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Tales from a different St. Patrick (1)

In repubblica delle lettere, road post on marzo 17, 2012 at 11:52 pm

Potrei essere a Toronto, o da qualche parte in Ontario, a celebrare Saint Patrick’s day con il nuovo gruppo di amici con cui ho da poco preso ad allenarmi. Invece sono le 4 di pomeriggio e sono seduta su una panchina di ferro smaltato all’autostazione di Rochester, NY, accanto a uno zaino più grosso di me.

Sono di ritorno da una convention regionale – la NeMLA, NorthEastern Modern Language Association – che raccoglie panel di tutte le lingue moderne – un’enorme confusione di lingue dove ogni area disciplinare sembra seguire i suoi ritmi e le sue regole. Nei miei due anni e mezzi da Graduate Student, il mio atteggiamento verso questo genere di cose è cambiato. Ho perso l’entusiamo del neofita, il senso di avventura e di eccitazione che mi portavo dietro all’inizio. L’aspetto positivo è che queste cose mi vengono naturali (e probabilmente la qualità del lavoro che presento è aumentata), e comincio semplicemente a vederle come parte della mia attività. Però comincio ad avvertire la stanchezza delle migliaia di chilometri percorse per condividere la propria ricerca con la comunità scientifica.

All’andata, invece di scrivere o leggere o correggere la montagna di composizioni che mi sono portata dietro, ho sonnecchiato tutto il tempo, esausta per la levataccia e per la  riunione sindacale della sera prima, finita tardi e male. Il viaggio è sempre nel mio stile, partenza all’alba, interminabili ore di pullman e uno zaino pesantissimo a spaccare la schiena. Unica concessione – ho dormito da sola. Sono stanca di imprese epiche, di brandine aggiunte nella stanza dei colleghi o di ostelli improbabili in periferie ombrose raggiunte in autostop (ricordo ancora la volta che mi persi di notte a Pittsburgh, o la volta che un tassista ubriaco  si offrì di farmi da cicerone nella vita notturna di Buffalo: nevermore). Dato che ho due piccole borse di studio che mi aiutano a coprire le spese (tra cui una Travel Graduate Award della stessa NeMLA, un award piccolo ma non facile da ottenere) ho deciso di stare una notte in meno ma permettermi qualcosa di comodo.

Rochester è uno di quei posti di cui, se per un caso strano non ci sei nato, non conosci nemmeno l’esistenza. Un po’ come Des Moines secondo Bill Bryson. Quattro grattacieli nello stile

ritorno al futuro

classico da primo Novecento, tra cui spicca la torre Kodak – unica attrazione turistica, o presunta tale, del luogo. Le strade sono pulite, la gente cortese e persino l’autostazione (in genere luogo di raro squallore) è dignitosa. Tra pareti imbiancate da poco e pavimenti puliti, campeggiano distributori di caramelle anni Ottanta tirati a lucido, e persino un pezzo di modernariato. Eppure, ogni volta che, in genere per una conferenza, finisco in cittadine semideserte come questa, mi dico sempre: non fare la schizzinosa, potrebbe capitarti qualche posto di lavoro in un community college in un posto così, e col mercato che c’è, sarebbe pure il caso di baciarsi i gomiti.

Resta il fatto che è una cittadina minima, in cui – la “vita” cittadina sembra ridotta a pochi isolati. Si passa senza transizione dalla periferia (tra parcheggi semideserti, edifici crollanti, erbacce e centri cattolici di aiuto alla famiglia) al “centro”, tutto banche e convention centers. Pare impossibile mangiare un boccone, se si escludono soluzioni avventurose come una taverna di pirati nel basement di un palazzo o persino una filiale statunitense di Tim Hortons. Supero un ristorante a forma di pagoda che offre cucina cinese, thai, sushi, hamburger, patatine, insalate, pizza, smoothies e probabilmente qualcos’altro che non ricordo. Mi entusiasmo vedendo l’insegna di una libreria (in fondo Rochester ha un’università e diversi college), finché non attraverso la strada e arrivo abbastanza vicina da leggere per esteso: si tratta di una libreria specializzata in “Adult“, genere di cui — rivendica orgogliosamente — ha financo le “uscite più recenti”. Finisco per pranzare con una fetta di pizza bisunta in un posto gestito da Italians, che però dev’essere particolarmente rinomato da queste parti: la fila arriva sul marciapiede. “This is not Burger King – You don’t get it your way – You get it my way or you don’t get the whole thing”, ammonisce un cartello, manco ai fornelli ci fosse Vissani. Più tardi, alcuni colleghi racconteranno di aver cercato invano negozi di varia natura e persino un caffé “tipo starbucks” (anche un’imitazione andava bene, presumo).

Noi della NeMLA condividiamo lo spazio con la Convention Repubblicana dello Stato di NY. Trasecolo quando, salendo al primo piano, mi imbatto in un banchetto di sostenitori di Santorum. Decido di tenere addosso il cartellino della NeMLA anche all’uscita dall’hotel, almeno per i primi due isolati. Meglio evitare confusioni.

Tutta la giornata di venerdì, fuori dall’albergo, si susseguono manifestazioni di protesta. L’atmosfera non è tesa, ma davanti all’hotel si infittisce lo schieramento di camioncini di televisioni nazionali e locali. Agenti della polizia presidiano la hall. Gli slogan sono scanditi senza posa, mentre dall’altro lato della strada, un gruppo di cheerleader danza, per un evento promozionale, in abiti che ricordano le toghe della laurea.

Chiedo a una ragazza per che cosa esattamente stanno protestando. Mi parla della cultura di odio e della guerra lanciata dai Repubblicani contro i poveri, contro i gay, contro i neri, contro i musulmani, contro il mondo. Dentro, basta percorrere pochi metri e si è in un mondo a parte, totalmente segregato. Giovani accademiche rileggono nervose il loro paper mordicchiandosi le unghie, graduate students imberbi si aggirano goffi in giacche prestategli dal babbo, accademici irreprensibili chattano su facebook, graduate students di Ivy Leagues fanno comunella con adjuncts e junior faculty del Wyoming o dell’Arizona presumendo di avere di fronte carriere ben più brillanti, e non c’è una presa di corrente  nemmeno a pagarla. [segue]

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