei suoi post – cosa che ci si augura di cuore. In fondo, nessuno studio legale rifiuterebbe di assumere un avvocato di 28 anni perché, quando era in seconda liceo, ha falsificato il libretto delle assenze o ha dilapidato in fumetti e gelati la cassa del giornalino scolastico: azioni riprovevoli, da punire severamente ma che via, restano confinate agli anni difficili dell’adolescenza.

In tutto questo, però, una nota degna di attenzione viene proprio dal blog del sedicenne, che qualche mese fa – quando era ancora sulla cresta dell’onda – si interrogava pubblicamente sull’eventualità di andare al college o meno. Ha senso – si chiedeva il ragazzino – sprecare 4 anni della tua vita in un’Università dalla quale, verosimilmente non puoi imparare niente di utile per il mondo delle startup, o più in generale per diventare imprenditore? Cosa ancor più inquietante, quasi tutti i commenti (di studenti di college terribilmente intimiditi di fronte al tecno-teenager) puntavano sul lato umano dell’esperienza universitaria, dalla possibilità di incontrare le amicizie e le reti di una vita a quella, più prosaica, di “rimorchiare”. La storia dimostra che ci sono cose che non si possono rimpiazzare. Cose che non servono a creare uno start-up, ma sono molto più importanti. Non lasciamo che un’intera generazione di ragazzini dotati rovini il suo talento esponendolo precocemente all’arena della comunicazione globale, quando addirittura non alla gogna. Adulfriendfinder non potrà mai sostituire le persone reali, le sofferenze e i piaceri che ci danno e l’educazione relazionale che ne ricaviamo in così giovane età. Il blogging, per quanto intelligente e stimolante, non potrà mai sostituire lo studio e l’ascolto. Wikipedia non può sostituire né la scuola né l’educazione, che è un concetto globale e riguarda la persona nel suo complesso. Abbiamo più bisogno di scuole che di startup, perché i bambini del futuro sappiano comportarsi da uomini e non da piranha, precocemente anestetizzati dall’abitudine a trovarsi dietro agli schermi degli acquari globali.

la biblioteca ai tempi di facebook [2 luglio 2009]

In attitudine popular, facebbok on novembre 16, 2011 at 1:52 am

È il primo pomeriggio di luglio e sono seduta in una delle poche biblioteche bolognesi prive di aria condizionata (lusso che, sul dépliant delle biblioteche comunali è simpaticamente contrassegnato dall’icona di un pinguino). Sto consultando alcune opere di superstiti italiane della Shoah, una lettura che val bene il caldo di questa fornace.
Dalle imposte socchiuse arrivano chiacchiere sparse di studenti del DAMS, l’abbaiare nervoso di un cane.
Alla mia destra, una postazione computer pubblica accesa emana un alito rovente. Sono le quattro quando arriva una ragazza e si siede alla tastiera. È poco più anziana di me, sembra, anche se per essere libera a quest’ora, probabilmente è ancora una studentessa, o al massimo una nullafacente temporanea come me.
L’aria ordinata dei suoi vestiti è parzialmente contraddetta dall’esuberanza dei capelli. Un rigoglio sano, fluttuante e disordinato. Si china sulla tastiera e digita con furia, come una qualsiasi laureanda alle prese con la tesi, o peggio, come una neo-laureata che risponde compulsivamente agli annunci di lavoro da una postazione pubblica (un’esperienza avvilente che non auguro a nessuno).
Dopo un po’ mi arriva una sua risata. Non posso fare a meno di dare una sbirciatina allo schermo e compare l’immancabile striscia blu di facebook. Foto, anzi “fotine” – per quanto possiate pensar male, è così che molti le chiamano – da commentare, pardon: da taggare.
È un fenomeno che noto sempre più spesso. Due mesi fa, in un’altra biblioteca comunale con una fila di computer a parete, tutti ad accesso pubblico, avevo avuto la sconfortante visione di otto (8) schermi affiancati, tutti sintonizzati sulla pagina di accesso a FB. Che, in una biblioteca, fa sempre un certo effetto.
Non ho mai apprezzato le tirate moralistiche su Facebook. Sono connessa, ci passo parte del mio tempo, e anzi ho sempre scrollato le spalle di fronte a certe osservazioni dietrologiche di amici non connessi. «Se volete evitare il Sistema, liberatevi da Windows e passate a Ubuntu», dico in tono superiore. Figuratevi che ne sono “fan”, io.
Facebook è una piattaforma che permette alle persone di fare certe cose, punto. Non ti obbliga a caricare fotografie intime, né a condividere esperienze private e familiari, tantomeno a passare metà della tua vita a chattare con compagni che hai perso di vista dalla fine delle elementari o ex fidanzati di cugine di terzo grado.
Uno strumento offre sempre delle possibilità in più, un ulteriore spazio di contatto – per quanto virtuale – con persone lontane, a volte quasi irraggiungibili dalla distanza, e i miei amici “canadesi” e bostoniani ne sanno qualcosa.
Però mi viene da pensare che anche una biblioteca sia uno strumento che offre delle possibilità di incontro e di contatto. Uno potrebbe anche mettersi offline prima o poi, alzarsi dalla sedia, scegliere la copertina di un libro che lo ispira, mettersi comodo e leggere un’oretta. E magari, così facendo, avrebbe anche qualcosa di nuovo da condividere su facebook.
E se proprio non ha niente da fare, uno potrebbe anche spegnere, dopo un’oretta, e gironzolare per i tavoli. E magari fare una richiesta d’amicizia a qualcuna delle ragazze e dei ragazzi che studiano lì a fianco, sbuffando sul loro mucchietto di fotocopie e di dispense. Chissà che non clicchi il tavolo giusto?
Invece no. Mi rimane in testa la visione di quelle schiene, voltate al resto del mondo, ma inesplicabilmente “connesse”.
Sono le sei meno cinque, so che la biblioteca sta per chiudere. Mentre rimetto in ordine i miei libri e i miei appunti, do una controllatina finale allo schermo della ragazza. Che, finalmente «offline», sta digitando furiosamente i suoi dati sulla schermata di qualche homepage – dai colori potrebbe essere quella dello SVE, Servizio Civile Europeo. Che cosa spinge una persona, evidentemente priva di una connessione internet domestica, a sprecare le sue due uniche ore di connessione gratuita su facebook?
La biblioteca chiude. La ragazza interrompe il proprio lavoro a metà, sbuffa e spegne controvoglia. Usciamo, senza incrociare i nostri sguardi.